Etichettato: reddito di cittadinanza

Cronicario. I braccianti di cittadinanza


Proverbio del 2 aprile Pietra dopo pietra si spiana una montagna

Numero del giorno: 950 Morti in Spagna di coronavirus nelle ultime 24 ore

Dobbiamo esser grati, in questi tempi di triste domicilio coatto e pure luttuoso, a chi impegna il suo tempo per dire una qualche minchiata capace di tirarci su il morale. Perché è facile, in tempo di pace, ma in tempo di guerra vorrei vedere voi.

Oddio, è pur vero che il contesto aiuta. Per dire: ho chiesto urbi et orbi cosa devo fare, ai tempi del coronacoso, se il mio sindaco ha ordinato qualcosa, il mio presidente di regione un’altra e il governo ha decretato un’altra cosa ancora. L’Italia si è spappolata in qualche migliaio di governi.

Poi ho capito: la potenza del lockdown è direttamente proporzionale al numero di pagine decretate. Quante più sono, meglio è: nel dubbio non ti muovi.

In fondo è una vita che andiamo avanti a paginate di Gazzetta Ufficiale. Ma ci sono politici e politici, ovviamente. Quelli capaci di dire minchiate davvero avvincenti in tempi tristi e luttuosi sono rarissimi, ma per fortuna ci sono. Si potrebbe pensare che lo fanno per vanità e tornaconto, ma sarebbe sbagliato: la loro è pura generosità.

Sicché non appena uno di costoro – uno fra i più dotati ça va sans dire – ha saputo che mancano 200 mila braccia sui campi italiani, necessarie fra l’altro a garantire i regolari approvvigionamenti ai nostri affollatissimi deschi, questo fenomeno se n’è uscito dicendo che anziché cercare risorse all’estero, come pure qualcuno aveva paventato, vengono prima gli italiani a lavorare sui campi, a cominciare da quelli che hanno preso il reddito di cittadinanza. “Il Paese li ha aiutati, adesso è il loro turno”, ha concluso.

Non pago d’aver fatto una minchiata (il reddito di cittadinanza) oggi ne pure proposta una deliziosissima per tirarci su di morale (i braccianti di cittadinanza). L’essenza del genio.

A domani.

Cronicario. Evviva: i lavori forzati di cittadinanza


Proverbio del 21 febbraio Il cuoco inesperto accusa sempre il forno

Numero del giorno: 0 Inflazione acquisita in Italia per il 2020

Mi sentivo un po’ triste perché con oggi il Cronicario chiude per un po’ dovendo attendere a inderogabili impegni e gravose responsabilità.

Mi apprestavo a vergare due righe di commiato, quando improvvisamente sento una gentile signorina, sedicente onorevole, dire che ormai stanno per partire i PUC: i progetti utili alla collettività. La cosa mi giunge nuova, pure se già l’avevo sentita.

Ma non state a pensar male. Nelle bellissime slide pubblicate dal governo trovo immagini come questa sotto che improvvisamente mi fanno tornare il buon umore.

Capite bene che il Cronicario ha tutte le caratteristiche di cui sopra: 1) tutela il bene comune del cazzeggio; 2) promuove la cultura del futile; 3) è molto social; 4) ha una chiara vocazione artistica; 5) è sostenibile: non lascia tracce; 6) forma le classi dirigenti del futuro.

Perciò corro a fare subito domanda per avere un PUC. Chiederò due, tre, quattro – crepi l’avarizia – progettisti collettivamente utili con una di quelle offerte che non si possono rifiutare. Si occuperanno loro del Cronicario mentre io me ne dimentico per un po’.

L’avevano detto, d’altronde, che dopo il reddito di cittadinanza i nostri avrebbero trovato lavoro. Lavoro forzato. Ma sempre di cittadinanza.

Ci rivediamo a marzo.

Cronicario. E reddito (di cittadinanza) e lavoro vissero felici e contenti


Proverbio del 14 febbraio Come è l’insegnante, così è l’allievo

Numero del giorno: 461.700.000.000 Tasse pagate in Italia nel 2019

Poiché oggi oltre ad essere venerdì – giorno preferito del Cronicario – è pure la festa degli innamorati, ho deciso di raccontarvi di una coppia di fatto (che dovrebbe essere anche di diritto), ma che nella realtà spesso è una coppia che scoppia: ossia il reddito e il lavoro.

