Le metamorfosi dell’economia: Nella testa del Golem


Il Golem oggi appare molto diverso dal mostro antropomorfo evocato nella leggenda dal rabbino di Praga, ma ciò non vuol dire che lo sia davvero. Nell’ebraico moderno golem significa anche robot, parola quest’ultima di cui comunemente si ignorano origine e significato.

Ne trovo una spiegazione in un bel libro di qualche anno fa di Tomas Sedlacék, L’economia del bene e del male, dove scopro che il termine robot è stato utilizzato per la prima volta nel 1920 da un drammaturgo ceco, Karel Capek, all’interno della pièce fantascientifica R.U.R., dove si racconta dell’insurrezione di esseri artificiali creati allo scopo di sostituire gli esseri umani nel lavoro. L’etimo di robot lo fa risalire alla parola protoslava robota, che significa proprio lavoro. Come vedete molto delle nostre vite gira intorno al lavoro.

Rabbini e scienziati, perciò, hanno condiviso nel tempo, per ragioni e con metodi diversi, l’esigenza dell’uomo di servirsi di esseri artificiali per fare ciò che dovrebbe far da solo, vuoi perché convinto che lo facciano meglio loro, vuoi perché non ha voglia di occuparsene direttamente. O magari – e questa è stata la motivazione economica – perché così aumenta la produttività. Ciò serve a comprendere quanto sia radicato negli esseri umani tale desiderio.

Il Golem che abbiamo generato ai giorni nostri agisce a nostra insaputa in uno dei gangli più sensibili della società: l’organizzazione della vita economica. Con una differenza rispetto al suo prototipo ancestrale: il golem economico non è per nulla spaventoso. Al contrario. Somiglia al computer che tenete a casa, magari solo un po’ più potente, e articola i suoi ragionamenti computando centinaia di equazioni che descrivono un mondo ideale che il Golem interpreta come un auruspice o un moderno oracolo. Ne sortisce previsioni e consigli che finiscono sui tavoli degli uomini più potenti del mondo e sulla base dei quali costoro prendono decisioni che riguardano tutti. Così facendo il golem economico, a differenza dei suoi avi immaginari, diventa un’entità assai reale che provoca conseguenze altrettanto reali, segnando infine un clamoroso successo nella sua lotta secolare contro gli umani, che pure l’hanno generato.

Giova a questo punto darne una sommaria descrizione. Sempre Sedlacék nel suo libro ricorda che nel corso del tempo il pensiero economico sia stato sempre influenzato da correnti religiose, morali e filosofiche, salvo poi, a partire dal XX secolo finire sotto l’influenza di un certo determinismo meccanicistico che ha favorito il razionalismo di stampo cartesiano e il sorgere di un individualismo semplificato che ha finito col costituirsi in soggetto: il mitico uomo economico razionale, l’archetipo del Golem.

Questa “economia piena di matematica” dove è stata incistato l’automatismo del robot/golem sotto la forma di equazioni massimizzanti l’utilità necessitava di un corpo affinché il mostro si animasse in tutta la sua potenza e il progresso tecnologico, proprio come accade in un brutto film di fantascienza, gliel’ha trovato. La fisica dei microprocessori gli ha fornito un cervello di silicio che non elabora pensiero ma informazioni. Queste ultime vengono utilizzate in maniera combinatoria sulla base di premesse metodologiche pre-determinate. Un cervello morto, perciò: incapace di immaginare, ma buono solo a computare. Al Golem non è richiesta invenzione, ma efficiente prevedibilità.

Ed ecco come appare oggi, in uno dei suoi tanti esemplari: “Il modello econometrico trimestrale della Banca d’Italia, sviluppato nella prima metà degli anni ottanta, descrive le interazioni fra i più importanti aggregati macroeconomici dell’economia italiana. È costituito da circa 800 equazioni, di cui quasi 100 stocastiche, con una specificazione articolata dei diversi settori economici, incluso quello pubblico.
I meccanismi che governano l’evoluzione delle principali variabili sono keynesiani nel breve periodo, in cui l’andamento dell’attività economica è determinato soprattutto dall’evoluzione della domanda aggregata e vi sono rigidità nell’aggiustamento dei prezzi e dei salari; nel lungo periodo, come nello schema neoclassico, la crescita economica è il risultato della dinamica dell’accumulazione di capitale, della produttività e degli andamenti demografici. Il modello trimestrale è utilizzato per gli esercizi di previsione e per le analisi di politica economica”.

