La lotteria delle pensioni: il boom infinito dei ’60


Leggo curioso una lunga intervista che il nuovo presidente dell’Inps ha rilasciato a Repubblica pochi giorni fa e vi scorgo una dichiarazione che non smette di sorprendermi.

Alla richiesta se l’Istituto stia pensando di ricalcolare le pensioni col metodo contributivo, per reperire le risorse per l’annunciata proposta di un intervento di reddito minimo per gli over 55enni rimasti a spasso e senza pensione, il presidente Inps risponde così: “Pensiamo che si debbano evitare il più possibile interventi sulle pensioni in essere. Se dovessero esserci esigenze finanziarie potremmo anche prendere in considerazione, ma solo per le pensioni alte, molto alte”.

A fronte di cotanta certezza, che non muove di un centimetro la posizione espressa dai vari governi finora succedutisi, osservo un grafico in cima alla pagina che ospita l’intervista dove leggo che la spesa totale per le pensioni italiane sul totale della spesa pubblica, dato 2011, ormai è ben oltre il 30%, dieci punti in più rispetto alla Germania e peggio persino della Grecia. E mi chiedo, senza trovare una risposta, come si possa pensare di lasciare tutto com’è e in nome di cosa.

Quale è la ragione per la quale in Italia ciò che è stato è stato?

Nella prudenza di tecnici e governanti, scorgo il feticcio dei diritti acquisiti, che valgono per molti, ma non per tutti, visto che i vari governi non si preoccupano di violarli quando gli fa comodo. E capisco pure le prudenze elettorali che derivano dall’essere i pensionati ormai oltre il 21% della popolazione, ossia una sostanziale maggioranza relativa dei votanti, atteso che i minori (dato 2014) sono poco più di dieci milioni. La demografia pesa in politica almeno quanto in economia, faremmo bene a ricordarcelo.

Sicché nella prudenza del presidente dell’Inps leggo il destino che attende tutti noi, che pensionati non siamo e che magari non lo saremo mai, o di sicuro non alle condizioni di cui hanno goduto quelli prima di noi.

E soprattutto nei dati della nostra spesa pensionistica, che in sessant’anni si è moltiplicata per quasi duemila a valore nominale, scorgo l’unico boom che ha dignità di esser chiamato tale nel nostro paese: quello delle pensioni che, iniziato negli anni ’50, conosce nei ’60 la sua incredibile parabola espansiva che ben altro esito produrrà sulla nostra storia, rispetto al misero boom del prodotto interno lordo registrato nel periodo 1959-1963. Quello è finito in malora. Quello delle pensioni, dura da allora e nessuno minaccia di fermarlo. Al massimo si prova a rallentarlo.

Un dato di sintesi permetterà di apprezzare perché non è esagerato parlare di boom e collocarlo negli anni ’60.

Un bel grafico, che ho trovato nel libro di Maurizio Ferrera e altri, che ha accompagnato questa nostra ricognizione nel welfare all’italiana illustra l’andamento della spesa totale per pensioni fra il 1951, quando era di poche centinaia di miliardi (a prezzi costanti del 1970), al 1977, quando ormai aveva superato i 5.000 miliardi (sempre a prezzi costanti del 1970).

In pratica in un quarto di secolo la spesa a prezzi costanti si è moltiplicata per un fattore di almeno 25, assai più di quanto avrebbe giustificato l’aumento del costo della vita o della demografia. Si è trattato di precise scelte politiche, ossia di tutti noi (sarebbe miope accusare solo quelli che fanno le leggi ignorando il contesto socio-istituzionale). O meglio della generazione che guidava il paese nel tardo secondo dopoguerra.

Se guardiamo le responsabilità politiche, infatti, notiamo che le riforme più costose sono state approvate con ampi consensi parlamentari e più tardi sindacali, opposizione compresa, a dimostrazione che il consenso su questa modalità di uso della spesa pubblica è stato pressoché universale. La pensione, insieme con la casa, appartiene alla mitologia dell’essere italiani, a quanto pare.

La lunga parabola espansiva, come la chiama Ferrera, inizi proprio a metà degli anni ’50 e dura almeno un ventennio, trovando nei ’60 l’apice della dissennatezza che i ’70 si incaricheranno solo di consolidare.

Fra il 1955 e il 1975, infatti, le pensioni aumentano di numero al ritmo di oltre 1,5 milioni ogni cinque anni, arrivando a crescere di ben 2 milioni 737 mila unità nel 1970 e di 2 milioni 350 mila nel 1975.

Vi faccio notare che nel 1975 era in vigore già da 19 anni la normativa sulle pensioni baby, che pochi anni prima era stata approvata abbassando  a 2o anni, 15 per le donne, l’età contributiva per i dipendenti pubblici per andare in pensione. In pratica, una donna nata nel 1940, che fosse dipendente pubblica nel 1960, quando ancora lo Stato assumeva a spron battuto, nel 1975 poteva già essere in pensione, e ancora oggi continuare a godersela. Si capisce bene perché aumentarono così tanto i pensionati.

Però, dice il presidente dell’Inps, le pensioni in essere non si toccano.

Chi ha avuto ha avuto.

Osservo deliziato che l’ultimo picco di pensioni concesse, pari a 1 milione 229 mila, al livello del 1955, quando fu approvata la riforma degli agrari, si è toccato nel 1995, quando il governo tentò la sua timida riforma contributiva. L’ennesima beffa.

