Cronicario: L’Arabia si quota e la Cina fa strike


Nero è il colore del giorno, come il petrolio, e screziato di verde, come i dollaroni che l’Arabia Saudita ha chiesto al mondo in cambio di un pugno di bond, che non sarebbe una notizia se non fosse la prima volta che i monarchi del Golfo si affidano alla volgarità del mercato per spuntare un prestito. Nero d’altronde è anche il colore dell’orizzonte finanziario saudita, con un deficit notevole provocato proprio dai ribassi petroliferi.

E così la notizia che l’Arabia Saudita si “quota” nel mercato dei bond riscuote un notevole successo. Di pubblico e di critica, visto che campeggia sulle aperture pomeridiane della stampa internazionale e raccoglie adesioni entusiastiche degli investitori. D’altronde il tasso era più che appetitoso, con uno spread di 140 punti base sul decennale Usa, che di questi tempi è un bel guadagnare. Sempre che uno si fidi. E poiché la domanda è stata robusta, alla fine dei conti l’Arabia ha pure pagato qualcosina meno. Benvenuti allora nel magico mondo delle borse ai nostri cugini arabi.

Mi chiedo se questo miracolo sarebbe accaduto se non fosse successo che nel corso del 2015 i paesi esportatori, come illustra una interessante ricognizione del Fmi, abbiano perduto 400 miliardi di incassi rispetto al 2014 a causa dei ribassi del petrolio. Un danno che comporterà un doloroso aggiustamento per molti di loro che, dice il Fmi, “durerà anni”. E anche qui: benvenuti nel club. E’ una vita che proviao ad aggiustarci senza troppo successo. E senza neanche il petrolio.

Viene il dubbio che i nababbi del petrolio vedano nero pure loro, il proprio futuro. E di sicuro cadrebbero in depressione se guardassero questo video diffuso da Fitch secondo il quale il progresso delle auto elettriche metterà a dura prova i colossi del petrolio. E figuriamoci chi lo produce.

Nero d’altronde è un po’ tutto in questa giornata. Twitter rivomita un grafico di una settimana fa che farebbe impazzire di gioia i luddisti:

posti-di-lavoro-tech

In pratica i posti di lavoro negli Usa, nel manufatturiero collegato all’hi tech, sono crollati dal 1990. Sono cresciuti – poco – solo quelli collegati al settore software/publishing e le paghe hanno avuto un’andamento simile. La Grande Rivoluzione del digitale ha finito col corrispondere a una sconfitta dell’hardware a favore del software. Sarà vera gloria?

Difficile rispondere, anche perché nel frattempo è uscito un altro grafico, stavolta dell’Ocse, che fotografa l’ennesima evoluzione (fin troppo osservata) dell’ultimo trentennio: quella della diseguaglianza. Anche qui, gli Usa sono imbattibili:

ocse-diseguaglianza

la sorpresa semmai è osservare che subito dopo viene l’Austria: qui il 10% più ricco detiene oltre il 60% della ricchezza totale (negli Usa è il 76%). Keynes scrisse nel 1919 che la diseguaglianza del XIX secolo aveva consentito accumulazione, investimenti e sviluppo. Dovremmo credere che la storia si ripeterà?

Mah. Per intanto mi tocca leggere questo pezzo de Linkiesta che affronta temi assai fastidiosi per le anime belle del nostro paese: il nostro sballatissimo modello sociale e di welfare. Siamo il Paese dei nonni che mantengono i nipoti, e questo lo sapevamo già. Ma che tristezza. Il pezzo è interessante anche per questo grafico che mostra come stia evolvendo il nostro vivere insieme:

vecchie-mancette

Evidenzio solo un dato. Le famiglie pluricomponenti con due occupati – la fascia blu dell’istogramma, sono diminuite dal 45,1% del totale al 37,3% fra il 2004 e il 2015, mentre aumentano le monocomponenti con un occupato o non occupati (marrone e verde). In sostanza siamo sempre più tristi, solitari y final.

Nero perciò, questo mercoledì 19, ma con screziature di verde, stavolta come il colore della speranza, perché a un certo punto, nella mattinata, arriva il dato del pil cinese:

pil-cinese

La Cina fa il 6,7% anche il terzo trimestre del 2016. Sorvolo pudicamente sui sospetti di mezzo mondo sull’accuratezza delle statistiche cinesi. Sarà pure una palla, questo numero, ma serve allo scopo: fa cadere come birilli i dubbi sulla crescita cinese e serve un perfetto strike al governo ma soprattutto ai mercati. Domani qualcuno scriverà che il dato sul Pil cinese li ha rassicurati. Tanto basta. Capisco perché non sbaglia chi parla di alba del secolo asiatico. Ma quando osservo questo grafico, dove i punti in rosso individuano le megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti, sono ben contento di essere nato dall’altra parte del mondo.

popolazione

A domani.

 

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