Le metamorfosi dell’economia: Il lavoro di cittadinanza


Leggo su un quotidiano recente che “una delle maggiori ragioni di infelicità degli esseri umani è di non riuscire mai a far coincidere la vocazione con il lavoro, la passione con lo stipendio”, e mi stupisce non tanto la giustezza di questa osservazione, che mi pare nessuno possa mettere in discussione, quanto il fatto che tale consapevolezza ormai sia talmente diffusa da finire sulle pagine di un giornale, che è la migliore approssimazione possibile del transitorio. Ciò malgrado rimane talmente distante dalla testa dei nostri decisori che il massimo che ci può capitare è che qualcuno lo scriva su un giornale. Nessuno ha mai pensato seriamente di risolvere questo problema.

Intravedo, in questa noncuranza, una profonda immaturità sociale e un cascame tragico, derivante dalla consuetudine secolare di immaginarsi il lavoro come fonte di dispiacere, piuttosto che di realizzazione. Malgrado la nutrita retorica sui poteri taumaturgici del lavoro, nei fatti le nostre società si sono rassegnate al fatto che intanto bisogna avere un lavoro, purchéssia. I pochi fortunati che coniugano passione e stipendio sono eccezioni, non la regola.

Questo difetto di immaginazione si è aggravato per colpa della crisi. Il dramma della disoccupazione spinge le persone ad avvalorare la regola non scritta che associa tormento a retribuzione, e i nostri economisti – per lo più professori universitari, come se le due cose debbano coincidere per forza – non contribuiscono in nessun modo a dissipare questo equivoco. A furia di ragionare per aggregati, hanno smarrito gli individui.

Poiché il presente è deludente, possiamo solo provare a immaginarci un futuro usando l’attualità a mo’ di pretesto. Uno spunto interessante ce lo fornisce la Svizzera. Il 5 giugno nel paese elvetico si terrà un referendum per dare un reddito a tutti i cittadini, a prescindere dalla circostanza che lavorino a no. Ovviamente il dibattito ferve. Se siete interessati ad approfondire qui trovate tutte le informazioni. Ma ciò che è utile sottolineare è il pensiero secondo cui le persone hanno il diritto di avere un reddito che li liberi dall’obbligo di lavorare per un altro. La proposta svizzera, a differenza delle tante che esistono anche nel nostro paese, separa il reddito dalla prestazione lavorativa. Come era prevedibile, le associazioni datoriali dei produttori sono fortemente critiche.

Per quanto istruttivo da osservare – l’esperimento elvetico è nato su iniziativa dei cittadini, non dei politici che anzi nicchiano – la proposta rimane in un ambito parzialmente tradizionale. Quello, vale a dire, che individua nel reddito monetario lo strumento, mentre è innovativo laddove insiste sulla separazione fra prestazione e retribuzione. E’ un buon inizio, ma incompleto. Anche perché contribuisce alla permanenza del pensiero che il lavoro, in fondo, è una seccatura imposta dalla società della quale si farebbe volentieri a meno. O almeno molti ne farebbero a meno.

E’ necessario quindi, fare un passo ulteriore. Dobbiamo pensare a una società in cui non sia il reddito di cittadinanza lo scopo del sistema sociale, ma semplicemente il lavoro. Ciò che dovremmo perseguire è un sistema dove passione e stipendio, per usare le parole del nostro giornalista, siano intrinsecamente collegate. E questo richiede una modalità di retribuzione che colleghi inevitabilmente una prestazione a un potere di scambio. La differenza rispetto a quanto accade adesso è che l’onere (e l’onore) di scegliere la prestazione ricade su ognuno di noi, mentre la retribuzione è garantita dal sistema. Questo sistema richiede una profonda assunzione di responsabilità individuale e un costante lavoro di ricerca su se stessi. Perché in tal modo si distrugge l’alibi che la nostra infelicità dipenda dal sistema. Dipende solo da noi.

Il sistema lavora su due binari paralleli: quello tradizionale, collegato al mercato del lavoro – non si può escludere che la vostra passione sia prezzata dal mercato (o in alcuni settori dallo stato) e che siate tanto bravi da riuscire a convincere il mercato (o lo stato) a retribuirvi – e quello nuovo, collegato a una diversa organizzazione che sposi i principi dell’economia del tempo che abbiamo sinora delineato. I due sistemi possono anche coesistere. Il lavoratore può essere retribuito insieme dal mercato e dall’organizzazione non monetaria, con due diverse valute che svolgono funzioni diverse.

Faccio un esempio che spero chiarisca. Una madre fa un lavoro impagabile per un figlio, già da quando lo nutre nel suo grembo. E infatti non viene pagato. Malgrado la stucchevole retorica sulla famiglia e la bassa natalità, non esiste nessun meccanismo sociale che retribuisca la madre per lo straordinario lavoro che fa. Anzi. Può anche succedere che perda il suo “vero” lavoro. Con la conseguenza che il suo minor reddito va a diminuire i consumi collettivi.

