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Cronicario: Finalmente pronto il contratto con gli Italieni


Proverbio del 18 maggio Le grandi anime hanno volontà, quelle deboli desideri

Numero del giorno: 25 Posto italiano nella classifica europea (su 28) per il digitale

A voi lo posso dire, mi capirete. Vi confesso che ho letto l’ultima versione (speriamo) del contratto che il Gatto e la Volpe hanno sottoposto al pubblico giudizio stamane alle ore 10.30 circa, segnando l’ora più alta della democrazia italiana, visto che hanno chiesto ai sostenitori di pronunciarsi prima di decidere se firmarlo. Certo, ci sono alcune ingenuità. Ad esempio credere che il popolo dei fan legga tutte e 58 le pagine che compongono questo concentrato di intelligenza oggi che a fatica si leggono 280 battute di un tweet. Perciò ho deciso di contribuire anch’io alla diffusione: hai visto mai che col nuovo governo ci scappi un cadreghino pure per me.

Vorrei dirvi ogni cosa, ma lo spazio è tiranno, e poi è pure venerdì, capirete bene anche questo. Perciò pesco le perle nei tanti capitoli che compongono il libretto verdellino. Capitolo 1. Sapete già del Comitato di conciliazione, l’organismo chiamato a dirimere le controversie dei contraenti. Ebbene, adesso sappiamo pure che “la composizione e il funzionamento del Comitato di conciliazione sono demandate ad un accordo tra le parti”. E che succede se non si mettono d’accordo su come comporre il Comitato? Mah. Capitolo 2: l’acqua pubblica. L’acqua dovrà essere oggetto di specifici investimenti pubblici “anche attraverso la costituzione di società di servizi a livello locale per la gestione pubblica dell’acqua”. Tipo quelle che ci sono già, al fine di “restituire ai cittadini una rete di infrastrutture idriche degne di questo nome”.

Capitolo 3: agricoltura pesca e Made in Italy. Questo è facile. “Il nostro impegno è quello di difendere la sovranità alimentare dell’Italia e tutelare le eccellenze del Made in Italy”.

Capitolo 4. “Uomo e ambiente son facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta sé stesso”. Va bene, avete capito. Capitolo 5 Banca per gli investimenti e risparmio. “È necessario prevedere una “Banca” per gli investimenti, lo sviluppo dell’economia e delle imprese italiane utilizzando le strutture e le risorse
già esistenti”. La banca “deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato”.

Deliziosamente il capitolo prevede anche il ristoro degli azionisti della banche fallite, che poverini ignoravano che le azioni sono rischiose per natura e nessuno gliel’aveva detto, prendendo i soldi che servono da “assicurazioni e polizze dormienti”. E qui, vi confesso, mi è partito l’applauso. Ma niente in confronto a quando leggo, nel capitolo sette, che “i nostri musei, i siti storici, archeologici e dell’Unesco devono tornare ad essere poli di attrazione e d’interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori”. E mentre che ci siamo diamo anche un ritoccatina al FUS, il fondo unico per lo spettacolo, per “rimettere al centro la qualità dei progetti artistici”.

Ma è al capitolo 8 che la passione per il contratto mi avvolge inesorabilmente. “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostengo del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Come la madeleine di Proust, la ricetta mi evoca certi sapori che mi riportano negli anni dell’infanzia, quei meravigliosi anni ’70 quando spesa pubblica e svalutazione facevano di noi un grande paese.

Ma non fatevi troppe illusioni. “Il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto” avverrà “attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”. Appropriato e soprattutto limitato….

Questa è chiaramente una strategia per non innervosire i tanti soloni che leggono questa roba, mi dico, rassicurato dagli altri capitoli, a cominciare dal 9, che parla della difesa. Qui leggo parole che risuonano di patrio vigore. “Al fine di migliorare e rendere più efficiente il settore risulta prioritaria la tutela del personale delle Forze Armate (sottolineando l’importanza del ricongiungimento familiare) ed un loro efficace impiego, per la protezione del territorio e della sovranità nazionale”. E senza dimenticare che “è inoltre necessario prevedere nuove assunzioni nelle forze dell’ordine
(Carabinieri per la Difesa) con aumento delle dotazioni e dei mezzi”. Ma con deficit limitato e opportuno, sia chiaro. Al capitolo 10, che parla degli esteri, sento che qualcosa sta avvenendo dentro di me. Ma mi concentro sul fatto che “l’impegno è realizzare una politica estera che si basi sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla promozione a livello bilaterale e multilaterale. Si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante”.

