Etichettato: reddito di cittadinanza

Quando il reddito di cittadinanza si chiamava pensione


Poiché la questione previdenziale continua a popolare il nostro dibattito pubblico, imponendosi ogni volta nell’agenda del governo, forse vale la pena ricordare il rilevante contributo che le pensioni hanno dato al cumulo del nostro debito pubblico. La gestione dissennata della nostra (im)previdenza pubblica è cosa nota a molti, ma vale riportare un recente studio di Itinerari previdenziali, associazione che studia i sistemi di previdenza sociale, che illustra, in una ricognizione dedicata alla durata media delle pensioni italiane, come in Italia vengano pagate oltre 750 mila pensioni da più di 37 anni, e che altri 3,8 milioni di pensioni hanno superato la durata di 25 anni, a dimostrazione del fatto che da noi, come sottolinea il presidente dell’Osservatorio Alberto Brambilla esiste “una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram anche se mascherato da pensione”.

Un’esagerazione penserete. Ma come si può dire diversamente a fronte della constatazione che “la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico”. In sostanza “siamo ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza”. E qui si arriva al punto. Alla fine degli anni ’70, ha calcolato l’Osservatorio, i maschi del settore privato andavano in pensione di anzianità intorno ai 53 anni e a 56 in pensione di vecchiaia, addirittura a 50 anni in caso di prepensionamento. Le pensioni di invalidità potevano scattare intorno ai 41 anni e le prestazioni per i superstiti addirittura poco sopra i 30. Nel 2017 queste età sono state rispettivamente 61,3 per l’anzianità, 67,1 per la vecchiaia, 54,5 per le invalidità e 76,9 per i superstiti maschi. Per le donne si andava in pensione di anzianità a 50,1 anni, di vecchiaia a 55, di invalidità a 51,6 mentre le prestazioni per le superstiti scattavano a 40,7. Oggi le età sono state innalzate, rispettivamente, a 60,2, 65,4, 52,5 e 73,8.

A fronte di ciò si potrebbe pensare che ormai il peggio è passato. Senonché, come nota l’Osservatorio, “ci vorranno ancora molti anni per ridurre le anomalie che appesantiscono il bilancio del welfare”. La storia di queste “anomalie” è un bel concentrato di tutto ciò che una sana gestione della cosa pubblica non dovrebbe fare e che viene riepilogata elencando i vari provvedimenti che dal 1919 in poi hanno cambiato profondamente il volto della nostra previdenza pubblica. All’epoca, quando l’aspettativa di vita era parecchio più bassa di oggi, servivano 65 anni di età per andare in pensione. Oggi si litiga per consentire di anticipare a 62 anni il pensionamento di una coorte di lavoratori. A quanto pare l’esperienza insegna poco. “Il continuo rilassamento dei conti pubblici e l’utilizzo a fini elettorali del sistema pensionistico hanno demolito in 40 anni un sistema gestionale solido – osserva lo studio -. Per ritornare al metodo di calcolo contributivo e ai 65 anni di età per il pensionamento del 1919, ci sono voluti quasi 100 anni; e ne occorreranno altri, 20 almeno, per ridurre le distorsioni prodotte in questo lungo periodo”.

Qualche esempio aiuterà a ricordare. A gennaio 2018 erano ancora in essere 248.699 pensioni dovute a prepensionamenti, effettuati anche con dieci anni di anticipo rispetto ella regole fino ad allora vigenti. Di questo strumento, usato intensivamente fino al 2002, si è fatto un uso notevole in particolare fra il 1984 e il 1992, quando il sistema pensionistico era vicino al tracollo. Anche questa voce, così come le invalidità previdenziali, sono state messe in conto alla voce pensioni, quando si tratta evidentemente invece di assistenza sociale. Poi c’è il capitolo delle baby pensioni, dove il livello di generosità raggiunto dallo stato è con pochi precedenti. “Una donna laureata con due figli poteva lavorare anche solo per 8 anni e poi pensionarsi dopo aver versato pochi anni di contributi (baby pensioni); oppure per tutti i dipendenti pubblici dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno e per i dipendenti degli enti locali dopo 25 anni consentendo così pensionamenti a 35/40 anni di età con 20-25 anni di contribuzione (sempre compresi i riscatti di laurea, maternità e militare)”. L’Osservatorio ha calcolato che fra le 750 mila pensioni che durano da oltre 37 anni ce ne sono almeno 75 mila che fanno riferimento a dipendenti pubblici, molti dei quali evidentemente sono baby pensionati. No è certo un caso che “nel settore pubblico si assista, per entrambi i generi, a una prevalenza della pensione di anzianità”. Basta ricordare che l’età media di decorrenza per gli uomini, nel 1980, era di 47,4 anni e per le donne di 44.9.

