Le metamorfosi dell’economia: Il capitale sociale


Prendo a prestito da una vecchia relazione della Bis pubblicata nel 1959 e leggo: “II volume del capitale sociale delle singole economie influisce sul loro atteggiamento per molteplici ragioni. In primo luogo, esso determina in ampia misura il livello della produttività del lavoro”. Malgrado siano passati quasi sessant’anni, questa considerazione riveste ancora notevole utilità per iniziare a delineare cosa siano – o dovrebbero essere – il capitale sociale e la produttività.

La prima cosa che dobbiamo tenere a mente è che ogni economia ha un suo capitale sociale, e ciò vuol dire che ogni società ha una sua caratterizzazione che la rende unica. Ogni decisione economica deve tenere conto del capitale sociale di un paese e studiare come renderlo migliore.

La seconda cosa è farsi una domanda: per fare cosa?

Provo a rispondere proseguendo il gioco mentale alla base del discorso economico che abbiamo iniziato. Proviamo a immaginare una nuova definizione di capitale sociale, e poi del concetto di produttività, che nell’ottica dell’Economia 2.0, sia basato non più sui beni ma sul tempo come costituente del benessere.

La definizione della Bis è ovviamente riferita a un contesto produttivistico, essendo figlia del suo tempo che praticamente è anche il nostro. Il capitale sociale finisce con l’essere identificato con la dotazione di capitale di una certa società. Quest’ultimo influenza la sua capacità produttiva e, di conseguenza, la distribuzione del reddito fra i fattori della produzione. Siamo nel centro della mentalità tradizionale che individua nella produzione efficiente di beni e servizi lo scopo dell’economia.

La conseguenza di tale impostazione è che oggi quando si parla di capitale sociale l’unica cosa che viene in mente è il capitale azionario di una società. Società commerciale intendo. Quindi sostanzialmente ciò che i soci investono nell’attività dell’azienda. La sociologia ha provato a definire una visione diversa già dai primi anni ’70, delineando il capitale sociale come una sorta di apparato valoriale che sostiene le credenze e i comportamenti di una società, finendo con lo scambiare il riduzionismo economico con l’indeterminatezza sociologica. Non a caso gli economisti ebbero vita facile a contestare a questi studiosi la circostanza che, non essendo misurabile, il capitale sociale non poteva avere la dignità di fenomeno economico. La misurabilità è il cavallo di troia preferito dagli egonomisti.

Comprendere la natura del capitale sociale, tuttavia, è determinante ai nostri fini.

Nell’economia dei beni, come abbiamo visto, è sufficiente misurare la dotazione di capitale di una società e da lì immaginarne l’evoluzione. Più capitale ho, più produco. Quindi più investo, più faccio crescere la produttività. Nell’economia del tempo, che è la visione che stiamo cercando di delineare, non è così.

Se il capitale è tempo futuro attualizzato, allora il capitale sociale di una popolazione coincide con la somma dei tempi di vita individuali, che si può dedurre dalle tavole attuariali. Il capitale sociale di una popolazione, perciò, dipende strettamente dalla sua articolazione demografica. Una società dove gli anziani sono in maggioranza, avrà di sicuro meno capitale sociale di una dove sono in maggioranza i giovani. D’altronde, a cosa serve avere fabbriche sempre più potenti se diventa difficile trovare persone che ci lavorino? E soprattutto a che serve produrre tanto se poi nessuno compra?

Che la questione demografica ormai sia determinante è chiaro alla gran parte degli osservatori, ma ancora fatica ad emergere nel dibattito pubblico, se non nella sua declinazione più comprensibile: tanti anziani significa spesa in aumento per il welfare e meno domanda aggregata. Che è vero, ma è solo una parte della verità. Tanti anziani, infatti, significa meno capitale sociale, quindi meno possibilità di investire non perché manchino i soldi, che anzi ce n’è fin troppi e per giunta concentranti nelle fasce più attempate della popolazione, ma perché manca il tempo. Una società vecchia non ha voglia di investire né di spendere perché ha poco tempo e quindi non ha visione del futuro. A ben vedere, la stagnazione secolare di cui tanto si parla, è solo una stagnazione demografica.