Questo esemplare l’ho tratto dal sito di Banca d’Italia, dove ne esiste anche un altro che merita di essere conosciuto: il modello DSGE: “I modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (dynamic stochastic general equilibrium, DSGE) descrivono l’andamento dei principali aggregati macroeconomici come risultato di scelte ottimizzanti (corsivo mio, ndr) di famiglie e imprese, che dipendono anche dalle loro aspettative. Combinando rigorosi fondamenti teorici delle equazioni comportamentali (microfondazioni) con la stima (o calibrazione) dei parametri strutturali, i modelli DSGE consentono di replicare l’andamento delle principali variabili macroeconomiche. Inoltre l’identificazione dei parametri strutturali – che descrivono le preferenze individuali, i vincoli tecnologici e quelli istituzionali – consente di utilizzare i modelli per analisi di politica economica senza incorrere nella Lucas critique. I modelli DSGE di tipo neo-keynesiano, sviluppati dall’Istituto con riferimento all’Italia e all’area dell’euro, sono utilizzati per la previsione, la costruzione di scenari controfattuali e l’analisi di politica economica”.

Perché non pensiate che questi due robot agiscano solo da noi, è bene precisare subito che i Golem sono ben posizionati in tutte le banche centrali e nei principali istituti internazionali. Le ragioni di questa moda sono ben descritte in un altro bel libro di qualche anno fa di Felix Martin, Denaro, dove si ricorda che “alla fine degli anni ’90 venne finalmente individuato un modo accettabile per giustificare un ruolo limitato delle politica monetaria (..) l’alzata di ingegno finale consistette nel battezzare ‘neokeynesiana’ questa nuova versione della teoria classica (..) questa miscela inebriante si rivelò irresistibile persino per i direttori delle banche centrali. Le loro difese erano crollate una volta per tutte e i modelli di equilibrio generale neokeynesiani, dinamici e stocastici, arrivarono presto a dominare la pianificazione politica politica delle maggiori banche centrali del mondo”.

Quindi i Golem ormai hanno trovato graziosa ospitalità presso quelle banche centrali che decidono molto della nostra vita. La cosa è talmente seria che nel 2008 la Bis produsse un paper dove si faceva il punto sullo stato dell’arte. Leggendolo ho scoperto che Martin non esagerava: i Golem sono dappertutto. Quello della banca centrale canadese si chiama ToTEM, quello della Banca d’Inghilterra di chiama BEQM, quello della BC cilena MAS. In Perù si chiama MEGA-D, nella Bce abbiamo NAWM, in Norvegia si chiama NEMO, mentre in Svezia hanno scelto l’esotico RAMSES. La Fed l’ha chiamato SIGMA, e pare ne abbia un altro che si chiama EDO, mentre il Fmi ne ha addirittura due: GEM e GIMF. Di sicuro ce ne stanno altri, ma il paper non li censisce e in fondo ci importa poco.

Ciò che importa è che quest’armata robotica ormai regola più di quanto pensiamo le nostre esistenze. Malgrado siano diversi, questi Golem condividono importanti caratteristiche strutturali, che sarebbe più giusto chiamare filosofiche, se ormai la filosofia non fosse così fuori moda. Dovremmo capire perciò come ragionano, ammesso che ricombinare informazioni del passato secondo schemi logici ancora più vecchi si possa chiamare ragionare.

A tal proposito ci torna utile un ottimo articolo di Terenzio Cozzi che ho trovato su moneta e credito (volume 64, numero 253, 2011) dal titolo esemplare: La crisi della macroeconomia. Che la crisi della macroeconomia consista sostanzialmente in quella dei modelli in cui ormai si è trasformata dovrebbe dirci molto sullo stato di questa disciplina. Ma tant’è. E’ utile soffermarsi e vedere quali ipotesi incorporino questi modelli. Serve a entrare nella testa del Golem che pretende di guidarci.

