Le metamorfosi dell’economia: La riconciliazione di ozio e negozio


Dobbiamo alla latinità, o quantomeno a come è stata tramandata, la separazione fra otium e nec otium, quindi fra tempo speso in attività libere che giovano al progresso dell’individuo e tempo speso per gli affari e gli obblighi della vita quotidiana. In sostanza si distingue fra ciò che piace a me fare e ciò che devo fare in ragione dei miei obblighi sociali. Per gli altri, insomma. Per chi non lo ricordasse, la particella nec, in latino, implica negazione. Quindi il nec otium, che la vulgata giudica essersi evoluto nell’italiano negozio – ossia nel sinomino degli affari – era inteso dagli antichi come tempo speso ad occuparsi di cose correlate agli affari quotidiani. Ciò che oggi chiamiamo genericamente lavoro.

Poiché nasce da una negazione, il nec otium non poteva che, logicamente, essere un’opposizione. L’ozio, che i latini intendevano in modo assai diverso da come lo intendiamo noi, quindi, era considerato l’opposto del negozio. Al punto che molti giudicavano il nec otium poco onorevole e quindi adatto solo alle classe più basse della società.

Tale sentire connotò negativamente per secoli il rapporto dell’uomo col negozio. L’influenza della cultura religiosa, prima, e politica, poi, determinò lentamente il mutamento. L’ozio, prima desiderato divenne esecrato. L’ozioso, prima ammirato, divenne oggetto di riprovazione. Ozioso divenne un insulto, quando prima rivelava una qualità positiva.

Al contrario il negozio, che godeva di una pessima reputazione sin dai tempi di Aristotele e che tale conservò fino al Medioevo, finì con l’essere sacralizzato nella nuova ideologia del lavoro, che la rivoluzione industriale finì con l’edificare per convincere orde di persone a rendersi felicemente disponibili per la nuova forma di lavoro che andava ad affermarsi, sostituendo antiche consuetudini: il lavoro salariato.

L’ideologia del lavoro fu, ed è tuttora, una delle colonne portanti del sistema capitalistico. E fu anche questa frutto di una lunga evoluzione sociale, sponsorizzata da filosofi e pensatori. La riforma protestante, soprattutto grazie all’opera di Calvino, farà assurgere il lavoro a categoria di valore universale. E più tardi Locke, lo abbiamo visto, farà del lavoro l’unico motivo che legittima la proprietà privata, ossia l’altro fondamento del nostro attuale sistema economico.

Non serve citare altri esempi. Vale la pena ricordare però che la costituzione sovietica del 1936 riportava all’articolo 12 che soltanto chi lavorava aveva diritto di mangiare. Ciò per dire che la teologia del lavoro ha radici profonde ed esiti comuni anche a ideologie concorrenti.

Oggi il conflitto fra ozio e negozio è tutt’altro che risolto. L’ozio rimane nella sapienza popolare il padre dei vizi. E il negozio/lavoro il dovere di chiunque voglia mangiare mitigandosi di recente tale necessità con il compito, assegnato alla politica, di farlo corrispondere a un diritto da assicurare. E’ evidente che secoli di consuetudine non spariscono in un batter di mani, però possiamo tentare alcune osservazioni che lasciano immaginare come i tempi siano maturi per arrivare finalmente a una riconciliazione fra ozio e negozio.

La prima osservazione è sotto i nostri occhi e tuttavia raramente le diamo il giusto peso. Il mondo sta conoscendo un livello di ricchezza che mai nella storia era stato raggiunto. L’aumentare delle disuguaglianze materiali, che rimane assai pronunciato, non impedisce che un povero di oggi nelle economie avanzate sia più ricco di un benestante di un secolo fa in ragione dei beni a cui ha accesso o dell’assistenza, nelle sue varie forme, di cui può godere. Tale progresso è evidente ed è inutile sottolinearlo.

Altresì evidente è un’altra circostanza, ormai quotidianamente sottolineata, che però non viene mai associata alla prima: il mondo, almeno nei paesi cosiddetti avanzati, non ha mai visto una quota così rilevante di anziani sul totale della popolazione. Le previsioni a medio termine immaginano gli anziani sempre più numerosi – e anche questo è un sintomo di ricchezza – mentre le fasce più giovani, in relazione, regrediscono. Anche questi due processi hanno radici secolari, proprio come il conflitto fra ozio e negozio. Quindi è probabile siano questi gli elementi che determineranno la nostra evoluzione sociale.

Ma che significa riconciliare ozio e negozio? Significa semplicemente dare il giusto valore al lavoro, e quindi al tempo che ad esso dedichiamo. Valore sociale, prima ancora che monetario. Quindi costruire un sistema istituzionale dove l’otium di una persona coincida con il suo nec otium. Tutti devono avere la possibilità di esprimere se stessi nel lavoro e ricavare il reddito di cui hanno bisogno. Su questa proposizione c’è già un diffuso consenso sociale che però cozza con la struttura dell’organizzazione dell’attuale mercato del lavoro. E poiché è irrealistico immaginare che quest’ultimo cambi sostanzialmente, ciò implica che dobbiamo affiancargli una organizzazione del lavoro che gli sia in qualche modo complementare che consenta di arrivare a una sostanziale democratizzazione dell’ozio. La qualcosa rappresenta un chiaro aumento di benessere per le nostre popolazioni.

In sostanza, l’otium latino, che significa tempo speso a occuparsi di ciò che giova all’individuo, deve includere il nec otium, ossia giovamento con la propria azione all’altro da sé. Nello scioglimento della (apparente) contraddizione fra otium e nec otium si scioglie anche l’altra (apparente) contraddizione fra Io e Altro. Il che oltre ad essere una notevole evoluzione economica, è anche un’altrettanto notevole evoluzione spirituale.

Malgrado l’apparenza non sto facendo filosofia. La ricchezza che abbiamo creato e l’età delle nostre popolazioni rendono oggi tutto questo non soltanto assai concreto, ma possibile se riusciamo a cogliere l’occasione storica che ci si presenta. E le vicende degli ultimi decenni consentono di coltivare un ragionevole ottimismo.

Che ci siamo avviati lungo la strada della democratizzazione dell’ozio, infatti, qualcuno l’ha già notato. Può essere utile ricordarlo.

(21/segue)

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  1. Jean-Charles

    Dal settore primario l’agricoltura, siamo passati al settore secondario l’industria ed infine al terziario.

    Dal terziario verso dove?

    Da pessimista si ritorna a neg-oziare zappando la terra nel primario. Da ottimista ad oziare in una società la più ricreativa.

    Grazie per l’analisi di negozio come negazione di ozio tramite la particella latina nec!

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      il pessimista dovrebbe pensare che alcuni possono essere felici zappando la terra.
      l’ottimista invece che si può essere molto tristi in una società più ricreativa.
      personalmente, coltivando entrambi i sentimenti, credo che dobbiamo lavorare innanzitutto su noi stessi prima di chiedere alla società di cambiare. ma poi chiederlo con determinazione. e mi pare che in svizzera, da dove lei scrive, stiate già chiedendo un notevole cambiamento con il referendum di giugno sul reddito garantito per tutti. al di là di ciò che se ne pensa, è una grande dimostrazione del potere della democrazia, quando il popolo funziona.
      grazie per il commento

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