Il segreto del successo della demografia francese


La Francia non è Parigi, pure se Parigi è la Francia. Questo apparente non senso racconta molto dell’evoluzione demografica dei nostri cugini d’Oltralpe, citati  – e a ragione – come i portabandiera della riscossa demografica dei paesi dell’eurozona, essendo i soli con l’Irlanda ad esibire un tasso di fecondità di due figli per donna, ossia il minimo sindacale per non far decrescere la popolazione al netto dell’immigrazione.

Diventa interessante, di conseguenza, osservare il caso francese per capire quanto e come le politiche di sostegno del governo, di sicuro rilevanti, abbiano contribuito al mantenimento della natalità, domandandosi se anche altri fattori vi abbiano contribuito. In sostanza per provare a falsificare, in senso popperiano, la vulgata materialista che trova nella spiegazione semplicemente economica la chiave di comprensione degli andamenti demografici.

Come sempre, faccio riferimento ai dati dell’istituto francese di statistica iniziando da quelli aggregati. Un primo approfondimento utile lo trovo in quest’articolo, pubblicato nel marzo scorso, che riepiloga molte delle variabile che ci interessa osservare. La prima cosa che mi colpisce è il grafico che illustra le nascite dal 1900 al 2015. Ricordo che i valori assoluti, per avere significato, dovrebbero essere sempre raffrontati col totale della popolazione, ma in ogni caso sono un indicatore utile da osservare.

All’inizio del secolo scorso le nascite superavano le 900 mila l’anno. Nel 2015 siamo a circa 100 mila meno. Nel 115 anni trascorsi si osservano tre momenti in cui le nascite crollano: nella seconda metà degli anni Dieci, quando c’era la Grande Guerra, con le nascite che si dimezzano. Subito dopo il gap viene rapidamente colmato e già nel 1920 le nascite erano tornate sopra le 800 mila. Una lunga fase di declino si sviluppa da quell’anno in poi per toccare il minimo nei primi anni ’40, poco sopra le 500 mila. Da quel momento in poi la curva si rialza raggiungendo il picco massimo nel 1950, poco sotto le 900 mila. Nel ventennio fra il 1950 e il 1970 le nascite oscillano per tornare, sempre in valore assoluto, al livello originario, poco sotto le 900 mila. Poi si osserva un altro rapido declino, con l’ingresso nell’età fertile della generazione dei primi anni ’50, che porta le nascite poco sopra le 700 mila a metà dei Settanta. Da quel momento risalgono a 800 mila nel 1980, dove, con andamento oscillante, si sono mantenute fino ad oggi. I tre momenti di forte declino individuati quindi sono in corrispondenza di due guerre e dei primi anni ’70.

Se vogliamo confrontare il numero dei nati con l’andamento della popolazione, dobbiamo incrociare gli indici di natalità con l’indicatore medio di fecondità. Ricordo che il primo misura il numero di bambini vivi nati in un anno ogni mille abitanti. Il secondo il numero medio di figli delle donne in età fertile. Il pattern francese non è così dissimile da quello di altri paesi avanzati, europei e non: si fanno meno figli e sempre più tardi. Il tasso di natalità, che era a 20,6 nel 1950, nel 2015 è arrivato a 12 per la Francia, e a 11,8 per la Francia metropolitana. L’indicatore di fecondità, che nel 1950 quotava 294,7, tocca il suo minimo di 177 per la Francia metropolitana nel 1990, per poi risalire verso l’attuale 193,1, a fronte del 196,1 della Francia nel suo insieme. Anche in Francia come altrove è andata aumentando l’età media in cui si diventa madri, ormai di poco superiore ai 30 anni. A differenza di altri paesi con più alta partecipazione al lavoro come il Canada, che abbiamo visto come possa essere considerata un’altra variabile che influenza la natalità, quella francese è ancora relativamente contenuta seppure molto cresciuta, come si può osservare leggendo questo articolo.

Questa semplici osservazioni comunicano un’evidenza: l’andamento demografico francese non è così diverso da quello dei paesi vicini. E’ stato solo più resiliente. Dobbiamo perciò chiederci perché.

La risposta più semplice è che le politiche governative di sostegno alla natalità, in effetti invidiabili per i genitori italiani e non solo, abbiano contribuito significativamente. E poiché esiste una vasta letteratura che sostiene questa ipotesi, mi sembra persino superfluo sottolineare questo punto, che in fondo è alla base dell’ipotesi materialista che si facciano figli in relazione alle possibilità economiche. Sarebbe saggio anche domandarsi, visto l’andamento della partecipazione al lavoro, se la qualità e la quantità di questa partecipazione abbia influenza sulla natalità. Abbiamo già discusso del sostanziale dilemma che ogni donna deve affrontare fra produrre – leggasi partecipare alla crescita del Pil – e riprodurre, e quindi partecipare alla crescita della popolazione, e sarebbe poco saggio non tenerne conto. Tale dilemma è chiaramente visibile già nell’aumento dell’età della prima gravidanza. Ma è interessante anche a esplorare un altro punto di vista che scopro essere poco frequentato: l’articolazione della distribuzione della popolazione sul territorio.

