Etichettato: reddito di cittadinanza

Cronicario: L’unica certezza è il governo-navigator


Proverbio del 7 marzo La cosa migliore è sapere quando finirla

Numero del giorno: 13.3 Crescita % commercio on line in Italia a gennaio

Annunciazione, annunciazione: il governo è solido. Talmente che neanche un treno ad alta velocità riuscirà a farlo deragliare dal binario del cambiamento sul quale sta guidando il paese.

Lo hanno detto, addirittura in coro, Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Due (o Uno, fate voi), mentre dalle fumose stanze di palazzo Chigi usciva una nota fantastica sulla Tav secondo la quale “saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale”.

Merita una menzione anche il riferimento del Palazzo alla circostanza che “sono emerse criticità che impongono una interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali”.

Ma questa momentanea incertezza ferroviaria poco ci riguarda. Quel che conta è che il governo c’è e ci sarà anche domani. Alla faccia di Eurostat che intanto pubblica grafici come questo e quello dopo.

Ora, a parte il pi negativo, per il quale è già pronta una soluzione, se vi preoccupa la disoccupazione, state sereni. Perché qui arriva la seconda certezza che ci fa dormire tranquilli: arrivano i navigator, ossia i 6.000 disoccupati che, una volta impiegati (una volta in senso stretto) dovrebbero aiutare a trovare lavoro agli altri disoccupati (nel frattempo in calo) che comunque avranno nell’attesa il reddito di sanchopanza. I navigator sono una certezza certissima. Pare che almeno 60.000 parteciperanno al bando diffuso dalle autorità, ove fra i requisiti richiesti c’è anche quello di essere specialisti di reddito di cittadinanza. Visto che i navigator non lo prendono (per ora) meglio che sappiano come funziona per dopo, avranno pensato quei geni del governo. Senza contare che ormai la Norma di Civiltà è stata finalmente innalzata al rango di disciplina scolastica.

Conosceremo presto questi navigator, eroici avanguardisti che conducono il triste disoccupato lungo l’oceano procelloso del mercato del lavoro italiano fino a un porto sicuro e a tempo indeterminato.

Eroici avanguardisti come quelli del governo, ‘sti navigator. Forse sono gli stessi.

A domani.

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Cronicario: Voi abbassate il Pil? Noi stamperemo le nostre card


Proverbio del 6 marzo Il mondo dei saggi è abitato da chi si accontenta di poco

Numero del giorno: 81.709 Domande per Quota 100 presentate alle 16 di ieri

Nel più lieto dei giorni, quando “inizia la rivoluzione” del reddito di cittadinanza, come ha sobriamente commentato Vicepremier Uno (o Due, fate voi), dall’infida Francia (vabbé tanto ormai l’ambasciatore è tornato), anzi peggio, dall’Ocse, noto consorzio di carbonari, arriva questa fosca previsione sul nostro radioso futuro.

Per quest’anno gli occhiuti parigini vedono addirittura un menozerodue di pil, che vabbé lo zerodue, ma pure meno?

Ora a parte che non crediamo alle previsioni fatte dagli altri, specie se in lingua straniera, e pure se anche noi ogni tanto ne sbagliamo qualcuna non è che per questo ci dobbiamo preoccupare. Al contrario: abbiamo un rimedio infallibile.

Sentite cosa dice una cervellona dell’Inps finalmente sovrana, che oggi ha illuminato le menti dei nostri parlamentari in commissione: “Il reddito di cittadinanza avrà un forte impatto sia sotto il profilo di politica economica che sulla ridistribuzione della ricchezza tra le famiglie per le quali ci di attende una riduzione della povertà e un aumento dell’inclusione sociale. Atteso anche un aumento del Pil potenziale”. Le card prepagate per i redditieri di cittadinanza, inoltre, arriveranno con mostruosa efficienza, dice sempre la gentile dottoressa.

Quindi nessun problema. Voi abbassate il pil? Noi stamperemo le nostre card.

A domani.

Cronicario: Tramutare i posti vacanti in posti vacanza: fatto


Proverbio del 12 febbraio Meglio un tozzo di pane all’aperto che un banchetto in prigione

Numero del giorno: 10,3 Tasso % di disoccupazione in Italia a dicembre secondo Ocse

Caro Navigator,

io lo so che tu lo sai che dovresti saperlo ma magari non lo sai visto che ancora ti devono assumere e magari formare. Ma intanto che aspetti che te lo dicono te lo dico io. In Italia ci stanno un sacco di posti di lavoro vacanti. Questa roba qua.

