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L’economia dell’immaginario: La supremazia globale degli Usa


Che il grande tendone del Circo contemporaneo esibisca una rutilante livrea a stelle&strisce è sotto gli occhi di ognuno, e non c’è certo bisogno che ce lo ricordi il Dipartimento del Commercio Usa.  L’immaginario statunitense domina il mondo, e non soltanto per i suoi film, la sua musica o i suoi libri, ma soprattutto in virtù dello straordinario progresso tecnologico che negli Usa si è sviluppato e delle piattaforme che da lì si originano e con le quali tutto il mondo deve ormai fare i conti. I giganti di Internet non sono solo aziende che fatturano miliardi. Sono anche luoghi d’incontro globale e fabbriche di metadati, esattamente come accade per le grandi compagnie telefoniche e i padroni di Undernet. Il Circo, insomma, non è solo lo spettacolo, ma anche il tendone stesso, le sedie, i pop corn all’ingresso, il parcheggio, eccetera.

Detto ciò può essere interessante conoscere meglio lo spettacolo, ossia l’industria culturale statunitense, e tal fine il rapporto del Dipartimento è prezioso. Il settore Media&Entertainment (M&E) viene suddiviso in quattro grandi aree: il cinema, la musica, i videogiochi, l’editoria. Per ognuno di questi sotto settori viene svolta un’analisi quantitativa e qualitativa e poi si osservano i sette mercati principali dove il Circo Usa fa i suoi numeri migliori, ossia, in ordine d’importanza, l’UK, la Cina, l’India, il Brasile, il Messico e la Germania.

Il rapporto suddivide questi paesi in due sottogruppi, il primo comprende i paesi che sono a loro volta dotati di un forte settore di M&E, il secondo i paesi emergenti. Quindi viene svolta un’analisi ulteriore con un focus sui paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e poi si illustrano i benefici che il TPP, il trattato trans-pacifico, potrebbe portare all’industria Usa. Ricordando sempre che “il settore M&E sta simultaneamente beneficiando e subendo pressioni dal tools digitali e le piattaforme”. In gran parte roba Usa, com’è noto.

Questa rivoluzione si incrocia con un’altra, pure questa solitamente poco osservata, quella del copyright e della proprietà intellettuale. “Molti dei paesi osservati in questo report – aggiunge il documento – inclusi gli Stati uniti stanno rivedendo le norme sul copyright e la proprietà intellettuale, così come le regole che riguardano internet e l’economia digitale”. Ma intanto giova ricordare che “gli Usa sono il più liberale mercato audio-visual e gli americani sono conosciuti per il loro spirito imprenditoriale e la forza nel settore creativo. E tuttavia molti uomini d’affari Usa non stanno sfruttando le opportunità offerte dall’espansione all’estero”. Vedremo a cosa si riferisce. Ma prima dobbiamo conoscere meglio i settori del M&E.

Uno alla volta.

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Le metamorfosi dell’economia: le sovversioni della gratuità


Come tutte le rivoluzioni autentiche, quella che sta sconvolgendo l’economia del nostro tempo è silenziosa ed invasiva. Coinvolge infatti una categoria di pensiero e una prassi – la gratuità – che finora e per le più svariate ragioni, ha avuto scarso diritto di rappresentanza nel dibattere economico.

La fisionomia di questa rivoluzione è difficile da osservare, per la semplice circostanza che non esistono strumenti in grado di rilevarla, malgrado sia ormai evidente a chiunque si occupi di cose economiche. Peraltro essa ha preso slancio proprio in virtù dell’evoluzione tecnologica, che si conferma come il principale driver della metamorfosi della nostra economia.

Un semplice esempio basterà a capire: oggi con un semplice click si possono inviare senza costi informazioni a chiunque. Pensate ai cambiamenti che le e-mail hanno provocato alle nostre consuetudini postali e professionali. Queste informazioni, peraltro, in molta parte sono anch’esse gratuite, essendo sostanzialmente il frutto di una ricombinazione di informazioni già esistenti e reperibili gratuitamente. Ciò pone enormi problemi di copyright e di quantificazione economica. Queste informazioni, che non hanno prezzo, non impattano sul Pil, semplicemente perché il mercato non riconosce loro alcun valore.