Se guardiamo agli importi, espressi in euro del 2010, notiamo come quello medio del 1955, pari a  1.268 euro 2010, praticamente sia raddoppiato nel 1965, collocandosi a 2.475, per arrivare a 4.125 nel 1975, e a 6.552 nel 1985. In pratica, in trent’anni l’importo medio è aumentato di oltre cinque volte, mentre nei venti anni successivi appena del 51%.

Il dissesto della nostra previdenza, perciò, si consuma nel trentennio fra il 1955 e il 1985, e gli anni ’60 stanno com’è logico che sia, in mezzo.

Per evitare di annoiarvi con i dettagli, ricordo solo che la prima metà degli anni ’60 fu sostanzialmente preparatoria. A parte alcuni aumenti dei minimi concessi ad alcune categorie, che comunque fecero salire parecchio la spesa complessiva, non si segnalano eventi rilevanti. Ricordo pure che già dal 1963 si provò a indicizzare le pensioni . E che risale alla legge 3 agosto 1962 l’abbassamento dell’età pensionabile delle donne a 60 anni, che durerà fino a tempi recenti.

Per apprezzare quanto siano costati questi mini-interventi, basta osservare che fra il 1958 e il 1963, la spesa pensionistica passò da 418 a 870 miliardi, con un’accelerazione  nel 1962, quando si passò dai 528 miliardi del 1961 a 768. Il boom dell’economia coincise con quello delle pensioni, insomma, alle quale furono concessi incrementi come mai prima nella storia. Solo che quello dell’economia poi si fermò. Quello delle pensioni no.

In compenso il lavoro propositivo è frenetico. Nella III legislatura, quindi fra il 1958 e il 1963, vengono presentate 211 proposte di legge sulla protezione sociale, 97 delle quali riguardano le pensioni e solo 6 la disoccupazione, che a mio modesto avviso spiega meglio di ogni altro argomento cosa sia il nostro paese.

Ma il punto di svolta avviene nel 1965, quando fu varata la legge 903, ennesima grande riforma incrementale del sistema, che fra l’altro istituì le pensioni di anzianità per i dipendenti privati, con 35 anni di anzianità, che seguì a quella del 1956 che l’aveva istituita per i dipendenti pubblici insieme con l’introduzione del sistema retributivo, sistema di calcolo che durerà fino alla riforma Dini del ’95.

Le pensioni del settore privato però, a differenza del pubblico, venivano ancora calcolate a contributivo (come adesso).

Ma non accadde solo questo. La legge del ’65 mise la base della pensione sociale, all’epoca individuata come il trattamento pensionistico minimo per tutti i lavoratori. Quindi non equivale a quella che conosciamo oggi, ma è un po’ la sua progenitrice.

L’anno successivo fu estesa la tutela ai commercianti, ma soprattutto si preparò il clima per l’ultimo grande intervento incrementale, che si verificherà nel bel mezzo delle contestazioni operaie e studentesche, in un clima intriso della retorica dei diritti e del tutto gratis a tutti, preparatorio della grande abbuffata degli anni ’70.

La riforma del 1965 prevedeva l’esercizio di una delega che però non venne esercitata nel tempo di due anni previsto.

Il governo, dopo un’ampia negoziazione con i sindacati decise di rivedere il contenuto della delega e così arriva al Dpr 488 del 1968 che previde l’ennesimo aumento di spesa pensionistica. Oltre all’aumento dei minimi, si decise anche l’introduzione del sistema retributivo nel settore privato, anche se ancora in forma diluita.

Il governo provò anche a fare un passo indietro sulle pensioni di anzianitià, che oltre ad essere l’ennesimo unicum italiano, avevano provocato 170 miliardi di spesa aggiuntiva solo nel primo triennio di approvazione, e riuscì persino a cancellarle, fra gli strepiti dell’opposizione.

La Cgil reagì duramente aprendo una vertenza pensione. Il clima dell’epoca favorì la mobilitazione e il governo cedette su tutta la linea.

Il governo, guidato da Mariano Rumor realizzò quel “grande accordo spartitorio con il quale si conclude la fase di più robusta espansione del sistema pensionistico italiano”, chiosa Ferrera.

Con la legge 153 del 1969 le molte richieste dei sindacati vengono accolte, fra le quali l’indicizzazione delle pensioni in corso al costo della vita e il rafforzamento del ruolo dei sindacati dentro l’Inps. Fra l’altro viene adottata la pensione sociale, come la conosciamo adesso, e vengono reintrodotte le pensioni di anzianità che solo con la riforma Fornero del 2012 sono state abolite.

L’impostazione di base, generosa, deficitaria e inguale, non muta negli anni successivi.

Nel 1975 le pensioni superiori al minimo vengono indicizzate alla crescita delle retribuzioni nel settore industriali. Nel 1976 vennero concessi ai dipendenti  pubblici sistemi di calcolo per il retributivo più generosi. E ancora nel 1990 si arrivò a istituire il calcolo retributivo per le pensioni del lavoro autonomo assicurate presso l’Inps. Come se il bengodi non dovesse finire mai.

E infatti non finì, neanche nel 1992. Per qualcuno dura ancora.

Ma non ditelo al presidente Inps.