Lo so: non ci si crede. Nel paese della disoccupazione al 10 e passa, – e vi faccio grazia degli inattivi che manco pagati si vogliono attivare – ci sono dei poveracci di datori di lavoro che non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno. E manco pochi. Nel caso vogliate approfondire (ma non credo) sappiate che il tasso di posti vacanti – come da manuale – si calcola rapportando (che significa dividendo) il numero dei posti vacanti al totale di posti vacanti più posti occupati. Ebbene, secondo Istat nel quarto trimestre il tasso è arrivato all’1,2% del totale delle attività economiche (industria e servizi). Parliamo di migliaia di posti di lavoro.

Non ve l’avevano detto? Eh già. Sarà compito del Navigator sciogliere questo enigma del mercato del lavoro italiano. E soprattutto convincere uno dei tanti neet o disoccupati nostrani a imparare a fare un lavoro che serva persino a qualcuno.  Ma se così non fosse, non c’è da preoccuparsi.

Il governo ha già trovato la parola magica per trasformare il posto vacante in posto vacanze.

Fatto.

A domani.

Cronicario: Lavorare molto, lavorare pochi (e finalmente)


Proverbio del 30 gennaio In una lite hanno tutti torto

Numero del giorno: 770.000.000 Offerta in dollari del Nasdaq per la borsa di Oslo

E insomma: la fiducia delle imprese cala, e vorrei vedere. Fa sempre più freddo là fuori e se n’è accorto anche il governo tedesco che ha abbassato all’1% le stime del pil 2019. Figuratevi come stanno i nostri, che esportano un sacco di roba in Germania.

Epperò, ecco che tuttuduntratto la fiducia delle famiglie aumenta. E ci credo. Saremo pure disoccupati, ma almeno abbiamo smesso di essere inattivi, abbiamo un navigator e percepiamo pure un reddito tramite una supercard non riconoscibile. In più c’è quota 100, quindi se ho la fortuna di essere anziano ma non troppo, posso pure espatriare in Portogallo a spese dell’Inps e frego pure il Fisco. Considerando l’età media della popolazione al lavoro, non è proprio un pensiero fuori dal comune.

Stando così le cose, c’è da aver fiducia eccome. Non va così male, dai. Anche perché si sta compiendo finalmente una rivoluzione culturale. Al posto dell’ormai stantio, nonché inattuato, “lavorare meno, lavorare tutti”, si sta affermando gagliardamente la nuova parola d’ordine dell’Italia sovranEsta: Lavorare molto, lavorare in pochi.

Se vi sfugge la finezza di questa massima, è perché siete all’antica: dovete leggere più blog!!. Vi sarà arrivata su Uazzapp la notizia che per colpa dei robot il lavoro sarà sempre meno (fai girare), e sicuramente avrete letto un titolo di Facebuk che spiega la necessità di forme di reddito compensative per evitare la rivoluzione (condividi). Addirittura avrete sentito qualche esagerato (cit. governo) dire che senza reddito è a rischio la tenuta sociale (cuoricino, pollicione, share). Ecco spiegato il ritorno della fiducia e soprattutto il mistero delle ultime rilevazioni Censis, secondo le quali negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3%, è invece aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questo capolavoro avanguardista abbiamo che quei sempre meno che lavorano, lavorano sempre di più (donde la massima). Addirittura il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. In 2,1 milioni svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, magari dopo aver speso mille euro di smartphone, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”.

Il Censis nota che gli occupati giovani si sono dimezzati, rispetto a vent’anni fa, dimenticando che nel frattempo sono invecchiati e non sono stati praticamente sostituiti, visto che nessuno ha voglia di far figli e il governo pensa solo ai pensionandi. Ma soprattutto sfugge all’illustre istituto il significato profondo della rivoluzione in corso, che viene definito un “paradosso italiano”. Non c’è nessun paradosso: è giusto che lavorino di più quelli che lavorano, visto che gli piace. Sono degli eroi, dovremo dedicargli monumenti. Per tutto il resto c’è Supercard.

A domani.