Se si va a guardare nei vari fondi speciali di categorie che compongono l’articolata panoramica della nostra previdenza, la musica cambia poco. Il personale delle Fs, confluito in buona parte nel fondo speciale Ferrovie dentro Inps a valle della privatizzazione delle Ferrovie è in squilibrio gestionale dal 2009 e costa alla fiscalità generale quattro miliardi ogni anno. E non è difficile capire perché. “Il personale viaggiante e quello di macchina di treni e traghetti godeva, fino al 2011, di agevolazioni sia anagrafiche sia contributive”:  Tra le riforme Dini e Amato ci fu un esodo di ferrovieri con età medie di pensionamento intorno ai 50 anni. Per le pensioni ante 1980 l’età media era 50,2 anni per gli uomini e 45,7 per le donne. Si comprende bene perché le pensioni di anzianità, ancora al gennaio 2018, fossero bel il 40,2 del totale del fondo speciale ferrovie. Anche nelle Fs, fino al 1992, si poteva andare in pensione a 19 anni sei mesi e un giorno che diventavano 14 sei mesi e un giorno se si era donne. “Le pensioni per prepensionamenti, ancora vigenti all’1.1.2018, hanno decorrenze più frequenti nel 1993 e nel 1995, con età medie di circa 48 anni, e rappresentano il 3,6% del totale delle pensioni del Fondo Ferrovie.
Per le pensioni con decorrenza “1980 e anni precedenti”, ancora vigenti all’1.1.2018, l’età media alla decorrenza dei maschi è 49,4 anni e quella delle femmine è 43,8 anni”.

Insomma, il discorso è chiaro. Si sono fatti debiti per garantire un reddito, sotto forma di pensione, a persone ancora giovani e abili al lavoro. Oggi si vogliono fare altri debiti sostanzialmente per la stessa ragione. Cambiano i tempi, ma i pensieri rimangono sempre gli stessi. E questo la dice lunga sul carattere di una popolazione.

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L’incognita inattivi sul reddito di cittadinanza


In attesa di capire la forma definitiva del cosiddetto reddito di cittadinanza, del quale molto si è parlato ma poco si è concretamente visto, vale la pena ricordare gli strumenti che la nostra legislazione prevede per il sostegno del reddito di chi è rimasto senza lavoro, che dovrebbe essere una delle ragioni costituenti del provvedimento. Giova allo scopo una recente pubblicazione di Bankitalia che fa il punto sull’evoluzione dell’indennità di disoccupazione in Italia, che è un ottimo riepilogo del quadro normativo e finanziario che dal 2012 in poi ha cambiato sostanzialmente il sistema di assistenza sociale per i disoccupati. Per farla semplice, la legge Fornero del 2012, che ha istituito l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), e il Jobs act del 2015, che ha istituito la Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego), miravano a rendere il sussidio più universale anche agganciandolo a una precisa condizionalità, ossia all’accettazione di offerte di lavoro e alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale. Tutti ingredienti che ricorrono nelle varie anticipazioni del reddito di cittadinanza, che di conseguenza in qualche modo a tale normativa si ispira. E’ interessante perciò capire quali siano stati gli esiti delle riforme degli anni scorsi per provare a immaginare quali potrebbero essere le conseguenze dell’applicazione di una nuova normativa che ad esse implicitamente si ispira.

