Etichettato: reddito di cittadinanza

Non tutti i poveri assoluti hanno diritto al reddito di cittadinanza


L’ultima relazione annuale di Bankitalia contiene un breve approfondimento che ci consente di fare le prime osservazioni sugli esiti concreti, molto istruttivi, del reddito di cittadinanza. La banca ha svolto un parallelo fra l’istituto dei reddito di inclusione (ReI) e il reddito di cittadinanza (RdC) che ci consente di osservare diverse peculiarità del nuovo strumento di contrasto alla povertà, uno dei quali è particolarmente interessante. Per dirla con le parole di Bankitalia “la platea dei potenziali aventi diritto all’RdC coincide solo in parte con quella degli individui classificabili come poveri assoluti”. Come dire: non basta essere poveri per avere il RdC. Il che sicuramente sorprenderà molti, anche al governo.

Come si può osservare sul grafico di destra, fatto 100 il numero dei poveri assoluti, la quota di quelli eleggibili per il RdC, a livello nazionale, arriva a 59. Il 35% non ha i requisiti reddituali o patrimoniali, mentre il restate 6% non ha i requisiti di residenza. Se disaggreghiamo il dato nelle tre macroaree che compongono il paese abbiamo che al Nord il disallineamento fra poveri assoluti e percettori potenziali di RdC è ancora più ampio. Questi ultimi, infatti, sarebbero solo il 45% dei poveri, mentre al centro si arriverebbe al 57% e al Sud al 72%. Ciò malgrado, Bankitalia riconosce che il RdC migliora la situazione della popolazione con fascia di reddito più bassa. In caso di applicazione piena della norma, la povertà assoluta scenderebbe dal 7,3% al 4,4 della popolazione. Ma comunque rimarrebbe.

A determinare la differenza notevole fra Nord e Sud nell’impatto del Rdc concorrono innanzitutto il maggiore costo della vita a Nord rispetto al Sud, e poi la maggiore presenza di cittadini stranieri. Quanto al primo punto, è utile ricordare che la qualifica di povero assoluto “si basa sui livelli di consumo familiare dichiarati in indagini statistiche”. Quindi è evidente che un livello più elevato dei prezzi determina un minore livello di consumi e quindi “statisticamente” un numero più elevato di poveri. Ciò a fronte del fatto che l’accesso al RdC è condizionato da requisiti di reddito, patrimonio e residenza.

La maggiore presenza di stranieri a Nord, inoltre, rende meno pervasiva la penetrazione del RdC in queste regioni perché la norma ha previsto un requisito più stringente rispetto al ReI per avere diritto al sussidio (dieci anni di residenza in Italia anziché due). Quindi un immigrato che vive al nord da meno di dieci anni e che risulta povero non avrà diritto al sussidio. Ciò ha provocato l’esclusione “dalla platea degli aventi diritto di circa 90.000 nuclei che avrebbero avuto invece diritto al ReI (l’8 per cento del totale)”. A ciò si aggiunga che “la più elevata presenza di stranieri nel Centro Nord (dove rappresentano circa la metà degli individui che si collocano nel primo decimo della distribuzione del reddito disponibile equivalente) accentua la concentrazione dei nuclei beneficiari dell’RdC nel Mezzogiorno (53 per cento, contro il 40 del ReI)”.

Se guardiamo ancora al confronto fra ReI e RdC, emergono altre peculiarità. Innanzitutto emerge che “la spesa complessiva nelle stime del Governo, che ipotizzano un’adesione alla misura parziale da parte dei potenziali aventi diritto, è pari a regime a 7,2 miliardi, all’incirca il triplo di quanto previsto per il ReI”. La spesa complessiva sarebbe arrivata a 10,3 miliardi se tutte le circa due milioni di famiglie, pari a 5,3 milioni di persone, avessero fruito del diritto. Per il ReI si stimavano 1,1 milioni di nuclei familiari per 3,1 milioni di individui con una spesa complessiva di 3,3 miliardi. A fronte di queste stime, a fine maggio, secondo gli ultimi dati Inps le domande di sussidio erano arrivate a 1,252 milioni, con un tasso di rifiuto pari al 26%. Quelle accolte al momento sarebbero 674.000 con un importo medio di 540 euro.