Cronicario: Niente tressette con la card di parannanza


Proverbio del 22 gennaio Quando c’è una meta anche il deserto diventa una strada

Numero del giorno: 21 Tasso % di inattività dei 16-64enni in UK nel IIIQ 2018

Capisco subito l’aria che tira oggi nel cronicario quando leggo insieme due notizie che mi fanno l’effetto di un destro-sinistro, cui si aggiunge, a mo’ di uppercut, la terza che mi manda definitivamente al tappeto stecchito.

Sono tempi pericolosi, e ve lo dico da anni. Ma neanch’io potevo immaginare la concentrazione di minchiate che oggi ha fatto saltare tutte le centraline di rilevazione che ho disseminato per il web. Quando è troppo è troppo.

Esagero? Vedi un po’: a metà mattina arriva la notizia che in Turchia il presidente vuole far ripartire massicciamente la produzione di mariagiovanna dopo che – parole sue – “abbiamo distrutto la cannabis a causa di alcuni nemici travestiti da amici”.

Per una di quelle cose che succedono, arriva in contemporanea un’altra notizia stupefacente. Nostrana stavolta, come la tiella patate, riso e cozze: il governo ha scelto Lino Banfi per rappresentare l’Italia nella commissione per l’Unesco.

L’annuncio lisergico arriva nel bel mezzo di una convenscion organizzata dai rettiliani al governo (semicit.) per presentare l’avvio della produzione in serie della mitica card di parannanza. Sarebbe in realtà una post pay modificata, ma non tanto da renderla riconoscibile “perché nessuno si deve sentire discriminato a usarla”, come ha spiegato Vicepremier Uno (o Due, fate voi) alla platea festante, assicurando che si potrà richiederla on line e ritirare alla posta. Immagino opportunamente camuffati per non essere riconoscibili. Sempre perché nessuno deve essere discriminato in quanto percettore di reddito di parannanza.

Ma non è questa la barzelletta. Questa storia ormai non fa più ridere. E neanche il fatto che il nostro beneamato Vicepremier abbiamo detto che presto ci saranno anche 500 mila pensioni di cittadinanza via card. No, la vera novità è che sia stato sottolineato in convenscion che con la post pay ogm “non si potrà giocare d’azzardo”. Niente scopone scientifico per i nonni, perciò, e manco tressette o zecchinetta.

E mo’ chi glielo dice a Nonno Libero?

A domani.

Cronicario: www.redditodicittadinanza.it/navigator


Proverbio del 14 gennaio Ogni male necessita di un medico: il tempo

Numero del giorno: 0,7 Crescita % italiana nel 2019 secondo un sondaggio di Bloomberg

Siccome si prepara un boom tipo anni ’60 (cit. incredibile ma vera) mentre l’Italia rischia la stagnazione (cit vera ma credibile), per tagliare la testa al toro irsuto delle minchiate ministeriali non resta che affidarsi al Cronicario che oggi ne ha trovata un’altra che vi farà dimenticare le purissime perle diffuse in questi giorni.

Inutile dirvi che l’autore di quest’altro capolavoro è il vicepremier Uno (o Due, fate voi), perché tanto lo capirete dall’argomento: il reddito di cittadinanza, come meglio precisato qui dal vostro Cronicario. Se vi viene il mal di testa a pensare ai chissà quanti moduli da compilare per avere il vostro gettone di presenza in Italia, sappiate che “il sito internet per chiedere il reddito di cittadinanza sarà pronto nel mese di marzo”.

E mica solo questo. “Da quel momento nel giro di qualche settimana vi diremo se la persona che ha fatto domanda può accedere al reddito oppure no”.

E se non vi basta, sappiate pure che “se si (cioé se vi tocca il gettone di presenza, ndr), dopo pochi giorni avrete una telefonata del navigator. Non è stato facile ma ci siamo quasi”.

Attenzione: ha detto quasi. Infatti al momento sul sito http://www.redditodicittadinanza.it/navigator (ma anche senza /navigator), che evidentemente il governo del cambiamento non ha ancora comprato, tutto quello che si trova è questo:

Sarà pure colpa delle cattive compagnie che vedete sulla home page promozionale. Ma per adesso il sito del reddito del futuro somiglia a un relitto del passato. Navigator incluso.

A domani.

