Verità nascoste nelle previsioni (e nelle decisioni) della Bce


Non si capisce bene perché la Bce abbia lanciato il cuore oltre l’ostacolo “regalando” denaro alle banche e aumentando il QE – e vedremo poi con quali risultati – se non si dedica una mezz’ora a leggere le ultime previsioni che sempre la Bce ha rilasciato lo stesso giorno in cui ha annunciato le sue decisioni di politica monetaria.

Il cuore sta tutto in una tabella, che dovete leggere ricordando che non ha tanto importanza il fatto che le previsioni si avverino – il che accade quasi mai essendo intrinsecamente inattendibili come diceva un vecchio saggio – ma importa il fatto che su queste previsioni si orientino le decisioni, in questo caso di politica monetaria. Il classico esempio di profezie che manipolano il presente. Sempre a fin di bene, ovviamente.

La prima cosa che bisogna osservare sono le previsioni del Pil reale. E non tanto il solito numerino finale, che tanto oscilla, decimale più decimale meno, fra l’1,5 del 2015 e l’1,8 del 2018, con una previsione di ribasso all’1,4 nel 2016. Assai più interessante è vedere la composizione delle varie voci che al prodotto contribuiscono.

Cominciamo dal consumo privato. Le previsioni lo attestano in crescita dell’1,9% nel 2016 rispetto al 2015, per poi rallentare all’1,8% in più nel 2017 e all’1,6% nel 2018, lo stesso livello del 2015, quando il consumo privato è stato uno dei determinanti della crescita dell’anno passato.

Sul versante della spesa del governo, quest’anno dovrebbe aumentare dello 0,1% in più rispetto al 2015, portandosi all’1,5%, per poi scendere all’1,1 nel 2017 e all’1,2 nel 2018. Non sono grandi percentuali, ma sommandola a quella della consumo privato ci fa capire che la Bce si aspetta – come è logico che sia – che la domanda interna, più privata che pubblica, sostenga la ripresa dell’economia.

D’altronde sarebbe difficile aspettarsi il contrario. L’epoca mercantilistica dell’eurozona ormai è finita da un pezzo e le prospettive di import ed export lo confermano.

L’export, infatti, che nel 2015 è cresciuto del 4,8% è previsto in calo al 3% quest’anno per risalire nel 2017-18 fino al 4,6%, quindi meno dell’anno scorso. Per converso, l’import, cresciuto del 5,4% nel 2015, scenderà al 4,6% quest’anno, per risalire al 5,3 nel 2017 e riscendere al 5,1% nel 2018. L’aumento della domanda interna non potrà che impattare sui flussi commerciali in entrata, ovviamente. E va detto che queste proiezioni (vedi tabella) incorporano un prezzo del petolio a oltre 52 dollari nel 2015 e a poco meno di 35 quest’anno. ciò vuol dire che se il petrolio risalisse, anche la crescita dell’import andrebbe ritoccata al rialzo.

Un’altra cosa interessante che si può osservare è che il cambio dollaro/euro viene previsto a 1,11 per quest’anno per arrivare a 1,12 l’anno prossimo. Stranamente il livello raggiunto nella giornata di giovedì quando il mercato ha iniziato a comprare euro. Insomma, la Bce prevede un euro stabile, se non addirittura in crescita sul dollaro. E questo malgrado il diluvio monetario che sta organizzando.

Il punto più interessante, però, è un altro, ossia le previsione sulla formazione di capitale fisso. Detto in maniera comprensibile: gli investimenti, delle famiglie ma soprattutto delle imprese, ossia i grandi assenti dalla ripresa europea, malgrado l’eurozona abbia le risorse – visto che il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti è in attivo e tale si prevede fino al 2018 per oltre il 2% del Pil – che però preferisce investire all’estero.

Gli investimenti sono previsti in crescita del 2,7% nel 2016, +0,2% rispetto al 2015, e del 3,6% nel 2017, per rallentare al 3,3% nel 2018. Un livello non certo esaltante, ma tant’è: ce n’è abbastanza per – scusate il gioco di parole – investirci sopra. E infatti l’effetto si vede sulla disoccupazione che dal 10,9% del 2015 dovrebbe scendere al 10,2 nel 2017 e al 9,9% nel 2018.

Se i previsori dell’eurozona – ossia i modelli che tali previsioni esprimono – giudicano possibile un aumento degli investimenti, la politica monetaria non può che favorire questa tendenza, dovendo persino formalmente fare i conti con tassi di inflazione persistentemente bassi.

E questo spiega perché i tassi di interesse siano sprofondati, perché la Bce “premi” regalando soldi le banche che danno credito, fino addirittura all’acquisto di bond aziendali. Se le imprese che investono sono il settore (speriamo) più dinamico dell’eurozona, c’è poco da fare: bisogna stimolarle. Altra storia, poi, è vedere se queste ultime siano fiduciose abbastanza da crederci, a queste fantomatiche opportunità. Le stesse previsioni Bce che mostrano l’andamento dei consumi privati è alquanto stitico. E queste previsioni le guardano anche le imprese, che poi devono decidere gli investimenti.

Questa storia valeva la pena raccontarla perché illustra come funziona il meccanismo delle decisioni economiche che determinano le nostre vite. Si guardano dei dati storici, si elaborano con dei modelli matematici, basati su fondamenti alquanto fragili, delle previsioni, si calibrano dinamicamente le decisioni sulla base di queste previsioni.

Alla fine ognuno può dire di aver fatto la cosa giusta. Pure a costo di aver determinato quella sbagliata. Questa elementare verità, però, rimane nascosta.

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