Etichettato: cronicario the walking debt

Cronicario: Non serve più crescita, serve più crescina


Proverbio del 19 settembre Nel giorno della vittoria nessuno è stanco

Numero del giorno: 3.400.000.000 Prestiti Tltro-III chiesti alla Bce dalle banche dell’EZ

Diciamocelo chiaro: questa cosa che serva la crescita economica per essere felici è chiaramente sopravvalutata. Il nostro buonumore dipende da altro che da tabella come quella qua sotto, preparata da quegli aridoni dell’Ocse.

Ora, ma secondo voi, davvero mi devo deprimere perché quest’anno e il prossimo il come si chiama sarà dello zeroquattro piuttosto che dello zerotré, o perché il commercio internazionale va a farsi benedire?

Capisco le ragioni del consumismo, però possiamo vivere bene anche senza l’ultimo modello di smartphone. Anzi, pure senza smartphone: vivremmo benissimo.

Eh lo so. Direte: ma senza crescita come facciamo coi posti di lavoro? E santa pazienza: un annetto sabbatico ogni tanto mica fa male. Tanto, non è che ci sia tutta questo voglia di dare lavoro ultimamente. Figuriamoci quella di lavorare.

Perciò, datemi retta: non serve affatto la crescita economica per recuperare il buonumore. Serve altro: buoni sentimenti, parole gentili, gesti generosi. Soprattutto bisogna recuperare l’autostima! E per riuscire non serve più crescita. Occorre ben altro.

A domani.

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Cronicario: Crollano gli ordini all’industria. Aumentano i per favore


Proverbio del 18 settembre La fame non ha gusto

Numero del giorno: 172.000 Cittadini italiani emigrati in paesi Ocse nel 2018

Siccome la buona educazione è tutto nella vita non ci preoccupa affatto il crollo degli ordini all’industria che Istat molto gentilmente ci ha ricordato oggi, che eravamo di buonumore.

Per farvela breve, su base congiunturale il dato è in calo dello 0,5% mente su base tendenziale, ossia annua, dell’1% grezzo. Gli ordini dall’estero sprofondano (-2,9%) a differenza di quelli interni (+0,3). Segno più evidente che ormai a casa nostra comandiamo noi.

Chissà perché, sempre a luglio, si osserva che “i flussi commerciali con l’estero registrano una flessione congiunturale, più intensa per le esportazioni (-2,3%) che per le importazioni (-0,5%). La diminuzione congiunturale dell’export è da ascrivere al calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-3,9%) sia verso i paesi Ue (-1,1%)”.

Ma come dicevo non abbiamo nulla di cui preoccuparci. Il cambiamento di governo determinato dal governo del cambiamento ci ha messo nella condizione ideale per risolvere queste situazioni. Arrivano meno ordini all’industria? Vuol dire che ormai chiedono tutti per favore.

A domani.

Arriva il nuovo Cronicario. Si chiamerà Cronicario


Proverbio del 16 settembre La vita dei morti sta nella memoria dei vivi

Numero del giorno: 2.400.000.000.000 Debito pubblico italiano a luglio

Riapriamo bottega dopo un’estate che ha portato consiglio e un sacco di altra roba.  La Nota Vicenda, per dire, che ci ha condotto dal governo del cambiamento al cambiamento del governo. Sicché abbiamo pensato che anche il Cronicario dovesse assumere un’aria nuova: cambiare, rinnovarsi, incarnare meglio lo spirito europeo che l’ha sempre caratterizzato.

Così dove un lunghissimo brainstorming di circa due minuti con noi stessi (di più non ci reggiamo) siamo arrivati a una decisione che certo turberà molti di voi, nostri amatissimi lettori, ma che ci sembra irrinunciabile per esprimere il nostro essere quello che siamo: cambieremo nome al Cronicario.

Ci siamo scervellati su varie opzioni. Bisognava innanzitutto far capire ai lettori che non siamo più quegli sciamannati che negli ultimi anni hanno infestato di pessime battute il seriosissimo mondo dell’informazione economica. Non inseguiremo più i populisti del cabaret. Da oggi in poi ci rivolgeremo ai palati fini dell’avanspettacolo. E poi: niente più titoli a effetto, giochi di parole, facili ironie: questo titillare i bassi istinti non appartiene alla nostra nuova vocazione salottobuonista che aspira a partecipare alle cene eleganti.

