Il lato oscuro del QE: la tosatura del piccolo risparmiatore


Come nel migliore dei lieto fine, gli osservatori vivono felici e contenti accompagnati dal costante caracollare degli spread che ormai, Grecia a parte, veleggiano verso i valori del 2010 aspettando di raggiungere quelli dei primi 2000, quando semplicemente non esistevano, mentre l’euro si avvicina ogni giorno di più verso la parità deciso a quanto pare a infrangerla al ribasso.

Le banche festeggiano, la Bce e le banche centrali nazionali pure: quale dimostrazione di sapienza e di lungimiranza. Le borse rivedono massimi dimenticati.

Le imprese sono estasiate: il minieuro sembra fatto apposta per rilanciare il nostro export, come ci ricorda ogni giorno l’associazione degli industriali. E festeggiano soprattutto i debitori, grandi e piccoli, che vendono nel crollo del tassi di interesse il giusto contrappasso del crollo dell’inflazione, che minacciava di rovinarli.

Grande assente in questo generale tripudio, la voce del piccolo risparmiatore. Costui, razza ormai in via d’estinzione nel meraviglioso mondo del QE, non ha rappresentanza alcuna nei consessi che in questi giorni esibiscono le loro allocuzioni. Un po’ perché è di temperamento taciturno, il piccolo risparmiatore, assai più bravo a far di conto che adoperarsi con le diverse camarille che determinano la nostra vita pubblica. Un po’ perché gli servirà tempo per capire che il meraviglioso successo del QE dovrà pagarlo sostanzialmente lui.

Non serve essere economisti per capirlo, infatti lo capisco persino io che a stento so far di conto. Forse perché ho la (s)fortuna di non godere di attivi finanziaria d’una qualche importanza.

Ma la mia intuizione si rafforza mentre leggo le quattro paginette che la nostra banca centrale ha diffuso nei giorni scorsi in occasione della presentazione del programma di acquisto dei titoli di marzo, deciso appunto nell’ambito del QE.

Temo non l’abbiano letto in tanti, perché l’unica notizia di cui ho avuto evidenza sulla varia stampa è che Bankitalia stima che da qui al settembre 2016, data ipotetica di termine del QE, compresa 130 miliardi di titoli di stato italiani, ai quali se ne aggiungeranno altri 20 miliardi acquistati dalla Bce. In totale quindi parliamo di 150 miliardi.

Provo a fare due conti. il QE consta di 60 miliardi al mese di acquisti per 19 mesi. In totale sono acquisti per 1.140 miliardi. La procedura barocca inventata dai nostri banchieri centrali, e riportata da Bankitalia ci dice che questa somma di acquisti verrà ripartita pro quota in base alle quota di partecipazione al capitale della Bce delle BC nazionali, che nel caso dell’Italia pesa il 17,5%.

Ciò significa che in totale Bankitalia e la Bce, potranno svolgere acquisti di asset italiani per 199,5 miliardi, l’80 per cento dei quali nel bilancio di Bankitalia e il 20% in quello della Bce. In pratica Bankitalia comprerà 159,6 miliardi di euro di titoli, dei quali 130 saranno titoli di stato. La Bce ne comprerà altri 39,9, di cui 20 titoli di stato italiani.

Ciò significa che Bankitalia impegnerà l’81,4% delle sue munizioni sul mercato dei titoli di stato italiani, mentre la Bce poco più della metà. Le altre risorse verranno impegnate nelle altre classi di titoli eligibili per il QE. E già questo serve a capire quanto diverse siano le priorità della Bce rispetto alla Banca d’Italia, e quale sia lo spirito autentico di questa operazione.

Rimane la circostanza che 150 miliardi di euro corrispondono a circa la metà del fabbisogno di rinnovo dei titoli italiani solo nel 2015. Il sollievo, diciamo così, è importante ma non così determinante.

Di sicuro del sollievo godanno le banche italiane, che con il calo dei tassi cui stiamo assistendo hanno visto aumentare il valore dei titoli che tengono in portafoglio e che quindi andranno a gonfiare il bilancio della Banca d’Italia e della Bce, spuntando i venditori gustose plusvalenze.

Se andiamo a vedere quali saranno gli effetti di tali acquisti sul bilancio della Banca d’Italia, la nota ci spiega che all’attivo tali acquisti accresceranno il valore dei portafogli esistenti. Con la sottolineatura che “in base alle regole contabili dell’Eurosistema, i titoli acquistati nell’ambito del programma saranno iscritti al costo ammortizzato al netto delle eventuali riduzioni di valore dovute a impairment. Ciò significa che il valore di bilancio del portafoglio non risentirà delle oscillazioni dei prezzi di mercato successive agli acquisti. Al fine di garantire la necessaria trasparenza, il valore di mercato (il cosiddetto fair value) sarà pubblicato nella nota integrativa al bilancio della Banca d’Italia”.

