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Cronicario: Miracoli italiani: polizze dormienti e assicurazioni rischiose


Proverbio del 23 giugno Quando compare la barba scompare l’infanzia

Numero del giorno: 0,5 Pil francese primo trimestre rivisto al rialzo

Solo in Italia si leggono meraviglie come il rapporto Ivass, che non è una storia di spie russe ma il più noioso resoconto annuale dell’Istituto di vigilanza delle assicurazioni, una sorta di Banca d’Italia che ficca il naso nelle assicurazioni anziché nelle banche, ma comunque Banca d’Italia rimane, visto che il presidente è quel Salvatore Rossi che fa pure il direttore generale di Bankitalia

e spero per lui che lo paghino doppio.

Ora, alcune informazioni sull’augusta relazione ve le devo dare, ma non tanto sul noiosissimo mercato assicurativo, del quale al massimo si occupano i cervelloni del piano di sopra. Quanto su alcune speciosità che mi hanno fatto urlare al miracolo italiano. E cominciamo con la più spettacolosa: le polizze fantasma.

Esistono nelle brughiere contabili italiane polizze dormienti ormai fantasma la cui origine si perde fra le nebbie del detto e dimenticato o del non detto affatto, visto che gli italiani, popolo misteriosissimo, usano fare polizze a destra e manca senza che gli intestatari ne sappiano nulla. Ogni tanto questi misteri vengono rivelati, ma la gran parte rimangono nascosti e vengono semmai evocati nei racconti degli anziani ai più piccoli nelle notti buie e tempestose dell’inverno al caldo del focolare familiare.

Oggi il ruolo del contastorie è toccato al nostro direttore-presidente, che spero cumuli pure l’indennità da nonno, che ci ha fatto sapere che esiste un numero imprecisato di polizze fantasma che si aggira nei meandri dei bilanci assicurativi dal valore presunto di quattro miliardi – ma provateci voi a contare i fantasmi – che sta lì, ormai scaduto, e quindi passato a miglior vita,  e che ospita le anime morte di polizze mai pagate, e quindi insepolte, perché nessuno le ha richieste.

E perché mai? Chiede il nipotino. I beneficiari non sanno di esserlo, risponde paziente nonno Rossi, carezzando la testa bitorzoluta del nipote scemo che sarei io. Dal che deduco che potrei essere beneficiario di una polizza  – e magari pure ricca – e non saperlo. Potrei essere ricco e invece vivo a rate. Qui serve un aiuto specialistico.

Ora che il mio pomeriggio ha assunto il colorito azzurro della speranza,

posso passare al secondo miracolo: le assicurazioni rischiose.

Lo so che è chiedere molto alla perspicacia proponendo quest’ossimoro, ma non ho trovato di meglio da dire, visto che siamo l’unico paese al mondo in cui le assicurazioni guadagnano di più perché rischiano di più, ossia facendo il contrario di quello che dovrebbe fare un’assicurazione. Sentite che dice nonno Rossi, ora nelle vesti di presidente Ivass. Le assicurazioni italiane son “molto più profittevoli di quelle francesi e tedesche” anche per la “concentrazione dei loro investimenti nei titoli pubblici italiani, più redditizi perché giudicati più rischiosi dai mercati finanziari”. Insomma: le assicurazioni hanno in pancia 360 miliardi di investimenti in bond pubblici, su un totale di 810 miliardi di investimenti, di cui la gran parte sono italiani. Quindi siccome il governo italiano (quindi le nostre tasse) paga bene e puntualmente, ecco che le nostre compagnie ci investono e fregano i tedeschi, che magari comprano i bund a tassi negativi.

E a proposito di genio locale, concludo con l’ultimo miracolo del giorno, stavolta auspicabile. Draghi ne ha accennato parlando ai leader dell’Ue della nuova speranza nel progetto europeo. E mentre sollevava speranze, il nostro beneamato ha ricordato che per avere inflazione più alta – la missione della Bce – servono stipendi più alti. Quindi da noi serve più di un miracolo. Visto che prima dobbiamo trovare lavoro.

A lunedì.

Cronicario: E ora s’ammoscia pure il petrolio


Proverbio del 20 giugno Il ladro dice che tutti sono ladri

Numero del giorno: 2,79 Tasso medio nuovi prestiti bancari in Italia ad aprile

A un certo punto, da qualche parte, leggo che il petrolio è sceso sotto i 45 dollari, ai minimi dal 16 novembre, ossia prima del mitico accordo Opec del 30 novembre che quei fenomeni del terzo piano avevano già gufato.