Cominciamo dalla fine, visto che è lieta. L’Anpal, che sarebbe l’agenzia nazionale politiche attive, ha annunciato di aver accasato – nel senso di trovato un impiego – a quasi 40.000 mila redditieri di cittadinanza.

Questo risultato è figlio della convocazione di 529.290 redditieri, sui 908.198 che dovrebbero essere. Di questi 500 mila e rotti se ne sono presentati all’appuntamento 396.297 (gli altri erano impegnati) e 262.738 hanno firmato un “patto di servizio”. Gli altri centomila no, a quanto pare.

Ma non stiamo a spaccare il capello. La bella storia è per quarantamila cittadini il reddito e il lavoro si sono accoppiati, e adesso vivranno per sempre felici e contenti.

Perché fosse necessario avere un reddito per trovare un lavoro e non il contrario rimane misterioso. Ma al cuore non si comanda.

Buona festa e buon week end.

Cronicario: La rivoluzione che ci salverà: più ispettori per tutti


Proverbio del 29 gennaio Il fondo del cuore è più lontano del fondo del mondo

Numero del giorno: 135 Debito pubblico in % Pil in Italia nel 2020 per il Fmi

A un certo punto di una giornata, funestata dalle pestilenti notizie che arrivano dalla Cina, succede l’inimmaginabile: una convergenza parallela fra il Fmi e il presidente Inps.

Lo so: è incredibile. Nessuno poteva immaginare che l’élite internazionalista sorosiana potesse incontrarsi col teorico della disoccupazione come strumento dell’ampliamento del deficit fiscale, assurto perciò a importanti responsabilità. Eppure è così. Sia l’uno che l’altra convergono sul punto: serve maggiore lotta all’evasione fiscale.

Vengo e mi spiego. L’uno si è esibito in una qualche audizione parlamentare lanciando un preoccupante grido di dolore: nel 2019 le ispezioni dell’Inps sono state solo 14.000 a fronte delle 80.000 del 2012, dice. Ma poi la notizia è che di queste su 14.000 imprese controllate, 12.000 avevano commesso irregolarità. Perciò, apriti cielo.

Ora rimane il fatto che le 80.000 aziende controllate avevano originato sanzioni per 1,1 miliardi nel 2012, mentre le 14.000 del 2019 (di cui 12.000 irregolari) 873 milioni, poco meno. Quindi potremmo dedurne che è aumentato il valore marginale delle sanzioni, e che di conseguenza i 1.083 ispettori dell’Inps del 2019 lavorano meglio dei 1.510 del 2012. Ma per il nostro presidente – non a caso teorico della disoccupazione espansiva col reddito cittadinanza – vale il contrario. L’Inps deve tornare ad assumere ispettori, perbacco e perdinci, visto che non crede “si siano ridotte le irregolarità”.

Capitolo due: il Fmi. Lorsignori come ogni anno hanno rilasciato la loro analisi sulla nostra economia, isolando qua e là perle come un deficit previsto al 2,4% quest’anno a fronte di un debito al 135, con un pil inchiodato al +0,5%, non trascurando ovviamente raccomandazioni molto signorilmente trascurate dai nostri policymaker. Tipo: l’Italia deve mantenere l’età della pensione ancorata all’aspettativa di vita e legare strettamente gli assegni ai contributi versati nell’arco della vita lavorativa.

Per non parlare del reddito di cittadinanza che, scrivono, rischia di scoraggiare la partecipazione al lavoro.

Ma quello che avrà fatto vibrare di gioia il fan degli ispettori Inps è stato il riferimento alla lotta all’evasione, che, dicono i sorosiani, deve proseguire, visto che secondo loro serve un intervento sul cuneo fiscale pari al 2% del pil – una robetta di oltre 30 miliardi, a fronte dello 0,2-0,3% della manovra del governo, da recuperare ampliando la base imponibile Iva, rivedendo le rendite catastali e ovviamente, con la lotta all’evasione. Chiaro?

La soluzione ai nostri mali è semplice quanto rivoluzionaria: più ispettori per tutti. Qualcuno pagherà.

A domani.