Il RdC, inoltre, prevede anche un beneficio maggiore di quello del ReI, con un valore teorico – i famosi 780 euro al mese – che “si colloca in prossimità della soglia di povertà relativa stimata dall’Eurostat per il 2016, un livello più elevato nel confronto internazionale”. In Spagna, Francia e Germania provvedimenti simili al RdC raggiungono percentuali sulla soglia pari rispettivamente al 63, 50 e 39%. Quindi quando si dice che anche in altri paesi esistono strumenti analoghi al RdC bisognerebbe anche ricordare quanto eroghino. Anche perché c’è sempre il rischio di “spiazzare” l’offerta di lavoro. A tal proposito, scrive Bankitalia, “i conseguenti effetti di disincentivo all’offerta di lavoro potranno essere solo attenuati dal previsto potenziamento dei Centri per l’impiego”.

Altra caratteristica utile da sottolineare è che “nel confronto con il ReI, l’RdC è relativamente meno generoso per i nuclei con minori rispetto a quelli con soli adulti: la scala di equivalenza adottata al fine di riproporzionare il beneficio per tenere conto dell’ampiezza familiare prevede infatti maggiorazioni più basse per gli ulteriori componenti del nucleo, specie se minori”. Insomma: la famiglie che hanno più figli in minore età sono relativamente meno avvantaggiate. Il motivo? Facile: “L’applicazione all’RdC della stessa scala di equivalenza adottata per il ReI avrebbe innalzato la spesa del 43 per cento; il mantenimento del costo complessivo della misura avrebbe richiesto un abbattimento del massimo beneficio mensile ottenibile da un single a 680 euro”. In fondo si fanno sempre meno figli in Italia. Chissà perché.

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Cronicario: Arriva il navigator di cittadinanza


Proverbio del 18 aprile Ci sono sempre orecchie dall’altro lato del muro

Numero del giorno: 120.723 Domande per Quota 100 arrivate all’Inps

Pronti? Via: arrivano i navigator. Tremila posti, mica bruscolini: di questi tempi magri almeno fanno un po’ di pil.

Ma pil a parte c’è anche il segnale politico, vivaddio: innanzitutto uno stipendio dignitoso: 30.938 euro l’anno lordi, compresi 300 euro al mese di rimborsi spese. Certo sarà a termine (fino al 30 aprile 2021), ma tutte le cose belle finiscono anche i navigator.

Ma oltre a ciò finalmente si stabilisce un principio: il merito. Infatti saranno ammessi alla selezione per il ruolo di navigator al massimo 20 candidati per ogni posizione su base provinciale “in ragione del miglior voto di laurea”, si legge nel bando pubblicato da Anpal. Se per ipotesi ci fossero voti equivalenti, verrà preferito il candidato più giovane di età.

E che succede se ci sono candidati di pari merito e pari età?

“In caso di ulteriore parità verranno ammessi tutti i candidati di pari età”. E allora capisco: è arrivato il navigator di cittadinanza.

A domani.

Cronicario: L’unica certezza è il governo-navigator


Proverbio del 7 marzo La cosa migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 13.3 Crescita % commercio on line in Italia a gennaio

Annunciazione, annunciazione: il governo è solido. Talmente che neanche un treno ad alta velocità riuscirà a farlo deragliare dal binario del cambiamento sul quale sta guidando il paese.

Lo hanno detto, addirittura in coro, Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Due (o Uno, fate voi), mentre dalle fumose stanze di palazzo Chigi usciva una nota fantastica sulla Tav secondo la quale “saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale”.

Merita una menzione anche il riferimento del Palazzo alla circostanza che “sono emerse criticità che impongono una interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali”.

Ma questa momentanea incertezza ferroviaria poco ci riguarda. Quel che conta è che il governo c’è e ci sarà anche domani. Alla faccia di Eurostat che intanto pubblica grafici come questo e quello dopo.