Nel sistema che stiamo immaginando la madre verrebbe pagata per il tempo che sta dedicando a suo figlio dalla nostra organizzazione terza, rispetto al mercato e allo stato, con un potere di scambio che le restituirebbe un potere d’acquisto reale che, oltre a facilitarle la vita, avrebbe un impatto economico positivo per tutti. Nulla vieta di immaginare che questa madre, in conseguenza della sua esperienza, scopra di avere talento, attitudine e passione per la cura dei bambini, e perciò decida di offrire i propri servigi all’interno dell’organizzazione che finora l’ha retribuita, mettendo a disposizione il proprio tempo a qualcun altro e, con ciò facendo, continui a godere della sua retribuzione. Oppure che magari apra al tempo stesso un asilo nido e offra i suoi servigi anche al mercato. L’unico limite è l’immaginazione. E la volontà. Qualora un domani la sua passione per gli infanti si esaurisca, è sufficiente che ne individui un’altra e inizi a condividere il suo tempo dedicandolo a quest’ultima e a qualcuno che da questa passione trae un’utilità valida, e il ciclo continua. In questo sistema, semplicemente, non è possibile essere disoccupato, a meno che non lo si voglia.

Una società organizzata secondo questi tre pilastri – uno stato, un mercato e un altro settore, autenticamente terzo rispetto allo stato e al mercato – sarebbe in grado di occupare costantemente i propri cittadini garantendo loro il diritto di lavorare secondo le proprie attitudini, i propri meriti e le proprie capacità, per parafrasare il celebre detto di Saint Simon. Sarebbe insieme liberale, perché fondata sulla libertà personale, e socialista, intendendo il socialismo nell’unico significato che dovrebbe avere diritto di cittadinanza politica: quello della costruzione della socialità. In tal senso sarebbe un sistema basato sull’economia reale, non più sull’Egonomia che sta ammalando tutti. Sarebbe una società inclusiva: il punto di arrivo ideale che conclude secoli di guerre combattute per un benessere che adesso finalmente abbiamo raggiunto ma che dobbiamo imparare ad utilizzare.

Perché la cosa più incredibile, alla quale purtroppo nessuno fa caso, è che oggi questo sistema è davvero possibile. E non è detto che lo sarà anche domani.

(27/segue)

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  1. blikc

    la rassegnazione e la frustrazione non derivano dal fare o non fare un lavoro che piace o dall’essere fortunato nell’averne uno. il problema nasce dall’aver livellato a zero la società privandola della sua naturale gerarchia cioè della speranza che tutti hanno di salire nel corso della vita lasciando il posto ad altri che subentrano. questo movimento nella società, come sui mercati finanziari, dà la motivazione all’investimento e quindi al darsi “da fare” pur non avendo certezze. una borsa fissa non attirerebbe nessuno. una società fissa non attira nessuno né investitori e né spinge le persone a lavorare.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      la sua analisi manca dei soggetti responsabili di tale presunto livellamento, e soprattutto del come uscirne. a tal proposito, molto modestamente, suggerisco che ognuno di noi prenda la responsabilità della propria vita all’interno di un sistema sociale più articolato e libero. non è detto che tutti ambiscano a salire la gerarchia sociale. molti si accontentano di non sprofondarvi, economicamente parlando. per alcuni il tempo libero è più prezioso di qualunque remunerazione. per altri vale il contrario. una società libera dovrebbe dare diritto di cittadinanza all’uno e all’altro, senza giudicarlo.
      grazie per il commento

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  2. blikc

    infatti non si parlava di salire per forza o di scendere ma sicuramente è illusorio pensare di rimanere fissi e immobili. perché ciò elimina la speranza cioè la gerarchia cioè il movimento cioè una ragione per darsi da fare. anche dedicarsi al tempo libero come dice lei significa “darsi da fare” perché si produce qualcosa per qualcuno che magari offre un servizio. mentre non fare nulla significa né spendere né guadagnare né produrre un qualsivoglia capitale. il responsabile si capiva tra le righe ovvero appunto la cultura monarchica millenaria europea che impedisce al popolo di partecipare ma solo di aspirare ad un qualche forma di assistenza. la soluzione è ovviamente aprire il mercato e dare credito e impedire le grandi concentrazioni. non liberalizzare che significa appunto anarchia bensì allargare mantenendo regole ferree attuali che impediscono le concentrazioni eccessive. cioè pensare ai cittadini come a generatori di capitali e non come persone da assistere coi capitali importati usando il surplus mercantilistici perché gli altri paesi non ci pensano minimamente a mantenere gli europei. ormai sono capitalisti anche loro. nessun paese in surplus mantiene uno in deficit.

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      • blikc

        che piaccia o no è così. vi hanno insegnato ad odiare i capitali per escludervi dal gioco ed espropriare il vostro gratis. le nuove tecnologie stanno facendo il contrario, stanno smobilizzando il vostro capitale restituendovi il valore e includendovi nel sistema.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        personalmente a me non ha insegnato niente nessuno, se non la miriade di libri che ho studiato e letto. concordo anche sulle nuove tecnologie. ma per favore, non mi dia del voi
        grazie per il commento

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