In tal senso, la gratuità sta svolgendo un effetto sovversivo sui mercati. Sta creando valori invisibili, perché le contabilità nazionali non sono in grado di rilevarli, che mutano sostanzialmente anche il loro rapporto con i soggetti economici. Inoltre impattano sulla microeconomia dei mercati, sostanzialmente rivoluzionandola. Quindi la sovversione è duplice.

Facciamo un altro esempio. Wikipedia ogni giorno viene consultata da milioni di persone che hanno necessità di sapere qualcosa. Tralasciando di entrare nel merito delle informazioni che rilascia, è utile osservare che tale accesso è completamente gratuito e di fatto concorrenziale con quello, a pagamento, che può offrire una qualsiasi enciclopedia tradizionale. Ciò provoca due cose: la prima è che un soggetto che accede a Wikipedia non svolge, tecnicamente, alcun effetto economico sulla contabilità nazionale. La seconda è che un’enciclopedia tradizionale perde un cliente, e quindi reddito, e si trova costretta a rivoluzionare la sua strategia di vendita se vuole sopravvivere. Deve scendere anch’essa sul terreno della gratuità cercando un modo per estrarre comunque un reddito dai clienti.

Questa contraddizione, per la quale la gratuità sottrae valore ai mercati tradizionali, e insieme crea valore per gli utenti, si manifesta con tutta la sua virulenza, per fare un altro esempio, nel mercato dell’informazione. I media tradizionali sono da anni in una crisi profonda a causa della concorrenza della gratuità dell’informazione disponibile on line. Per i giornali (e i giornalisti) l’effetto sovversivo della gratuità è stato senza precedenti. Oggi un articolo pubblicato on line non ha praticamente nessuno valore economico, anche se viene letto da migliaia di persone, per il semplice fatto che pochissimi sono disposti a pagare per leggerlo. E questa è un’altra caratteristica della prassi che la gratuità ha provocato sulla popolazione digitale. Il consumatore non è più disposto a pagare per ciò che può avere gratis.

Sembra una tautologia, ma se guardiamo bene il significato economico è profondo. I fruitori della rete si aspettano che una certa quantità di servizi o prodotti siano gratuiti – l’informazione ad esempio – e ciò vuol dire che intere filiere produttive sono candidate semplicemente all’estinzione. Se considerate il concetto di informazione nel suo significato più vasto – quindi non solo giornali, ma tutto ciò che viene elaborato e rappresentato in forma scritta o grafica – comprenderete quanti lavori rischiano di diventare incapaci di fornire un reddito, a meno di non aver alle spalle colossi economici.

Ma la sovversione più profonda è stata un’altra. La gratuità ha consentito di esercitare una pulsione remota che mai prima nella società ha avuto modo di manifestarsi a un livello globale così eclatante. Per un venditore che regala qualcosa on line per venderci qualcos’altro, ci sono infiniti contributori che regalano su internet terabyte di dati per il semplice fatto che amano condividere qualcosa. A cominciare da se stessi.

L’economia del dono, oggetto di un vecchio e tuttora attualissimo libro di Marcel Maus (Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche), è diventata una grande protagonista del nostro evo tardo capitalistico, dimostrando ancora una volta l’incapacità dell’uomo economico di rappresentarci. Le nostre radici culturali, insomma, comprese quelle dell’economia come la conosciamo, sono ben anteriori ad Adam Smith.

Purtroppo a questo lato luminoso se ne associa uno terribilmente oscuro.

La peggiore sovversione provocata dalla gratuità digitale, infatti, è profondamente subdola; diabolica, si dovrebbe dire, se oggi parlare non diavolo non fosse così fuori moda. Ciò che è stato sovvertito, infatti, è stato il significato stesso di gratuità. Perché non è per nulla vero che tutto sia gratis.