Cronicario: E tanti auguri col reddito di parannanza


Proverbio del 7 gennaio Quando non si ha l’ago il filo serve a poco

Numero del giorno: 12 Aumento % spesa interessi su debito pubblico nel IIIQ 2018 su IIIQ 2017

Bentrovati. Riapro bottega dopo un congruo periodo di fancazzismo e scopro con gioia che nel frattempo non è affatto venuta meno l’italica propensione al cazzeggio che per giunta proviene dalla alte sfere che governano i nostri destini. Il nostro beneamato governo del cambiamento, infatti, non pago di aver cambiato la manovra per far contenti gli arcigni brussellesi, adesso sta perfezionando con rara efficacia uno dei cavalli di battaglia che ci hanno accompagnato in questi mesi vissuti pericolosamente: il miracoloso reddito di cittadinanza.

Mentre scriviamo le menti raffinatissime del governo del turbamento stanno limando la centocinquantesima bozza del decreto che ogni giorno ci regala gioie e soddisfazioni, perché oltre ad abolire definitivamente la povertà, sta facendo strame persino di certi vecchi arnesi del dibattere pubblico.

Sicché oggi leggo che la misura riguarderà 4.916.786 persone, la 4.916787esima delle quali immagino sarà terribilmente incazzata. Girano le più svariate leggende metropolitane sui requisiti che richiederà la norma per individuare i percettori che comunque grazie ai prodigiosi miracoli dei centri per l’impiego riusciranno (dovrebbero riuscire?) a trovare l’agognato (?) lavoro. Magicamente, grazie al governo del cambiamento, il reddito di cittadinanza cambierà in reddito di parannanza.

Ma non pensate che sarà tutto rose e fiori. Si potrebbe persino essere costretti a emigrare. L’ultima bozza consultata dai sotuttoio della stampa dice infatti che dopo 18 mesi di fruizione del sostegno i percettori dovranno accettare, pena la perdita del reddito, un posto di lavoro ovunque nel territorio italiano. Nei primi sei mesi l’offerta sarà entro i 100 chilometri dalla residenza e nel periodo fra i 12 e i 18 mesi entro un raggio di 250 chilometri. Sempre che non ci siano minori o disabili in famiglie, perché in quel caso prevale il richiamo al patrio suolo.

Concludiamo: il reddito di parannanza col lavoro c’entra quanto il sogno con la realtà. Per questo piace. Tanti auguri.

A domani.

Quando il reddito di cittadinanza si chiamava pensione


Poiché la questione previdenziale continua a popolare il nostro dibattito pubblico, imponendosi ogni volta nell’agenda del governo, forse vale la pena ricordare il rilevante contributo che le pensioni hanno dato al cumulo del nostro debito pubblico. La gestione dissennata della nostra (im)previdenza pubblica è cosa nota a molti, ma vale riportare un recente studio di Itinerari previdenziali, associazione che studia i sistemi di previdenza sociale, che illustra, in una ricognizione dedicata alla durata media delle pensioni italiane, come in Italia vengano pagate oltre 750 mila pensioni da più di 37 anni, e che altri 3,8 milioni di pensioni hanno superato la durata di 25 anni, a dimostrazione del fatto che da noi, come sottolinea il presidente dell’Osservatorio Alberto Brambilla esiste “una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram anche se mascherato da pensione”.

Un’esagerazione penserete. Ma come si può dire diversamente a fronte della constatazione che “la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico”. In sostanza “siamo ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza”. E qui si arriva al punto. Alla fine degli anni ’70, ha calcolato l’Osservatorio, i maschi del settore privato andavano in pensione di anzianità intorno ai 53 anni e a 56 in pensione di vecchiaia, addirittura a 50 anni in caso di prepensionamento. Le pensioni di invalidità potevano scattare intorno ai 41 anni e le prestazioni per i superstiti addirittura poco sopra i 30. Nel 2017 queste età sono state rispettivamente 61,3 per l’anzianità, 67,1 per la vecchiaia, 54,5 per le invalidità e 76,9 per i superstiti maschi. Per le donne si andava in pensione di anzianità a 50,1 anni, di vecchiaia a 55, di invalidità a 51,6 mentre le prestazioni per le superstiti scattavano a 40,7. Oggi le età sono state innalzate, rispettivamente, a 60,2, 65,4, 52,5 e 73,8.

