Le metamorfosi dell’economia: Dal denaro al potere di scambio


La questione si potrebbe ricapitolare così: c’è uno spazio di dimensioni variabili fra il nostro denaro esistenziale – il tempo – e il nostro denaro sociale – la moneta – che usiamo tutti i giorni per i nostri scambi di beni e servizi. I redditi da lavoro in generale, ma in fondo anche quelli da capitale, sono nei fatti la rappresentazione di come, a livello istituzionale, abbiamo colmato questo gap. Il modo in cui abbiamo prezzato il tempo. D’altronde questo gap deve essere colmato perché senza un remunerazione del nostro tempo, vista la confermazione sociale che abbiamo realizzato, non siamo in grado semplicemente di vivere.

Quale sia la vastità di questo spazio da colmare, è questione insieme sociale e personale. Uno può considerarsi soddisfatto della propria remunerazione, perché giudica che il reddito monetario che percepisce in cambio del suo tempo sia soddisfacente, oppure no. Al tempo stesso molte retribuzioni vengono contrattate collettivamente. Quindi gli spazi del singolo sono in qualche modo limitati dalle consuetudini.

La questione però rimane. E trova la sua ragione d’essere in un principio che nessuno credo voglia mettere in discussione: le persone devono avere la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi devono lavorare, risponde la società, salvo doversi poi confrontare con l’incubo di una crescente disoccupazione tecnologica e un andamento demografico altrettanto spaventoso.

E tuttavia il lavoro possiamo intenderlo in due modi: nella sua connotazione classica – quindi come prestazione richiesta da un datore che versa la retribuzione – o in quella nuova visione che stiamo tentando di delineare: ossia attività che promana dal singolo individuo a vantaggio suo e di altri, che però non sono chiamati a retribuirlo. Ma se costoro non lo pagano e non c’è un datore che richiede la prestazione, chi paga il nostro lavoratore?

Rispondere a questa domanda ne presuppone un’altra: con quali soldi?

La risposta che dal secondo dopoguerra è arrivata dalla società è stata: il governo con i soldi pubblici. Da qui il costante svilupparsi della funzione datoriale degli stati. Ma era davvero l’unica possibile o era solo quella più facile?

Poiché ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo lungo discorso sulle metamorfosi dell’economia, dove tutto questo verrà riepilogato, è opportuno qui fissare una ulteriore sottolineatura sul termine moneta. Abbiamo visto che il denaro sociale e quello esistenziale non sono per niente simili. Il primo è una costruzione dell’immaginazione, che si è stratificata nel tempo secondo una certa prassi che vede coinvolti diversi soggetti, dalle banche centrali a quelle commerciali, sotto l’occhio attento degli stati. Il secondo ha a che vedere con la dimensione del soggetto che, dovendosi relazionare con un contesto economico, diventa soggetto economico e come tale chiamato a quantificare il suo tempo in unità monetarie.

Ora, se immaginiamo un valore del lavoro che abbia connotazioni diverse da quelle che usualmente consideriamo – e che quindi misuriamo col metro monetario – è evidente che la moneta “classica” può anche non essere la sola unità di conto con la quale prezziamo questo lavoro. L’economia del tempo richiede una sua moneta, così come quella dei beni ne ha originato una propria. E poiché l’economia del tempo non può né vuole essere un’alternativa a quella dei beni, ma un suo opportuno completamento, dobbiamo pensare a un sistema economico dove insistono due monete che però svolgono funzioni diverse e quindi hanno una diversa articolazione istituzionale.

Non si tratta perciò di affiancare alla moneta ufficiale “grossa” una moneta “piccola”, come usava nel medioevo, ma istituire uno strumento che svolga la funzione di completare il reddito del lavoratore, fornendogli potere d’acquisto ulteriore, e quindi metterlo in condizione di vivere dignitosamente.