Ora, a parte il pi negativo, per il quale è già pronta una soluzione, se vi preoccupa la disoccupazione, state sereni. Perché qui arriva la seconda certezza che ci fa dormire tranquilli: arrivano i navigator, ossia i 6.000 disoccupati che, una volta impiegati (una volta in senso stretto) dovrebbero aiutare a trovare lavoro agli altri disoccupati (nel frattempo in calo) che comunque avranno nell’attesa il reddito di sanchopanza. I navigator sono una certezza certissima. Pare che almeno 60.000 parteciperanno al bando diffuso dalle autorità, ove fra i requisiti richiesti c’è anche quello di essere specialisti di reddito di cittadinanza. Visto che i navigator non lo prendono (per ora) meglio che sappiano come funziona per dopo, avranno pensato quei geni del governo. Senza contare che ormai la Norma di Civiltà è stata finalmente innalzata al rango di disciplina scolastica.

Conosceremo presto questi navigator, eroici avanguardisti che conducono il triste disoccupato lungo l’oceano procelloso del mercato del lavoro italiano fino a un porto sicuro e a tempo indeterminato.

Eroici avanguardisti come quelli del governo, ‘sti navigator. Forse sono gli stessi.

A domani.

Cronicario: Voi abbassate il Pil? Noi stamperemo le nostre card


Proverbio del 6 marzo Il mondo dei saggi è abitato da chi si accontenta di poco

Numero del giorno: 81.709 Domande per Quota 100 presentate alle 16 di ieri

Nel più lieto dei giorni, quando “inizia la rivoluzione” del reddito di cittadinanza, come ha sobriamente commentato Vicepremier Uno (o Due, fate voi), dall’infida Francia (vabbé tanto ormai l’ambasciatore è tornato), anzi peggio, dall’Ocse, noto consorzio di carbonari, arriva questa fosca previsione sul nostro radioso futuro.

Per quest’anno gli occhiuti parigini vedono addirittura un menozerodue di pil, che vabbé lo zerodue, ma pure meno?

Ora a parte che non crediamo alle previsioni fatte dagli altri, specie se in lingua straniera, e pure se anche noi ogni tanto ne sbagliamo qualcuna non è che per questo ci dobbiamo preoccupare. Al contrario: abbiamo un rimedio infallibile.

Sentite cosa dice una cervellona dell’Inps finalmente sovrana, che oggi ha illuminato le menti dei nostri parlamentari in commissione: “Il reddito di cittadinanza avrà un forte impatto sia sotto il profilo di politica economica che sulla ridistribuzione della ricchezza tra le famiglie per le quali ci di attende una riduzione della povertà e un aumento dell’inclusione sociale. Atteso anche un aumento del Pil potenziale”. Le card prepagate per i redditieri di cittadinanza, inoltre, arriveranno con mostruosa efficienza, dice sempre la gentile dottoressa.

Quindi nessun problema. Voi abbassate il pil? Noi stamperemo le nostre card.

A domani.

Cronicario: Tramutare i posti vacanti in posti vacanza: fatto


Proverbio del 12 febbraio Meglio un tozzo di pane all’aperto che un banchetto in prigione

Numero del giorno: 10,3 Tasso % di disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse

Caro Navigator,

io lo so che tu lo sai che dovresti saperlo ma magari non lo sai visto che ancora ti devono assumere e magari formare. Ma intanto che aspetti che te lo dicono te lo dico io. In Italia ci stanno un sacco di posti di lavoro vacanti. Questa roba qua.

Lo so: non ci si crede. Nel paese della disoccupazione al 10 e passa, – e vi faccio grazia degli inattivi che manco pagati si vogliono attivare – ci sono dei poveracci di datori di lavoro che non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno. E manco pochi. Nel caso vogliate approfondire (ma non credo) sappiate che il tasso di posti vacanti – come da manuale – si calcola rapportando (che significa dividendo) il numero dei posti vacanti al totale di posti vacanti più posti occupati. Ebbene, secondo Istat nel quarto trimestre il tasso è arrivato all’1,2% del totale delle attività economiche (industria e servizi). Parliamo di migliaia di posti di lavoro.