A fronte di ciò si potrebbe pensare che ormai il peggio è passato. Senonché, come nota l’Osservatorio, “ci vorranno ancora molti anni per ridurre le anomalie che appesantiscono il bilancio del welfare”. La storia di queste “anomalie” è un bel concentrato di tutto ciò che una sana gestione della cosa pubblica non dovrebbe fare e che viene riepilogata elencando i vari provvedimenti che dal 1919 in poi hanno cambiato profondamente il volto della nostra previdenza pubblica. All’epoca, quando l’aspettativa di vita era parecchio più bassa di oggi, servivano 65 anni di età per andare in pensione. Oggi si litiga per consentire di anticipare a 62 anni il pensionamento di una coorte di lavoratori. A quanto pare l’esperienza insegna poco. “Il continuo rilassamento dei conti pubblici e l’utilizzo a fini elettorali del sistema pensionistico hanno demolito in 40 anni un sistema gestionale solido – osserva lo studio -. Per ritornare al metodo di calcolo contributivo e ai 65 anni di età per il pensionamento del 1919, ci sono voluti quasi 100 anni; e ne occorreranno altri, 20 almeno, per ridurre le distorsioni prodotte in questo lungo periodo”.

Qualche esempio aiuterà a ricordare. A gennaio 2018 erano ancora in essere 248.699 pensioni dovute a prepensionamenti, effettuati anche con dieci anni di anticipo rispetto ella regole fino ad allora vigenti. Di questo strumento, usato intensivamente fino al 2002, si è fatto un uso notevole in particolare fra il 1984 e il 1992, quando il sistema pensionistico era vicino al tracollo. Anche questa voce, così come le invalidità previdenziali, sono state messe in conto alla voce pensioni, quando si tratta evidentemente invece di assistenza sociale. Poi c’è il capitolo delle baby pensioni, dove il livello di generosità raggiunto dallo stato è con pochi precedenti. “Una donna laureata con due figli poteva lavorare anche solo per 8 anni e poi pensionarsi dopo aver versato pochi anni di contributi (baby pensioni); oppure per tutti i dipendenti pubblici dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno e per i dipendenti degli enti locali dopo 25 anni consentendo così pensionamenti a 35/40 anni di età con 20-25 anni di contribuzione (sempre compresi i riscatti di laurea, maternità e militare)”. L’Osservatorio ha calcolato che fra le 750 mila pensioni che durano da oltre 37 anni ce ne sono almeno 75 mila che fanno riferimento a dipendenti pubblici, molti dei quali evidentemente sono baby pensionati. No è certo un caso che “nel settore pubblico si assista, per entrambi i generi, a una prevalenza della pensione di anzianità”. Basta ricordare che l’età media di decorrenza per gli uomini, nel 1980, era di 47,4 anni e per le donne di 44.9.

Se si va a guardare nei vari fondi speciali di categorie che compongono l’articolata panoramica della nostra previdenza, la musica cambia poco. Il personale delle Fs, confluito in buona parte nel fondo speciale Ferrovie dentro Inps a valle della privatizzazione delle Ferrovie è in squilibrio gestionale dal 2009 e costa alla fiscalità generale quattro miliardi ogni anno. E non è difficile capire perché. “Il personale viaggiante e quello di macchina di treni e traghetti godeva, fino al 2011, di agevolazioni sia anagrafiche sia contributive”:  Tra le riforme Dini e Amato ci fu un esodo di ferrovieri con età medie di pensionamento intorno ai 50 anni. Per le pensioni ante 1980 l’età media era 50,2 anni per gli uomini e 45,7 per le donne. Si comprende bene perché le pensioni di anzianità, ancora al gennaio 2018, fossero bel il 40,2 del totale del fondo speciale ferrovie. Anche nelle Fs, fino al 1992, si poteva andare in pensione a 19 anni sei mesi e un giorno che diventavano 14 sei mesi e un giorno se si era donne. “Le pensioni per prepensionamenti, ancora vigenti all’1.1.2018, hanno decorrenze più frequenti nel 1993 e nel 1995, con età medie di circa 48 anni, e rappresentano il 3,6% del totale delle pensioni del Fondo Ferrovie.
Per le pensioni con decorrenza “1980 e anni precedenti”, ancora vigenti all’1.1.2018, l’età media alla decorrenza dei maschi è 49,4 anni e quella delle femmine è 43,8 anni”.