Ora non è che serviva essere geni per capire che qualcosa sarebbe andato storto. Già il fatto che russi e arabi si accordino è una notizia che inquieterebbe chiunque. Figurarsi poi scoprire che il vero problema non sta a Oriente (medio) ma ad Occidente (estremo).

Ora non è per dire, ma lo vedete cosa è successo dalla fine del 2016? E’ resuscitata persino la produzione nel bacino Eagle Ford che calava da due anni. E stendo un velo di petrolio sul bacino Permiano, che ormai viaggia su livelli di produzione mediorientali. Se poi uno si ricorda che da dicembre 2015 l’America esporta greggio e pure parecchio

c’è solo una reazione possibile alla promessa di far risalire il petrolio grazie ai tagli Opec (peraltro assai generosi verso alcuni paesi).

Così capite subito che questo è un serio articolo di analisi economica.

Detto ciò, ci sono un altro paio di cose che dovete sapere su questo primo periodo del 2017 e che oggi i dati delle bilance dei pagamenti,  che oggi sono usciti in amorevole armonia dall’EZ, Italia compresa, e dagli Usa, ci dicono con chiarezza. Noi siamo sempre più creditori – e per noi intendo noi eurodotati, italiani compresi – e gli Usa sono sempre più debitori.

Se siete amanti degli aridi grafici, la situazione è questa. I primi siamo noi:

abbiamo una quarantina di miliardi di saldo attivo che vale il 2,5% del Pil. Poi c’è l’eurozona come un tutto.

il cui attivo di conto corrente sta intorno al 3% del Pil. E poi ci sono i rosiconi.

Che poi sarebbero quelli della Fed di S.Louis che proprio oggi hanno postato una roba sul fatto che mentre Cina e Usa stanno correggendo i propri squilibri (dati 2015) la cattivissima Germania continua ad accumulare eccedenze. Peccato che i conti del primo trimestre 2017 raccontino del peggioramento del deficit Usa da 114 miliardi a 116,8, portandosi al 2,5% del pil Usa, quindi in pratica da dove si trova dal 2009 in poi.

E concludo con due informazioni di servizio, nel senso di servizio del debito. La prima:

L’Italia ha oltre il 60% del proprio debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti, quindi banche, assicurazioni e robe così. Sono a costoro, quindi che dobbiamo servire il credito, ossia pagare gli interessi sul debito. Ricordo che parliamo d una sessantina di miliardi sui 2.200 e spicci di debito. La seconda:

L’Italia ha fra il 10 e il 15% del proprio debito a scadenza inferiore a un anno. Quindi, tenendoci bassi, significa almeno 240 miliardi che scadono ogni anno. Una cosetta.

Meditate gente.

A domani.

Cronicario: Brexit o commercexit? Questo è il problema


Proverbio del 19 giugno L’ignorante è nemico di se stesso

Numero del giorno: 4,1 Calo % settore costruzioni in Italia ad aprile

E così comincia la Brexit, in un momento di sfiga assoluta per i nostri cugini britannici che in poche settimane si sono beccati elezioni inconcludenti, incendi tragici e stamane pure il solito matto che investe i pedoni.

Già, la Brexit comincia nel peggiore dei modi, con la signora primo ministro devastata dalla sfortuna, malgrado le scarpette rosse.

Il problema è che il resto dell’Europa, e l’eurozona in particolare per non dire i tedeschi, non dovrebbe gongolare più di tanto. Proprio oggi la Bce ha pubblicato un box che ricorda una elementare evidenza.

L’eurozona, per non dire la Germania, è eccedentaria nei confronti dell’Uk, a differenza di quanto accade nei confronti della Cina. Quindi se all’Uk dice male, indovinate chi ne pagherà le conseguenza?

Perché il problema è tutto qua. L’Ue e l’Uk si giocano molto più che una semplice partita diplomatica a un tavolo: si giocano una buona parte dei loro flussi commerciali che dopo la Brexit non saranno più gli stessi.

E non è detto che saranno migliori.

A domani

 

Cronicario: Neanche Weidmann ci toglie il sorriso, figuratevi la Fed


Proverbio del 14 giugno Non è mai tardi per fare qualcosa di buono

Numero del giorno: 46 Aumento % traffico dati mobile in Italia nel 2016

L’estate sta arrivando e un anno di lavoro se ne va. Sto diventando grande (è pure il mio genetliaco) e in fondo mi va, perché ho deciso di invecchiare felice. E perciò in questo giorno di gioia neanche le intemerate del cattivissimo Weidmann riescono a togliermi il buonumore.

Come chi è Weidmann? Davvero non lo conoscete? Eccovelo qui in tutta la sua teutonica bellezza.

