Quando il reddito di cittadinanza si chiamava pensione


Poiché la questione previdenziale continua a popolare il nostro dibattito pubblico, imponendosi ogni volta nell’agenda del governo, forse vale la pena ricordare il rilevante contributo che le pensioni hanno dato al cumulo del nostro debito pubblico. La gestione dissennata della nostra (im)previdenza pubblica è cosa nota a molti, ma vale riportare un recente studio di Itinerari previdenziali, associazione che studia i sistemi di previdenza sociale, che illustra, in una ricognizione dedicata alla durata media delle pensioni italiane, come in Italia vengano pagate oltre 750 mila pensioni da più di 37 anni, e che altri 3,8 milioni di pensioni hanno superato la durata di 25 anni, a dimostrazione del fatto che da noi, come sottolinea il presidente dell’Osservatorio Alberto Brambilla esiste “una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram anche se mascherato da pensione”.

Un’esagerazione penserete. Ma come si può dire diversamente a fronte della constatazione che “la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico”. In sostanza “siamo ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza”. E qui si arriva al punto. Alla fine degli anni ’70, ha calcolato l’Osservatorio, i maschi del settore privato andavano in pensione di anzianità intorno ai 53 anni e a 56 in pensione di vecchiaia, addirittura a 50 anni in caso di prepensionamento. Le pensioni di invalidità potevano scattare intorno ai 41 anni e le prestazioni per i superstiti addirittura poco sopra i 30. Nel 2017 queste età sono state rispettivamente 61,3 per l’anzianità, 67,1 per la vecchiaia, 54,5 per le invalidità e 76,9 per i superstiti maschi. Per le donne si andava in pensione di anzianità a 50,1 anni, di vecchiaia a 55, di invalidità a 51,6 mentre le prestazioni per le superstiti scattavano a 40,7. Oggi le età sono state innalzate, rispettivamente, a 60,2, 65,4, 52,5 e 73,8.

A fronte di ciò si potrebbe pensare che ormai il peggio è passato. Senonché, come nota l’Osservatorio, “ci vorranno ancora molti anni per ridurre le anomalie che appesantiscono il bilancio del welfare”. La storia di queste “anomalie” è un bel concentrato di tutto ciò che una sana gestione della cosa pubblica non dovrebbe fare e che viene riepilogata elencando i vari provvedimenti che dal 1919 in poi hanno cambiato profondamente il volto della nostra previdenza pubblica. All’epoca, quando l’aspettativa di vita era parecchio più bassa di oggi, servivano 65 anni di età per andare in pensione. Oggi si litiga per consentire di anticipare a 62 anni il pensionamento di una coorte di lavoratori. A quanto pare l’esperienza insegna poco. “Il continuo rilassamento dei conti pubblici e l’utilizzo a fini elettorali del sistema pensionistico hanno demolito in 40 anni un sistema gestionale solido – osserva lo studio -. Per ritornare al metodo di calcolo contributivo e ai 65 anni di età per il pensionamento del 1919, ci sono voluti quasi 100 anni; e ne occorreranno altri, 20 almeno, per ridurre le distorsioni prodotte in questo lungo periodo”.

