Malinconie d’autunno per le banche arabe


Ora che il prezzo del petrolio sembra essersi incagliato intorno ai 40-50 dollari al barile (vedi grafico) è il momento giusto per cominciare a chiedersi in che modo i paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, riusciranno a gestire le crescenti complessità del loro sistema fiscale e finanziario, che dai corsi del petrolio dipende sostanzialmente. Una dipendenza che non solo non è diminuita ma che, al contrario, è significativamente aumentata (vedi grafico) dall’inizio del XXI secolo, con buona pace per i governi che in questo quindicennio avevano assicurato che i loro paesi avrebbero iniziato a diversificare la loro economia. Facile a dirsi, ma difficilissimo a farsi.

Sicché è assai istruttivo leggere un paper del Fmi pubblicato nell’agosto scorso che si propone di esaminare in che modo l’andamento del prezzo del petrolio impatti sulla macroeconomia di questa regione. Serve anche a capire perché la crisi petrolifera abbia condotto all’apertura di un tavolo fra l’Arabia Saudita e la Russia che si propone di favorire il processo di stabilizzazione dei corsi petroliferi. Il calo del petrolio fa male a tutti – pensate ad esempio a quanto ha danneggiato il settore dello shale Usa – almeno quanto si ritiene benigno per il rilancio delle domande dei paesi importatori, trascurando gli effetti perniciosi che provoca sul versante dell’inflazione. La nostra economia dipende sostanzialmente dal petrolio, insomma. Non solo perché muove le macchine e i trasporti, ma perché influenza la stabilità finanziaria e i prezzi.

In tal senso, le vicende dei paesi del Golfo dovrebbero trovarci meno distratti. I sistemi finanziari di questa regione si sono ampliati notevolmente in questi anni e sarebbe imprudente sottovalutarne i possibili esiti, una volta che dovessero conclamarsi le vulnerabilità che le banche arabe stanno silenziosamente cumulando. In tempi di crisi bancarie striscianti, non giova alla fiducia globale sapere che esistono nuove linee di faglia capaci di ampliare il sisma finora sotterraneo della finanza internazionale.

Eppure è così. L’autunno delle banche arabe si manifesta innanzitutto nel boom del credito che questi paesi hanno conosciuto prima della crisi, con annesso aumento significativo del debito privato, che ha condotto, all’indomani, a rumorosi bust in alcuni mercati immobiliari – ricordo quello degli Emirati Arabia nel 2009 – o di alcune compagnie di investimento, e segnatamente in Kuwait nel 2008, mentre nel 2010 il Fmi dovette discutere col Qatar una ricapitalizzazione preventiva delle banche.

Sulla correlazione fra prezzi del petrolio e stabililità finanziari nella regione, il Fmi ha pochi dubbi. “Le contrazioni nel credito e nell’equity – scrive – riflettono i movimento del prezzo del petrolio, insieme con gli sviluppi dei mercati finanziari globali e le vulnerabilità interne sottostanti”. Tale collegamento si riflette anche sul versante fiscale: “Le contrazioni della spesa pubblica reale si sono verificate più spesso in corrispondenza della flessione dei prezzi del petrolio negli anni ’90, meno a partire dal 2000, probabilmente sostenuti da maggiori riserve fiscali”.

In questo scenario, le banche hanno svolto un importante ruolo di stabilizzatori. I crediti in sofferenza sono rimasti bassi e la capitalizzazione abbondante pure se di recente la liquidità ha iniziato ad essere tesa. La crescita del credito è ancora robusta, ma quella dei depositi ha iniziato a rallentare, per lo più a causa del drenaggio di risorse effettuati dai depositi del governo e delle entità ad esso riconducibili. Il che ha provocato un aumento dei tassi iniziato già nell’estate del 2015. La linea del Piave rappresentata dalle banche, insomma, inizia a sgretolarsi.

Ciò spiega perché diventa strategico per questi paesi stabilizzare i proventi petroliferi. L’analisi econometrica del FMI, conferma che “i prezzi del petrolio e l’attività economica impattano significativamente sulla qualità degli asset bancari e identifica inoltre i feedback fra i movimenti del prezzo del petrolio, i bilanci bancari e il prezzo degli asset”. La linea di resistenza delle banche, che finora hanno agito in senso contro-ciclico, non ha risorse infinite, come d’altronde non li hanno neanche i governi. Ricordo che poche settimane fa l’Arabia Saudita ha annunciato la sua prima emissioni internazionale di bond, che dovrebbe svolgersi in ottobre, dovendo fare i conti con una situazione fiscale sempre più complessa, con un deficit previsto quest’anno al 13% del pil.

In tal senso, l’autunno delle banche arabe, annuncia l’inverno della loro economia. Che rischia di essere molto freddo. Addirittura gelido.

 

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