E infine serve un nome che sia capace di generare fiducia, allacciare nuove relazioni, consentirci di avere quella giusta flessibilità che ci serve per crescere, visto che non è ammissibile che una grande realtà come la nostra sia strozzata da certe pratiche di austerità. Ormai è chiaro a tutti che il futuro è nella spesa che magari non dà resa, ma fa molta presa.

E così dopo altri due stressanti minuti di riunione con noi stessi siamo arrivati – stremati – alla conclusione. Era facile peraltro: il nome del nostro nuovo figlioletto ce l’avevamo proprio sotto gli occhi. Lo chiameremo Cronicario. Magari bis.

A domani.

Cronicario: Dal Quantitative easing al Quanto mi costi


Proverbio del 29 luglio Nella prosperità il padre, nelle avversità la madre

Numero del giorno: -0,21 Tasso % aggiudicazione asta Bot semestrali

Meglio della notizia dei navigator dei redditieri di cittadinanza che ancora devono cominciare a lavorare e già protestano, perché la regione non firma la convenzione e blablabla, c’è solo quella che abbiamo venduto gli ultimi bot semestrali a un tasso ancora più negativo di prima. Segno che l’Eldorado, dopo averci snobbato per un annetto, è tornato a bussare (timidamente) alle nostre indebitatissime porte. Grazie ai buoni uffici della Bce siamo arrivati al punto che ci pagano per comprare i nostri debiti pubblici.

Il fatto che questo miracolo ancora non accada coi nostri debitucci privati (almeno non tutti) non vi deve rattristare: date tempo al banchiere centrale e vedrete che insieme ai titoli di stato, i convered bond, i titoli cartolarizzati, i bond corporate, presto comprerà con la versione reloaded del suo mitologico Quantitative easing anche azioni, bollette inevase e persino quella cambialetta in protesto che vi è sfuggita, perché – signora mia – coi tempi che corrono serve che il credito corra.

Ora se davvero pensate che questa corsa non finirà per farvi venire il fiatone siete finalmente in sintonia col governo del cambiamento, che ormai si è evidentemente globalizzato. Non ci credete? Allora dovreste fare un salto in Germania, dove le banche, per rientrarci in qualche modo dal magico QE, hanno iniziato a far pagare ai correntisti interessi negativi sui depositi.

Ve lo dico meglio. Avete presente i creditori che pagano lo stato italiano per prestargli i soldi? Ecco: lo stesso. Pagheremo le banche per prestar loro i soldi, persino più di quanto le paghiamo già adesso.

Ecco: la metamorfosi del Quantitative easing in Quanto mi costi sarà la pietra angolare della teoria e della pratica del central banking del XXI secolo. Fino al punto che saremo finalmente tutti pronti. A riportare i soldi sotto il materasso.

A domani.

 

Cronicario: PagheRai con la Flat Taxi, ma non il canone tv


Proverbio del 25 luglio Il chilometro è lungo, per chi è stanco

Numero del giorno: 526 Importo medio del reddito di cittadinanza nei primi tre mesi

Annunciazione annunciazione (cit.): il ministro Mammamia, che non a caso rima con economia, ha detto che “ci sono margini più ampi”. Tradotto vuol dire che…

Bello vero: che cosa meravigliosa: spendere per guadagnare. Siamo talmente bravi a farlo, noi italiani, che abbiamo speso fino a fare 2.300 e rotti miliardi di euro di debiti nel tempo e guarda come stiamo.

E siccome siamo bambinoni, ecco che si prepara la prossima favoletta che i nostri inesauribili VicePremier, assai versati nelle narrazioni, faticano non poco per trasformare in realtà. Quella della Flat Tax (i) già la conoscete. Non ci crede nessuno, ovviamente, però ci sperano tutti. Salvo poi scoprire, come è successo oggi dopo che un centro studi ha fatto due conti, che con un’aliquota flat al 15%, come dice Mister IPhone, uno che guadagna 55 mila euri l’anno ne risparmia settemila, e uno che ne guadagna 29 mila appena la metà. Meraviglioso no?

Non c’è altro da aggiungere, salvo che forse l’adesione alla Flat tax potrebbe addirittura essere volontaria…

Sull’altro fronte, quello degli a/lleati-vversari, l’altro Vicepremier se n’è uscito con un colpo di genio: dobbiamo abolire il canone Rai. Ovviamente trascura di ricordare che poi la Rai dovrebbe pescare altrove i soldi per mantenere il suo caravanserraglio.