Insomma, il discorso è chiaro. Si sono fatti debiti per garantire un reddito, sotto forma di pensione, a persone ancora giovani e abili al lavoro. Oggi si vogliono fare altri debiti sostanzialmente per la stessa ragione. Cambiano i tempi, ma i pensieri rimangono sempre gli stessi. E questo la dice lunga sul carattere di una popolazione.

L’incognita inattivi sul reddito di cittadinanza


In attesa di capire la forma definitiva del cosiddetto reddito di cittadinanza, del quale molto si è parlato ma poco si è concretamente visto, vale la pena ricordare gli strumenti che la nostra legislazione prevede per il sostegno del reddito di chi è rimasto senza lavoro, che dovrebbe essere una delle ragioni costituenti del provvedimento. Giova allo scopo una recente pubblicazione di Bankitalia che fa il punto sull’evoluzione dell’indennità di disoccupazione in Italia, che è un ottimo riepilogo del quadro normativo e finanziario che dal 2012 in poi ha cambiato sostanzialmente il sistema di assistenza sociale per i disoccupati. Per farla semplice, la legge Fornero del 2012, che ha istituito l’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), e il Jobs act del 2015, che ha istituito la Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego), miravano a rendere il sussidio più universale anche agganciandolo a una precisa condizionalità, ossia all’accettazione di offerte di lavoro e alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale. Tutti ingredienti che ricorrono nelle varie anticipazioni del reddito di cittadinanza, che di conseguenza in qualche modo a tale normativa si ispira. E’ interessante perciò capire quali siano stati gli esiti delle riforme degli anni scorsi per provare a immaginare quali potrebbero essere le conseguenze dell’applicazione di una nuova normativa che ad esse implicitamente si ispira.

La prima osservazione è che mentre il take up rate, ossia la percentuale fra coloro che fanno domanda rispetto a quelli che ne hanno diritto non ha subito grandi cambiamenti, collocandosi intorno al 50% nel passaggio fra la vecchia Indennità di disoccupazione all’Aspi, “un valore basso rispetto al confronto internazionale”, osservano gli economisti di Bankitalia. La seconda è ancora più interessante. “In media circa una persona su sette, fra quanti ricevono un sussidio di disoccupazione o mobilità, non risulta attivo sul mercato del lavoro”, spiegano. E questo “nonostante la crescente attenzione che nel tempo le norme hanno posto sul fatto che chi riceva un sussidio debba ricercare un lavoro ed essere pronto ad accettare lavori congrui”. Un’altra continuità con il passato che dovrebbe preoccupare chi oggi collega il futuro reddito di cittadinanza alla ricerca attiva di un lavoro dando per scontato che ciò servirà a motivare gli inattivi.

Facciamo un passo indietro. Fino al 2012 i disoccupati del settore privato non agricolo potevano contare su tre istituti per il sostegno del reddito: l’indennità ordinaria di disoccupazione, l’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti e la mobilità. Ognuno di questi istituti aveva le sue regole ma complessivamente il sistema “si caratterizzava per un’elevata frammentazione e un grado di copertura basso nel confronto internazionale, riflettendo sia l’esclusione dal diritto di numerose frange di lavoratori sia un trattamento poco generoso”. Per giunta i numerosi provvedimenti adottai “in deroga” delle discipline hanno generato una notevole complessità al punto che la “sovrapposizione tra diversi tipi di sussidio aveva mutato la natura del sistema, che, originato per tutelare il lavoratore e la sua capacità reddituale sempre più spesso si trasformava in uno strumento di politica industriale, utilizzato a salvaguardia delle imprese che non avevano più la capacità di rimanere sul mercato”. In sostanza si è andato via via sfumando il confine fra misure di sostegno al reddito e sostegno all’inefficienza del sistema.

Le riforme iniziate nel 2012 si proponevano di superare questo stato di cose. L’obiettivo era “accrescere le opportunità di accesso e il grado di universalità, con un innalzamento dei livelli di generosità dei trattamenti di base”. L’Aspi perciò ha sostituito tutti gli strumenti in vigore allargando la platea dei beneficiari a tutti i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, con l’esclusione dei dipendenti a tempo indeterminato della PA e gli operai agricoli, allungando anche la durata del sussidio che per i lavoratori con più di 55 anni veniva fissata in 16 mesi. Inoltre è stata istituita, sempre allo scopo di allargare la platea degli aventi diritto potenziali, la mini Aspi che imponeva requisiti minori per accedere al contributo (13 settimane di contributi negli ultimi 12 mesi).