Qualche esempio aiuterà a ricordare. A gennaio 2018 erano ancora in essere 248.699 pensioni dovute a prepensionamenti, effettuati anche con dieci anni di anticipo rispetto ella regole fino ad allora vigenti. Di questo strumento, usato intensivamente fino al 2002, si è fatto un uso notevole in particolare fra il 1984 e il 1992, quando il sistema pensionistico era vicino al tracollo. Anche questa voce, così come le invalidità previdenziali, sono state messe in conto alla voce pensioni, quando si tratta evidentemente invece di assistenza sociale. Poi c’è il capitolo delle baby pensioni, dove il livello di generosità raggiunto dallo stato è con pochi precedenti. “Una donna laureata con due figli poteva lavorare anche solo per 8 anni e poi pensionarsi dopo aver versato pochi anni di contributi (baby pensioni); oppure per tutti i dipendenti pubblici dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno e per i dipendenti degli enti locali dopo 25 anni consentendo così pensionamenti a 35/40 anni di età con 20-25 anni di contribuzione (sempre compresi i riscatti di laurea, maternità e militare)”. L’Osservatorio ha calcolato che fra le 750 mila pensioni che durano da oltre 37 anni ce ne sono almeno 75 mila che fanno riferimento a dipendenti pubblici, molti dei quali evidentemente sono baby pensionati. No è certo un caso che “nel settore pubblico si assista, per entrambi i generi, a una prevalenza della pensione di anzianità”. Basta ricordare che l’età media di decorrenza per gli uomini, nel 1980, era di 47,4 anni e per le donne di 44.9.

Se si va a guardare nei vari fondi speciali di categorie che compongono l’articolata panoramica della nostra previdenza, la musica cambia poco. Il personale delle Fs, confluito in buona parte nel fondo speciale Ferrovie dentro Inps a valle della privatizzazione delle Ferrovie è in squilibrio gestionale dal 2009 e costa alla fiscalità generale quattro miliardi ogni anno. E non è difficile capire perché. “Il personale viaggiante e quello di macchina di treni e traghetti godeva, fino al 2011, di agevolazioni sia anagrafiche sia contributive”:  Tra le riforme Dini e Amato ci fu un esodo di ferrovieri con età medie di pensionamento intorno ai 50 anni. Per le pensioni ante 1980 l’età media era 50,2 anni per gli uomini e 45,7 per le donne. Si comprende bene perché le pensioni di anzianità, ancora al gennaio 2018, fossero bel il 40,2 del totale del fondo speciale ferrovie. Anche nelle Fs, fino al 1992, si poteva andare in pensione a 19 anni sei mesi e un giorno che diventavano 14 sei mesi e un giorno se si era donne. “Le pensioni per prepensionamenti, ancora vigenti all’1.1.2018, hanno decorrenze più frequenti nel 1993 e nel 1995, con età medie di circa 48 anni, e rappresentano il 3,6% del totale delle pensioni del Fondo Ferrovie.
Per le pensioni con decorrenza “1980 e anni precedenti”, ancora vigenti all’1.1.2018, l’età media alla decorrenza dei maschi è 49,4 anni e quella delle femmine è 43,8 anni”.

Insomma, il discorso è chiaro. Si sono fatti debiti per garantire un reddito, sotto forma di pensione, a persone ancora giovani e abili al lavoro. Oggi si vogliono fare altri debiti sostanzialmente per la stessa ragione. Cambiano i tempi, ma i pensieri rimangono sempre gli stessi. E questo la dice lunga sul carattere di una popolazione.

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  1. stefano scopigno

    Non sono molto d’accordo, oggi stiamo parlando di andare in pensione a 62 anni, o 41 anni di contributi, non come negli anni 70-80 con 15-20 anni di contributi. 30 anni fà c’era solo il retributivo, oggi c’è il contributivo. I pensionati di oggi gravano molto di meno rispetto a quelli di ieri. Non stiamo facendo proprio la stessa cosa. La pacchia di un tempo è finita.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      forse come dice lei la pacchia è finita. e tuttavia continuiamo ad avere una delle età effettive di pensionamento più basse dell’Ocse e continuiamo a fare debiti per mandare la gente in pensione prima. Lo scopo del post comunque non era entrare nel merito delle scelte su pensioni o reddito di cittadinanza, ma riflettere sul fatto che entrambi alimentano il pensiero che il denaro possa essere elargito senza pagarne il prezzo. Prima o poi il conto arriva.
      Grazie per il commento

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      • Gior

        Mi piacerebbe conoscere una tua opinione definitiva sul conto pensioni. Il fatto che l’eta’ di pensionamento italiana sia tra le piu’ basse non vuol dire che si lavora meno anni. Dipende da quando si inizia. Poiche’ l’Italia e’ uno dei paesi a piu’ basso tasso di scolarizzazione, non e’ che la bassa eta’ media del pensionato dipende da questo fatto? (in piccola parte dipendera’ anche dalle pensioni baby, invenzione del Duce).