No, non è un modello. Di mestiere fa il banchiere centrale e peraltro sta a capo della Bundesbank, la banca centrale più cattiva dell’universo centrale, che già nel secondo dopoguerra cazziava tutti e se infischiava dei governi. La mamma della Bce, insomma.

Capite perché molti lo vedano al posto del nostro amato Supermario, una volta che lui finirà il mandato.

E che vuole Weidmann? Le solite cose: lo ripete a ogni pie’ sospinto. Vuole che la Bce smetta di largheggiare col denaro – quella roba astrusa che si chiama QE – e non vuole che passi inosservato qualsiasi espediente – tipo quella roba degli European Safe Bond – che punta a mutualizzare il debito europeo. Attenzione: non è che il boss della Buba dica di essere contrario a condividere i debiti. Dice che dobbiamo sapere quello che stiamo facendo, ammettendo persino che “non sono le banche centrali a poter mettere l’economia su un percorso di crescita forte”.

Supero Weidmann in scioltezza, perché il buonumore mi porta là dove splende il sole, e in particolare dalle parti di Eurostat che lancia due buone notizie di fila. La prima:

la produzione industriale cresce dello 0,5% su base mensile e dell’1,4% su base annuale. Per il migliore dei mondi possibili in cui viviamo (quello del pil) è una buona notizia. La seconda è una sorta di corollario.

Nel primo quarto del 2017 ci sono 234,2 milioni di europei che hanno un lavoro, secondo Eurostat “il più alto livello mai registrato”. L’occupazione è cresciuta persino da noi, che è tutto dire. E anche l’Ocse si è stupita osservando il dato del mese successivo, quello di aprile, con la disoccupazione in calo dello 0,4% “il calo più significativo” insieme a quello del Spagna dicono da Parigi. Sicché la disoccupazione adesso è arrivata all’11,1%.

Non vi basta tutto questo per essere felici. Allora beccatevi le banche venete. Stanno lavorando per noi. Niente bail in. Anche oggi ce l’hanno ripetuto. E faranno pure presto, così almeno ha chiesto anche il vice direttore di Bankitalia Panetta. Quindi

Poi ci sarebbe la notizia che uscirà stasera, quella che ormai tutti sanno come andrà a finire, con la Fed ad alzare ancora un pizzico i tassi e qualcuno che si preoccupa. Ma se non riesce Weidmann a intristirmi, figuratevi se ci riesce la Yellen.

A domani.

 

 

 

Cronicario: La vispa Theresa alla fine l’han presa


Proverbio del 9 giugno Ciò che piace al capo non sempre piace ai giovani

Numero del giorno: 6.270.000.000 Deficit previsto per l’Inps nel 2017

Com’è che dice la poesia? La vispa Teresa gridava l’ho presa, l’ho presa, e invece alla nostra povera Theresa May è finita che han preso lei, e scusate la rima baciata internazionale.

Se la sono proprio cucinata bene i perfidi albionesi (o albionici? boh), insomma i suoi connazionali, che prima hanno cavalcato la Brexit e l’han fatta diventare primo ministro e poi le hanno in pratica votato contro, per nulla sedotti dalle sue fiammanti scarpette rosse

e dando anzi un sacco di voti a un socialista barbuto.

No, scusate, ho sbagliato foto. Era lui:

Ma d’altronde i socialisti son sempre

Ora potremmo discutere a lungo del cattivo gusto di un popolo che preferisce un vecchio barbuto a una old lady in scarpe rosse, ma mica ho dimenticato che il Cronicario parla di cose serie… Sarà pure venerdì, il padre di tutti i riposi, ma badiamo al sodo su queste righe. Perciò beccatevi un po’ di numeri gentilmente offerti da Bloomberg. Prima quelli del nuovo parlamento britannico, che già saprete a memoria però una rinfrescatina non fa mai male.

E poi fatevi due risate con la sterlina, che a distanza di un anno dal tonfo della Brexit (correva il giugno 2016) ne fa un altro. Questo è il calo rispetto all’euro.

Verso il dollaro va giù uguale.

Visto che la vispa Theresa a sberle l’han presa (riscusate la rima), e non si può concludere la settimana con una notizia triste, ecco la buona nuova che ho trovato grazie ai buoni uffici Istat: L’occupazione è migliorata. Addirittura il tasso di disoccupazione dei 15-34enni è sceso al 22,7%.

Eh già: andiamo alla grande. Date un’occhiata a questo.

L’occupazione che cresce di più è quella degli over 50, che, invecchiando e non potendo più godersi una sana e consapevole pensione anticipata per colpa (o per merito) della legge Fornero ingrossano le fila degli occupati. Ah, non si può dire? Vabbé.