Nel 2015 il Jobs act ha aggiunto ulteriori elementi al sistema degli ammortizzatori sociali per la disoccupazione involontaria con la Naspi, che ha rimosso completamente il requisito dei due anni di anzianità contributiva riducendo il requisito richiesto a 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti con almeno 30 giorni lavorativi nell’ultimo anno. La durata del sussidio è prevista per un numero di settimane pari alla metà di quelle retribuite fino a un massimo di 24 mesi, per un importo in funzione della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni. “Al fine di evitare comportamenti opportunistici e incentivare i disoccupati alla ricerca di un nuovo lavoro, – spiegala ricerca – la Naspi prevede inoltre che il sussidio di partenza si riduca del 3 per cento al mese, a partire dal quarto”. In coerenza con la volontà di non favorire l’inattività, la Naspi ha dato maggiore enfasi al requisito della condizionalità, ossia “alla ricerca attiva del lavoro, all’accettazione di un’offerta di lavoro congrua nonché alla partecipazione a corsi di riqualificazione professionale”. Il Jobs act aveva anche previsto l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del lavoro (ANPAL) che avrebbe dovuto migliorare la gestione del mercato del lavoro e monitorare le prestazioni erogate. Ma i risultati auspicati non sono stati raggiunti. Non si è arrivati al momento a nessun accordo fra il ministero del Lavoro e le Regioni, che “sono rimaste titolari della potestà legislativa in materia di politiche del lavoro”. “La riforma della Costituzione, approvata da entrambe le Camere nel 2016, – ricorda Bankitalia – prevedeva che la potestà legislativa in merito alle politiche attive del lavoro fosse di diretta competenza dello Stato; l’esito negativo del referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha bocciato le modifiche costituzionali proposte, ha avuto come risultato anche quello di lasciare tali competenze alle Regioni”. Questa situazione non è mutata. Di conseguenza lo strabismo istituzionale fra l’erogazione centralizzata del sussidio e la decentralizzazione della regolazione delle attività lavorative è una circostanza di cui si deve debitamente tener conto quando si pianificano azioni che coinvolgano il sostegno al reddito e il mercato del lavoro.

A fronte di questo contesto normativo, si può tentare un’analisi dei risultati ottenuti. “Nel 2016 il costo complessivo, al netto dei contributi figurativi, per i sussidi di disoccupazione è stato di 11,7 miliardi di euro, pari all’1,7 per cento del totale dei redditi di lavoro”. I dati di bilancio Inps mostrano che “soffermandosi sulle indennità di disoccupazione, la spesa, abbastanza stabile fino all’esplodere della crisi, sia poi velocemente aumentata raggiungendo i 17,6 miliardi nel 2016 (7,5 miliardi nel 2007); nello stesso periodo i sussidiati sono aumentati di oltre un milione, a circa 3 milioni”.

La prima cosa da capire, quindi, è se i miliardi che il governo dice di voler mettere sulla voce del reddito di cittadinanza siano in qualche modo un sostituto di questa cifra o se invece si aggiungeranno a questa cifra, visto che “tra i beneficiari dei sussidi possono esservi persone che in realtà non sono classificate come attivamente alla ricerca d’un lavoro”.

Ciò accade perché “sebbene i sussidi siano formalmente condizionati alla ricerca attiva di un impiego, la quota di percettori che non cercano o non sono disponibili a lavorare non è piccola. Nel complesso dei percettori di sussidi, indipendentemente dalla fase e dalla tipologia del trattamento, essa era pari al 14,3 per cento nel 2016”. E anche col passaggio dall’Aspi alla Naspi tale quota risulta sostanzialmente invariata. Per quale ragione un reddito di cittadinanza, che presume condizionalità analoghe a quelle previste dalle norme ancor in vigore, dovrebbe ottenere risultati differenti? “La probabilità di essere inattivo sul mercato del lavoro sia rimasta abbastanza costante nel corso degli anni e senza grandi variazioni dovute ai cambiamenti di strumento, addirittura sarebbe leggermente aumentata con il passaggio dall’Aspi alla Naspi”. Di conseguenza “la maggiore attenzione che con la Naspi il legislatore ha prestato all’esigenza che il lavoratore sussidiato sia attivamente alla ricerca d’un lavoro non sembra perciò essersi traslata in una maggiore attivazione dei soggetti sussidiati, che anzi sarebbero stati, ceteris paribus, meno attivi”.