Ciò significa che se i titoli verranno conservati fino a scadenza non si materializzeranno per la Banca centrale rischi di perdite in conto capitale. Anzi, “nei primi anni – nota Bankitalia – il margine di interesse aumenterà, in quanto il rendimento dei titoli da acquistare è mediamente superiore ai tassi ufficiali; la redditività sarà inoltre sostenuta dall’accresciuta dimensione del bilancio”.

All’attivo del bilancio della banca centrale deve ovviamente corrispondere un passivo, che nell’immediato determinerà una crescita dei depositi detenuti dalle banche presso la banca centrale. Quindi ciò si traduce in aumento della base monetaria e indirettamente del credito potenziale che gli intermediari possono concedere all’economia. In sostanza: più possibilità di affari per le banche commerciali.

Assodato che le banche centrali e quelle commerciali ci guadagnano, rimane da capire perché dovrebbero guadarci gli agenti economici.

Bankitalia individua alcuni canali:

1) “L’aumento della liquidità e la riduzione dei tassi di interesse favoriscono inoltre il deprezzamento del cambio (“canale del tasso di cambio”). Ciò contribuisce a innalzare l’inflazione, evita il radicarsi di aspettative di deflazione e fornisce un ulteriore stimolo all’attività economica”. Gli esportatori, quindi, dovrebbero guadagnarci.

2) “Gli investitori utilizzeranno la liquidità aggiuntiva per riequilibrare il loro portafoglio verso altre attività finanziarie più redditizie, non direttamente interessate dagli interventi della banca centrale, trasmettendo così l’impulso monetario a un ampio ventaglio di strumenti di finanziamento del settore privato (“canale del riaggiustamento di portafoglio”). Bankitalia trascura di dire che le attività più redditizie sono quelle più rischiose. Quindi il risparmiatore dovrà correre più rischi  per avere un rendimento simile a quello che avrebbe avuto a un livello normale di tassi di interesse.

3) “L’incremento del valore della ricchezza delle famiglie indotto dall’aumento dei prezzi delle attività finanziarie e, in prospettiva, di quelle reali potrà riflettersi in una maggiore crescita dei consumi (“canale della ricchezza”). Bankitalia trascura di dire che tale canale funziona solo per chi ha già attivi finanziari e reali. Quindi funziona per i ricchi, non per i poveri e crea l’effetto che i banchieri centrali americani e giapponesi conoscono bene: aumenta la disugualianza;

4) “L’annuncio di un’espansione significativa delle dimensioni e della composizione del bilancio dell’Eurosistema potrà anche accrescere la fiducia del pubblico (“canale della fiducia”), stimolando consumi e investimenti, e sostenere le aspettative di inflazione (“canale delle aspettative di inflazione”).

Quest’ultimo vantaggio è quello che dovrebbe riguardare un po’ tutti. Più consumi vuol dire più investimenti, e quindi più lavoro. Ma vuol dire anche meno risparmio, appunto. E il caso inglese è un ottimo esempio.

Ma per capirsi, facciamo un rapido esempio. Immaginiamo un piccolo risparmiatore che abbia 20 mila euro sul conto corrente. Il rendimento del conto corrente ormai è negativo, pure ai tassi di inflazione attuali. Se compra un Btp decennale spunta ai tassi attuali poco più dell’1%, con la prospettiva di un rendimento reale negativo una volta che il QE riporti davvero l’inflazione al 2%. Disperato il piccolo risparmitore pensa di comprare un bond corporate, magari di una banca. Ma poiché il calo degli spread non risparmia neanche i bond, il meglio che gli può capitare è spuntare qualche decimale in più, ma sempre assumendosi maggiori rischi.

Il nostro piccolo risparmiatore pensa persino di comprare dei titoli azionari, ma, a parte che il rischio aumenta, rischia pure di bruciarsi le penne, atteso che le borse sono già salite tanto.

E allora che fa? O si rassegna a spuntare rendimenti negativi, lasciando i soldi in banca o comprando un titolo di stato a rendimento zero (magari un Bot annuale che di recente è stato venduto con un tasso dello 0,07% lordo), o sennò decide finalmente di comprarsi quell’auto nuova il cui acquisto rimanda da qualche anno, dando così il suo personalissimo contributo (ossia il suo risparmio) alla ripresa dei consumi e degli investimenti di cui forse godrà anche lui.

Qualunque sarà la sua decisione, il QE avrà raggiunto il suo obbiettivo: banche più stabili, borse frizzanti, economia più vispa, inflazione in ascesa, per la gioia dei debitori. Tutto questo grazie a una signorile tosatura dei (piccoli) risparmiatori.

