L’Italia scopre la Questione settentrionale


Poiché al peggio non c’è mai fine, scopro leggendo un articolato paper che la Commissione Ue ha dedicato al nostro Paese, che l’Italia, non paga di covare da più di un secolo la celeberrima questione meridionale, ne sta incubando un’altra, inedita e forse perciò più perniciosa: quella settentrionale.

Per scoprirla mi sono dovuto infliggere un centinaio di pagine nelle quali gli economisti di Bruxelles hanno provato a comprendere, inerpicandosi fra grafici, tabelle e regressioni, quali siano le ragioni profonde dell’enigma italiano della produttività, che esibisce un trend declinante da almeno un ventennio, provando a misurare se e in che misura dipenda da una cattiva allocazione delle risorse all’interno delle nostre imprese.

Come prima premessa giova ricordare che l’analisi riguarda l’andamento della total factor productivity (TFP) che nell’uso comune misura l’efficienza dei processi produttivi a partire da certi quantità di input. Quindi questo indicatore considera il contributo dei vari fattori produttivi ulteriori a quelli classici di lavoro e capitale. L’impatto dell’innovazione tecnologica ad esempio, o l’evoluzione delle qualificazioni professionali.

Seconda premessa necessaria è osservare l’andamento della TFP in Italia, in declino dagli anni ’90 e divenuta negativa nel XXI secolo, che ha finito con l’influenzare la produttività delle nostre industrie, aggravandosi tale trend, specialmente dopo la crisi. Il tutto è visibile su un grafico presentato nello studio, che associa ovviamente al declino della produttività quello del prodotto.

Volendo circostanziare meglio i nostri tormenti, basta ricordare che il declino dei TFP italiani è evidente già dalla metà degli anni ’90 e procede per un decennio. Conosce una lieve ripresa intorno al 2003 e torna a inabissarsi dopo la crisi. L’indice 100 del 2005 arriva a 80 nel 2010 e da lì si è mosso poco.

La Commissione individua tre cause globali alla radice di questo fenomeno, e diverse cause locali. Le prime hanno a che vedere con la globalizzazione e l’arrivo dell’euro, che “ha impedito svalutazioni nominali che avrebbero potuto essere utilizzate per favorire l’aggiustamento”. E poi c’è stata la rivoluzione ICT, che in Italia ha avuto effetti poco significativi principalmente a causa delle circostanza che gli effetti più rilevanti si sono avuti per le grandi imprese che avevano i mezzi per investirci sopra. La qualcosa non è coerente con il nostro tessuto produttivo, che è popolato in gran parte di piccole e media imprese (SME).

Le cause interne ipotizzate per spiegare il crollo della nostra produttività sono innumerevoli, almeno quanti sono gli autori che hanno analizzato la questione. Ce le hanno ripetute infinite volte, quindi è inutile riproporle qui: si va dalla conformazione microeconomica del nostro tessuto produttivo, al mercato del lavoro, all’età degli imprenditori, al clientelismo eccetera.

Ciò che è interessante è il tentativo degli autori di capire quanto la cattiva allocazione delle risorse vi abbia influito. Quando si parla di cattiva allocazione si fa riferimento a un mondo assai composito. Si può mettere troppo capitale nell’impresa sbagliata, magari perché un boom finanziario lo rende facile e profittevole, o si può trovare il lavoro sbagliato nell’impresa giusta, perché magari poco qualificato. O si può sbagliare a costruire i processi manageriali perché il capo azienda viene reclutato per la fedeltà più che per la capacità. E gli esempi potrebbero continuare.

Tralascio la tecnicalità, che in fondo è il solito pretesto, e arrivo alle conclusioni. Giuste o sbagliate che siano, è utile conoscerle perché faranno testo in altri contesti. Economici, senza dubbio, ma soprattutto politici.

La prima conclusione è che le cattive allocazioni non si sono verificate perché si è scelto un settore piuttosto che un altro, ma sono inter settoriali. Quindi è sbagliato, ad esempio, dire che il settore tessile è stato fonte di diseconomie, mentre è giusto dire che alcune imprese di questo settore lo sono state e altre no.

La seconda questione è squisitamente territoriale. “C’è una questione settentrionale”, scrive la Commissione, “almeno quanto c’è un problema con le grandi aziende”. “La dimensione regionale indica che cattiva allocazione è aumentata soprattutto nel nord-ovest, tradizionalmente il cuore del sistema produttivo italiano. E la dimensione suggerisce che l’aumento è stato particolarmente forte tra grandi imprese. Tale aumento e la conseguente diminuzione della produttività nei tradizionali “motori” dell’economia italiana dovrebbe essere una fonte di grande preoccupazione”.