(3/fine)

Leggi la prima puntata   Leggi la seconda puntata

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  1. Dionisio Mariano Magni

    Non so se le valutazioni che relazionano l’andamento degli aumenti dei costi pensionistici dagli anni 60 in poi,prende in considerazione anche gli aspetti relativi alle politiche di genere ( uomini e donne) e la considerazione che la vita media delle donne è maggiore di quella degli uomini, ma anche che a parità di attività lavorativa le donne percepiscono guadagni generalmente inferiori. Poichè queste politiche hanno avuto come fine, mai dichiarato ma evidente, quello di creare riserve di voti, sarebbe interessante capire come questo è stato indirizzato e forse risulterebbe più evidente perchè non si vogliano toccare tanti privilegi.
    Chissà poi se si riuscisse anche a spiegare l’arcano che si cela dietro la famosa storia delle quota 96 della scuola pubblica e l’errore macroscopico che stessa Fornero ha ammesso di aver commesso ( obbligata a commetterlo?) e perchè nonostante la palese ingiustizia non si può correggere?

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      personalmente non credo di poter fare più di quello che ho fatto, scrivendo questa miniserie. se ne potrebbero raccontare tante, ma quel che qui volevo rilevare è la malattia dello spirito che ha creato nel nostro paese la bramosia frenetica della pensione. anziché pensare a lavorare, e magari farlo bene, milioni di persone hanno sognato di andare in pensione prima possibile, con uno stato che glielo consentiva.
      questo danno non è curabile, neanche se tagliassimo a zero le pensioni esistenti. perché è un danno che alligna nel carattere e non nella contabilità.
      tutto il resto lo lascio ai tanti tecnici, di sicuro più bravi di me, che conoscono la materia e possono raccontarne delle belle.
      grazie per il commento

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  2. masmdea

    Bah.. Non capisco il succo del discorso.. Siamo un popolo negletto perchè ha cercato di voler vivere in maniera dignitosa dopo una vita di lavoro? Una minoranza di baby pensioni deve essere la condanna per tutti? E la situazione quale sarebbe? Deflazione pensionistica, specialmente ora che le pensioni sono un concreto sostegno alla generazione di giovani disoccupati? Mah.. Mi sembra il solito attacco moralista di chi pensa che nella vita esista solo il lavoro (immolando il proprio padre pur di poter parlare contro le abitudini di un intero popolo) e che se il sistema Paese va cosi male sia dovuto alle pensioni, nonostante l’Italia sia in avanzo primario da anni.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      il succo del discorso è molto chiaro: se avessimo gestito in maniera opportuna le pensioni non saremmo costretti ancora a parlarne. e il fatto che lei stesso ammetta che le pensioni dei nonni servano a sostenere i giovani disoccupati è una delle conseguenze di tale deriva.
      non credo che la soluzione sia la deflazione pensionistica, come lei dice, anche perché la gran parte delle pensioni sono intorno ai mille euro. credo semplicemente che non ci sia alcuna soluzione al guasto, che è innanzitutto spirituale, che la dissennata gestione della previdenza ha fatto al nostro paese.
      prendiamo il caso delle pensioni baby, i cui danni non sono quei pochi pensionati baby (che non sono affatto pochi) che lei dice. è l’idea stessa del lavoro che ne è uscita menomata.
      sono d’accordo con lei quando dice che è giusto avere una pensione dignitosa dopo una vita di lavoro. Ma non è giusto che tale diritto sia stato ultragarantito ai padri, mentre non lo sarà per i figli e i nipoti. non mi sembra giusto far pagare alle generazioni che verranno domani i propri diritti di oggi.
      infine; io non credo che nella vita ci sia solo il lavoro, ma credo che il lavoro sia una cosa seria che comporta doveri, oltre che diritti.
      grazie per il commento

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      • Fla

        Egregio Sig. Sgroi,
        il post fa luce su molti aspetti del sistema pensionistico e questo lo rende interessante. Però non posso non concordare con il commento di Masmdea. In Italia infatti, checchè se ne voglia dire, non stiamo vivendo una crisi fiscale, bensì “finanziaria” indotta. Il sistema pensionistico si basa su una economia che cresce. Come tutto di per sè in economia. A quanto ammontano gli assegni medi rilasciati alla popolazione? A quanto ammonta il carico fiscale su di essi? Si parte dai giusti presupposti, per andare poi a finire nella solita critica senza una briciola di prospettiva. Le nostre pensioni sono fra le più basse d’Europa. E si arriva all’età da pensione dopo una vita di bassi salari. Possibile che ogni volta si debbano prendere gli aspetti critici di una misura di protezione sociale ed, invece di migliorarli con adeguate misure, fare di tutto per cancellare tale misura o screditarla. Appunto perchè il lavoro è una cosa seria, e si lavora per produrre, anche le pensioni lo sono. Perchè senza di loro anche un bel po’ di lavoro viene meno. Sono due facce molto vicine di una stessa medaglia.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        il post si proponeva proprio di fare luce su un po’ di storia, senza entrare nel merito. come ho già più volte detto, la crisi che mi interessa, al di la del suo aspetto fiscale o finanziario (è una distinzione accademica, per come la vedo io) è quella spirituale che sta attraversando il nostro paese e rimango convinto che la gestione dissennata della previdenza, al di là dei suoi aspetti fiscali e finanziari (che pure ci sono), vi abbia contribuito notevolmente. Il caso delle baby pensioni è icastico, ma quello delle pensioni di anzianità calcolate con criterio fuori dall’equità attuariale pure. Come si fa a non creare danno dicendo a una pletora di lavoratori che possono andare in pensione dopo venti anni di servizio?
        So bene che gli assegni medi sono bassi, ma vede: non è questo il punto. Questa semmai è l’ennesima stortura di un sistema che ha privilegiato l’idea di dare provvidenza, pure basse ma diffuse, senza criterio che non fosse quello della costruzione del consenso, pur sapendo che ciò avrebbe condotto a un dissesto. Che, ripeto, è innanzitutto spirituale. Personalmente non amo uno stato che mi paga la ciotola di riso. Preferisco uno stato che sia capace di far funzionare il lavoro, anche da vecchio, se ne ho voglia.
        Lai dice che il nostro paese non sta vivendo una crisi fiscale? Per fortuna, dico io. Ma non crede che viviamo sul limitare di una crisi fiscale da troppo tempo? E’ vero che il disastro è maturato nel sistema finanziario, ma come vede i danni siamo chiamati a pagarli noi, con le nostre tasse, i nostri contributi e con l’accensione di nuove ipoteche sul nostro futuro sotto forma di nuovi debiti.
        Per essere chiari, non ce l’ho con le pensioni né mi sogno di screditarle. L’istituto è giusto e sacrosanto. ho soltanto provato a mostrare che le leggerezze commesse tanti anni fa producono esiti ancora oggi e ho la sensazione che non ci sia stata allora e non ci sia oggi da parte di noi tutti la doverosa assunzione di responsabilità che dovrebbe seguirne. Cominciando da coloro che ne hanno goduto di più.
        Grazie per il commento