Pensateci un attimo. Innanzitutto per accedere a questa gratuità dovete pagare. E non mi riferisco a ciò che consumate sulla rete, che è formalmente in gran parte gratis, ma al fatto che per accedere alla rete dovete disporre di un device e di una connessione. Che non sono gratis. Direte che si tratta di poche centinaia di euro l’anno. Però rimane il fatto che sono necessari per garantirvi la sopravvivenza digitale. Se non siete connessi siete digitalmente morti e non avrete accesso a un bel nulla. Se voleste leggere il giornale dovreste andare in edicola. Quindi il costo che paghiamo per il device e la connessione equivale al costo della nostra esistenza digitale. Il bit, per l’uomo digitale, è come la pagnotta per quello analogico.

Mettiamo per ipotesi che qualcuno vi fornisca gratuitamente device e connessione, vi regali il pane. Potremmo dire che a questo punto la rete è gratis?

La risposta è ni. Potremmo dirlo relativamente all’unità di conto – il denaro – che qualcuno generosamente ci fornisce per accedere e usare la rete. Ma non potremmo dirlo relativamente ad altre due variabili, che nell’evo tecnologico sono la più autentica moneta di scambio: il tempo e le informazioni personali.

Cominciamo da queste ultime. Quando navighiamo lasciamo scie di informazioni personali che potentissimi robot algoritmici assemblano e ricombinano trasformando la nostra identità fisica in un alias che ci corrisponde: lo user, per citare un bel libro di qualche anno fa di Frank Schirrmaker (“Ego. Gli inganni del capitalismo“). Credo che saremmo stupiti se guardassimo il nostro user allo specchio. Potremmo persino vergognarcene un po’.

Il problema è che non lo guardiamo noi, ma altri robot, per il quale lo user è il perfetto target commerciale, perché rivela gusti e inclinazioni, preferenze, dati personali e relazionali, e tutto quello che può diventare oggetto delle fantasiose politiche di marketing che orientano i mercati. La nostra navigazione, per dire, influenza anche la visualizzazione dei banner pubblicitari che i vari inserzionisti ci propongono mentre siamo on line e che, di anno in anno, diventa sempre più invasiva.

Ovviamente non c’è solo questo. Ci sono colossi, a cominciare dai social network, che raccolgono i nostri dati e li usano ai propri fini che sono tutt’altro che improntati allo spirito della gratuità. Il business dei dati personali è assai fiorente, a differenza di quello dei giornali.

La questione del tempo è ancora più complessa. In un evo dove prevale il rumore di fondo provocato da un costante ridondanza di informazioni, il tempo che io spendo davanti a un sito corrisponde all’attenzione che il gestore di quel sito mi ha sottratto e che per lui rappresenta una finestra di opportunità per vendermi qualcosa, tramite la pubblicità, o acquisire informazioni su di me, e quindi vendermi in senso stretto. Quindi ciò che di tempo io spendo corrisponde a denaro per la mia controparte.

Mai come nella nostra epoca l’equazione tempo=denaro resa celebra da Benjamin Franklin nel XVIII secolo è stata tanto cogente.

Ciò significa che oggi è vero pure che il denaro è uguale al tempo.

E questa è la sovversione più sorprendente della gratuità.

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Le metamorfosi dell’economia: la guerra del copyright


Sarebbe bello leggere una storia del diritto d’autore, e sono certo che da quale parte esista, che ci aiuti a capire come l’evoluzione di questo concetto abbia segnato l’agire economico. E questo credo sia più difficile. Purtroppo ai tanti guasti della nostra epoca si è aggiunto quello del sapere specialistico, per cui finisce che i giuristi esperti della materia difficilmente si interessino dell’altra metà del cielo, ossia degli effetti economici delle loro decisioni.

Lo stesso vale per gli economisti: ossessionati dalle grandezze statistiche e dai loro giocattoli matematici si dimenticano che dietro le grandezze economiche c’è un mondo di regole che le confeziona. Sicché somigliano a bambini che giocano con i soldatini senza sapere come siano costruiti. Il che importa poco a un bambino, mentre credo dovrebbe preoccupare un economista. Se non fosse stato approvato un sistema di regole internazionali per le rilevazioni statistiche – i sistemi di contabilità nazionale – semplicemente l’odierno dibattere economico non avrebbe senso. Queste regole le hanno scritte i legulei. Gli economisti si limitano a utilizzarle.