Al capitolo 11, che parla di fisco, sono talmente d’accordo che inizio a cantare l’inno nazionale. Non solo sterilizzare l’aumento Iva, ma anche togliere l’extra tassazione sulle sigarette elettroniche – capito quanto sono occhiuti i nostri, non gli sfugge niente – addirittura vogliono togliere le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina. Quindi perdere altro gettito. Grandi. Quanto alla riforma fiscale, la mitica flat tax rivela la sua vera natura di flat pax. “È opportuno instaurare una “pace fiscale” con i contribuenti”. “La finalità è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.

Avverto strani formicolii alle orecchie e pruriti sul capo, ma non ci bado perché intanto è arrivato il capitolo 12: giustizia rapida ed efficiente. E chi non la vorrebbe? “È doveroso inoltre il ripristino della piena funzionalità del “sistema giustizia”, attraverso il completamento delle piante organiche di magistratura e del personale amministrativo degli uffici giudiziari, con attenta valutazione della relativa produttività”. Completeremo gli organici, ma sempre con deficit limitato. Leggo pure che la difesa è sempre legittima, quindi immagino che prima non lo fosse. Il formicolio si accentua e mi iniziano a lacrimare gli occhi. Temo un malanno, ma sicuramente è la corrispondenza d’amorosi sensi che genera effetti collaterali. Al capitolo 13, che parla di immigrazione, mi unisco alla ola di chi chiede rimpatri e stop al business sulla pelle dei migranti, quanto al lavoro, ululo di gioia quando leggo che “appare di primaria importanza garantire una retribuzione equa al lavoratore in modo da assicurargli una vita e un lavoro dignitosi” e che “occorre porre in essere da un lato una riduzione strutturale del cuneo fiscale”, dove ci stanno dentro anche i contributi per pagare le pensioni, ma fa niente. Perché due capitoli dopo, sui capitoli lotta alla corruzione e ministero della disabilità siamo tutti d’accordo evidentemente, arriva un’altra perla: “Occorre provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. “Fornero”, stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. Un altro deficit limitato. E poi “prorogheremo la misura sperimentale “opzione donna” che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo. Prorogheremo
tale misura sperimentale, utilizzando le risorse disponibili”.

Decido di smetterla con i pensieri da contabile per non perdermi la visione d’insieme. Ci hanno messo una vita a scrivere ‘sto contratto: sapranno quel che dicono. E poi in fondo che importa, mica vorrete interrompere un’emozione. Al capitolo 18, politiche per la famiglie e la natalità, mi sento ormai uno di loro. “Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui “IVA a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia”. Daje, tutto gratis, come negli anni meravigliosi. Al capitolo 19, reddito di cittadinanza e pensioni di cittadinanza, inizio a preoccuparmi perché ho la sensazione che mi sia successo qualcosa. Provo a smettere di leggere, ma non ci riesco perché scopro che oltre al costo di dare 780 euro al mese ai disoccupati, in omaggio alla strategia di “sviluppo economico mirato alla piena occupazione”, si prevede “un investimento di 2 miliardi di euro per la riorganizzazione e il potenziamento dei centri per l’impiego”. E poi c’è anche la pensione di cittadinanza, ovviamente. Volta integrare le minime che stanno sotto i 780 euri al mese. Giusto, giustissimo, come no? Al capitolo 20, leggo quest’altra perla: “Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”. che è un po’ avventata visto che 600 sono i due terzi degli attuali 945, Ma vabbé, in fondo siamo in campagna elettorale. O no scusate: questo è un programma di governo.