Ma siccome “ci sono più margini”, aboliranno pure il canone Rai che comunque verrà ripagato dalla Flat tax (i). E tutti vissero felici e contenti. E adesso tutti a nanna.

A domani.

 

Cronicario: E dopo la vecchia Tav arriva la nuova Imu


Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è sempre duro

Numero del giorno: 3.150.000.000 Perdita Deutsche Bank IQ 2019

Com’è riposante avviarsi al riposo osservando i cambiamenti innescati dal governo del cambiamento che, come sempre sorprendente, ha riesumato la vecchia Tav scoprendo dopo varie analisi costo/opportunità che dicevano il contrario, che costa più non farla che farla.

Ma il bello è che non finisce qui. Da qualche giorno sono in corso chiacchierate illustri sul futuro della tassa più amata dagli italiani (nb: è ironico), ossia l’Imu, che come non si perita di informarci l’erario ha fruttato, insieme con la sua collega Tasi 19,8 miliardi nel 2018, dei quali 18,7 Imi e il resto Tasi.

Lo scopo delle audizioni che si stanno tenendo in questi giorni in Parlamento, giurano i beneinformati, è quello di istitutire una “nuova Imu” che “prefiguri un’importante semplificazione non solo per i contribuenti, ma anche per i comuni”. Questi ultimi infatti hanno entrate che per il 70% dipendono proprio da questi tributi. Anche qui, la parola magica è sempre la stessa: semplificazione.

Ora lungi da me pensare che la semplificazione finirà col condurre a un aggravio del balzello. Ma ricordo a tutti che a ottobre comincerà la caccia al bottino per pagare la prossima legge finanziaria, dove come al solito sono state promesse decine di miliardi di cose (in euro). Lo dico così. Semplicemente.

A domani.

Cronicario: C’è chi dice MO (basta)


Proverbio del 19 luglio Nel salvadanaio una sola moneta fa più rumore di tante

Numero del giorno: 134 Quota % debito/pil Italia nel primo semestre 2019

Signornò! Coi No non si va avanti, e perbacco bisogna dirlo chiaro e forte, come ha fatto VicePremier Unoemezzo rivolto agli a/lleati-vversari che ancora oggi hanno detto NO! – e che diamine – a una qualche opera o a chissà cos’altro.

E’ talmente contrito, il nostro beneamato che ha comunicato urbi et orbi il suo disappunto precisando che il problema non è certo il suo alter vice, “persona perbene”, ma i compagni di partito del vice di complemento (di due). E se qualcuno non avesse capito, ecco allora il viceministro del lavoro compartitico del VicePremier antiNO!, che rincara e addirittura questiona il sacro contratto del governo del cambiamento.

“Abbiamo messo i punti sulle ‘i’, se vogliamo continuare a lavorare c’è bisogno di SI che sono importanti per poter passare all’attuazione”, dice contrito”. Quindi basta dire NO!. Bisogna dire SI!. Costui è lo stesso che poco dopo dice: “No al fondo pubblico Inps sul complementare”, nel giorno in cui un noto sindacato, pescando nel torbido delle passioni italiane, lancia l’allarme sulle pensioni a 73 per i giovani precari.

Mi chiedo se dire no ai NO! implichi dire si ai SI!. Ma non faccio in tempo a rispondermi che l’Ufficio parlamentare di bilancio rivela di prevedere una crescita dello 0,1% quest’anno e dello 0,7 l’anno prossimo sempre che un qualche VicePremier, fra un SI e un NO, si ricordi di cambiare le clausole di salvaguardia. Sennò si rischia che si scenda allo 0,4. Basta NO? Macché:

Buon week end.

 

Cronicario: E dopo la flat taxi, si prepara lo sbollo auto


Proverbio del 18 luglio La bugia più astuta dura solo una settimana

Numero del giorno: 0,2 Aumento % prezzi case nel I sem. secondo Nomisma

Vabbé, ormai è chiaro: non ci sono più i due Vicepremier di una volta, quando uno valeva uno e tutti si volevano bene. Ogni giorno era un susseguirsi di petizioni amorose. Oggi invece…

Oggi invece l’unica cosa in cui i vicepremier concordano è che bisogna dare pane al popolo. Sghei, insomma, valsente, o chiamatelo come vi pare. Ai due ex amici, consumata la passione per la convivenza, è rimasta solo quella per la convenienza, che fa dire all’uno che “è ingiusto minacciare la crisi ogni giorno”, che “la crisi non c’è e non ci sarà”, e tuttavia che i partner “stanno mentendo su Europa” e che se davvero avessero ballato coi russi “non starei al governo con loro”.