La prima osservazione è che mentre il take up rate, ossia la percentuale fra coloro che fanno domanda rispetto a quelli che ne hanno diritto non ha subito grandi cambiamenti, collocandosi intorno al 50% nel passaggio fra la vecchia Indennità di disoccupazione all’Aspi, “un valore basso rispetto al confronto internazionale”, osservano gli economisti di Bankitalia. La seconda è ancora più interessante. “In media circa una persona su sette, fra quanti ricevono un sussidio di disoccupazione o mobilità, non risulta attivo sul mercato del lavoro”, spiegano. E questo “nonostante la crescente attenzione che nel tempo le norme hanno posto sul fatto che chi riceva un sussidio debba ricercare un lavoro ed essere pronto ad accettare lavori congrui”. Un’altra continuità con il passato che dovrebbe preoccupare chi oggi collega il futuro reddito di cittadinanza alla ricerca attiva di un lavoro dando per scontato che ciò servirà a motivare gli inattivi.

Facciamo un passo indietro. Fino al 2012 i disoccupati del settore privato non agricolo potevano contare su tre istituti per il sostegno del reddito: l’indennità ordinaria di disoccupazione, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti e la mobilità. Ognuno di questi istituti aveva le sue regole ma complessivamente il sistema “si caratterizzava per un’elevata frammentazione e un grado di copertura basso nel confronto internazionale, riflettendo sia l’esclusione dal diritto di numerose frange di lavoratori sia un trattamento poco generoso”. Per giunta i numerosi provvedimenti adottai “in deroga” delle discipline hanno generato una notevole complessità al punto che la “sovrapposizione tra diversi tipi di sussidio aveva mutato la natura del sistema, che, originato per tutelare il lavoratore e la sua capacità reddituale sempre più spesso si trasformava in uno strumento di politica industriale, utilizzato a salvaguardia delle imprese che non avevano più la capacità di rimanere sul mercato”. In sostanza si è andato via via sfumando il confine fra misure di sostegno al reddito e sostegno all’inefficienza del sistema.

Le riforme iniziate nel 2012 si proponevano di superare questo stato di cose. L’obiettivo era “accrescere le opportunità di accesso e il grado di universalità, con un innalzamento dei livelli di generosità dei trattamenti di base”. L’Aspi perciò ha sostituito tutti gli strumenti in vigore allargando la platea dei beneficiari a tutti i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, con l’esclusione dei dipendenti a tempo indeterminato della PA e gli operai agricoli, allungando anche la durata del sussidio che per i lavoratori con più di 55 anni veniva fissata in 16 mesi. Inoltre è stata istituita, sempre allo scopo di allargare la platea degli aventi diritto potenziali, la mini Aspi che imponeva requisiti minori per accedere al contributo (13 settimane di contributi negli ultimi 12 mesi).

Nel 2015 il Jobs act ha aggiunto ulteriori elementi al sistema degli ammortizzatori sociali per la disoccupazione involontaria con la Naspi, che ha rimosso completamente il requisito dei due anni di anzianità contributiva riducendo il requisito richiesto a 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti con almeno 30 giorni lavorativi nell’ultimo anno. La durata del sussidio è prevista per un numero di settimane pari alla metà di quelle retribuite fino a un massimo di 24 mesi, per un importo in funzione della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni. “Al fine di evitare comportamenti opportunistici e incentivare i disoccupati alla ricerca di un nuovo lavoro, – spiegala ricerca – la Naspi prevede inoltre che il sussidio di partenza si riduca del 3 per cento al mese, a partire dal quarto”. In coerenza con la volontà di non favorire l’inattività, la Naspi ha dato maggiore enfasi al requisito della condizionalità, ossia “alla ricerca attiva del lavoro, all’accettazione di un’offerta di lavoro congrua nonché alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale”. Il Jobs act aveva anche previsto l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del lavoro (ANPAL) che avrebbe dovuto migliorare la gestione del mercato del lavoro e monitorare le prestazioni erogate. Ma i risultati auspicati non sono stati raggiunti. Non si è arrivati al momento a nessun accordo fra il ministero del Lavoro e le Regioni, che “sono rimaste titolari della potestà legislativa in materia di politiche del lavoro”. “La riforma della Costituzione, approvata da entrambe le Camere nel 2016, – ricorda Bankitalia – prevedeva che la potestà legislativa in merito alle politiche attive del lavoro fosse di diretta competenza dello Stato; l’esito negativo del referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha bocciato le modifiche costituzionali proposte, ha avuto come risultato anche quello di lasciare tali competenze alle Regioni”. Questa situazione non è mutata. Di conseguenza lo strabismo istituzionale fra l’erogazione centralizzata del sussidio e la decentralizzazione della regolazione delle attività lavorative è una circostanza di cui si deve debitamente tener conto quando si pianificano azioni che coinvolgano il sostegno al reddito e il mercato del lavoro.