 

A cosa (non) sono serviti quota 100 e reddito di cittadinanza


Si disse a suo tempo, quando la hybris del governo del cambiamento sconfiggeva (a parole) la povertà e preconizzava tempi bellissimi, che reddito di cittadinanza e quota 100 avrebbero consentito di raddrizzare il legno storto del nostro sviluppo socio-economico, per la semplice ragione che il sussidio, associato a politiche attive per il ricollocamento, e la pensione anticipata avrebbero fatto sinergia promuovendo insieme l’occupazione e la spesa delle famiglie, realizzando quella che con un’iperbole persino comica fu definita il nuovo miracolo italiano.

Tornare su queste memorie non ha fini maramaldeschi, visto che non serve infierire su un paese che ha il chiuso il suo “anno bellissimo” con una crescita dello 0,2% e prevede di completare il suo nuovo miracolo italiano con una crescita dello 0,5% quest’anno.

Lo scopo di questa analisi, invece, è provare a far sentire, a chi non ha scelto di esser sordo, che giova poco spacciare soluzioni semplici – magari basate su identità contabili – a problemi complessi. Chi ancora predica magici effetti moltiplicativi del deficit pubblico, quando al massimo questi ultimi servono a moltiplicare i consensi presenti a spesa del futuro, dovrebbe quantomeno riconoscerlo. Pure oggi, che si predica la necessità di un “fisco di sostegno”, con il tutto e niente che significa, bisognerebbe ricordarsi che l’economia di un paese non la cambi con uno sgravio fiscale.

Veniamo al punto. I dati contenuti nell’ultimo bollettino economico di Bankitalia ci dicono che quel poco di crescita del 2019 è arrivato dalla domanda interna (spesa famiglie+investimenti fissi lordi) e dall’export.

L’anno prossimo invece il contributo dell’export si stima verrà più che compensato dalla crescita delle importazioni, con la conseguenza che non avrà effetti sulla crescita stimata, interamente dipendente dalla domanda interna. In particolare, l’unica componente a “tirare” dovrebbe essere la spesa delle famiglie, visto che gli investimenti declinano.

Sulla spesa delle famiglie, scrive Bankitalia, “il Reddito di cittadinanza innalzerebbe la spesa delle famiglie per un ammontare cumulato di circa 0,3 punti percentuali tra la seconda metà del 2019 e il 2020”. Eccolo qua il “magico” effetto moltiplicativo. Gli pseudo-keynesiani all’italiana dovrebbero farsene una ragione. Da un punto di vista macro l’effetto, che pure c’è, sembra assolutamente sproporzionato rispetto allo sforzo finanziario richiesto per generarlo. E con ciò non si vuole minimizzare il beneficio che molti ne hanno avuto, al netto pure delle tante distorsioni economiche o vere e proprie truffe che tale marchingegno ha stimolato. Semplicemente è giusto interrogarsi se tale beneficio non si sarebbe raggiunto ugualmente – e magari anche maggiore – con strumenti diversi.

La stessa domanda vale per Quota 100, altro provvedimento simbolo dell’altra ossessione che nutre questo paese: le pensioni. I promotori di questo provvedimento raccontarono agli italiani – che erano ben lieti di ascoltare – la favoletta che il pensionamento avrebbe liberato posti di lavoro, con ciò dimostrando di avere una comprensione approssimativa dei meccanismi del mercato del lavoro e soprattutto una sostanziale ignoranza della letteratura specifica. I pochi che osservarono che non esiste alcun automatismo che associ un nuovo posto di lavoro – anche più di uno secondo alcuni – a un pensionato furono classicamente tacciati di disfattismo.

Sempre Bankitalia scrive nel suo Bollettino che “l’occupazione crescerebbe a tassi moderati, poco più di mezzo punto percentuale all’anno nel periodo 2020-22”. Ciò in quanto “in linea con le regolarità empiriche” le uscite dal lavoro connesse all’approvazione di quota 100 “verrebbero solo parzialmente compensate da assunzioni”. Addirittura, “l’impatto di queste misure sull’occupazione complessiva
sarebbe nell’ordine di -0,4 punti percentuali”.

Quindi abbiamo spesa un numero imprecisato di miliardi – a debito – per far felice un pugno di pensionati anticipati senza raggiungere (tutto al contrario) l’obiettivo che ci si era proposti.

Alla fine tutto ciò che abbiamo ottenuto con queste misure è molto poco rispetto al tanto che ci sono costate, e non solo dal punto di vista economico. E il fatto che si parli ancora di pensioni significa che non abbiamo neanche ottenuto neanche un risultato minimo. Quello di smetterla.