Arrivato al capitolo 21, e sarà perché parla di sanità, mi decido a guardarmi allo specchio ormai devastato dai pruriti. Ma prima mi concedo un’ultima perla: “La sanità dovrà essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovrà essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini. È necessario recuperare integralmente tutte le risorse economiche sottratte in questi anni con le diverse misure di finanza pubblica, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza attraverso il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale, così da risolvere alcuni dei problemi strutturali”. Di fronte allo specchio rimango esterrefatto: non mi riconosco più. La mia faccia è un’altra. Ero un italiano triste del XXI secolo, che vive in un paese senza più gioia di vivere con una popolazione in via di estinzione e dopo 20 capitoli di contratto sono diventato un italiano felice degli anni ’70 del XX. Un italieno.

A lunedì.

PS capitolo 24: “Se ben condotta e con l’ausilio di personale qualificato, la pratica motoria e sportiva assicura il miglioramento della qualità della vita, contribuendo
in modo significativo alla prevenzione delle malattie”. Perciò: pedalare.

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Cronicario: E dopo il contratto di governo arriva Pinocchio


Proverbio del 17 maggio Nel fare leggi severità, nell’applicarle clemenza

Numero del giorno: 3,3 Crescita % export Italia a marzo su base annua

L’ora è grave e le massime intelligenze del Paese hanno consegnato alla Patria il Piano che segnerà la Nuova Rivoluzione Italiana. Il contratto è (quasi) arrivato. Ci manca solo di sapere chi sarà incoronato leader in pectore. Il Gatto e la Volpe insomma, dopo aver firmato il contratto, dovranno consegnare il loro Pinocchio al Mangiafuoco del Quirinale.

La bellissima favola italiana, sempre più simile a quella di Collodi, non avrà la consolazione del lieto fine, purtroppo, ma auspichiamo che al povero Pinocchio, che per l’occasione si accomoderà sulla cadrega di primo ministro, non cresca troppo il naso a furia di dover dire il contrario di ciò che farà. Dovrà anche essere dotato di faccia tosta, visto che dovrà incassare chissà quanti schiaffoni dai suoi dante causa, oltre che fornito di una certa flessibilità dorsale e di memoria brevissima. Insomma: un fenomeno.

E tuttavia le indiscrezioni sulla sua identità fischiano come il vento che prepara la bufera. Aldildà degli autocandidati, trombati dopo un giorno, oggi si segnala la dichiarazione di un altro dei tanti personaggi in cerca di poltrona che popolano il nostro paese del quale è inutile fare il nome perché è un autentico archetipo. Interrogato dallo scribacchino di turno che dubitava della sua buona volontà a trasformarsi in primo ministro, il nostro Pinocchio in potenza ha subito sfoderato un’invidiabile prontezza di riflessi: “Non è vero, come ho già detto sono e resto a disposizione del movimento”.

Intrappolato nella favola lisergica del governo che non c’è, mi scordo per un attimo che uno ce l’abbiamo già e che ancora continua a farsi vedere in giro provando a spiegare all’estero, che intanto ci ha inflitto un 30 punti base di spread in più tanto per non sbagliarsi, che in Italia va tutto bene e non c’è da preoccuparsi. Già, perché mai dovremmo preoccuparci.

Mi convinco che vada tutto bene – in fondo meglio del governo che non c’è, c’è solo il governo che non c’è più – finché, a una cert’ora arriva la voce di uno dei partiti del Tavolo. Dice: il contratto è chiuso. Vabbé, penso, è ora di rassegnarsi. Il tempo di rivolgere una prece alla fortuna e arriva un’altra voce, stavolta dall’altro contraente. No: il contratto non è ancora chiuso. Ricomincia la rumba. Ma anche no. Quelli di prima, che avevano detto chiuso il contratto, giurano che sarà chiuso stasera. Tutto questo in meno di mezz’ora. E che succederà quando dovremo farci cancellare i debiti o uscire dall’euro?

#StateSereni. Ci pensa Mangiafuoco.

A domani.