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  3. Fla

    “E’ vero che il disastro è maturato nel sistema finanziario, ma come vede i danni siamo chiamati a pagarli noi, con le nostre tasse, i nostri contributi e con l’accensione di nuove ipoteche sul nostro futuro sotto forma di nuovi debiti.”. E’ per questo che dico che non sono le pensioni o il loro ammontare o il loro peso su PIL il nesso del problema. Quello che mi chiedo è: perchè dobbiamo parlare sempre di pensioni, stipendi e numero dipendenti pubblici, spesa pubblica (crisi fiscale) e mai di regolamentazione dei mercati finanziari, ripristino divisione banche investimento / commerciali, galera per i colletti bianchi fraudolenti (crisi finanziaria)? Perchè? Perchè i dibattiti devono andare sempre sulla prima e mai sulla seconda? Si certo, ci sono state delle problematiche in tempi passati, ma la scelta di fare della spesa pubblica il “datore di lavoro di ultima istanza” in Italia è stata una scelta politica, certo, ma dettata dai datori di lavoro del tempo, cioè dai vari FIAT e compagnia bella che vedevano in malomodo questi lavoratori che non lavoravano per il solo tozzo di pane. E che ci ha pure portato dentro l’Euro, pensa un po’. Lo stesso che falcidia il mercato interno dei “capitalisti” italiani (quelli rimasti). Alla fin fine si spara sempre sul poveraccio, nel mucchio, sul corrotto (per fare un esempio che ora va di moda) ma mai sul corruttore. Solo per dare un ulteriore esempio, le riporto quanto scritto dal professore Felice Roberto Pizzuti de La Sapienza di Roma che redige annualmente il “Rapporto sullo Stato sociale” dell’Italia: “Anche in Italia si è verificata la stessa illusione statistica; attualmente la spesa sociale è pari al 28,4% del Pil, in linea con i valori medi europei. Tuttavia, se confrontiamo il valore pro capite, il nostro paese registra un forte e crescente divario negativo: fatto pari a 100 il valore medio dell’Unione a 15 nel 1995, quell’anno il dato italiano era 84,1, ma da allora è calato fino a 75,8 del 2011. In tutti i paesi europei, tranne l’Irlanda, la voci di spesa più importante è la previdenza (15,1% nell’EU-16); questa voce in Italia è pari al 18,8%, in Francia al 16,5% e in Germania al 13,6%. La superiorità del nostro dato previdenziale di 3,7 punti rispetto alla media europea è tuttavia viziata da diverse disomogeneità presenti nelle statistiche. Ad esempio, l’Eurostat include nella spesa pensionistica italiana i trattamenti di fine rapporto (pari all’1,7% del Pil) che non sono prestazioni pensionistiche. C’è poi che le spese pensionistiche sono confrontate al lordo delle ritenute d’imposta, ma le uscite pubbliche sono quelle al netto. Tuttavia, mentre in Italia le aliquote fiscali sono le stesse che si applicano ai redditi da lavoro per un ammontare trattenuto pari a circa il 2,5% del Pil in altri paesi spesso sono inferiori e in Germania sono addirittura nulle cosicché i confronti operati al lordo sovrastimano i nostri trasferimenti pensionistici che, in realtà, non sono affatto anomali. In ogni caso, dopo le riforme del 1992 e 1995, fin dal 1998 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali nette è sempre stato attivo; l’ultimo dato, del 2011, è di ben 24 miliardi di euro. Dunque, il nostro sistema pensionistico pubblico non grava sul bilancio pubblico, anzi lo migliora in misura consistente (pari a sei volte le entrate Imu sulla prima casa!).”. Non credo ci sia molto da aggiungere. Saluti e grazie e Lei per il suo lavoro.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        quale sarà il futuro della crescita non lo sa nessuno, ovviamente. possiamo solo provare a fare congetture, più o meno fondate.
        nel complesso rimango, come lei, un po’ scettico. ma non tanto (o almeno non solo) per i rilievi cui lei ha accennato, ma perché in otto anni di crisi non ho sentito nessuno parlare delle ragioni profonde della crisi. che sono spirituali, prima ancora che economiche.
        grazie per il commento e per l’attenzione