Non ve l’avevano detto? Eh già. Sarà compito del Navigator sciogliere questo enigma del mercato del lavoro italiano. E soprattutto convincere uno dei tanti neet o disoccupati nostrani a imparare a fare un lavoro che serva persino a qualcuno.  Ma se così non fosse, non c’è da preoccuparsi.

Il governo ha già trovato la parola magica per trasformare il posto vacante in posto vacanze.

Fatto.

A domani.

Cronicario: Lavorare molto, lavorare pochi (e finalmente)


Proverbio del 30 gennaio In una lite hanno tutti torto

Numero del giorno: 770.000.000 Offerta in dollari del Nasdaq per la borsa di Oslo

E insomma: la fiducia delle imprese cala, e vorrei vedere. Fa sempre più freddo là fuori e se n’è accorto anche il governo tedesco che ha abbassato all’1% le stime del pil 2019. Figuratevi come stanno i nostri, che esportano un sacco di roba in Germania.

Epperò, ecco che tuttuduntratto la fiducia delle famiglie aumenta. E ci credo. Saremo pure disoccupati, ma almeno abbiamo smesso di essere inattivi, abbiamo un navigator e percepiamo pure un reddito tramite una supercard non riconoscibile. In più c’è quota 100, quindi se ho la fortuna di essere anziano ma non troppo, posso pure espatriare in Portogallo a spese dell’Inps e frego pure il Fisco. Considerando l’età media della popolazione al lavoro, non è proprio un pensiero fuori dal comune.

Stando così le cose, c’è da aver fiducia eccome. Non va così male, dai. Anche perché si sta compiendo finalmente una rivoluzione culturale. Al posto dell’ormai stantio, nonché inattuato, “lavorare meno, lavorare tutti”, si sta affermando gagliardamente la nuova parola d’ordine dell’Italia sovranEsta: Lavorare molto, lavorare in pochi.

Se vi sfugge la finezza di questa massima, è perché siete all’antica: dovete leggere più blog!!. Vi sarà arrivata su Uazzapp la notizia che per colpa dei robot il lavoro sarà sempre meno (fai girare), e sicuramente avrete letto un titolo di Facebuk che spiega la necessità di forme di reddito compensative per evitare la rivoluzione (condividi). Addirittura avrete sentito qualche esagerato (cit. governo) dire che senza reddito è a rischio la tenuta sociale (cuoricino, pollicione, share). Ecco spiegato il ritorno della fiducia e soprattutto il mistero delle ultime rilevazioni Censis, secondo le quali negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3%, è invece aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questo capolavoro avanguardista abbiamo che quei sempre meno che lavorano, lavorano sempre di più (donde la massima). Addirittura il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. In 2,1 milioni svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, magari dopo aver speso mille euro di smartphone, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”.

Il Censis nota che gli occupati giovani si sono dimezzati, rispetto a vent’anni fa, dimenticando che nel frattempo sono invecchiati e non sono stati praticamente sostituiti, visto che nessuno ha voglia di far figli e il governo pensa solo ai pensionandi. Ma soprattutto sfugge all’illustre istituto il significato profondo della rivoluzione in corso, che viene definito un “paradosso italiano”. Non c’è nessun paradosso: è giusto che lavorino di più quelli che lavorano, visto che gli piace. Sono degli eroi, dovremo dedicargli monumenti. Per tutto il resto c’è Supercard.

A domani.

Cronicario: Niente tressette con la card di parannanza


Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa una strada

Numero del giorno: 21 Tasso % di inattività dei 16-64enni in UK nel IIIQ 2018

Capisco subito l’aria che tira oggi nel cronicario quando leggo insieme due notizie che mi fanno l’effetto di un destro-sinistro, cui si aggiunge, a mo’ di uppercut, la terza che mi manda definitivamente al tappeto stecchito.

Sono tempi pericolosi, e ve lo dico da anni. Ma neanch’io potevo immaginare la concentrazione di minchiate che oggi ha fatto saltare tutte le centraline di rilevazione che ho disseminato per il web. Quando è troppo è troppo.

Esagero? Vedi un po’: a metà mattina arriva la notizia che in Turchia il presidente vuole far ripartire massicciamente la produzione di mariagiovanna dopo che – parole sue – “abbiamo distrutto la cannabis a causa di alcuni nemici travestiti da amici”.

