La Cina dimagrisce e il mondo con lei


Mi torna in mente quella storiella, chissà quanto vera, di quel tale re di un arcipelago esotico che ogni volta che decideva di smagrire metteva a dieta l’intera popolazione, mentre leggo l’ampia dissertazione del Fmi sui rischi di contagio globale che può provocare il dimagrimento dell’economia cinese. D’altronde la Cina, come il nostro leggendario re, può essere raccontata come un’autentica sovrana, almeno relativamente agli scambi internazionali, che ha dominato lungo tutto il primo decennio del XXI secolo per scoprirsi oggi, a metà del secondo, troppo ingombrante e incapace di reggere il suo stesso peso.

Sicché non stupisce che i medici di mezzo mondo, Fmi compreso, suggeriscano alla Cina una sostanziale cura dimagrante, che nel linguaggio felpato dell’economia viene definita come una “transizione verso un modello di crescita sostenibile”. Quindi non più basato su un diluvio di investimenti pubblici, che hanno finito col creare una capacità produttiva che oggi appare inutile almeno quanto inutilizzata, oltre ad avere addestrato il resto del mondo a una domanda cinese – si pensi ad esempio a quella di petrolio o metalli – che oggi l’appetito del gigante asiatico non è più in grado di alimentare.

Tutto ciò spiega perché il Fmi abbia inteso dedicare un capitolo del suo recente Spillover report alla transizione cinese e agli effetti che tale dimagrimento può provocare sul resto del mondo, che sul successo cinese, e quindi la sua domanda di importazioni, aveva fondato buona parte del suo successo. “La rapida crescita cinese basata sugli investimenti – sottolinea il Fmi – nel decennio passato ha favorito una notevole espansione del commercio globale e il prezzo delle commodity. Più recentemente, il necessario rallentamento degli investimenti cinesi e la sua transizione verso un modello di crescita basato sui consumi ha coinciso con un notevole declino del tasso di crescita dei commercio”, acuendo di fatto il cupio dissolvi del commercio globale. Ma non solo, la minore domanda di materie prime ha pure aggravato il calo delle commodity, petrolio in testa, che viene unanimamente indicato come una delle cause della disinflazione, quando non addirittura deflazione, che ha messo in crisi le banche centrali di mezzo mondo.

Ovviamente, c’è anche un lato positivo in questo dimagrimento. Il calo delle commodity avvantaggia gli importatori, e al tempo stesso l’aumento della domanda cinese di prodotti finiti può avvantaggiare nuova categorie di esportatori. Ma è sempre difficile capire se i saldi globali saranno positivi o negativi. Per dire: gli effetti deflazionistici del calo petrolifero saranno compensati dagli effetti espansivi del maggior potere d’acquisto dei consumatori? Oppure, la transizione cinese verso un modello di crescita più equilibrato sarà in grado di garantire che la Cina continuerà a pesare il 10% dell’import globale (vedi grafico)?

Trovare la risposta è molto difficile. Gli esiti del commercio internazionale e dell’inflazione lasciano sospettare che il saldo rischia di essere negativo, almeno nel periodo breve. La Cina è in piena transizione, con gli investimenti scesi dal 47,2% al 46,4% del Pil, e il consumo salito dal 49,1 al 51,6%, ma l’economia internazionale finora non sembra abbia tratto quei giovamenti che pure tutti si aspettavano. Dipende dal fatto che il contagio si estende innanzitutto tramite il canale del commercio, e lo fa colpendo innanzitutto i principali partner cinesi e creando vincitori e vinti”.

Il secondo canale di contagio, quello delle commodity, è altrettanto difficile da decodificare. Alla fine del 2014 la domanda cinese di metalli pesava il 40% di quella globale, senza considerare che la sovrapproduzione cinese – si pensi all’acciaio e alle polemiche recenti nel G20 – ha intasato aree strategiche della produzione industriale.

Infine, c’è il terzo canale, che finora ha avuto effetti limitati ma che sta accelerando la sua capacità di contagio: quello finanziario. La Cina è ancora parzialmente integrata nei mercati finanziari, visto che sembra ancora lunga la strada verso la piena convertibilità, “e tuttavia i collegamenti di stanno intensificando”, sottolinea il Fmi. Per il momento le vicende cinesi hanno scritto importanti capitoli, nel mesi scorsi, del lungo libro dedicato alla volatilità dei mercati finanziari. Perché la Cina può pure essere ancora ai margini dei mercati finanziari, ma i mercati finanziari guardano alla Cina come un player internazionale, convertibilità o meno.

L’insieme di queste circostanze rende la dieta del sovrano asiatico assai dimagrante anche per il resto del mondo. Che, se tutto andrà bene, dovrà attendere che il re cinese recuperi la sua forma migliore – e quindi concluda la sua transizione verso una crescita più equilibrata – per godere a sua volta degli effetti benefici che ne deriveranno in termini di importazioni e stabilità finanziaria. Ma nel frattempo dobbiamo soffrire, noi e i cinesi, senza più neanche la consolazione di ricordare i vecchi tempi. Siamo troppo distratti.

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