Mi viene in aiuto un altro articolo dell’ufficio francese di statistica dove si osserva la scomposizione dell’indicatore di fecondità per aree dipartimentali. Qui la prima evidenza che salta all’occhio è l’andamento dell’indicatore per l’Île-de-France, il dipartimento che ospita la capitale Parigi. Qui lo schema è curioso. La parte a nord est di Parigi ha un indicatore oltre 250, ossia 250 figli per mille donne fertili, quelle intorno a Parigi fra 182 e 250. Parigi è fermo a 156, il livello più basso della Francia dopo quello del sud della Corsica. L’indicatore 200 fa riferimento a tutta la Francia, dunque maschera profonde differenze che non possono esse spiegate semplicemente con la questione del sostegno governativo, che vale per tutti i dipartimenti, ma evidentemente hanno a che fare con lo stile di vita e la cultura del territorio.

Il dato di Parigi, che sta sotto al livello della media Ue, dice assai più della demografia francese di quanto non spieghino le analisi economicistiche sul sostegno alla maternità. La Francia non è Parigi, appunto, ma Parigi è, nel nostro immaginario, la Francia. Quest’ultima invece vive in una vasta provincia, che i dati sull’ultimo censimento distribuiti nel giugno scorso fotografano con chiarezza.

Dall’analisi emerge una delle caratteristiche salienti dell’articolazione territoriale francese, relativamente al numero di abitanti: poche grandi città, una capitale enorme, una pletora di piccoli comuni. Qualche numero aiuterà a comprendere. I grandi arrondissement sono tre: Marsiglia, Lione e Parigi. Marsiglia nel 2013, anno a cui è aggiornato il censimento, contava circa 855 mila abitanti, Lione circa 500 mila, Parigi, con i suoi 20 arrondissement circa 2,2 milioni di abitanti.

Se retrodatiamo l’osservazione al 1968, fino a dove risale la serie storica, osserviamo che Marsiglia contava circa 889 mila residenti, Lione 527 mila, Parigi 2 milioni 590 mila. Quindi le grandi città hanno perso abitanti. Tendenza quest’ultima che si può riscontrare con l’andamento delle nascite. La serie delle nascite non risale al ’68 per tutte e tre le città, quindi dobbiamo accontentarci dal dato parigino. Fra il 1968 e il 1975 a Parigi sono nati 262 mila bambini. Nei dieci anni successivi erano poco più 220 mila. Fra il 2008 e il 2013, ultimo confronto disponibile, 152 mila. Se volessimo confrontare un periodo analogo al primo, quindi di dieci anni, possiamo osservare il dato più vicino, ossia 1999-2008, quando le nascite sono state 284 mila. Va detto però che nel frattempo è aumentata, fra il 2000 e il 2014, la percentuale di nascite in famiglie con entrambi i genitori stranieri, passata dal 6,5 all’8,4%, così come quelle derivanti da matrimoni misti, dall’8,7 al 14,1%, a discapito delle famiglie di francesi, che in quattordici anni sono diminute dall’84,8 al 77,5%. In sostanza l’aumento della natalità a Parigi sconta il contributo degli immigrati. E il decennio 1999-2008 è stato quello che ha visto crescere la popolazione parigina di circa 100 mila unità, mentre dal 2008 è rimasta stabile e comunque inferiore rispetto agli ’60.

Se adesso andiamo a vedere la distribuzione della popolazione negli oltre 36.600 unità comunali censite, osserviamo che al netto dei tre grandi arrondissement, che insieme sviluppano circa tre milioni e mezzo di abitanti, gli altri circa 62 milioni vivono in miriadi di piccole città, fra le quale quelle che superano i 100 mila abitanti non sono più di una decina. Sono questi piccoli centri dove si è concentrata la gran parte della popolazione della Francia e dove si è registrato l’incremento più deciso della natalità nel corso del tempo.

Questa analisi, pure se sbrigativa, suggerisce che la distribuzione territoriale possa avere una qualche influenza nello sviluppo demografico. La grande città sembra scoraggi la genitorialità al contrario di quanto accade nei piccoli centri, pure a parità di incentivi economici. Le ragioni posso essere diverse e ognuno può immaginarle.

Il mio sospetto è che il segreto del successo della demografia francese risieda nella sua fisionomia del territorio urbano piuttosto che nelle sue scelte fiscali. Forse sarebbe saggio aggiungere anche questo elemento di riflessione al quadro d’insieme.

(6/segue)

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