Ci vediamo lunedì.

 

 

 

 

Cronicario: L’Eurozona ci è, l’UK ci fa


Proverbio dell’8 giugno Non si insegna a nuotare al pesce

Numero del giorno: 45,41 Quotazione in dollari del petrolio a NY alle 15.20

Bum bum, fa Supermario sfoderando certi numeroni sulla crescita dell’eurozona che quasi quasi ci invidiano all’estero. Guardate qua le agenzie di stampa, con tanto di crocette: ++Bce rivede al rialzo pil eurozona, +1,9% nel 2017 ++, che peraltro fa il paio con Eurostat che poche ore prima che la Bce svolgesse le sue previsioni, faceva i suoi conti sul primo trimestre 2017.

E che ci dice Eurostat? Che il primo trimestre abbiamo spuntato un +0,6%, mentre su base annuale, ossia rispetto al primo quarto 2016, siamo arrivati proprio a +1,9%. Come dire: il presente viene dal passato e porta con sé in grembo il futuro.

E che altro ha detto il nostro Mago di EZ? Che la crescita sale, sì, ma l’inflazione che rallenta all’1,5 quest’anno e addirittura fino all’1,3 nel 2018. Ma che succede? Le solite cose: il petrolio, che oggi è sceso ancora, ma anche i salari che sono cresciuti poco, l’economia che tira ma non quanto dovrebbe e perciò s’ammoscia.

In questo festival dell’ovvio, dove la decisione di prolungare il QE per quest’anno e poi si vedrà il prossimo, si segnala la notizia che la Bce non dice più di essere disposta a tagliare ancora i tassi perché, dice Supermario, ormai il rischio deflazione è scomparso e per giunta i dati “indicano una crescita solida e ben diffusa”.

Insomma: l’Eurozona ci è.

Dall’altra parte della Manica intanto l’UK fa sul serio insomma. Oggi votano e stanotte sapremo chi vince anche se le previsioni dicono lei.

Chi vivrà vedrà. Intanto l’UK ci fa.

A domani

 

Cronicario: Anche l’Ocse dà i numeri, ma l’Ue non si batte


Proverbio del 7 giugno La cattiveria ritorna a chi l’ha fatta

Numero del giorno: 1,2 Incremento % vendite al dettaglio in un anno in Italia

E dopo la Banca d’Italia una settimana fa e la Banca mondiale tre giorni fa, oggi tocca all’Ocse dare i numeri. Mi sottopongo giudiziosamente all’ennesimo diluvio di previsioni, analisi, frizzi, lazzi e botti che compongono il Global economic outlook di giugno, giusto in tempo per prepararsi alle ferie. E soprattutto mi seduce il claim scelto per intitolare questa release: Better, but not good enough.

Ora dovrei pure raccontarvelo questo Outlook, ma, come diceva qualcuno, ho perso le parole. E perciò vi beccate un post semimuto, che tanto tutto quello che c’era da dire l’ha detto Ocse: va meglio, ma non abbastanza bene.

Ora vi starete chiedendo cosa dicono di noi, ma sono sicuro che ve l’aspettate: è più o meno quello che ci dicono di solito. Cresciamo poco, siamo poco internazionalizzati, abbiamo troppo debito pubblico, bla bla bla. Ve la faccio breve:

Ne avete abbastanza? Sapeste io. Ormai me li sogno di notte questi grafici e tabelle. E mi risveglio sempre bagnato di sudore freddo. Specie quando osservo l’ultima tabella qua sopra che, all’ultima riga, mi preannuncia una crescita dei tassi di interesse sui decennali dal minimo dell’1,5% del 2016 al 2,7% del 2018.

Visti i presupposti abbandono Ocse, che a parte i numeri non dà più emozioni – ossia l’oggetto del vostro Cronicario – e finisce che prima inciampo nel mercato immobiliare britannico, che continua a rallentare

poi in Eurostat che diffonde dati molto interessanti sulla spesa militare europea, che certificano l’incredibile primato della Grecia.

Mi spuntano vari domandine in testa. Ma perché mai Eurostat un mercoledì qualunque di u qualunque mese di giugno se ne esce con questa informazione? Scorro il cronicario globale e trovo la risposta.

La Commissione Ue ha pubblicato un paper sul futuro della difesa europea, il nuovo Sacro Graal degli unitaristi riuniti, che contiene perle imperdibili come questa:

Questo confronto farebbe capire a chiunque chi comanda e perché. Ma quando la Commissione dà i numeri nessuno la batte.

A domani.