A differenza dei primi esemplari, che postulavano concorrenza perfetta e salari e prezzi pienamente flessibili, in armonia con il retropensiero dell’economia classica, “i nuovi modello DSGE incorporano qualche elemento di imperfezione dei mercati e rigidità di tipo keynesiano: concorrenza imperfetta nei mercati del lavoro e dei prodotti, salari e prezzi che non aggiustano immediatamente, possibile inutilizzazione di risorse per tempi non brevissimi, piccole imperfezioni nei mercati finanziari, le poche volte che vengono esplicitamente considerati”. “Questi ultimi modelli –  aggiunge – sono stati man mano preferiti ai primi per ragioni di stima econometrica e lato sensu di verosimiglianza con gli andamenti effettivi. Ma da quelli non si
discostano molto, sia per le ipotesi di fondo su cui sono basati sia per le
conclusioni che ne derivano”.

Quali sono dunque queste ipotesi? Eccole qua: “Equilibrio stabile, aspettative razionali, agente rappresentativo, mercati finanziari efficienti (e completi), garantiscono il buon funzionamento del sistema economico ed escludono la possibilità che vengano a manifestarsi gravi crisi e conseguentemente la necessità di
consistenti interventi pubblici per correggere gli andamenti spontanei. Per ipotesi infatti, il sistema è sempre in condizioni di equilibrio che è unico ed è reso stabile da forze di mercato spontanee che riescono a coordinare le decisioni degli operatori e, in definitiva, a far sì che il mercato riesca ad autoregolarsi. L’unicità e la stabilità sono però semplicemente ipotizzate, senza alcun tipo di analisi a supporto”.

Come si vede, non siamo tanto lontani dall’utopia dei mercati perfetti che illudeva i nostri progenitori. Assistiamo al ritorno della mano invisibile di Smith, ma in versione informatica. Con semplificazioni inaccettabili anche per i palati più rozzi, come quella che ipotizza che tutte le decisioni “vengano prese da un “unico consumatore/lavoratore /proprietario che vive in eterno [e che] massimizza, su un orizzonte infinito, una funzione di utilità […] sotto l’ipotesi di previsione perfetta o di aspettative razionali, in un ambiente istituzionale e tecnologico che favorisce, a ogni livello, comportamenti caratteristici dei mercati perfettamente concorrenziali”.

E la circostanza che questi modelli siano stati costruiti inzuppandoli di dati raccolti nel ventennio 1984-2004, quelli della cosiddetta Grande Moderazione, esclude che siano in grado di immaginare quali comportamenti si debbano adottare in caso di shock, come è stato dal 2008. Alcuni di recente hanno ammesso che gli strumenti analitici di cui disponiamo non sono in grado di comprendere la nostra realtà per la semplice ragione che non incorporano scenari nuovi, non previsti né prevedibili.

Il Golem, come tutti i robot, è terribilmente stupido, per la semplice circostanza che conosce solo il passato e non ha la minima possibilità di immaginare un futuro diverso. Per quello servono le persone.

Ma a quanto pare non hanno voglia di pensarci.

(17/segue)

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  1. Pasquale

    Molto interessante. Le tue tesi richiamano molto la visione che ha dell’economia il fisico e saggista Fritjof Capra. Trovo molti punti in comune soprattutto la critica all’approccio riduzionistico e cartesiano allo studio dei fenomeni economici.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      di Capra lessi da ragazzo il Tao della fisica e poi qualcos’altro che adesso è stato seppellito nella memoria. Ho avuto sempre simpatia per gli eretici, forse perché in qualche modo mi reputo tale, e quindi essere associato a loro da un gentile lettore mi fa certamente piacere. A differenza di Capra, non ho autorevolezza accademica né titoli, ma mi basta la considerazione di chi partecipa al gioco di società di questo blog. Basta davvero poco per essere felici 🙂
      Grazie per il commento

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