 

Cronicario: La milionata di cittadinanza


Proverbio del 20 gennaio L’insetto silenzioso supera le muraglie

Numero del giorno: 4 Calo % produzione costruzioni in Italia a novembre

Nel giorno in cui viene fuori che una Onlus di Brescia affittava 250 lavoratori in nero, alcuni dei quali titolari di sussidio di disoccupazione, ai ristoranti della sua zona, non si può che salutare con un fremito commosso l’Inps che ha annunciato urbi et orbi di passare l’obolo di cittadinanza a 1 milione e 41 mila persone, per un importo medio di euro 493.

Fremito commosso perché sono certo che l’Inps, come ha fatto per i 56.000 che hanno avuto il reddito segato e per i circa 400 mila che ci hanno provato ma gli ha detto male, controllerà strenuamente la milionata di cittadinanza che alimento con le mie tasse di cittadinanza, esattamente come faceva per quei lavoratori in nero, beccati dalla finanza, che avevano il sussidio di disoccupazione. Perché i furbi ci sono dappertutto. Ma l’Inps vigila, signora mia.

Ma nel caso mi dovessi sbagliare – l’Inps non voglia – prego l’illustrissimo Presidente, che oggi su un noto quotidiano ha proposto di potenziare le pensioni, dare un salario minimo e di sconfiggere di nuovo la povertà, di passarsi una mano sulla coscienza. Ovviamente su quella di cittadinanza.

A domani.

Cronicario: C’ho lo shock fiscale e me ne vanto


Proverbio del 14 gennaio A ogni male è necessario un medico: il tempo

Numero del giorno: 424.390.000.000 Surplus commerciale cinese nel 2019

Mi volevo regalare un momento di serietà dopo aver letto che il surplus cinese del 2019 era cresciuto del 21,2% rispetto al 2018. Già mi sorgevano domande profonde tipo: ma come: e i dazi? E visto che gli Usa hanno diminuito il deficit commerciale verso i cinesi ad appena 295,8 miliardi (-8,5%) mi stavano persino sorgendo risposte profonde tipo: ah ma allora stanno vendendo ad altri, o dubbi inquietanti tipo: non sarà che stanno diminuendo le importazioni.

Sicché stava per venire fuori un Cronicario serio, quando per fortuna ha prevalso il genio italico nella forma di un osservatorio economico di commercialisti che mi ha comunicato una verità profonda: “Le famiglie italiane non hanno ancora assorbito lo shock fiscale del 2012”.

E allora tutto mi si è chiarito. Abbiamo (chi paga le tasse, quindi una minoranza) sulle spalle un peso fiscale che vale il 17,8% del pil, l’1,63% in più rispetto al fatidico anno. Da allora abbiamo recuperato un miserevole 0,18. Il grosso della fatica la sostengono le famiglie, assai più che le imprese e le istituzioni finanziarie.

Mi stavo deprimendo quando a un certo punto mi è caduta sotto gli occhi l’esternazione del presidente di un noto ente previdenziale divenuto celebre per quello che possiamo definire una specialità nazionale.

Notate il talento affabulatorio (rectius: cazzaro): “Valutando insieme i dati sulle pensioni, la congiuntura non particolarmente positiva e la tendenza lievemente in aumento nel mercato del lavoro possiamo dire che quota 100 non ha certamente avuto un impatto negativo sull’occupazione”.

Ma c’è anche di meglio: “Il reddito di cittadinanza, e così il decreto dignità, non creano lavoro in senso letterale, aiutano ad allocare il lavoro sul mercato attraverso l’incrocio tra domanda e offerta, come qualsiasi altra politica attiva. Per creare lavoro servono investimenti”.

Lo shock fiscale mi è sembrato persino piacevole.

A domani.

Cronicario: Il reddito c’è, manca la cittadinanza


Proverbio del 21 ottobre Le piogge più forti cadono sulle case più sconnesse

Numero del giorno: 23 Aumento % tariffe energia per le famiglie italiane in 10 anni

Della Brexit, a questo punto, meglio infischiarsene. Comunque andrà a finire sarà un recesso. Del governo nato dal governo del cambiamento che si avvia a passo di carica verso un altro cambiamento di governo, ancora di più. Comunque vada a finire sarà un processo. Quantomeno alle intenzioni. Perciò tanto vale concentrarsi sugli indubitabili successi che il vecchio governo di ha lasciato in eredità insieme a qualche punto di più in più di robetta da pagare.