Bankitalia ha anche stimato la quota di sussidi che vanno a persone che non si attivano per la ricerca di un lavoro e che, nel 2016, valeva circa 1,7 miliardi di euro.

Bankitalia è andata oltre e ha anche scorporato il dato su base regionale. Viene fuori che “è la Lombardia con circa 300 mln di euro a evidenziare il livello più alto di spesa per sussidi concessi a disoccupati non attivi”.

Da qui la conclusione: “Rimane significativa la quota di percettori di sussidio che non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Un alto tasso di inattività tra i percettori conferma la necessità di una maggiore integrazione tra politiche passive e attive del lavoro, resa meno agevole dal fatto che, mentre le prime
sono centralizzate, le seconde sono gestite in piena autonomia – finanziaria e legislativa – dalle Regioni”. Insomma, la realtà sembra far strame di pregiudizi e facilonerie. Dovrebbe servire da insegnamento. Ma prima bisogna, umilmente, farci i conti.

Cronicario: La matematica del DEF è un’opinione


Proverbio del 4 ottobre Non desiderare vuol dire tranquillità

Numero del giorno: 15,8 Calo % prezzi abitazioni italiane dal 2010

Lo so che anche voi vi siete scocciati di parlare di un documento che non esiste ancora e sul quale si dice tutto e il contrario di tutto. Ma ci possiamo fare poco: le cronache sono talmente piene di perle sulla NADEF che nessun Cronicario che si rispetti può fare a meno di riportarle. Già dalla mattina presto poi. Perché, da bravi governanti, i Nostri non dormono mai.

Perciò non erano neanche le otto del mattino quando uno dei nostri condottieri ha fatto andare il caffé di traverso a chissà quanti annunciando che “nella manovra ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero. Ma in questa cifra ci saranno anche l’aumento delle pensioni di invalidità, il quoziente familiare, un premio alle famiglie numerose con contributo alla natalità”. Quindi non ci sono 10 miliardi per il reddito chiede l’intrepido giornalista? “Se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”. Ed ecco il punto dolente che il Nostro condottiero ha perfettamente centrato col suo notevole intuito:

La matematica del DEF, poi, è la migliore delle opinioni. Per dire, solo nella matematica politica può succedere che 16 miliardi paghino 8 miliardi di pensione e 8 di reddito, ma anche flat tax, natalità e quant’altro.

E fin qui uno ci può anche credere. Ormai si crede a tutto almeno per due secondi netti, fino al prossimo tweet. Ma poi a una cert’ora arrivano quegli altri. Alcune meravigliose “fonti parlamentari” dicono che i soldi per il reddito di cittadinanza non sono otto, ma dieci, nove per il reddito e uno per i centri per l’impiego. E per non sbagliare fanno girare anche una tabella – una delle mitiche tabelle che aspettano tutti e che ancora non si vedono – con alcuni numeri della manovra. E uno di loro con un filo di cattiveria dice persino che il ministro, quello che non riposa, forse ha preso una cantonata. “Ho le tabelle qua, era mattina presto forse si è confuso”, dice ospite della tv mattutina.

Apriti cielo. La lesa maestà provoca persino un’incrinatura nella meravigliosa narrazione del governo del cambiamento. Nientepopòdimenoche un sottosegretario all’economia del partito alleato (?) la spiega così.  “Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno”. Quindi sette miliardi, che tolti dai sedici totale ne lascia disponibili nove, che comunque non sono dieci. E comunque basta la parola: “Si sta giocando con i numeri, ma i soldi ci sono”, fa eco il ministro uno e bino a conferma del fatto che la matematica è roba noiosa di fronte alla manovra del popolo.

Dulcis in fundo arriva il premier, che oltre ad essere un fine giurista come da curriculum allegato, si rivela anche un pregevole poeta. “Il reddito di cittadinanza è una misura di cui sono particolarmente orgoglioso: non un sussidio ma una scintilla che permetterà di essere partecipi nella nostra società a tante persone che ora ne sono escluse”.

Buona visione a tutti.

A domani.