Cronicario: Ci hanno promesso 2.302 miliardi


Proverbio del 15 maggio I piedi vanno dove va il cuore

Numero del giorno: 242.000 Avvocati residenti in Italia a fine 2017

Siccome ogni promessa è debito, svolgo una semplice equazione per dedurne che, avendo superato di recente la quota dei 2.300 miliardi di debito pubblico, ho la fortuna di vivere in un paese estremamente promettente, malgrado una legione di saputelli creda fermamente che non sia abbastanza. Non sono incontentabili, sono convinti che non ci sia cosa più bella che promettere il paradiso in terra e farsene carico spremendo il torchio.

Ora siccome i governanti italiani ci hanno già promesso a vario titolo 2.302 miliardi, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, provo un sincero imbarazzo quando leggo che non è abbastanza come evidentemente pare leggendo ciò che gli occhiuti osservatori del tavolo da gioco del governo che non c’è ci raccontano. Pare che il Gatto e la Volpe si stiano sperticando, insieme a vari geni del pensiero contemporaneo, per capire come trovare soldi che non hanno per realizzare cose che hanno promesso e che, in quanto tali, implicano necessariamente debito in un mondo venale come il nostro.

E fosse solo venale. E’ anche bello incazzoso. Sentite questo: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque”. Costui sarebbe il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen. Chissenefrega di uno col nome impronunciabile, diranno gli amanti del torchio. E allora sentite quest’altro. “Con una politica monetaria meno accomodante, i paesi altamente indebitati dell’area euro potrebbe incontrare difficolta’ a fare i conti con costi di finanziamento piu’ elevati in assenza di aggiustamenti e di riforme strutturali per migliorare la produttività”. Quest’altro è il Fmi. Chissenefrega ancora di più, dei poteri forti internazionalisti del turbocapitalismo diranno i soliti. Volete mettere il sol dell’avvenire che s’intravede dal tavolo del governo che non c’è?

Dicono pure che giovedì chiuderanno il tavolo. Manca giusto il presidente del consiglio e il ministro dell’economia. A proposito di ministro dell’economia, sentite quest’altro: “Noi non adoriamo alcun feticcio. L’Europa per noi è la questione nazionale più importante. Proprio dal momento che siamo il paese dal popolo più numeroso, con l’economia più forte e orientata all’export, proprio nel centro del continente, noi dipendiamo dal successo dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un’Europa che sia in grado di agire guardando negli occhi potenze economiche come Cina e Usa”. Vi do due indizi per indovinare chi è. E’ un ministro dell’economia. Non siede al tavolo. Non ancora almeno.

A domani.

Cronicario: Chiunque voglia fare il premier s’offra (e soffrirà)


Proverbio del 14 maggio Ciò che si dà col cuore torna raddoppiato

Numero del giorno: 60 Pensionati per ogni 100 lavoratori in Italia nel 2070

Ma chi è, ma chi è? Sento canticchiare da un giornalista cresciuto come me a pane e Jeeg robot. E allora capisco che lnessuno sfugge alla premierite, la violenta pandemia scoppiata in Italia nel week end e deflagrata con l’autoannuncio di un celebre economista-filosofo-giornalista-scrittore-polemista-fondamentalmentecazzaro, che dice con grandi squilli di trombe di essere lui il prescelto, manco fossimo dentro Matrix.

Il nostro fac totum, che voleva aggiungere al medagliere anche l’incarico di primo ministro, è il primo caso conclamato di premierite tremens, variante degenerativa del morbo che induce a precipitose dichiarazioni di precisazione una volta che i due dante causa, ossia il Gatto e la Volpe, facciano circolare precipitevolissimevolmente che no, non è lui: è un altro/a il futuro presidente del consiglio che il capo dello stato dovrebbe accettare in stile copiaeincolla. Rimane la domanda che sta rosicchiando il cervellino di tanti ermeneuti.

Pazienza. Fra pochissimo la prima metà del cielo verrà ricevuta dall’Arbitro e verso le 18 la seconda metà del cielo farà la sua comparsa. I due novelli sposi vanno separati all’altare  dell’officiante e già si specula sulla circostanza su chi farà prima il nome. E soprattutto se faranno lo stesso nome. Ma non fatevi ingannare: è una tattica raffinatissima per dare a ognuno di noi una chance di partecipare: chi vuole fare il premier s’offra subito o soffrirà per sempre. Anzi, soffrirà in ogni caso. I più svegli l’hanno già capito chi comanda.