Per carità, la preoccupazione abbonda, ai tempi nostri. Ma il problema non è preoccuparsi. E’ occuparsene.

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  1. blikc

    la spiegazione è molto più semplice. il nord europa sta facendo al nord italia ciò che il nord italia fece al sud dopo l’unità d’italia. al sud andò l’assistenza e la nord gli investimenti. e anche l’europa sta facendo ai paesi europei ciò che il mondo delle economie emergenti fa all’europa incapace di gestirne la concorrenza. il nord italia è terrorizzato di fare la fine del sud perché sa bene che l’assistenza è la porta di ingresso della povertà.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      tendo a pensare che ciò che ci accade, in generale, non dipenda dagli altri, o almeno non completamente. anche noi ci mettiamo di nostro. il suo ragionamento trascura questa possibilità.
      grazie per il commento

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      • blikc

        ci si mette del nostro nel limite in cui appunto si accetta l’assistenza. se il nord accetterà l’assistenza sarà finito come il sud

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      • Maurizio Sgroi

        ci si mette del nostro, se me lo consente, anche se si smette di pensare nel modo giusto, se si psrecano occasioni e talento, se non si cerca il miglioramento. l’assistenza che lei tanto deplora è solo una conseguenza, non la causa.
        Grazie per il commento

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  2. blikc

    nessuno deplora l’assistenza ma l’utilizzo strumentale che se ne fa . l’assistenza non è una conseguenza ma un’arma per creare dipendenza passiva.

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      • blikc

        infatti nel post precedente si dava la colpa appunto a chi accetta l’assistenza oltre a chi la offre. visto il tema dell’articolo “questione settentrionale” si chiede appunto cosa farà il nord? farà come il sud oppure rifiuterà il piatto di minestra pretendendo credito e diritto di produrre le proprie ricchezze?

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  3. Ruggero Meli

    Che nell’ITC ci possano investire solo le grandi imprese mi pare una mezza ciofeca. Posso capire che negli anni 90 una piccola impresa non si comprasse un mainframe IMB, ma quasi sicuramente non lo faceva manco il 90% delle grandi imprese. Ma in ogni caso, oggi, col costo della teconologia che è prossimo allo zero perchè non convergiamo?
    Quindi la storiella dell’ITC è una paccata colossale per annacquare il vero problema: l’euro. Da quando abbiamo il cambio fisso stiamo letteralmente sprofondando. Ho visto un grafico impressionante, da quando siamo col cambio fisso il nostro pil procapite in rapporto a quello dell’eurozona è tornato al livello del 1960: dopo aver toccato un massimo di circa il 103% nel 1988 quando siamo entrati nello sme. Adesso siamo intorno all’80% del pil procapite dell’eurozona.
    Per quanto riguarda l’assistenza, non c’è alternativa. Agganciati a un cambio forte si mina il presupposto dell’accumulazione del capite: ovvero la produzione, le vendita e la creazione di profitti reinvestibili fruttuosamente. Con prodotti poco competitivi non si vende, non si guadagna e non si investe con un circolo vizioso che porta alla povertà. Pochssime imprese riescono a investire quando crollano le vendite, perchè 1. non trovano finanziatori 2. non hanno nessuna voglia di indebitarsi in condizioni gia di crisi.
    Il risultato è che l’impresa a un certo punto chiude.
    A tali condizioni si puo andare avanti solo con l’assistenzialismo in uno stato federale unito (cosa che non mi piace perchè finiremo col dipendere dalla volontà della tedeschia) oppure smantellare tutto e ognuno libero per la sua strada.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      conosco abbastanza bene la narrativa cui lei accenna, che potremmo sintetizzare così: è tutta colpa dell’euro. E’ una narrativa che ha una sua certa ragionevolezza – anche lo studio della commissione accenna alla questione del cambio – e tutta una corte di sostenitori cui si oppongono persone altrettanto numerose che dicono il contrario, in quella che a me sembra una stupida guerra di religione. credo che l’economia, in generale, meriti una narrativa più profonda circa le ragioni della crisi che stiamo vivendo, ma purtroppo non ne scorgo traccia.
      inoltre ho imparato a diffidare delle spiegazioni semplici, e ancor di più delle soluzioni semplici a questioni complesse, che individuano un nemico e gli catalizzano addosso qualunque nefandezza. preferisco mantenere un approccio più laico, se mi passa il termine, e quindi, ad esempio, meno legato al rapporto causa-effetto, che in economia come nella vita mi convince poco. potremmo passare la serata a rinfacciarci altri rapporti causa-effetto in catene di ragionamento, simili a quello che lei ha gentilmente svolto nel suo commento, per contraddirci a vicenda. ma a che gioverebbe?
      scelgo di esser laico, infine, sulla questione dell’euro non perché non creda al diavolo – ci credo eccome – ma perché il diavolo non perderebbe mai tempo a incarnarsi in una moneta.
      preferisce le persone.
      grazie per il commento