A fronte di questo contesto normativo, si può tentare un’analisi dei risultati ottenuti. “Nel 2016 il costo complessivo, al netto dei contributi figurativi, per i sussidi di disoccupazione è stato di 11,7 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del totale dei redditi di lavoro”. I dati di bilancio Inps mostrano che “soffermandosi sulle indennità di disoccupazione, la spesa, abbastanza stabile fino all’esplodere della crisi, sia poi velocemente aumentata raggiungendo i 17,6 miliardi nel 2016 (7,5 miliardi nel 2007); nello stesso periodo i sussidiati sono aumentati di oltre un milione, a circa 3 milioni”.

La prima cosa da capire, quindi, è se i miliardi che il governo dice di voler mettere sulla voce del reddito di cittadinanza siano in qualche modo un sostituto di questa cifra o se invece si aggiungeranno a questa cifra, visto che “tra i beneficiari dei sussidi possono esservi persone che in realtà non sono classificate come attivamente alla ricerca d’un lavoro”.

Ciò accade perché “sebbene i sussidi siano formalmente condizionati alla ricerca attiva di un impiego, la quota di percettori che non cercano o non sono disponibili a lavorare non è piccola. Nel complesso dei percettori di sussidi, indipendentemente dalla fase e dalla tipologia del trattamento, essa era pari al 14,3 per cento nel 2016”. E anche col passaggio dall’Aspi alla Naspi tale quota risulta sostanzialmente invariata. Per quale ragione un reddito di cittadinanza, che presume condizionalità analoghe a quelle previste dalle norme ancor in vigore, dovrebbe ottenere risultati differenti? “La probabilità di essere inattivo sul mercato del lavoro sia rimasta abbastanza costante nel corso degli anni e senza grandi variazioni dovute ai cambiamenti di strumento, addirittura sarebbe leggermente aumentata con il passaggio dall’Aspi alla Naspi”. Di conseguenza “la maggiore attenzione che con la Naspi il legislatore ha prestato all’esigenza che il lavoratore sussidiato sia attivamente alla ricerca d’un lavoro non sembra perciò essersi traslata in una maggiore attivazione dei soggetti sussidiati, che anzi sarebbero stati, ceteris paribus, meno attivi”.

Bankitalia ha anche stimato la quota di sussidi che vanno a persone che non si attivano per la ricerca di un lavoro e che, nel 2016, valeva circa 1,7 miliardi di euro.

Bankitalia è andata oltre e ha anche scorporato il dato su base regionale. Viene fuori che “è la Lombardia con circa 300 mln di euro a evidenziare il livello più alto di spesa per sussidi concessi a disoccupati non attivi”.

Da qui la conclusione: “Rimane significativa la quota di percettori di sussidio che non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Un alto tasso di inattività tra i percettori conferma la necessità di una maggiore integrazione tra politiche passive e attive del lavoro, resa meno agevole dal fatto che, mentre le prime
sono centralizzate, le seconde sono gestite in piena autonomia – finanziaria e legislativa – dalle Regioni”. Insomma, la realtà sembra far strame di pregiudizi e facilonerie. Dovrebbe servire da insegnamento. Ma prima bisogna, umilmente, farci i conti.