Per immaginare la costruzione di questa nuova moneta dobbiamo innanzitutto cominciare dall’esplorare la sua fisionomia. La moneta ufficiale, lo sappiamo già, possiede tre caratteristiche: è una unità di conto, una mediatrice degli scambi e una riserva di valore. Quali caratteristiche ci serve possegga anche la nostra moneta esistenziale?

La prima, e la più importante, è che sia un mezzo per scambiare beni e servizi. Anzi, che sorga proprio dallo scambio di beni e servizi. Se io effettuo una prestazione il sistema monetario deve accreditarmi un corrispettivo. Ognuno di noi genera moneta per il semplice fatto di spendere tempo in un modo che sia riconosciuto come creativo di valore sociale. L’idea sviluppa quanto accade già nel sistema bitcoin, dove la moneta viene generata dal minatore come prova di un lavoro compiuto. Ma a differenza di bitcoin, questa moneta esiste solo nella misura in cui genera uno scambio. Lasciata inoperosa, non esiste.

La funzione di accreditare il mio corrispettivo può essere svolta dal destinatario della prestazione o da un sistema organizzato di rendiconto, questo non è rilevante. Ciò che conta è che vi sia corrispondenza quanto più immediata possibile fra prestazione/lavoro e remunerazione/pagamento.

La seconda caratteristica, il suo essere unità di conto, è strettamente funzionale alla prima. Non potrei accreditare nessuna somma se non fossi in grado di quantificarla.

La terza, invece, è altamente disfunzionale rispetto ai fini di questo esperimento. Se la nostra moneta fosse anche un riserva di valore, come è sempre il caso di bitcoin, ciò provocherebbe innanzitutto notevoli interferenze con la moneta ufficiale, sollevando questioni di prezzo relativo con quest’ultima e interferendo a livello finanziario in un mercato delle valute già sovraffollato. A meno che la nuova moneta non fosse inconvertibile nella vecchia. Ma in ogni caso, se tale nuova moneta fosse una riserva di valore, ciò ne svilirebbe il senso che ne ha motivato la creazione. La moneta esistenziale ha senso perché viene scambiata, non per essere tesaurizzata. Sarebbe come se mettessimo da parte il tempo per spenderlo dopo. Il che è ovviamente impossibile. Così come quest’ultimo scorre ed è destinato a terminare, ci piaccia o no, così il nostro denaro esistenziale deve scorrere via dalle nostre tasche e quindi essere speso. Perché ciò significa dar valore a ciò che conta veramente in economia: il nostro relazionarci con gli altri. Ossia tutto il contrario di ciò che fa chi pensa a tesaurizzare. E poiché tale tendenza è già assai diffusa, non avrebbe senso creare una nuova moneta per aggiungere ulteriori tentazioni.

Ricapitoliamo: la nuova moneta, che si propone di contribuire a colmare la spazio fra la nostra moneta sociale e la nostra moneta esistenziale deve semplicemente metterci in condizione di generare scambi. Nasce dal lavoro, quindi ogni lavoratore la emette con la sua prestazione, esiste con lo scambio e muore con lo scambio, visto che chi la riceve deve scambiarla a sua volta per trarne utilità sotto forma di beni o servizi. Viene generata naturalmente da chi compie l’attività: questo risponde (in parte) alla prima domanda che ci siamo fatti all’inizio, ossia da dove arrivino i soldi. Inoltre la sua conformazione, che la differenzia sostanzialmente dalla moneta ufficiale, risponde alla seconda domanda iniziale, ossia con quali soldi si paghino questi lavoratori.

Di conseguenza, più che parlare di moneta, che come abbiamo visto ha caratteristiche diverse e una lunga tradizione di fraintendimenti, sarebbe più corretto parlare di potere d’acquisto. Il lavoratore genera ricchezza con la sua attività che viene remunerata da un potere d’acquisto. Anzi, potere di scambio.

Come vedete le parole dell’Economia 2.0 non sono poi così diverse da quelle dell’Economia 1.0. A far la differenza è il significato.

(23/segue)

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