        Come mai dici “continuiamo a fare debiti per mandare la gente in pensione prima” ? Lo stato non paga pensioni a chi ha versato i contributi come stabilito. Lo stato trasferisce all’INPS fondi per pagare pensioni all’interno di voci che prevedono aiuti a chi per un motivo o per l’altro non ha versato una parte dei contributi.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        le baby pensioni che fra riscatti, figli a carico hanno consentito a persone di andare in pensione dopo otto anni di lavoro, e altre amenità sono un’invenzione della peggiore Italia, quella degli anni ’70. Ma è vero che esisteva già un istituto simile in precedenza. L’argomento che lei utilizza per giustificare il pre-pensionamento, ossia la bassa età di partenza della vita lavorativa, può essere vero per alcune categorie, che sono già tutelate dalla legge, ma certo non ha guidato l’abuso di pre-pensionamenti del passato, come ampiamente illustrato nel pezzo che motiva questo commento. L’affermazione che continuiamo a fare debiti per consentire alle persone di andare in pensione prima è motivata dal fatto che queste politiche generano deficit che deve essere coperto, aldilà del fatto che nella spesa previdenziale siano incluse prestazioni assistenziali. Quelli che, per un motivo o per un altro non hanno versato contributi, sono stati (in passato) moltissimi.
        Infine, la mia opinione sulle pensioni. Un popolo che fa della pensione un’ossessione politica alla quale sacrificare ogni cosa è un popolo vecchio e demotivato che rinuncia al futuro in nome di una presunta aurea mediocritas che nasconde un sostanziale infischiarsene degli altri. Punto.
        Grazie per il commento.

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  2. Gior

    Io non la metterei giu’ cosi’ dura a proposito di pensioni. Tant’e’ che l’istituto funziona ovunque. Magari per te il lavoro e’ interessante, soddisfacente e ti aspetti di poter continuare all’infinito. Per altri, e’ esattamente il contrario. Non puoi pretendere che uno stradino che esala asfalti fumanti tutti i giorni (caso estremo) non veda di cattivo gusto il dover continuare a lavorare oltre una certa eta’. Tu dici sono state fatte concessioni a categorie, concessi prepensionamenti, aiuti ai disoccupati negli utlimi anni prima della pensione, e cosi’ via, gli ammortizzatori sociali. Il tutto con il placet di governi, partiti, sindacati e lavoratori stessi. Tira fuori dati. Non e’ una minaccia, facciamo capire di cosa parliamo.

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    • Maurizio Sgroi

      guardi, i dati li tiro fuori continuamente, non mi chieda di farlo pure ad personam. la mia giornata purtroppo è di 24 ore. legga il rapporto di itinerari previdenziali di cui al post e si farà la sua idea. o, se ha voglia, inizi a frequentare il sito dell’inps.
      quanto al resto. l’idea del lavoro come prigione la capisco. ma la soluzione non è solo l’evasione. in carcere si può anche studiare, prendere una laurea e magari provare a uscire per buona condotta e fare una cosa diversa da quella che si faceva prima, se mi passa la metafora. poi magari si fallisce, ma lo scopo è provarci. la soluzione non può essere farsi pagare una pensione dai lavoratori più giovani. non almeno in una società dove gli ultra65enni sono oltre il 20% della popolazione e il rapporto fra lavoratori e pensionati è paurosamente basso. Bisogna lavorare di più, a fronte di una vita più lunga. le scorciatoie sono una trappola (a debito) per i più giovani.
      Grazie per il commento.

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