E io pago, direbbe la buonanima.

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  1. Filippo

    mia alternativa:
    mettere soldi nel fondo pensione aziendale (con contributo maggiorato del datore di lavoro) contribuendo a far calare il lordo, e beccarsi pure gli 80€ che altrimenti non mi spettavano!

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      ciò comporta rinunciare al tfr e comunque correre il rischio di una prestazione pensionistica che funziona a contribuzione definita, ma non a prestazione definita. in ogni caso, si corre un maggior rischio, visto che il rendimento del fondo è legato alla performance sui mercati finanziari.
      non ci sono pasti gratis, come vede. solo che nessuno ci aveva detto che il conto era sulle nostre spalle
      grazie per il commento e la soluzione. magari qualcuno ci farà un pensierino

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    • bankert

      roba vecchia. siete all’800.

      i lavoratori devono essere azionisti e non parassiti dell’azienda per cui lavorano. a quel punto vedrete come l’uguaglianza socialista (tutti uguali) sarà sostituita dalla gerarchia capitalista (competizione) tra chi lavora e guadagna di più e chi guadagna poco perché fa poco.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        l’utopia socialista non è poi così diversa da quella capitalista che lei preconizza. hanno in comune l’essere utopie, intanto, e poi di essere malate d’economicismo. qui inseguo un’altra utopia: quella della fine dell’economia come la conosciamo e la creazione di un’altra economia, dove i concetti da lei espressi risulteranno datati almeno quanto lei giudica datati quelli attuali.
        grazie per il commento

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      • bankert

        l’uomo va “tolto” dall’economia. è proprio l’uomo la causa perché si organizza da solo o in gruppi per ostacolare proprio l’economia, cioè tutti gli altri. così come l’acqua è più importante di un uomo e se uno inquina l’acquedotto finisce in galera proprio perché l’acquedotto è più importante dell’uomo o del gruppo di uomini che lo gestiscono. i cittadini azionisti dell’acquedotto sanno gestirlo molto meglio del singolo gruppo di uomini, ladri o onesti, eletti o non eletti, che siano.

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    • bankert

      essere azionisti non è affatto una utopia è realtà…funziona e spinge le persone ad andare nella stessa direzione. oggi invece azienda e lavoratori si ostacolano a vicenda.

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      • Maurizio Sgroi

        salve,
        avevo capito il senso della sua osservazione, e d’altronde l’idea della partecipazione del lavoratore all’impresa è tipica del cosiddetto capitalismo renano. ma io volevo dirle altro, ossia che c’è poca differenza fra socialismo o liberalismo se entrambi mettono l’economia al centro dell’uomo, quando dovrebbe essere l’uomo al centro dell’economia.
        grazie per il commento

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    • bankert

      l’uomo va “tolto” dall’economia. è proprio l’uomo la causa perché si organizza da solo o in gruppi per ostacolare proprio l’economia, cioè tutti gli altri. così come l’acqua è più importante di un uomo e se uno inquina l’acquedotto finisce in galera proprio perché l’acquedotto è più importante dell’uomo o del gruppo di uomini che lo gestiscono. i cittadini azionisti dell’acquedotto sanno gestirlo molto meglio del singolo gruppo di uomini, ladri o onesti, eletti o non eletti, che siano.