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      • Ruggero Meli

        Quindi lei crede che guarda caso, in modo del tutto scollegato, ogni qual volta il cambio diventa rigido gli italiani diventano diabolicamente pigri, lavativi e svogliati.

        Non c’entra niente il fatto che con un cambio forte la domanda interna sia dirottata sui beni esteri diventati più econoici, facendo calare la domanda di beni nazionali e quindi in contesto di minor domanda, l’offerta rallenta, e quindi la produttività cala. Non ci vede un nesso? Se il panificio sotto casa mia domani iniziasse a vendere di meno, a parità di impiegati il pane prodotto è minore e la produttività per impiegato è calata. Se poi vende molto meno, taglia lavoratori e investimenti. Un modo perfetto per incrementare la produttività.

        Se poi vuol pensare che nel 1988 all’improvviso tutto il mondo si è fatto il mainframe IBM e gli italiani invece hanno buttato via il trattore per tornare alla zappa, è libero di farlo, ma secondo me risulta alquanto singolare.

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      • Maurizio Sgroi

        Salve
        Come le ho detto, conosco bene questa narrativa e credo che, aldilà della correttezza dei ragionamenti, sia superfluo discuterne. Non si aggiunge nulla a ciò che è stato detto e ci si isterilisce affondandosi nelle proprie convinzioni giuste o sbagliate che siano.
        Speravo di aver chiarito che sono interessato a una narrativa più ampia. Il mio auspicio è che questo interesse ci accomuni.
        Grazie per il commento

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      • Ruggero Meli

        La narrativa si può ampliare a piacimento, ma il confine tra il vero e la fantasia deve essere rispettato. E difficilmente, credo, possono essere portate spiegazioni sociali tali da giustificare un crollo economico così repentino in tempo di pace, senza che nulla di eclatante sia avvenuto nella nostra società.
        Non vedo segni evidenti di dilagante decrescismo, anticonsumismo o conversioni buddiste anti-mondane.
        In ogni caso io sono aperto a tutto. Se queste spiegazioni alternative, coerenti con la dinamica econimica si trovano, allora ben vengano.

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      • Maurizio Sgroi

        Salve,
        Crolli anche più gravi di questo si sono già verificati in tempo di pace. Le ricordo solo cose che conoscerà bene come la crisi usa del 29 e quella giapponese di fine anni ’80. All’epoca sia gli USA che i giapponesi erano creditori netti sull’estero e potenze esportatrici. Eppure crollarono. Ciò per dire che ridurre la complessità globale alla semplice equazione dei cambi rischia di semplificare troppo.
        rimango convinto che occorra cercare soluzioni più fantasiose rispetto a ricette di 80 e passa anni fa per curare la nostra malattia che, al di là della diagnosi sulla quale c’è ancora divergenza, abbisogna di rimedi.
        Anche su questo, purtroppo, non vedo proposte convincenti. Forse perché il debito è affare troppo serio perché se ne occupino gli economisti.
        Grazie per il commento

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  4. blikc

    non è la moneta a creare problemi ma la globalizzazione senza regole che ha livellato l’occidente al ribasso e alzato i paesi emergenti. l’euro non ha creato disoccupazione ma solo svalutazione del lavoro. la disoccupazione è provocata dalla deindustrializzazione.