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    • Franco Ferrè - BLOGGER

      Ci sarebbero un miliardo di cose da aggiungere a questo sacrosanto commento, sia nel merito tecnico della questione pensionistica, sia più in generale sul tono autorazzistico delle considerazioni dell’autore del pezzo. Due prese dal mazzo, una tecnica, l’altra più generale
      1) la spesa pensionistica, come più in generale la spesa pubblica, anche se “improduttiva” o “scriteriata” (come scriteriate sono state le pensioni a 19 anni sei mesi un giorno degli statali) produce comunque reddito, PIL, e – come ricorda giustamente l’ultimo commento – tasse. Caro Sgroi, checchè ne dica l’OCSE o il FMI, il moltiplicatore esiste e lotta insieme a noi… ogni euro tagliato di spesa pubblica riduce di un euro e mezzo o più il PIL… e lo riduce di meno se il taglio riguarda i ricchi, ma ho come il sospetto che qualunque riforma non li colpirebbe; i 14 consecutivi tagli delle pensioni operati in Grecia non ne hanno ridotto il debito, anzi… in compenso hanno ridotto alla fame un paese (il FMI ha ammesso di essersi sbagliato, sul moltiplicatore in Grecia, ma nessuno ha spostato di un centimetro le politiche…); il pensionato privilegiato compra pane, pasta, vestiti che pagano gli stipendi a quei virtuosi lavoratori che lei vorrebbe difendere. Per non parlare dell’utilità non finanziaria di avere gente sana che non deve lavorare e che può curare i nipoti, assistere altri più anziani, sbrigare le faccende in orario lavorativo… etc. tagliare le pensioni, o differirle troppo è dannoso economicamente e socialmente;
      2) continuare a ragionare di pensioni in termini attuariali è un altro esempio di indebita estensione di concetti economici (direi economicistici) a cose che non lo sono (o non lo sono esclusivamente)… mutatis mutandis è lo stesso errore di dire che lo stato è come la famiglia e che il bilancio dello stato deve essere in pareggio. Questo enorme errore in termini concettuali è quello sottostante a tutta la tirata moralistica del “i vecchi rubano le pensioni ai giovani” … le pensioni dei vecchi sono ciò che ha impedito all’Italia di vivere una rivoluzione di piazza in questi lunghi anni di tagli agli stipendi (privati..) e precarizzazione diffusa. Ricevere ciò che si è versato deve valere per una polizza privata, non per la pensione… la pensione è la somma che uno stato mette a disposizione dei suoi cittadini per vivere una vita dignitosa anche quando non sono più in grado di guadagnarsi da vivere lavorando (che ciò accada per età, invalidità o semplice obsolescenza di skills o logorìo è irrilevante). Punto. L’entità dei versamenti deve definire l’entità dell’assegno, calcolandolo tra un minimo (che dovrebbe essere più alto di oggi) e – questo sì – un massimo … perchè lo stato ti deve garantire una vita dignitosa, non di pagarti il posto barca a Porto Cervo….E se le uscite sono maggiori dei contributi, va nella fiscalità generale… e se lo stato è in deficit? In un mondo normale dovrebbe poter dire “chissenefrega” (come dicono in Giappone o in tutti gli stati ancora sovrani sulle proprie economie) e gestirsi la sua politica economica in modo conseguente… nel magnifico mondo dell’UE e del pareggio di bilancio in costituzione (delinquenti!) purtroppo no… ma il problema, allora, non è che gli italiani sono cattivi e lazzaroni e dobbiamo tagliargli le pensioni perchè così li facciamo lavorare di più e teniamo i conti in ordine, ma forse, tornare a gestire liberamente la nostra politica economica e mettere nel giusto quadro la pensione, il lavoro e anche, in ultima analisi, il ruolo dello stato e delle sue sacrosante spese che, da quando esistono gli stati, sono sempre – ripeto: sempre – state il volano per qualunque progresso materiale (e quindi spirituale) dei suoi cittadini. Sgroi avrà letto Ha-Joon-Chang? Da come vede (e non solo in questi post sulle pensioni) le tematiche economiche non sembra…
      Io – e concludo – più che del danno “morale” di un sistema pensionistico generoso, parlerei del danno incalcolabile dell’autorazzismo diffuso – anche da discorsi come questi – tra gli italiani, autorazzismo che ha consentito e consente tuttora alla nostra classe politica di fare le scelte che fa, marchiate a fuoco dalla cultura del “non sappiamo governarci” e quindi dell’accettazione quasi gioviale di vincoli esterni di ogni tipo alle nostre scelte, come unica strada per la “redenzione”.
      In fondo, è lo stesso clima che permette a un Di Battista di dire che “il problema dell’Italia sono gli italiani” senza che nessuno lo prenda a schiaffoni o un vecchio ex fascista come Scalfari di scrivere una domenica sì e una no che dovremmo farci governare dalla Troika. Sì, la stessa Troika che è in Grecia dal 2011, quella Grecia con lo stato in avanzo primario e le pensioni sono state tagliate a dovere, ma dove ci si riscalda bruciando la legna ed i malati di cancro sopra una certa età non li curano più…