Cronicario: La matematica del DEF è un’opinione


Proverbio del 4 ottobre Non desiderare vuol dire tranquillità

Numero del giorno: 15,8 Calo % prezzi abitazioni italiane dal 2010

Lo so che anche voi vi siete scocciati di parlare di un documento che non esiste ancora e sul quale si dice tutto e il contrario di tutto. Ma ci possiamo fare poco: le cronache sono talmente piene di perle sulla NADEF che nessun Cronicario che si rispetti può fare a meno di riportarle. Già dalla mattina presto poi. Perché, da bravi governanti, i Nostri non dormono mai.

Perciò non erano neanche le otto del mattino quando uno dei nostri condottieri ha fatto andare il caffé di traverso a chissà quanti annunciando che “nella manovra ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero. Ma in questa cifra ci saranno anche l’aumento delle pensioni di invalidità, il quoziente familiare, un premio alle famiglie numerose con contributo alla natalità”. Quindi non ci sono 10 miliardi per il reddito chiede l’intrepido giornalista? “Se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”. Ed ecco il punto dolente che il Nostro condottiero ha perfettamente centrato col suo notevole intuito:

La matematica del DEF, poi, è la migliore delle opinioni. Per dire, solo nella matematica politica può succedere che 16 miliardi paghino 8 miliardi di pensione e 8 di reddito, ma anche flat tax, natalità e quant’altro.

E fin qui uno ci può anche credere. Ormai si crede a tutto almeno per due secondi netti, fino al prossimo tweet. Ma poi a una cert’ora arrivano quegli altri. Alcune meravigliose “fonti parlamentari” dicono che i soldi per il reddito di cittadinanza non sono otto, ma dieci, nove per il reddito e uno per i centri per l’impiego. E per non sbagliare fanno girare anche una tabella – una delle mitiche tabelle che aspettano tutti e che ancora non si vedono – con alcuni numeri della manovra. E uno di loro con un filo di cattiveria dice persino che il ministro, quello che non riposa, forse ha preso una cantonata. “Ho le tabelle qua, era mattina presto forse si è confuso”, dice ospite della tv mattutina.

Apriti cielo. La lesa maestà provoca persino un’incrinatura nella meravigliosa narrazione del governo del cambiamento. Nientepopòdimenoche un sottosegretario all’economia del partito alleato (?) la spiega così.  “Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno”. Quindi sette miliardi, che tolti dai sedici totale ne lascia disponibili nove, che comunque non sono dieci. E comunque basta la parola: “Si sta giocando con i numeri, ma i soldi ci sono”, fa eco il ministro uno e bino a conferma del fatto che la matematica è roba noiosa di fronte alla manovra del popolo.

Dulcis in fundo arriva il premier, che oltre ad essere un fine giurista come da curriculum allegato, si rivela anche un pregevole poeta. “Il reddito di cittadinanza è una misura di cui sono particolarmente orgoglioso: non un sussidio ma una scintilla che permetterà di essere partecipi nella nostra società a tante persone che ora ne sono escluse”.

Buona visione a tutti.

A domani.

 

Servono lavoratori (più che consumatori) per far crescere il Pil


In tempi di pensiero magico, nei quali la (pseudo)conoscenza procede a colpi di battute sui social, vale la pena spendere del tempo per ricordare alcune elementari nozioni sull’andamento della realtà, giovandosi di quest’ultima in qualità di maestra, ruolo nel quale eccelle, malgrado uno stuolo crescente di denigratori. Il pretesto ce lo offre una interessante ricognizione pubblicata dalla Fed di S.Louis dove si analizza l’andamento del pil reale pro capite nel paese dopo il crash del 2008, notando come malgrado i notevoli sforzi compiuti dai governanti, sia del Tesoro che della banca centrale, il trend di crescita del prodotto sia rimasto alquanto sottotono.

Come si può osservare la crescita del pil pro capite, pure nelle oscillazioni del ciclo economico è stata alquanto stabile negli Usa fin dagli anni ’50. La Fed stima un tasso medio di crescita, fra il 1955 e il 2007, del 2,2% annuo, a fronte dell’1,6% circa registrato dal 2010 in poi. La forte contrazione del prodotto post crisi, in sostanza, ha impresso alla crescita un ritmo lontano dalla sua media storica, con la conseguenza che “al secondo quarto 2018 il pil pro capite era ancora circa il 16% inferiore rispetto al trend pre recessione”. Come se dopo il forte trauma del 2008 l’economia Usa, malgrado i notevoli sforzi profusi dal governo, non sia più riuscita a trovare la giusta intonazione.

