Le metamorfosi dell’economia: Fra i due litiganti, il terzo settore


Stato e mercato, fin dagli albori del pensiero economico, sono stati rappresentati come gli eterni duellanti nella battaglia secolare per l’egemonia politica delle società, con ciò replicando la dialettica, già evidente nell’età moderna, fra il principe e i mercanti che più tardi, sul finire del XVII secolo, troverà nella banca centrale la prima sintesi compiuta.

La Banca d’Inghilterra nasce alla fine del 1600 come compromesso fra le istanze del principe, assetato di denaro per le sue guerre, e i mercanti, assai più preoccupati di salvare i loro crediti e, indirettamente, la stabilità della moneta. La sintesi tuttavia non impedì che la teoria economica si dividesse. I cantori del libero mercato, che fissarono il dibattito economico per tutto il XIX secolo, entrarono in crisi dopo il primo conflitto mondiale, quando iniziarono ad emergere nuove pulsioni sociali sotto forma di istanze, a volte originatesi proprio dal mercato, per un intervento massiccio dello stato nelle faccende economiche. Gli anni ’30 del secolo scorso segnarono la definitiva evoluzione che troverà nel sistema keynesiano la formulazione teorica compiuta e insieme la tramutazione in pensiero astratto di azioni che tutto il mondo praticava ormai da un ventennio. Lo stato era sempre il principe. I mercanti avevano sempre bisogno del principe per proteggere se stessi e i propri commerci, come agli albori del periodo mercantile dei secoli XVI e XVII.

Questa lunga parabola, che in qualche modo perdura ancora oggi nel dibattito pubblico, generò una narrazione inveritiera che trascurava l’importanza crescente delle organizzazioni burocratiche, nello stato come nel mercato, che di fatto sposta l’asse del potere autentico nei soggetti che incarnano queste organizzazioni. Il dibattito fra socialismo e liberalismo, che segnò la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX, era solo la mascheratura di tale evidenza che sempre Galbraith, in un libro del 1967 Il nuovo stato industriale svelava con sorprendente chiarezza, ma che già era stata osservata negli anni ’30 e negli anni ’40.

Nel 1933 uscì un libro di Alberto de’ Stefani, La resa del liberalismo, che già individuava come sostanzialmente illusoria la dialettica fra stato e mercato, che lo spirito del tempo aveva reso poco più che una rappresentazione e che celava la sostanziale unità d’intenti delle organizzazioni che tale dicotomia alimentavano e che trovava nel regime corporativo la sua manifestazione istituzionale. Tale tema, peraltro, era stato affrontato ampiamente dalla pubblicistica tedesca già sul terminare del primo conflitto mondiale. Ne darà piena evidenza, negli anni Quaranta, Friedrich von Hayek nel libro The road to serfdome, nel quale la dicotomia stato/mercato veniva sciolta nel senso del predominio della pianificazione – e quindi dello stato – nei processi economici, interpretandola come un esito difficilmente eludibile dello spirito del tempo.

Da allora a oggi, il dibattito economico si è come fossilizzato. Le cronache riportano ogni giorno delle diatribe fra liberali e statalisti. La teoria ha risolto il conflitto con l’invenzione di sedicenti sintesi neokeynesiane che hanno condotto a modellistiche pressoché inconsistenti iscritte d’ufficio nei bagagli delle banche centrali, ormai chiamate a sintetizzare con la loro azione, per il tramite della politica monetaria, idee e politiche economiche ancora in contrapposizione.

All’ombra di questo duello, però, che dura da secoli, vivono milioni di persone, ossia tutti coloro che subiscono gli esiti di questo apparente litigare. I cittadini semplici, che non sono mandarini pubblici né privati, ma che delle decisioni di questi mandarini subiscono le conseguenze. Paradossalmente l’unica novità istituzionale emersa negli ultimi cinquant’anni è nata proprio qui. Fra i due litiganti è nato il cosiddetto Terzo settore.

L’importanza di questa evoluzione è degna di nota, specialmente ai fini della ricognizione sul futuro possibile della nostra economia. Se pensate agli agenti economici come oggetti che similmente a quelli fisici sviluppano un campo di attrazione gravitazionale, potremmo raffigurarci il terzo settore come un oggetto economico che non sta né con lo stato né con il mercato. Non è una semplice via di mezzo, è un tentativo, finora embrionale ma promettente, di strutturare un altro universo di relazioni economiche e quindi un’altra visione dell’economia, e quindi un suo campo di attrazione gravitazionale capace di attrarre le persone fuori dalle orbite dello stato e del mercato.

Questa sorta di terzo incomodo è – di fatto – il luogo ideale dove sviluppare un’organizzazione che interpreti nuovi paradigmi economici ed è quindi l’interlocutore ideale per chi voglia provare a sperimentare nuovi modelli di strutturazione del lavoro, del denaro, della produzione. L’economia del tempo, se mai diverrà più di un mucchio di parole sopra una pagina, non potrà che sorgere ed affermarsi nel Terzo settore, intendendo con ciò non solo ciò che finora è consolidato, ma uno spazio economico aperto cui può partecipare chiunque ne condivida le regole del gioco.

Il problema dei terzi incomodi è che devono fare i conti con i due sedicenti litiganti. Lo stato, lo abbiamo visto di recente anche nel nostro paese, proverà sempre a far valere la sua attrazione gravitazionale all’interno del terzo settore non soltando fissandone le regole, ma addirittura provando a “ministerializzarlo”, usando il bastone della legge e la carota degli appalti. Ciò minaccia di trasformarlo in una sorta di succursale pubblica, invece di essere ciò che dovrebbe: una centrale del civismo.

Il mercato dal canto suo ha tutto da perderci. Se esistesse un mondo dove il lavoro venisse ripagato di per sé, e che quindi lasciasse libero il cittadino di decidere se e a quanto vendere il suo tempo, tutto ciò genererebbe un aumento dei costi di produzione che qualunque teoria economica concorda nel ritenere, a lungo andare, negativo per l’industria. Senza considerare il fatto che, restituendo il lavoro a chi lo esercita implicherebbe una decisa messa in discussione della funzione sociale delle imprese. O quantomeno un loro deciso ridimensionamento nel paradigma che oggi le disegna quali uniche e autentiche creatrici di occupazione e quindi di valore.

Tutto ciò per dire che i due litiganti smetteranno facilmente di litigare, trovandosi d’accordo sul fatto che il terzo settore è un intruso, suggerendo loro di fare i passi necessari per neutralizzarlo. Niente di più facile: cosa volete che siano milioni di persone di fronte alla volontà di potenza di uno stato o di una multinazionale?

Ciò non significa che si debba smettere di pensarci sopra. Ciò che oggi sembra assurdo – se opportunamente ponderato – domani può diventare la normalità. La tecnologia ce lo dimostra ogni giorno, con i suoi ritrovati, ma anche l’evoluzione sociale. Se aveste chiesto a un feudatario cosa pensava del libero mercato vi avrebbe candidato a un esorcismo.

Il problema dell’evoluzione del terzo settore, a ben vedere, è solo un problema di maturazione sociale, ossia individuale. Se ognuno di noi imparerà a sottrarsi dal campo gravitazionale dello stato e del mercato, associandosi ad altri potrà in qualche modo generare un controcampo e, nel tempo, trovare la strada della sua manifestazione istituzionale. Una volta che tale istanza sia sorta – ed è già sorta – gli stati e i mercati dovranno farci i conti. E, volenti o nolenti, favorirne persino lo sviluppo.

Le premesse sono già evidenti.

(24/segue)

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