Per una di quelle cose che succedono, arriva in contemporanea un’altra notizia stupefacente. Nostrana stavolta, come la tiella patate, riso e cozze: il governo ha scelto Lino Banfi per rappresentare l’Italia nella commissione per l’Unesco.

L’annuncio lisergico arriva nel bel mezzo di una convenscion organizzata dai rettiliani al governo (semicit.) per presentare l’avvio della produzione in serie della mitica card di parannanza. Sarebbe in realtà una post pay modificata, ma non tanto da renderla riconoscibile “perché nessuno si deve sentire discriminato a usarla”, come ha spiegato Vicepremier Uno (o Due, fate voi) alla platea festante, assicurando che si potrà richiederla on line e ritirare alla posta. Immagino opportunamente camuffati per non essere riconoscibili. Sempre perché nessuno deve essere discriminato in quanto percettore di reddito di parannanza.

Ma non è questa la barzelletta. Questa storia ormai non fa più ridere. E neanche il fatto che il nostro beneamato Vicepremier abbiamo detto che presto ci saranno anche 500 mila pensioni di cittadinanza via card. No, la vera novità è che sia stato sottolineato in convenscion che con la post pay ogm “non si potrà giocare d’azzardo”. Niente scopone scientifico per i nonni, perciò, e manco tressette o zecchinetta.

E mo’ chi glielo dice a Nonno Libero?

A domani.

Cronicario: www.redditodicittadinanza.it/navigator


Proverbio del 14 gennaio Ogni male necessita di un medico: il tempo

Numero del giorno: 0,7 Crescita % italiana nel 2019 secondo un sondaggio di Bloomberg

Siccome si prepara un boom tipo anni ’60 (cit. incredibile ma vera) mentre l’Italia rischia la stagnazione (cit vera ma credibile), per tagliare la testa al toro irsuto delle minchiate ministeriali non resta che affidarsi al Cronicario che oggi ne ha trovata un’altra che vi farà dimenticare le purissime perle diffuse in questi giorni.

Inutile dirvi che l’autore di quest’altro capolavoro è il vicepremier Uno (o Due, fate voi), perché tanto lo capirete dall’argomento: il reddito di cittadinanza, come meglio precisato qui dal vostro Cronicario. Se vi viene il mal di testa a pensare ai chissà quanti moduli da compilare per avere il vostro gettone di presenza in Italia, sappiate che “il sito internet per chiedere il reddito di cittadinanza sarà pronto nel mese di marzo”.

E mica solo questo. “Da quel momento nel giro di qualche settimana vi diremo se la persona che ha fatto domanda può accedere al reddito oppure no”.

E se non vi basta, sappiate pure che “se si (cioé se vi tocca il gettone di presenza, ndr), dopo pochi giorni avrete una telefonata del navigator. Non è stato facile ma ci siamo quasi”.

Attenzione: ha detto quasi. Infatti al momento sul sito http://www.redditodicittadinanza.it/navigator (ma anche senza /navigator), che evidentemente il governo del cambiamento non ha ancora comprato, tutto quello che si trova è questo:

Sarà pure colpa delle cattive compagnie che vedete sulla home page promozionale. Ma per adesso il sito del reddito del futuro somiglia a un relitto del passato. Navigator incluso.

A domani.

Cronicario: E tanti auguri col reddito di parannanza


Proverbio del 7 gennaio Quando non si ha l’ago il filo serve a poco

Numero del giorno: 12 Aumento % spesa interessi su debito pubblico nel IIIQ 2018 su IIIQ 2017

Bentrovati. Riapro bottega dopo un congruo periodo di fancazzismo e scopro con gioia che nel frattempo non è affatto venuta meno l’italica propensione al cazzeggio che per giunta proviene dalla alte sfere che governano i nostri destini. Il nostro beneamato governo del cambiamento, infatti, non pago di aver cambiato la manovra per far contenti gli arcigni brussellesi, adesso sta perfezionando con rara efficacia uno dei cavalli di battaglia che ci hanno accompagnato in questi mesi vissuti pericolosamente: il miracoloso reddito di cittadinanza.