Fin qui nulla di nuovo. Che la crescita Usa sia stentata è notorio. La novità è nel diverso punto di osservazione proposto dalla banca. Ossia osservare l’andamento della crescita pro capite in relazione a quello della popolazione che partecipa al lavoro. Quest’ultima, com’è noto, dipende da diversi fattori, a cominciare dall’andamento della demografia. Gli Usa, come altri paesi, stanno iniziando a fare i conti con il pensionamento della generazione del baby boom che, diminuendo il numero delle persone in età lavorativa, può incidere sulla forza lavoro. E in effetti gli Usa stanno sperimentando un certo calo nella partecipazione, cui corrisponde l’aumento degli inattivi. Le ragioni del calo della partecipazione possono essere anche altre, ovviamente. Possono dipendere dalla confermazione del mercato del lavoro Usa o dall’alto debito cumulato dal settore pubblico e privato. Ma il punto saliente che qui interessa rilevare è mettere in confronto l’andamento del pil pro capite non rapportandolo più al totale della popolazione, ma soltanto alla forza lavoro, ossia la somma di lavoratori occupati e lavoratori in cerca di occupazione (e quindi disoccupati). In sostanza coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro. Tale quota della popolazione è una parte, al netto degli inattivi, di quella in età lavorativa, che è a sua volta un sottoinsieme della popolazione totale.

Comparando i due grafici si osserva che la curva del trend e quella del pil reale pro capite “aggiustato” per la partecipazione viaggiano più vicine. Per dirla con le parole della Fed “l’output appare meno volatile nel periodo dopo la Grande recessione”. E in effetti “malgrado la produzione sia rimasta leggermente (meno del 2%) al di sotto della tendenza precedente alla recessione a partire dal secondo trimestre del 2018, i tassi di crescita medi per i due periodi sono gli stessi: 1,7 percento all’anno”.

Che significa tutto questo? Che “aggiustando” il pil pro capite per tenere conto degli effetti demografici (nell’ipotesi che solo questi contribuiscano all’andamento della forza lavoro, e se ne potrebbe discutere) “l’economia Usa ha mostrato una performance soddisfacente e un outlook positivo sin dalla fine della recessione”. In sostanza, considerando solo la quota della popolazione impegnata nel mercato nel lavoro, la crescita Usa è più che soddisfacente. Chi non lavora non mangia, dicevano gli antichi. Se non si lavora, non si produce crescita stabile, potremmo dire noi oggi. E non è detto che basti un reddito di cittadinanza a fare la differenza.

Cronicario: Una base per il nuovo governo: il reddito di paranza


Proverbio del 15 marzo Chi parte per un viaggio torna diverso

Numero del giorno: 2.280.000.000.000 Debito pubblico italiano a gennaio

Diciamolo va: questa cosa del reddito di cittadinanza ormai è squalificata. Se n’è parlato tanto ma non ci ha capito niente nessuno, salvo arguire tutti che non si farà mai. Ma poi diciamolo: ma voi lo vorreste davvero un reddito in cambio di niente?

Non ci credo dai. In fondo da qualche parte nel nostro cuore siamo anche un po’ svizzeri, come insegna il Canton Ticino. Come che c’entra la Svizzera?

Eh già: non solo hanno fatto il referendum per istituire questo benedetto reddito, ma hanno anche detto no.

Non vi stupite: hanno fatto lo stesso bocciando la proposta di togliere il canone tv.