A domani.

 

Cronicario: Finalmente le donne guidano anche in Arabia Saudita


Proverbio dell’8 maggio Il fiore non ha davanti né dietro

Numero del giorno: 130 Spread decennale BtP/Bund

Il bello del governo che non c’è e che probabilmente non ci sarà e che uno si può dedicare finalmente alle notizie autenticamente importanti che arrivano dal resto del mondo, visto che dalle parti nostre siamo in piena pantomima recitata a soggetto per ogni dove radiotelevisivo. Per dire, pare che oggi il nostro beneamato Mister T twitterà la sua decisione sull’accordo per il nucleare iraniano, che porta con sé alcune fastidiose controindicazioni, qualora fosse confermato come pare il bye bye, nel mercato energetico. Questa bella illustrazione fatta da Platts vi dice tutto quello che c’è da sapere.

Mentre che aspettiamo l’editto social del presidente Usa mi sembra giusto mettervi a parte di una rivoluzione culturale che minaccia di cambiare per sempre il volto dell’Arabia Saudita, assai più dei possibili rincari petroliferi a causa della crisi iraniana, peraltro assai benvenuti dalla petromonarchia: dal prossimo 24 giugno le donne saudite saranno autorizzate a guidare l’automobile.

Questo passo verso la modernità occidentale sarà sicuramente più decisivo per l’affermazione dei valori dell’Occidente nelle terre d’Oriente, medio, mediano e estremo, assai più che i tweet facinorosi di Mister T che hanno il chiaro proposito di far salire l’inflazione per vie traverse (dazi e crisi petrolifere) visto il conclamato fallimento delle banche centrali. Lo sapevate che quella del Giappone ha rinunciato per la sesta volta di fila a centrare il target d’inflazione? Era previsto il 2% entro il 2019. Era previsto dal 2013, in effetti, da quando partì il grande diluvio monetario della storia dopo quello degli assegnati francesi, ma nisba: l’inflazione francamente se ne infischia della BoJ. Serve altro per fare impennare i prezzi.

Nel graduale processo di avvicinamento fra Occidente e Oriente fece più il ciuffo che il negoziato.

A domani.

 

Cronicario: Il pil rallenta, ma il governo di più


Proverbio del 7 maggio Anche le scimmie cadono dagli alberi

Numero del giorno: 3.125.000.000.000 Riserve valutarie cinesi ad aprile

Siccome vi so interessati alla tregenda che si sta consumando sui più bei colli romani, vi do subito la notizia del giorno: il governo non lo vuole fare nessuno. Né quelli che hanno vinto, che ancora si devono mettere d’accordo se ha vinto il partito o la coalizione, né quelli che hanno perso, per la semplice ragione che non vogliono perdere di più la prossima volta. Perciò alle consultazioni lampo seguono spedizioni a quel paese altrettanto repentine, che spostano la soluzione della crisi del governo che non c’è alle calende greche, ormai divenute classicamente italiane. Perché hai voglia a dire che i tedeschi ci hanno messo sei mesi a fare il governo. Noi, che siamo più bravi di loro, di loro ci metteremo sei mesi a rifare le elezioni.

Questo lampo di genio italico non vi sarà sfuggito, ma nel caso è giusto sappiate che i tragediatori più o meno stellati hanno già fissato la data delle elezioni all’8 luglio: se non ci sarà il governo politico i sedicenti vincitori hanno già deciso che rivinceranno fra due mesi. Poi certo dovrebbe essere il presidente della repubblica a decidere questi dettagli. Ma che volete che sia nei tempi in cui si governa coi blog?

Quindi se votiamo a luglio vorrà dire in pratica che siccome rivinceranno quelli che hanno già vinto e che non hanno nessuna voglia di fare un governo prima delle vacanze estive, arriveremo a settembre col povero capo dello stato costretto a consultazioni balneari all’acqua pazza, quando ormai sul limitare della legge di bilancio partiranno le clausole di salvaguardia che faranno schizzare l’Iva più in alto di dove non sia già, per la gioia del Fisco che già ha visto salire il gettito Iva dell1,5% nel primo trimestre di quest’anno a 24,6 miliardi. Fino ad allora il paese avrà continuato a godersi le vacanze, mentre il governo che non c’è, interpretato ancora da quello che c’era, continuerà a somministrargli i brodini che gli servono per mantenere il suo splendido stato di salute economica.