Dall’altra parte quell’altro dice che l’alleato “da due giorni governa col Pd” e che “se arrivano altri no cambia tutto”, eccetera eccetera. Sicché finisce che uno si preoccupa. Sta a vedere che ci riportano a votare?

Ma poi uno dei vicepremier va in tv e tutto diventa chiaro non appena pronuncia la parola magica.

“Visto che lo spread si è abbassato, si potrebbe cominciare ad eliminare tassa odiosa che è bollo auto”, dice. “Voglio trovare i soldi per permettere ai cittadini che acquistano un’auto, che mi auguro sempre più ecologicoa, che possa essere meno tassata”. L’idea è di “un consistente riduzione o di abolirlo davvero”, ha specificato “da qui a fine anno le risorse le dobbiamo mettere insieme”. Niente crisi perciò. Dopo la flat taxi ci aspetta un altro paradiso: lo sbollo auto, grande campione di incassi della promessa (mai mantenuta) nazional-popolare. Ma sempre a spese nostre.

A domani.

 

Cronicario: Debito pubblico, palla al piede e goal


Proverbio del 12 luglio I tatuaggi sulla schiena li ammirano gli altri

Numero del giorno: 140.480.000.000 Surplus commerciale cinese vs Usa nel primo semestre 2019

E che ci vuole a parlar male del debito pubblico italiano? Al netto di pochi (confusi e/o furbetti) sostenitori, è uno degli sport nazionali più diffusi dopo il calcio. E non a caso si sentono tutti allenatori. Se governassi io, signora mia.

Per non parlare di quanto sia diffuso all’estero questo sport. Ormai il debito pubblico italiano è ospite fisso in qualunque baubau internazionale. L’ultimo l’ha fatto la Banca d’Inghilterra, dopo aver letto le previsioni della Commissione Ue, nostra nota estimatrice, nonché cultrice della materia.

Per cui, che ci vuole a parlar male del debito pubblico? Specie se sei il capataz dell’associazione delle banche italiane, oggi in grande spolvero per la presentazione del rapporto annuale, e quindi in pieno riflusso verbale. Al punto che viene utilizzata una meravigliosa metafora per parlare del debito pubblico italiano. Ve ne do qualche assaggio: “Il debito pubblico italiano, sempre crescente dalla fine degli anni Sessanta, è la principale palla al piede dello sviluppo e dell’occupazione. il suo continuo incremento è la principale causa dello spread” che “impoverisce gli italiani”, dice.

Ne volete ancora? Eccovi serviti “Quando il debito pubblico era infimo, l’Italia raggiunse il ‘miracolo economico’” mentre “nell’ultimo ventennio il debito pubblico è raddoppiato e il suo continuo incremento è la principale causa dello spread che quando è alto  innesta una catena di conseguenze: si alzano i tassi sui titoli di Stato italiani e ciò può creare una pericolosa e onerosa catena di aumenti del costo del denaro per banche, imprese e famiglie”.

Tutto giusto, vero, sacrosanto, applausi…ma…ma…c’è sempre un ma. Non appena si parla di bail in, un meccanismo studiato apposta per evitare che i crediti marci delle banche si trasformino in debito pubblico dei contribuenti, ecco che “il bail in è inapplicabile”, perché “la Costituzione tutela il risparmio e i depositi non sono investimenti”. Quando si tratta dei casi propri, d’improvviso il debito non è più una palla al piede. E’ un pallone.

E si fa sempre goal.

Buon week end.

Cronicario: Autonomia, ultima via


Proverbio dell’11 luglio Capita che il saggio sia consigliato da un pazzo

Numero del giorno: 6,4 Calo % spesa nazionale per la fonia mobile in Italia nel 2018

E a una cert’ora della mattina arriva la notizia: il tavolo sull’autonomia si è rotto.

Gialli e Verdi se le suonano sportivamente, come manco ai tempi del pentapartito. E mentre volano gli stracci di giornata – ormai si sta lavorando a una fiction sul governo del tormento – dove si mescolano autonomia in crisi, balletti russi (in rubli) e promesse contese di tagli fiscali all’elettore insaziabile e credulone, ecco che magicamente lo spread scende sotto 200.

Evviva l’autonomia.

A domani.