Mentre scriviamo le menti raffinatissime del governo del turbamento stanno limando la centocinquantesima bozza del decreto che ogni giorno ci regala gioie e soddisfazioni, perché oltre ad abolire definitivamente la povertà, sta facendo strame persino di certi vecchi arnesi del dibattere pubblico.

Sicché oggi leggo che la misura riguarderà 4.916.786 persone, la 4.916787esima delle quali immagino sarà terribilmente incazzata. Girano le più svariate leggende metropolitane sui requisiti che richiederà la norma per individuare i percettori che comunque grazie ai prodigiosi miracoli dei centri per l’impiego riusciranno (dovrebbero riuscire?) a trovare l’agognato (?) lavoro. Magicamente, grazie al governo del cambiamento, il reddito di cittadinanza cambierà in reddito di parannanza.

Ma non pensate che sarà tutto rose e fiori. Si potrebbe persino essere costretti a emigrare. L’ultima bozza consultata dai sotuttoio della stampa dice infatti che dopo 18 mesi di fruizione del sostegno i percettori dovranno accettare, pena la perdita del reddito, un posto di lavoro ovunque nel territorio italiano. Nei primi sei mesi l’offerta sarà entro i 100 chilometri dalla residenza e nel periodo fra i 12 e i 18 mesi entro un raggio di 250 chilometri. Sempre che non ci siano minori o disabili in famiglie, perché in quel caso prevale il richiamo al patrio suolo.

Concludiamo: il reddito di parannanza col lavoro c’entra quanto il sogno con la realtà. Per questo piace. Tanti auguri.

A domani.

Quando il reddito di cittadinanza si chiamava pensione


Poiché la questione previdenziale continua a popolare il nostro dibattito pubblico, imponendosi ogni volta nell’agenda del governo, forse vale la pena ricordare il rilevante contributo che le pensioni hanno dato al cumulo del nostro debito pubblico. La gestione dissennata della nostra (im)previdenza pubblica è cosa nota a molti, ma vale riportare un recente studio di Itinerari previdenziali, associazione che studia i sistemi di previdenza sociale, che illustra, in una ricognizione dedicata alla durata media delle pensioni italiane, come in Italia vengano pagate oltre 750 mila pensioni da più di 37 anni, e che altri 3,8 milioni di pensioni hanno superato la durata di 25 anni, a dimostrazione del fatto che da noi, come sottolinea il presidente dell’Osservatorio Alberto Brambilla esiste “una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram anche se mascherato da pensione”.

Un’esagerazione penserete. Ma come si può dire diversamente a fronte della constatazione che “la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico”. In sostanza “siamo ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza”. E qui si arriva al punto. Alla fine degli anni ’70, ha calcolato l’Osservatorio, i maschi del settore privato andavano in pensione di anzianità intorno ai 53 anni e a 56 in pensione di vecchiaia, addirittura a 50 anni in caso di prepensionamento. Le pensioni di invalidità potevano scattare intorno ai 41 anni e le prestazioni per i superstiti addirittura poco sopra i 30. Nel 2017 queste età sono state rispettivamente 61,3 per l’anzianità, 67,1 per la vecchiaia, 54,5 per le invalidità e 76,9 per i superstiti maschi. Per le donne si andava in pensione di anzianità a 50,1 anni, di vecchiaia a 55, di invalidità a 51,6 mentre le prestazioni per le superstiti scattavano a 40,7. Oggi le età sono state innalzate, rispettivamente, a 60,2, 65,4, 52,5 e 73,8.

A fronte di ciò si potrebbe pensare che ormai il peggio è passato. Senonché, come nota l’Osservatorio, “ci vorranno ancora molti anni per ridurre le anomalie che appesantiscono il bilancio del welfare”. La storia di queste “anomalie” è un bel concentrato di tutto ciò che una sana gestione della cosa pubblica non dovrebbe fare e che viene riepilogata elencando i vari provvedimenti che dal 1919 in poi hanno cambiato profondamente il volto della nostra previdenza pubblica. All’epoca, quando l’aspettativa di vita era parecchio più bassa di oggi, servivano 65 anni di età per andare in pensione. Oggi si litiga per consentire di anticipare a 62 anni il pensionamento di una coorte di lavoratori. A quanto pare l’esperienza insegna poco. “Il continuo rilassamento dei conti pubblici e l’utilizzo a fini elettorali del sistema pensionistico hanno demolito in 40 anni un sistema gestionale solido – osserva lo studio -. Per ritornare al metodo di calcolo contributivo e ai 65 anni di età per il pensionamento del 1919, ci sono voluti quasi 100 anni; e ne occorreranno altri, 20 almeno, per ridurre le distorsioni prodotte in questo lungo periodo”.