I risultati si stanno già vedendo. Oggi l’Istat ha rilasciato la sua nota mensile nella quale osserva che la crescita rallenta, come da copione.

E se l’economia non ha fretta, figuratevi la politica.

A domani.

 

 

Cronicario: Torna alla carica l’Italia dello Zerotré


Proverbio del 2 maggio Quello che devi fare oggi fallo subito

Numero del giorno: 52.200.000 IPhone venduti nel primo trimestre 2018

Va tutto bene, state sereni. Infischiatevene dei tormenti della politica, della direzione (in senso stretto) incerta del Pd, degli egotismi a cinque stelle e l’incarichite ormai pandemica nel centro destra. Quello che conta (sempre in senso stretto) ossia i numeri – ci rassicurano: è tornata l’Italia dello Zerotré.

Stiamo rallentando, ma pazienza. Andremo sani e chissà quanto lontano, ma intanto sappiate che pure se facessimo crescita zero per il resto dell’anno avremmo comunque un +0,8 nel 2018 e che il grosso della nostra buona salute (si fa per dire) dipende dalla domanda interna, visto che l’export netto non ha portato nulla sulla crescita nel trimestre il che non è certo un buon viatico per il futuro. Consolatevi pensando che siamo in crescita da 15 trimestri, anche se siamo sotto il livello del 2011. E poi pensando che stiamo entrando nel primo trimestre senza governo, che meriterebbe una contabilità analitica a parte.

L’Italia dello Zerotré va alla grande al punto che anche l’occupazione ne ha tratto giovamento.

La crescita dell’occupazione (+0,3 come il pil) è il segnale che tutto va meravigliosamente bene nel nostro mercato del lavoro dove, su base annua, la crescita dei posti di lavoro riguarda esclusivamente i contratti a termine, che funzionano talmente bene da far scendere persino gli inattivi, oltre ai disoccupati. Una tendenza europea, a quanto pare.

E per completare questa rassegna del buonumore, necessaria all’indomani di un ponte lungo come quello che abbiamo alle spalle, non poteva mancare una menzione a uno dei mercati più in salute del nostro tempo, di fronte al quale persino quello degli smartphone impallidisce: quello delle armi.

Il mercato globale ha superato i 1.700 miliardi a valore 2017, con un aumento dell’1,1% dal 2016, proseguendo un trend di crescita che dura da vent’anni. Tutte queste armi in giro per il mondo vi spaventano? Tranquilli, gli stati spendono per la nostra sicurezza.

A domani.

 

Cronicario: Noi Italia: braccia rubate che tornano all’agricoltura


Proverbio del 27 aprile Chi vede le piccole cose ha una vista limpida

Numero del giorno: 0,1 Crescita % pil UK nel primo trimestre 2018

Se proprio non avete nulla di meglio da fare per quest’ennesimo infinito, defatigante ponte di metà primavera vi suggerisco di sfogliare l’ultima fatica dell’Istat che si chiama Noi Italia e propone un centinaio di statistiche alcune delle quali sono edificanti e di sicuro sostegno per il buonumore nazionale. Ne ho scelte due a caso perché non voglio approfittare della vostra pazienza. La prima la dedico all’istruzione che chissà perché mi ostino a credere che faccia la differenza, oggi come ieri, e soprattutto come domani, fra la vita e la morte sociale di una persona.

E adesso che vi siete depressi, osservando quante braccia rubate all’agricoltura, come si diceva una volta, campeggino nel nostro paese, consolatevi con quest’altra statistica.

Se avete la sensazione che alcune di questa braccia rubate stiano tornando alla terra avete perfettamente ragione. Il problema è, semmai, che sono troppo poche. Le braccia intendo. Per una di quelle cose che succedono, proprio oggi la Coldiretti ha diffuso alcuni numeri parlando addirittura di “Ritorno alla terra”.