L’avrete capito: mi riferisco al geniale reddito di cittadinanza che è servito finalmente a bandire dal nostro paese la piaga della povertà. Non di quella dei contribuenti che pagano all’osso, ovviamente. Ma quella degli incapienti. E perciò evviva, champagne, applausi, eccetera. Dormiamo tutti meglio sapendo che le nostre tasse hanno redento chissà quanti Oliver Twist regalando loro una prospettiva di vita.

E la cronaca ci dà ragione. Proprio in queste ore la guardia di finanza è riuscita a strappare dagli orridi del contrabbando di sigarette un gruppo di 50-60enni – Oliver un po’ grandicelli ma cheffà vogliamo discriminare? – che finalmente percepivano il reddito di cittadinanza ma non avevano terminato il periodo di preavviso con vecchio datore d’opera. Certo, non è facile lasciare un posto sicuro, specie al Sud, per una prospettiva di reddito che oggi c’è e domani chissà. Il vizio paga sempre, peraltro. La virtù chissà. E lo Stato paga poco.

Tutto ciò mentre dal Lazio arriva la notizia che un buon 30% dei redditieri di cittadinanza convocati per il colloquio – mica per un lavoro eh – dai centri per l’impiego non si è neanche presentato. La metà erano assenti giustificati, sia chiaro. Mamme con figli – evidentemente impossibilitate a prendersi una mezz’ora – ammalati e chissà cos’altro. Ma comunque già ben sintonizzati con l’esercizio italico del diritto al reddito. Quello c’è e lotta (a debito) insieme a noi. La cittadinanza seguirà.

A domani.

Non tutti i poveri assoluti hanno diritto al reddito di cittadinanza


L’ultima relazione annuale di Bankitalia contiene un breve approfondimento che ci consente di fare le prime osservazioni sugli esiti concreti, molto istruttivi, del reddito di cittadinanza. La banca ha svolto un parallelo fra l’istituto dei reddito di inclusione (ReI) e il reddito di cittadinanza (RdC) che ci consente di osservare diverse peculiarità del nuovo strumento di contrasto alla povertà, uno dei quali è particolarmente interessante. Per dirla con le parole di Bankitalia “la platea dei potenziali aventi diritto all’RdC coincide solo in parte con quella degli individui classificabili come poveri assoluti”. Come dire: non basta essere poveri per avere il RdC. Il che sicuramente sorprenderà molti, anche al governo.

Come si può osservare sul grafico di destra, fatto 100 il numero dei poveri assoluti, la quota di quelli eleggibili per il RdC, a livello nazionale, arriva a 59. Il 35% non ha i requisiti reddituali o patrimoniali, mentre il restate 6% non ha i requisiti di residenza. Se disaggreghiamo il dato nelle tre macroaree che compongono il paese abbiamo che al Nord il disallineamento fra poveri assoluti e percettori potenziali di RdC è ancora più ampio. Questi ultimi, infatti, sarebbero solo il 45% dei poveri, mentre al centro si arriverebbe al 57% e al Sud al 72%. Ciò malgrado, Bankitalia riconosce che il RdC migliora la situazione della popolazione con fascia di reddito più bassa. In caso di applicazione piena della norma, la povertà assoluta scenderebbe dal 7,3% al 4,4 della popolazione. Ma comunque rimarrebbe.

A determinare la differenza notevole fra Nord e Sud nell’impatto del Rdc concorrono innanzitutto il maggiore costo della vita a Nord rispetto al Sud, e poi la maggiore presenza di cittadini stranieri. Quanto al primo punto, è utile ricordare che la qualifica di povero assoluto “si basa sui livelli di consumo familiare dichiarati in indagini statistiche”. Quindi è evidente che un livello più elevato dei prezzi determina un minore livello di consumi e quindi “statisticamente” un numero più elevato di poveri. Ciò a fronte del fatto che l’accesso al RdC è condizionato da requisiti di reddito, patrimonio e residenza.