Rileggiamo la Bis. “II volume del capitale sociale delle singole economie influisce sul loro atteggiamento per molteplici ragioni. In primo luogo, esso determina in ampia misura il livello della produttività del lavoro”. Una volta definito un nuovo concetto di capitale sociale – il nostro nuovo codice dell’Economia 2.0 – dobbiamo occuparci del concetto di produttività del lavoro.

Nella visione tradizionale la produttività del lavoro aumenta quando aumenta la quantità dei beni prodotta a parità di tempo e di conseguenza cresce il loro valore. Come cambia il concetto di produttività del lavoro se dai beni ci spostiamo al tempo?

Per rispondere dobbiamo fare alcune premesse. Dobbiamo ricordare che il tempo di cui disponiamo è la nostra ricchezza, il nostro autentico denaro. Poi dobbiamo anche ricordare che il lavoro, per come l’abbiamo definito, è tutto ciò che di utile si fa per gli altri. Volendo spendere bene il mio tempo/denaro dovrei avere come obiettivo minimo, se voglio essere un soggetto economicamente ragionevole, che ciò che di utile faccio per un altro lo sia anche per me. D’altronde lo facciamo anche adesso. Con la differenza che adesso in cambio di un salario accettiamo anche di fare un lavoro che non ci piace, mentre nell’Economia 2.0 ciò non dovrebbe essere necessario.

Da queste premesse possiamo trarre una prima conclusione: un lavoro è tanto più produttivo quanto più è capace di essere utile a chi lo fa e a chi ne fruisce. In pratica la produttività non è più collegata alla quantità di prodotto ma alla qualità del tempo che impegno nella produzione. Un lavoro diventa produttivo nel momento in cui usa in maniera efficace il tempo – che diventa il fattore principe della produzione – per aumentare il benessere, ossia l’utilità, di chi partecipa alla produzione e di chi ne fruisce come consumatore finale. La produttività, di conseguenza, è funzione della valorizzazione del tempo, chiamiamola così, non dei beni prodotti.

Dare valore al tempo, lo ricordo, significa valorizzare chi lavora,  quindi le persone, prima di ciò che producono. Questo non vuol dire che ciò che si produce non sia importante. Ma che deve essere subordinato all’importanza di chi lo produce.

Notate che nelle classiche equazioni della produttività il tempo appare sempre implicitamente. Nella definizione che ho trovato sulla Treccani On Line leggo ad esempio che “la produttività del settore automobilistico (πa) è data dal rapporto fra il prodotto in un certo intervallo di tempo (corsivo mio, ndr) (Ya) e i fattori impiegati; in estrema sintesi il lavoro (wLa) e il capitale (Ka)”. Quindi il tempo partecipa due volte alla produzione, prima perché misura la quantità di prodotto, al numeratore, poiché perché misura la quantità di lavoro al denominatore (insieme al capitale), che viene misurata sostanzialmente moltiplicando le ore di lavoro per il costo. Solo che in quest’equazione il tempo, che è il mezzo, è subordinato logicamente al prodotto, che è il fine. Nell’Economia 2.0 è esattamente il contrario.

Detto ciò possiamo arrivare ad alcune conclusioni. La crescita del capitale sociale è direttamente proporzionale all’aumento del tempo a disposizione della società. La produttività del capitale dipende dal grado di utilità di questo tempo, così come l’abbiamo illustrata.

Ciò significa che ogni società dovrebbe favorire da un lato la crescita demografica e dall’altro consentire agli individui di valorizzare il proprio tempo.

E questa forse è la cosa più difficile.

(19/segue)

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