Pare che circa trentamila dei nostri giovani “con un ritorno epocale che non avveniva dalla rivoluzione industriale” abbiano presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale dell’Ue. “Il mestiere della terra non è più considerato l’ultima spiaggia di chi non ha un’istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per giovani generazioni istruite e con voglia di fare tanto”, giura il presidente Roberto Moncalvo.

Ma c’è sempre un ma. Per fare i contadini serve la terra purtroppo. E in Italia la terra coltivabile costa una quaresima. Sempre Coldiretti dice che “quella arabile in Italia è la più cara d’Europa con un prezzo medio di 40.153 euro all’ettaro: si va dai 17.571 euro della Sardegna ai 30.830 euro della Puglia, dai 40.570 euro del Lazio ai 42.656 della Toscana, dai 65.759 della Lombardia ai 68.369 del Veneto fino al record europeo della Liguria con 108mila euro all’ettaro. Terreni agricoli per un valore di 9,9 miliardi in Italia sono in mano alle amministrazioni pubbliche che hanno addirittura incrementato il valore di queste attività del 31% negli ultimi quindici anni secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat”.

Poiché la Coldiretti è un’associazione chiaramente di cultura liberale, la proposta è che lo stato si disfi di questi terreni affidandoli ai giovani, meglio se iscritti alla Coldiretti immagino, “per i quali la mancanza di disponibilità di terreni da coltivare rappresenta il principale ostacolo all’accesso al settore. Infatti, se si considera che la dimensione media di un’impresa agricola italiana è di circa otto ettari – sottolinea la Coldiretti – è chiaro che il “prezzo d’ingresso” per un giovane rischia di diventare proibitivo”.

Ora è verissimo che le amministrazioni pubbliche hanno terre per un valore di 9,9 miliardi, ma è vero altresì che questa cifra rappresenta il 4% dei 246 miliardi di valore dei terreni agricoli italiani (anno 2016), 218 dei quali sono in mano alle famiglie. L’aumento di valore dei terreni in mano alle amministrazioni pubbliche, inoltre, dal 2001 al 2016 è stato di poco inferiore al 30% (da 7.670 a 9.907) mentre per i terreni delle famiglie è stato di poco superiore al 2%. Rimane un mistero gioioso la ragione per la quale le terre del governo siano cresciute così tanto in valore e quelle dei privati così poco. Ma se i prezzi sono così alti, la colpa non è certo dello stato, che pesa il 4% del mercato. Per tornare all’agricoltura queste braccia, più che bussare alla porta dello stato, dovrebbero bussare a quella di mamma e papà.

Ci rivediamo dopo il ponte.

Cronicario:Approvato il Def (la f sta per forse)


Proverbio del 26 aprile E’ il povero che fa l’elemosina al povero

Numero del giorno: 433.000.000 Numero di voucher/lavoro venduti fra il 2008-17 in Italia

Il governo che non c’è più e tuttavia governa oggi ha approvato il miglior Def della storia recente, ossia un documento a politiche invariate, come dicono quelli istruiti. Che in pratica vuol dire che si lascia tutto il mondo com’è e si naviga seguendo la corrente.

Questo magnifico documento economico, dove la f non sta più per finanziario ma per forse, tralascia completamente l’aspetto “riformistico”, lasciandolo in appannaggio al governo che non c’è ancora ma dovrebbe esserci ammesso che mai ci sarà. Non state a preoccuparvi, vuol dire solo che per un po’ non sentiremo parlare di riforme o grandi progetti per salvare l’Italia, che in pratica significa che risparmiamo qualche euro di spesa pubblica. In compenso il quadro tendenziale è buono e il pil viene confermato all’1.5%, mentre il debito scende nientepopòdimenoche di un punto.

Dalle auguste dichiarazioni degli esponenti del governo che non c’è più apprendiamo inoltre che il deficit è arrivato al 2,3% nel 2017 anziché al previsto 1,9% perché ha dovuto incorporare gli aiutini alle banche di cui mai avremmo dovuto avere bisogno secondo i vari governi che non ci sono più. Ma comunque il deficit tendenziale scenderà all’1,6% quest’anno sempre che il governo che non c’è ancora non decida di metterci lo zampino, qualora dovesse davvero esserci, prima o poi. Ci dicono persino che l’Italia è finalmente uscita dalla crisi “più difficile dal dopoguerra” e che abbiamo “recuperato un milioni di posti di lavoro”.