La maggiore presenza di stranieri a Nord, inoltre, rende meno pervasiva la penetrazione del RdC in queste regioni perché la norma ha previsto un requisito più stringente rispetto al ReI per avere diritto al sussidio (dieci anni di residenza in Italia anziché due). Quindi un immigrato che vive al nord da meno di dieci anni e che risulta povero non avrà diritto al sussidio. Ciò ha provocato l’esclusione “dalla platea degli aventi diritto di circa 90.000 nuclei che avrebbero avuto invece diritto al ReI (l’8 per cento del totale)”. A ciò si aggiunga che “la più elevata presenza di stranieri nel Centro Nord (dove rappresentano circa la metà degli individui che si collocano nel primo decimo della distribuzione del reddito disponibile equivalente) accentua la concentrazione dei nuclei beneficiari dell’RdC nel Mezzogiorno (53 per cento, contro il 40 del ReI)”.

Se guardiamo ancora al confronto fra ReI e RdC, emergono altre peculiarità. Innanzitutto emerge che “la spesa complessiva nelle stime del Governo, che ipotizzano un’adesione alla misura parziale da parte dei potenziali aventi diritto, è pari a regime a 7,2 miliardi, all’incirca il triplo di quanto previsto per il ReI”. La spesa complessiva sarebbe arrivata a 10,3 miliardi se tutte le circa due milioni di famiglie, pari a 5,3 milioni di persone, avessero fruito del diritto. Per il ReI si stimavano 1,1 milioni di nuclei familiari per 3,1 milioni di individui con una spesa complessiva di 3,3 miliardi. A fronte di queste stime, a fine maggio, secondo gli ultimi dati Inps le domande di sussidio erano arrivate a 1,252 milioni, con un tasso di rifiuto pari al 26%. Quelle accolte al momento sarebbero 674.000 con un importo medio di 540 euro.

Il RdC, inoltre, prevede anche un beneficio maggiore di quello del ReI, con un valore teorico – i famosi 780 euro al mese – che “si colloca in prossimità della soglia di povertà relativa stimata dall’Eurostat per il 2016, un livello più elevato nel confronto internazionale”. In Spagna, Francia e Germania provvedimenti simili al RdC raggiungono percentuali sulla soglia pari rispettivamente al 63, 50 e 39%. Quindi quando si dice che anche in altri paesi esistono strumenti analoghi al RdC bisognerebbe anche ricordare quanto eroghino. Anche perché c’è sempre il rischio di “spiazzare” l’offerta di lavoro. A tal proposito, scrive Bankitalia, “i conseguenti effetti di disincentivo all’offerta di lavoro potranno essere solo attenuati dal previsto potenziamento dei Centri per l’impiego”.

Altra caratteristica utile da sottolineare è che “nel confronto con il ReI, l’RdC è relativamente meno generoso per i nuclei con minori rispetto a quelli con soli adulti: la scala di equivalenza adottata al fine di riproporzionare il beneficio per tenere conto dell’ampiezza familiare prevede infatti maggiorazioni più basse per gli ulteriori componenti del nucleo, specie se minori”. Insomma: la famiglie che hanno più figli in minore età sono relativamente meno avvantaggiate. Il motivo? Facile: “L’applicazione all’RdC della stessa scala di equivalenza adottata per il ReI avrebbe innalzato la spesa del 43 per cento; il mantenimento del costo complessivo della misura avrebbe richiesto un abbattimento del massimo beneficio mensile ottenibile da un single a 680 euro”. In fondo si fanno sempre meno figli in Italia. Chissà perché.

Cronicario: Arriva il navigator di cittadinanza


Proverbio del 18 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 120.723 Domande per Quota 100 arrivate all’Inps

Pronti? Via: arrivano i navigator. Tremila posti, mica bruscolini: di questi tempi magri almeno fanno un po’ di pil.

Ma pil a parte c’è anche il segnale politico, vivaddio: innanzitutto uno stipendio dignitoso: 30.938 euro l’anno lordi, compresi 300 euro al mese di rimborsi spese. Certo sarà a termine (fino al 30 aprile 2021), ma tutte le cose belle finiscono anche i navigator.

Ma oltre a ciò finalmente si stabilisce un principio: il merito. Infatti saranno ammessi alla selezione per il ruolo di navigator al massimo 20 candidati per ogni posizione su base provinciale “in ragione del miglior voto di laurea”, si legge nel bando pubblicato da Anpal. Se per ipotesi ci fossero voti equivalenti, verrà preferito il candidato più giovane di età.

E che succede se ci sono candidati di pari merito e pari età?

“In caso di ulteriore parità verranno ammessi tutti i candidati di pari età”. E allora capisco: è arrivato il navigator di cittadinanza.

A domani.