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  2. _beneathsurface

    La proposta di Filippo è interessante….peccato che da 12 anni abbia già deciso per le aliquote massime di contribuzione al fondo pensione chiuso, atteso che andrò (…?) In pensione con il 100% di regime contributivo.
    In regime di tassi reali azzerati o quasi, deflazione persistente nel medio termine (1-2 anni x ammissione di Draghi), avversione al rischio o per sfiducia o per consapevolezza della passata esuberanza dei mercati, l’unica alternativa (che non comporti un aumento di consumi e investimenti, intendo) è la monetizzazione, cioè il caro vecchio materasso.
    Perchè potrebbe essere un rischio probabile e non solo potenziale?
    Perchè a un paese che storicamente ha avuto già elevati tassi di risparmio x cultura e tradizione, e spesso pure a discapito di redditizi investimenti (sì, sì, parlo dell’Italia…), non si può cambiare mentalità tutto ad un tratto.
    Se deflazione e tassi bassi già di per sè invogliano alla preferenza x la liquidità, la mancanza di conoscenza finanziarie necessarie in tempi di tassi negativi e l’avversione al rischio ereditata dagli sboom delle varie borse dotcom piuttosto che dei tango bonds faranno il seguito.
    I consumi non decolleranno finchè l’italiano medio non percepirà che il suo stock di risparmio minimo intenzionale non si è riconsolidato (dopo anni di erosione per perdite di lavoro, CIGS, mobilità, pressione fiscale), ma sarà difficile farlo se non si trovano investimenti redditizi.
    Personalmente poi non ho mai creduto al canale della ricchezza che passasse attraverso il valore degli immobili….specie se tali valori dal 2011 a oggi si sono abbassati del 20-30% e ancora si ha da fare la riforma delbcatasto (spada di Damocle altrettanto più probabile che potenziale….).
    Altrimenti si deve scegliere una obbligazione a lungo termine (7 anni e oltre) che dia cedole fisse appetibili, da vendere prima della scadenza ( tipo fra due anni massimo) alle prime avvisagli che – finito il QE e ripartita l’inflazione – i tassi possano aumentare.
    La vedo dura in un paese di noti cassettisti e ignoranti finanziari nonchè scarsi e disattenti lettori a memoria di brevissimo periodo….
    Perciò ritengo che il materasso sia un avversario da temere.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      il materasso lo uso per dormire quel poco che ancora riesco. imbottirlo di denaro mi farebbe solo dormire più scomodamente.
      peraltro, come ho scritto, ho la (s)fortuna di non godere di attivi finanziaria d’una qualche importanza. a me il QE mi provocherà soltanto che i quattro spicci che ho da parte perderanno piano piano valore e consistenza. ma come disse un grande: francamente me ne infischio 🙂
      grazie per il commento

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  3. bankert

    sarebbe ora che i risparmiatori cominciassero a capire che la ricchezza deriva dal lavoro e dagli investimenti e non dai risparmi. dal “fare qualcosa”. ma siccome gli europei non vogliono né lavorare, né faticare, né rischiare, ecco che per tenere in piedi questa società esiste solo l’austerità. cioè la povertà. non si può inflazionare infatti una socieà che non lavora e ha diritti fissi a vita. crollerebbe per iperinflazione.

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  4. caposaldo

    Uhm vedo commenti che parlano di mettere soldi nel materasso, nel fondo pensione…..siamo sicuri sul futuro delle valute fiat? Anche qui si e’ molto scritto sui debiti impagabili, sistemi bancari ombra ecc….io non credo che euro e dollaro (e le altre valute) abbiano un futuro radioso. Forse meglio qualcosa di tangibile e certo (qualsiasi cosa) che carta colorata..

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  5. _beneathsurface

    A scanso di equivoci, io non suggerisco a nessuno il materasso che è chiaro dal mio post rappresenterebbe la tomba del canale prefissatosi dalla bce x la ripresa: ho solo spiegato per quali motivi in Italia c’e’ il “rischio materasso”.
    Maurizio sostiene di non avre (s)foetunatamente grandi attivi da doversi preoccupare delle scelte di risparmio, ma il tfr tutti ce l’hanno anche i lavoratori autonomi, e la contrattazione collettiva del lavoro ce l’hanno in molti, e basta guardare a cosa sta accadendo alla rinegoziazione del contratto del settore bancario-finanziario per rendersi conto che le proposte c.d. “padronali” sono solo le prime espressioni di analoghe posizioni che prestissimo investiranno ogni altro settore: riduzioni degli aumenti salariali in proporzione al rallentamnto dell’inflazione, blocco degli scatti di anzianità e flessibilità su demansionamenti e dequalifiche per riorganizzazioni aziendali.
    D’altronde la deflazione è già la manifestazilne della riduzione dei prezzi di commercio e produzione, che significa riduzione dei fatturati a parità di quantità, quindi dobbiamo cominciare a convivere con l’idea che se non si vuole accettare rischi maggiori per svariati motivi, allora dovremo accettare un percorso di riduzione della ricchezza.
    L’unica soluzione alternativa e logica è monetizzare, oppure come suggerisce Caposaldo su beni “tangibili”, che però rammento a tutti non sono altrettanto liquidi e certi quanto la moneta.
    Ovviamente sempre che la moneta esista ancora….. 😦

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    • bankert

      le culture socialiste sono tutte condannate alla povertà perché non vogliono arricchirsi costruendo ma risparmiando senza lavorare facendosi assistere. il motivo per cui ad un certo punto crollano è proprio perché impediscono qualsiasi libertà (un tempo individuale e fisica e oggi economica e di mercato) e quindi le giovani generazioni si ribellano a chi gli prefigura una vita di povertà senza libertà. l’unico modo per tenerle in piedi è che le masse accettino la povertà, l’austerità, come hanno fatto ad esempio i cubani senza protestare o i cinesi. ma storicamente sappiamo che gli europei non accettano la povertà troppo a lungo perché sono una cultura sofisticata.

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