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      Come ogni opinione, anche la sua è rispettabilissima. Non le chiedo neanche di motivarla coi dati perché questa moda perniciosa di produrre grafici e tabelle come espediente retorico per dare oggettività alle opinioni lo trovo stucchevole. Le opinioni sono più oneste dei cosiddetti dati. Almeno le opinioni non sono bugiarde come i grandi numeri
      Grazie per il commento

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      • Ruggero Meli

        Io cerco di mettere a fuoco un concetto: quando si parla di crisi finanziaria si parla di debitore insolvente. E questo debitore deve avere un creditore che poteva prestargli in eccesso a quanto seriva per se stesso. Per questo non vedo incopatibità tra gli eventi. Il 2008 e il 29 furono causate da eventi simili: eccesso di risparmio investito male. La crisi europea è uguale alle altre, solo che l’eccesso di risparmio investito male invece di essere interno alla germania è esterno ad essa grazie al tasso di cambio sottovalutato.
        Sulla crisi dell’89 del giappone ho capito che c’entrino qualcosa gli accordi di plaza. A quanto mi sembra di capire, il giappone fu costretto a rivalutare del 50% il cambio col dollaro per salvare l’industria americana. A seguito di ciò il risparmio interno non fu più esportato ma investito in patria con le conseguenti bolle. Diciamo che la germania potrebbe finire come il giappone se domani finisse l’euro. Il marco si rivaluterebbe moltissimo, e invece di vivere appoggiati al debito estero generato dal cambio debole, dovrebbero vivrere di debito interno. In giappone all’inizio fu debito privato, dopo lo scoppio diventò pubblico.

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      • blikc

        lei si riferisce a quel grafico che dice in realtà che il cambio fisso degli anni 90 in poi non è la causa dei problemi italiani ma semplicemente la fine di un periodo in cui l’italia fu usata in chiave anticomunista e tutto le era permesso.

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    • Ruggero Meli

      Proprio perchè penso anche io che lo scopo dell’italia in funzione anticomunista fosse finito bisognava lervarla delle scatole: distruggendola con un bel cambio fisso!

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      • blikc

        il cambio fisso non ha distrutto l’italia. la globalizzazione senza freni l’ha distrutta.

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  5. blikc

    per ruggero meli

    non è il cambio fisso a far vendere i prodotti stranieri ma l’apertura della globalizzazione con poche regole . il cambio fisso può svalutare la forza lavoro ma non crea disoccupazione.

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    • Ruggero Meli

      il cambio flessibile tutela il mercato interno. Se un paese esporta perchè è piu economico, molti cominceranno a rivolgersi verso i beni di quel paese e compreranno la sua valuta. Man mano che la gente del resto del mondo compra la valuta del paese esportatore questa si farà sempre piu cara in termini delle altre valure. in soldoni ci vorranno sempre piu lire per comprare uno yuan cinese. E a un certo punto la lavastoviglie cinese costerà pochi yuan, ma ci vorranno tante lire per comprare quei pochi yuan, così tante che ti compri la lavastoviglie italiana. La banale legge della domanda e dell’offerta. Se invece usa un cambio fisso, come fanno i cinesi col dollaro e i tedeschi con l’euro, e in pìu ci mette una bella politica dei redditi che frena la domanda interna per levare reddito ai lavoratori ed esportarlo, ottiene anche l’effetto di non fare salire l’inflazione interna e quindi non perdere competitià anche col cambio fisso.
      Mi scuso se non mi sono spiegato bene, ma non posso fare di meglio.
      Per sua curiosità vada a vedere che il cambio yuan dollaro è fisso da molti anni, anche se di tanto in tanto l’hanno rivalutato, ma meno di quello che serviva per frenare le esportazioni.

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      • blikc

        lei provi pure a svalutare senza permesso poi vediamo come le potenze mondiali le spiegano bene benino come funziona la legge della domanda e dell’offerta con carri armati, bombe atomiche e un leggero pulsantino sui mercati finanziari. a quel punto capirà la vera legge della domanda e dell’offerta a questo mondo. leggermente diversa da ciò che lei ha studiato sui libri di economia.

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      • Ruggero Meli

        Questo non lo escludo. Ma il meccanismo economico non cambia. Se non fossimo entrati in questa euro-tenaglia, come quasi la totalità dei paesi del mondo, a quest’ora avremmo svalutato di quanto necessario e saremmo molto piu ricchi, in termini reali, di quanto non lo siamo oggi.

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  6. blikc

    questa tesi è sfatata dal fatto che l’euro è al livello del dollaro e che anche l’america sta soffrendo la deindustrializzazione pur non essendo nell’eurozona ovviamente e sta reagendo in maniera conservatrice e nazionalista. un cambio flessibile porterebbe a stagflazione come negli anni 70. un disastro e una guerra civile.

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