E non manca neanche un passaggio sul gettonatissimo tema della diseguaglianza, che è aumentata. Guarda caso proprio oggi Eurostat ha pubblicato alcuni dati che mostrano che in Italia il reddito del 20% più ricco della popolazione è oltre sei volte quello del 20% più povero, con la sottolineatura che questo rapporto è peggiorato di un 1,1 dall’inizio della crisi.

Ma rassicuratevi: possiamo solo migliorare. L’Italia dice il ministro dell’economia che non c’è più ha il potenziale per arrivare addirittura al 2% di crescita, se il ministro dell’economia che non c’è ancora riuscirà a diventarlo. E ovviamente ricordando che le clausole di salvaguardia che prevedono l’aumento Iva, sono rimaste nel DeF del governo che non c’è più come una tagliola che scatterà se ministro dell’economia che ci sarà non si ricorderà di toglierle. Ma state tranquilli: il prossimo Def traccerà la via. Sempre con la f di forse.

A domani.

Cronicario: Anno 2028, odissea nel pannolone


Proverbio del 19 aprile L’umiltà conduce alla grandezza

Numero del giorno: 2,2 Crescita % Pil tedesco prevista nel 2018

Chissà quanto c’è rimasto male il vecchio Abe, mi chiedevo leggendo del fallimento dell’intesa con gli Usa per rimuovere i dazi al Giappone su acciaio e alluminio, quando d’improvviso i pensieri elevati che m’ispirano i vertici commerciali…

sono stati interrotti da una notizia deflagrante diffusa dal Rapporto Osservasalute, che fra le altre cose osserva che fra dieci anni, cioé domani,  avremo 6,3 milioni di persone anziani non autosufficienti, a occhio e croce il 10% della popolazione. Ora se vi ricordate che in Italia il numero degli abitanti diminuisce da anni e che il 20% della popolazione ha già più di 65 anni, cominciate a inquadrare il disastro che si va preparando per il nostro sistema di assistenza pubblica. Specie se ricordate pure che il 30% questi anziani ha già adesso grosse difficoltà persino a usare il telefono. Se allunghiamo lo sguardo e ci spingiamo ancora più avanti, questo è il paese che si prepara.

Quindi un ospizio a cielo aperto che dovrà dissanguarsi per pagare pensioni e pannoloni, con i parenti a badare ai nonni, in un tripudio di legge 104.

In attesa che si compia la beata speranza di andare all’altro mondo, dove di sicuro non esistono la partita doppia né il debito pubblico, decido di rifocalizzare l’attenzione sulle imperscrutabili decisioni di Mister T(weet) visto che nel frattempo Eurostat ha pubblicato una ricognizione che mostra come il precedente giapponese, ossia il mancato accordo sui dazi, dovrebbe toglierci qualche ora di sonno.

Ve la faccio facile: gli Usa sono i primi nostri compratori e i secondi fra nostri venditori, dopo la solita Cina. Non c’è bisogno di conoscere la teoria del commercio internazionale per fiutare l’armageddon potenziale che potrebbe scatenarsi a casa nostra qualora il pettinatissimo presidente Usa decidesse di daziarci come fa coi cinesi. A proposito, ricordo che ai primi di maggio dovrebbe arrivare la decisione Usa sui dazi su acciaio e alluminio, al momento sospesi.

E poiché siamo in vena di ottimismo, vi saluto con gli ultimi dati sulla nostra bilancia dei pagamenti, e in particolare l’andamento della nostra posizione netta, che misura in sostanza come stiamo messi coi debiti esteri.

In sostanza abbiamo un deficit diminuito al 6,7% del pil e per apprezzare come stavamo messi nel 2014 ricordatevi che eravamo al 25%. Ora magari vi chiederete cosa abbia provocato ‘sto miracolo. Ve lo dico un’altra volta.

A domani.