Qualche esempio aiuterà a ricordare. A gennaio 2018 erano ancora in essere 248.699 pensioni dovute a prepensionamenti, effettuati anche con dieci anni di anticipo rispetto ella regole fino ad allora vigenti. Di questo strumento, usato intensivamente fino al 2002, si è fatto un uso notevole in particolare fra il 1984 e il 1992, quando il sistema pensionistico era vicino al tracollo. Anche questa voce, così come le invalidità previdenziali, sono state messe in conto alla voce pensioni, quando si tratta evidentemente invece di assistenza sociale. Poi c’è il capitolo delle baby pensioni, dove il livello di generosità raggiunto dallo stato è con pochi precedenti. “Una donna laureata con due figli poteva lavorare anche solo per 8 anni e poi pensionarsi dopo aver versato pochi anni di contributi (baby pensioni); oppure per tutti i dipendenti pubblici dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno e per i dipendenti degli enti locali dopo 25 anni consentendo così pensionamenti a 35/40 anni di età con 20-25 anni di contribuzione (sempre compresi i riscatti di laurea, maternità e militare)”. L’Osservatorio ha calcolato che fra le 750 mila pensioni che durano da oltre 37 anni ce ne sono almeno 75 mila che fanno riferimento a dipendenti pubblici, molti dei quali evidentemente sono baby pensionati. No è certo un caso che “nel settore pubblico si assista, per entrambi i generi, a una prevalenza della pensione di anzianità”. Basta ricordare che l’età media di decorrenza per gli uomini, nel 1980, era di 47,4 anni e per le donne di 44.9.

Se si va a guardare nei vari fondi speciali di categorie che compongono l’articolata panoramica della nostra previdenza, la musica cambia poco. Il personale delle Fs, confluito in buona parte nel fondo speciale Ferrovie dentro Inps a valle della privatizzazione delle Ferrovie è in squilibrio gestionale dal 2009 e costa alla fiscalità generale quattro miliardi ogni anno. E non è difficile capire perché. “Il personale viaggiante e quello di macchina di treni e traghetti godeva, fino al 2011, di agevolazioni sia anagrafiche sia contributive”:  Tra le riforme Dini e Amato ci fu un esodo di ferrovieri con età medie di pensionamento intorno ai 50 anni. Per le pensioni ante 1980 l’età media era 50,2 anni per gli uomini e 45,7 per le donne. Si comprende bene perché le pensioni di anzianità, ancora al gennaio 2018, fossero bel il 40,2 del totale del fondo speciale ferrovie. Anche nelle Fs, fino al 1992, si poteva andare in pensione a 19 anni sei mesi e un giorno che diventavano 14 sei mesi e un giorno se si era donne. “Le pensioni per prepensionamenti, ancora vigenti all’1.1.2018, hanno decorrenze più frequenti nel 1993 e nel 1995, con età medie di circa 48 anni, e rappresentano il 3,6% del totale delle pensioni del Fondo Ferrovie.
Per le pensioni con decorrenza “1980 e anni precedenti”, ancora vigenti all’1.1.2018, l’età media alla decorrenza dei maschi è 49,4 anni e quella delle femmine è 43,8 anni”.

Insomma, il discorso è chiaro. Si sono fatti debiti per garantire un reddito, sotto forma di pensione, a persone ancora giovani e abili al lavoro. Oggi si vogliono fare altri debiti sostanzialmente per la stessa ragione. Cambiano i tempi, ma i pensieri rimangono sempre gli stessi. E questo la dice lunga sul carattere di una popolazione.