Ora il punto rimane: questo benedetto reddito di cittadinanza è uno degli inciampi costante di qualunque discussione fra i politici quando pensano a come fare un governo, malgrado ormai sia chiaro che è come il sole che non ci credono manco loro. Per dire, oggi un pezzo da novanta della Lega ha detto che è ben disposto a mettersi seduto a discutere con i 5S, a partire da quello che hanno in comune

fino anche a parlare del reddito di cittadinanza, “ma alla leghista”. Variazione sul tema che fa il paio con la sottolineatura più gettonata dall’ex maggioranza, ossia che in fondo in fondo il reddito di cittadinanza fa il paio con quello di inclusione. Diciamo che è una versione allargata, va. Ed ecco allora che tutti insieme appassionatamente si trovano a discutere del Grande Tema, che è il reddito – leggi: fare arrivare soldi al popolo – che ha il potere magico di coagulare il Partito Unico del Deficit.

Perciò, cari politici, se proprio volete trovare un accordo, capace di salvare capre e cavoli, e soprattutto la vostra faccia, mi permetto un suggerimento. Non parlate più di reddito di cittadinanza. Da oggi in poi si chiama reddito da paranza. E chi non capisce, si informi.

A domani.

Le metamorfosi dell’economia: Il lavoro di cittadinanza


Leggo su un quotidiano recente che “una delle maggiori ragioni di infelicità degli esseri umani è di non riuscire mai a far coincidere la vocazione con il lavoro, la passione con lo stipendio”, e mi stupisce non tanto la giustezza di questa osservazione, che mi pare nessuno possa mettere in discussione, quanto il fatto che tale consapevolezza ormai sia talmente diffusa da finire sulle pagine di un giornale, che è la migliore approssimazione possibile del transitorio. Ciò malgrado rimane talmente distante dalla testa dei nostri decisori che il massimo che ci può capitare è che qualcuno lo scriva su un giornale. Nessuno ha mai pensato seriamente di risolvere questo problema.

Intravedo, in questa noncuranza, una profonda immaturità sociale e un cascame tragico, derivante dalla consuetudine secolare di immaginarsi il lavoro come fonte di dispiacere, piuttosto che di realizzazione. Malgrado la nutrita retorica sui poteri taumaturgici del lavoro, nei fatti le nostre società si sono rassegnate al fatto che intanto bisogna avere un lavoro, purchéssia. I pochi fortunati che coniugano passione e stipendio sono eccezioni, non la regola.

Questo difetto di immaginazione si è aggravato per colpa della crisi. Il dramma della disoccupazione spinge le persone ad avvalorare la regola non scritta che associa tormento a retribuzione, e i nostri economisti – per lo più professori universitari, come se le due cose debbano coincidere per forza – non contribuiscono in nessun modo a dissipare questo equivoco. A furia di ragionare per aggregati, hanno smarrito gli individui.

Poiché il presente è deludente, possiamo solo provare a immaginarci un futuro usando l’attualità a mo’ di pretesto. Uno spunto interessante ce lo fornisce la Svizzera. Il 5 giugno nel paese elvetico si terrà un referendum per dare un reddito a tutti i cittadini, a prescindere dalla circostanza che lavorino a no. Ovviamente il dibattito ferve. Se siete interessati ad approfondire qui trovate tutte le informazioni. Ma ciò che è utile sottolineare è il pensiero secondo cui le persone hanno il diritto di avere un reddito che li liberi dall’obbligo di lavorare per un altro. La proposta svizzera, a differenza delle tante che esistono anche nel nostro paese, separa il reddito dalla prestazione lavorativa. Come era prevedibile, le associazioni datoriali dei produttori sono fortemente critiche.

Per quanto istruttivo da osservare – l’esperimento elvetico è nato su iniziativa dei cittadini, non dei politici che anzi nicchiano – la proposta rimane in un ambito parzialmente tradizionale. Quello, vale a dire, che individua nel reddito monetario lo strumento, mentre è innovativo laddove insiste sulla separazione fra prestazione e retribuzione. E’ un buon inizio, ma incompleto. Anche perché contribuisce alla permanenza del pensiero che il lavoro, in fondo, è una seccatura imposta dalla società della quale si farebbe volentieri a meno. O almeno molti ne farebbero a meno.