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  4. vincesko

    Pensioni

    Ad integrazione, faccio alcune doverose osservazioni (scusandomi in anticipo della lunghezza e avvertendo che non posso linkare qui le prove dato il limite tecnico di WP, che però si possono reperire in “Dialogo n. 2 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: pensioni”
    http://vincesko.blogspot.com/2015/04/dialogo-n-2-nel-blog-neo-liberista.html ):

    Poiché perfino Il Sole 24 ore diffonde informazioni errate, mettendo insieme leggi diverse, ed attribuisce alla legge Fornero anche tutte le misure pensionistiche, ben più corpose, varate da Sacconi nel 2010 e 2011, provo a rispondere al seguente quesito:
    Quante sono le riforme varate negli ultimi 23 anni e qual è stato il governo (e il ministro: Sacconi o Fornero) che ha riformato di più le pensioni?
    Dal 1992, le riforme delle pensioni sono state 8 (otto): Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010; Berlusconi/Sacconi, 2011; Monti-Fornero, 2011.
    Oltre a quella Dini che ha introdotto il metodo contributivo, le ultime 4 riforme: Damiano (2007, in parte), Sacconi (2010 e 2011) e Fornero (2011) stanno producendo e produrranno risparmi fino al 2060 per centinaia di miliardi (cfr. MEF). Dopo le riforme, il sistema pensionistico italiano, come riconosciuto dall’UE, è tra i più solidi e severi in UE28. L’unico intervento ancora da fare è quello sulle cosiddette pensioni d’oro (>90.000€ l’anno), che sono 109.000 e costano 13 mld l’anno (ed eventualmente su quelle d’argento), intervenendo con modalità rispettose della pronuncia della Corte Costituzionale del 2013.
    Le riforme di Sacconi (2010 e 2011, oltre a Damiano, 2007) sono molto più corpose, immediate e recessive di quella Fornero; in sintesi, esse hanno introdotto:
    • “finestra” (= differimento dell’erogazione) di 12 mesi per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati o 18 mesi per tutti quelli autonomi;
    • allungamento, senza gradualità, di 5 anni (+ “finestra”) dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti pubbliche per equipararle a tutti gli altri a 65 anni (più finestra), tranne le lavoratrici private; e
    • adeguamento triennale all’aspettativa di vita.
    La riforma Fornero (2011) ha stabilito, principalmente:
    • metodo contributivo pro-rata per tutti, a decorrere dall’1.1.2012;
    • aumento di un anno delle pensioni di anzianità (ridenominate “anticipate”); e
    • allungamento graduale entro il 2018 dell’età di pensionamento di vecchiaia delle dipendenti private da 60 anni a 65 (più finestra), per allinearle a tutti gli altri,
    i cui effetti si avranno soprattutto a partire dal 2020.
    NB: La legge Fornero ha opportunamente eliminato la “finestra” di 12 o 18 mesi sostituendola con un allungamento corrispondente dell’età base, ma l’allungamento (già recato dalla riforma Sacconi) è solo formale.

    Ne discende che tutte le analisi fino al 2011 sono datate e fuorvianti.

    Voci spurie.
    Nella spesa pensionistica italiana sono inserite voci che negli altri paesi europei non esistono oppure sono classificate diversamente:
    • come ho osservato a Oscar Giannino, v. note (b) e (c), un 8% di spesa assistenziale;
    • nei dati rilevati da Eurostat ( e presumo anche dall’OCSE e dall’FMI) non sono comprese le pensioni private, che caratterizzano i sistemi previdenziali di altri paesi, nonostante siano fortemente incentivate attraverso il fisco e quindi con trasferimenti dal bilancio dello Stato (v. in particolare la Gran Bretagna);
    • infine, la spesa pensionistica (cfr. Lettera a Oscar Giannino e AQQ24/Spesa pensionistica) è al lordo delle imposte (45 mld circa su un totale di 270 mld circa), il che penalizza l’Italia, poiché le nostre pensioni sono tassate più che negli altri Paesi europei (e più di quanto venga tassato il lavoro).
    Se si rende il confronto omogeneo, l’Italia, pur scontando la coda delle pensioni di anzianità, è in linea o sotto la media, e, completata a breve la riforma, consoliderà la sua posizione di benchmark.

    Il punto perciò è che ora si sbaglia bersaglio: la spesa pensionistica. Per i seguenti motivi, a mio avviso dirimenti: sia perché, ripeto, essa, al netto delle voci spurie, è in linea con la media UE e – in prospettiva futura – meglio di altri Paesi importanti, sia soprattutto perché, come sanno bene gli esperti del ramo (“l’impianto di previdenza obbligatoria appare già dirsi completo al di là di eventuali futuri interventi che sembrano potere rivestire più le sembianze della mera manutenzione che quelli di interventi di tipo strutturale”, ripeto, dopo le ultime 4 riforme (Damiano, 2007; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), quel che di strutturale c’era da riformare è stato già fatto (la riprova – logica e fattuale – è che adesso stanno cercando di tornare indietro, smussando le asperità più esagerate ed acute e ripristinando-rafforzando la flessibilità con penalizzazioni prevista fin dalla riforma Dini del 1995, copiata da altri Paesi ma inapplicata in Italia). Resta solo la questione delle c.d. pensioni d’oro (> 8.000€ lordi, pari a 5.000€ netti mensili) e forse di quelle d’argento (>2.500 netti mensili?), cioè del ricalcolo, al di sopra di una certa soglia, e lasciando il risparmio che ne deriverebbe all’interno dello stesso capitolo di spesa, anche per integrare le future pensioni basse (dei giovani attuali).