Ora, aldilà della storia, ciò che qui vale rilevare visto che stiamo discorrendo dell’evoluzione del concetto di ricchezza, è che il copyright oggi si segnala come uno dei settori più attrattivi del mondo per gli investimenti produttivi, come ha rilevato l’Ocse di recente. Tanto che in molti paesi si sta discorrendo di come modificarne le regole. Legioni di avvocati e corti d’appello, più o meno internazionali, stanno combattendo una battaglia silenziosa, perché inosservata, che purtroppo solleva ben poco interesse da parte delle opinioni pubbliche, che ignorano quanto remunerare questi diritti diverrà sempre più rilevante per il futuro delle nostre società.

A fronte di ciò gli economisti di professione, ovviamente salvo poche eccezioni, non partecipano al dibattito, attorcigliati come sono sulla questione dirimente del nostro tempo: dove trovare la ricchezza per procurare un reddito alle persone che sembrano destinate ad essere espulse dai circuiti produttivi a causa dello sviluppo tecnologico.

Una visione olistica suggerisce che i due problemi, quello della regolamentazione dei copyright e quello dell’individuazione delle risorse per il sostegno dei redditi, siano intimamente collegate. Purtroppo però prevale il sapere specialistico, che, dividendo, conduce all’imperio di chi dispone del capitale, che può pagarsi sia l’avvocato che l’economista e quindi scriversi le regole come risulti a lui più conveniente.

In ciò viene facilitato dalla circostanza che il potere d’equilibrio, per usare una vecchia definizione di Galbraith, è frantumato in una pluralità di stati. Quindi è molto facile, sempre per chi dispone del capitale, utilizzare il regime giuridico che meglio gli si confà per difendere i propri diritti di proprietà intellettuale.

Dovremmo sempre ricordarci, infatti, che non esistono solo paradisi fiscali. Ciò che esiste davvero sono i paradisi giuridici, dei quali quelli fiscali sono un semplice sottoinsieme. Il meccanismo della concorrenza, ormai da un pezzo, si è spostato dal mercato dei beni (ammesso che lì abbia mai davvero funzionato) a quello delle regole. Gli stati, ad esempio, si fanno concorrenza per attirare investimenti esteri utilizzando regimi regolatori o impositivi vantaggiosi, senza capire che così facendo tagliano il ramo sui cui sono seduti. E le regole sulla proprietà intellettuale sono un asset terribilmente prezioso. Persino più delle aliquote fiscali.

Basterà un semplice esempio. Se io stabilisco che il diritto su un’opera intellettuale venga tutelato per settant’anni, vuol dire che per tutto quel tempo chiunque ne fruisca deve pagare qualcosa a qualcuno, a cominciare dall’autore e a finire al distributore. Ciò significa, di fatto, premiare la rendita. L’autore non dovrà fare nulla e continuerà a incassare il suo dividendo. Il resto della filiera dovrà fare ben poco.

Se invece accorcio la durata del diritto d’autore, ponendolo magari a trent’anni, significa che è più semplice fruire dell’idea dell’autore e quindi qualcuno potrà utilizzarla più agevolmente per inventare qualcos’altro e avere successo. Ciò significa, di fatto, premiare il reddito.

Se pensate che alla categoria del diritto d’autore  si iscrivono al tempo stesso quelli su un’opera letteraria e quelli sul Dna, avrete chiaro la dimensione planetaria del problema.

La guerra del copyright, perciò, è una guerra fra chi vuole difendere la rendita e chi vuole difendere il reddito. In questa partita, che tocca allo stato arbitrare, quest’ultimo dovrebbe essere il soggetto strategico. Potrebbe favorire la rendita allungando i tempi di tutela del copyright, o potrebbe favorire il reddito, diminuendoli. Oppure fare come Salomone: trovare il giusto equilibrio. Ad esempio collegando l’imposizione fiscale alla durata del copyright, in modo che crescano proporzionlmente, in tal modo estraendo dalla rendita un flusso di risorse equo che potrebbe destinare al reddito. Ossia ciò che serve per i suoi fini sociali.

Il problema è che un singolo stato può fare poco, visto che una qualunque multinazionale potrebbe registrare il suo brevetto ovunque le risulti conveniente. A meno che, certo, alla partita non partecipi uno stato che sia un gigante dell’economia.

Ma i giganti per ora tacciono.

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