E’ necessario quindi, fare un passo ulteriore. Dobbiamo pensare a una società in cui non sia il reddito di cittadinanza lo scopo del sistema sociale, ma semplicemente il lavoro. Ciò che dovremmo perseguire è un sistema dove passione e stipendio, per usare le parole del nostro giornalista, siano intrinsecamente collegate. E questo richiede una modalità di retribuzione che colleghi inevitabilmente una prestazione a un potere di scambio. La differenza rispetto a quanto accade adesso è che l’onere (e l’onore) di scegliere la prestazione ricade su ognuno di noi, mentre la retribuzione è garantita dal sistema. Questo sistema richiede una profonda assunzione di responsabilità individuale e un costante lavoro di ricerca su se stessi. Perché in tal modo si distrugge l’alibi che la nostra infelicità dipenda dal sistema. Dipende solo da noi.

Il sistema lavora su due binari paralleli: quello tradizionale, collegato al mercato del lavoro – non si può escludere che la vostra passione sia prezzata dal mercato (o in alcuni settori dallo stato) e che siate tanto bravi da riuscire a convincere il mercato (o lo stato) a retribuirvi – e quello nuovo, collegato a una diversa organizzazione che sposi i principi dell’economia del tempo che abbiamo sinora delineato. I due sistemi possono anche coesistere. Il lavoratore può essere retribuito insieme dal mercato e dall’organizzazione non monetaria, con due diverse valute che svolgono funzioni diverse.

Faccio un esempio che spero chiarisca. Una madre fa un lavoro impagabile per un figlio, già da quando lo nutre nel suo grembo. E infatti non viene pagato. Malgrado la stucchevole retorica sulla famiglia e la bassa natalità, non esiste nessun meccanismo sociale che retribuisca la madre per lo straordinario lavoro che fa. Anzi. Può anche succedere che perda il suo “vero” lavoro. Con la conseguenza che il suo minor reddito va a diminuire i consumi collettivi.

Nel sistema che stiamo immaginando la madre verrebbe pagata per il tempo che sta dedicando a suo figlio dalla nostra organizzazione terza, rispetto al mercato e allo stato, con un potere di scambio che le restituirebbe un potere d’acquisto reale che, oltre a facilitarle la vita, avrebbe un impatto economico positivo per tutti. Nulla vieta di immaginare che questa madre, in conseguenza della sua esperienza, scopra di avere talento, attitudine e passione per la cura dei bambini, e perciò decida di offrire i propri servigi all’interno dell’organizzazione che finora l’ha retribuita, mettendo a disposizione il proprio tempo a qualcun altro e, con ciò facendo, continui a godere della sua retribuzione. Oppure che magari apra al tempo stesso un asilo nido e offra i suoi servigi anche al mercato. L’unico limite è l’immaginazione. E la volontà. Qualora un domani la sua passione per gli infanti si esaurisca, è sufficiente che ne individui un’altra e inizi a condividere il suo tempo dedicandolo a quest’ultima e a qualcuno che da questa passione trae un’utilità valida, e il ciclo continua. In questo sistema, semplicemente, non è possibile essere disoccupato, a meno che non lo si voglia.

Una società organizzata secondo questi tre pilastri – uno stato, un mercato e un altro settore, autenticamente terzo rispetto allo stato e al mercato – sarebbe in grado di occupare costantemente i propri cittadini garantendo loro il diritto di lavorare secondo le proprie attitudini, i propri meriti e le proprie capacità, per parafrasare il celebre detto di Saint Simon. Sarebbe insieme liberale, perché fondata sulla libertà personale, e socialista, intendendo il socialismo nell’unico significato che dovrebbe avere diritto di cittadinanza politica: quello della costruzione della socialità. In tal senso sarebbe un sistema basato sull’economia reale, non più sull’Egonomia che sta ammalando tutti. Sarebbe una società inclusiva: il punto di arrivo ideale che conclude secoli di guerre combattute per un benessere che adesso finalmente abbiamo raggiunto ma che dobbiamo imparare ad utilizzare.

Perché la cosa più incredibile, alla quale purtroppo nessuno fa caso, è che oggi questo sistema è davvero possibile. E non è detto che lo sarà anche domani.

(27/segue)

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