    ____________________

    Note:

    (a) AQQ/24 – Spesa pensionistica (incluse comparazione in UE27 e Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, a cura dell’RGS); e

    (b) Lettera a Oscar Giannino .
    PS: Condivido la proposta di ricalcolare le pensioni (al di sopra di una certa soglia) che sono state favorite dal calcolo retributivo e che presentano un delta favorevole tra assegno pensionistico erogato e contributi versati, per integrare le pensioni future basse.

    (c) Un 8% di assistenza
    Trattamenti pensionistici e beneficiari: un’analisi territoriale
    “Le pensioni Ivs sono il 78,3% dei trattamenti erogati dal sistema pensionistico italiano e assorbono il 90,5% della spesa complessiva. Più nel dettaglio le pensioni di vecchiaia rappresentano il 52,2% delle prestazioni e il 71,8% della spesa; le pensioni di invalidità rispettivamente il 5,6% e il 4,0%, mentre le pensioni ai superstiti rappresentano il 20,6% dei trattamenti complessivamente erogati e il 14,7% della spesa complessiva. Le pensioni assistenziali sono il 18,2% del totale e assorbono il 7,9% della spesa. Le indennitarie incidono, infine, per il 3,5% sul numero dei trattamenti e per l’1,7% sulla spesa complessiva (Tavola 5)”.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      le integrazioni sono sempre benvenute. in questo caso particolarmente, trattando di anni assai successivi a quelli di cui ho parlato nella mia miniserie. il suo commento in qualche modo aggiunge informazioni recenti a una storia antica.
      mi consenta tuttavia un’osservazione. i danni fatti alla previdenza, come ho più volte ripetuto qui sono convinto siano più seri e gravi del loro aspetto finanziario. Nel post ho fatto l’esempio delle pensioni baby, che hanno corroso in almeno due generazioni l’idea stessa del senso e del significato del lavoro, creando legioni di sfaccendati più o meno quarantenni mantenuti con i contributi degli altri e magari ingrossanti le file del lavoro nero. non tutti per carità. inoltre per alimentare la previdenza, non si sono sviluppate altre forme di welfare, come quello per chi perde il lavoro o per chi ha famiglie numerose. per non parlare del peso dei contributi (che servono a pagare le pensioni) nel cosiddetto cuneo fiscale.
      e le conseguenza sono davanti ai nostri occhi. le cito solo un dato che può trovare nel rapporto sul bilancio delle famiglie italiane di bankitalia pubblicato nel dicembre scorso. dal 1991 a oggi i dipendenti hanno visto il loro reddito equivalente diminuire del 4%, gli autonomi aumentare più o meno dello stesso importo, mentre quello dei pensionati è cresciuto del 21%. Secondo lei chi sostiene più i consumi, un anziano o un giovane?
      grazie per il commento

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    • Franco Ferrè - BLOGGER

      Concordo al 101% Se proprio si vuole recuperare soldi dal sistema (e non ce ne sarebbe bisogno) il punto ancora intonso sono le pensioni d’oro, che sono – quelle sì – uno schiaffo morale al paese, staccate nella gran parte dei casi, da ogni legame con quanto versato e ottenute da determinate categorie solo in virtù di rendite di posizione favorevoli in certi momenti storici. Un limite a 5k euro non ridurrebbe nessuno in povertà e otterrebbe un risparmio strutturale e definitivo da usare subito per integrare i trattamenti presenti e futuri che non rispettano il requisito della dignità per chi li riceve…
      Un aumento del 21% dei trattamenti in 26 anni è tutt’altro che scandaloso, lo scandalo è il calo degli altri… ma la soluzione, per l’autore, sembra essere tagliare le pensioni, non aumentare gli stipendi. Altro aspetto del danno culturale autorazzistico di cui parlo nell’altro commento

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        ho rispetto delle opinioni di tutti, ma per favore eviti di usare parole che faccio fatica a comprendere. autorazzismo è una di queste. Se il diritto di critica viene messo all’indice bollandolo come autorazzismo, mi sorge il sospetto che ciò sia l’indice di una mentalità vagamente totalitaria. chi accusa di autorazzismo è fondamentalmente razzista, temo. e io non ho in adorazione né l’essere italiano, né l’essere europeo, né l’essere americano e via dicendo. Ciò che mi sta a cuore è il nostro essere persone che hanno diritti, ma anche doveri. E sinceramente non riesco a capire perché regalare pensioni, infischiandosene ad esempio di sostenere chi è senza lavoro o ha figli a carico, sia una scelta che bisogna difendere a tutti i costi. Mi sembra molto più giusto dare un reddito a una madre che cresce i figli e sceglie di stare in casa, piuttosto che continuare a spendere risorse pubbliche per la previdenza, ossia per chi un reddito ce l’ha già. E questa è la mia opinione. Non entro nel merito delle sue. La questione del moltiplicatore, poi, mi appassiona poco. E’ chiaro che contabilmente una spesa equivale a un reddito, ci ho scritto parecchio su questo blog, ma non tutto si riduce alla contabilità. Visto che lei tira in ballo lo spirito, si faccia una domanda: che paese ha prodotto la nostra sessantennale cultura e pratica economica? Secondo lei siamo un paese equilibrato? E il nostro spirito, in che condizioni si trova?
        Grazie per commento

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  5. vincesko

    Salve,
    Si tratta, infatti, come ho scritto, di un’integrazione alla sua interessante analisi.
    Sono d’accordo per l’aspetto morale, e aggiungerei diseducativo, del passato lassismo sulle pensioni. Ma osservo 1. che negli ultimi tempi si è esagerato all’opposto; 2. che le pensioni cosiddette baby mi pare siano 500.000, mentre le pensioni sono complessivamente 23 milioni e i pensionati 16,5 milioni; 3. che il lassismo della spesa riguarda tutta la spesa pubblica, non solo quella pensionistica; 4. che, come ho già rilevato, nella spesa pensionistica sono confluite da sempre voci spurie per protezione sociale, che negli altri Paesi sono classificate correttamente in altri capitoli della spesa sociale, v. anche le pensioni di anzianità che hanno fatto per un ventennio da ammortizzatore sociale; e 5. infine, poiché la proprietà della casa o un affitto sociale (100-200€/mese) può fare la differenza tra un’esistenza difficile ma sostenibile e la povertà, per milioni di persone, che la spesa italiana per l’housing sociale (case popolari) – dato sconosciuto ai più e molto sottovalutato (perché non ne scrive, se non l’ha ancora fatto?) -, è, in Italia, nel 2009, appena dello 0,02% sul PIL, contro lo 0,57% della UE27, lo 0,75% della Danimarca, lo 0,65% della Germania, lo 0,20% della Spagna, lo 0,85% della Francia e l’1,47% della Gran Bretagna, con un rapporto tra questi altri Paesi UE e l’Italia, rispettivamente, di 28,5, 37,5, 32,5, 10, 42,5 e 73,5 volte: sono dati che parlano da soli e costituiscono un vero scandalo! (cfr. “Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale” 2011-2012 http://www.lavoro.gov.it/Documents/Resources/Lavoro/CIES/RAPPORTO_2011_2012_Fabbris.pdf ).

    PS: Conoscevo i dati di Bankitalia, ne ho scritto anche nel mio blog. Lei sa che ho questo vezzo, antipatico ma forse utile: mi permetto segnalarle che il plurale di “fila” è “file” (“fila” è anche il plurale di “filo”, in senso figurato); ma non si preoccupi, m’è toccato segnalarlo a persone famose e colte già decine di volte.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      Lo so che il plurale di fila è file. Ho corretto il commento. Ma nell’accezione tipo “riprendo le fila del discorso” è comunemente accettato come corretto. E in questa accezione anche ingrossare le fila è accettabile ma anche le file.
      Per il resto, grazie per i dati e i link

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      • vincesko

        Appunto, nell’espressione “riprendo le fila del discorso”, “fila” è il plurale di “filo”, non di “fila”, il cui plurale è regolarmente “file”. Cioè, “filo” ha 2 plurali: “fili” e, in senso metaforico, “fila”. La confusione per tanti nasce proprio dal plurale di “filo”, in senso metaforico, il cui doppio plurale (e non è l’unico caso, cerchi in Internet) è un residuo del genere neutro latino, che non esiste in italiano.

        Accademia della Crusca: Il filo –> i fili / le fila. Il maschile va adoperato nel significato concreto: i fili del telefono ecc., il femminile invece sta per ‘trama di un ordito’ oppure nel senso metaforico di ‘intreccio’: le fila di una congiura ecc. ATTENZIONE! È sbagliato l’uso di fila come plurale di fila ‘serie, successione’, ad esempio nella locuzione, spesso impiegata, *serrare le fila in luogo del corretto serrare le file.
        http://www.accademiadellacrusca.it/en/italian-language/language-consulting/questions-answers/plurali-doppi

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      • vincesko

        PS:
        FILI, FILE, FILA: QUAL È IL PLURALE GIUSTO?
        • “Le fila del partito.” D’onde viene questo strano plurale?
        • Esiste un sostantivo femminile singolare la fila, serie di persone o cose più o meno allineate una dietro l’altra, che ha un plurale regolare le file. Diciamo perciò che davanti ai negozi si formano lunghe file […], e che i militari rompono le file (o le righe), cioè rompono il loro allineamento.
        • Esiste poi un secondo sostantivo, ma di genere maschile, il filo, propriamente il prodotto della filatura (un filo di lana, di cotone). Ecco il colpevole! Filo ha due plurali: uno regolare maschile, i fili, e uno irregolare femminile, le fila. Perché mai? Perché il nome d’origine, in latino, è neutro: filum singolare, fila plurale, e accanto al nostro plurale regolare fili è sopravvissuta anche la forma originale latina fila. La quale, mancando in italiano il genere neutro, si è rifugiata nel femminile.
        • Ciò premesso, il plurale più comune è quello regolare, i fili: “i fili del telegrafo”, […]. Il plurale femminile le fila è d’uso più limitato: si incontra in senso collettivo, per indicare molti fili presi insieme: abbiamo così “le fila dell’ordito”, e diciamo che il formaggio fuso “fa le fila”; ma più spesso lo incontriamo in frasi figurate, come “le fila della congiura”, “le fila del partito”, “tenere in pugno le fila del movimento”.
        http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/F/fili.shtml

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