La primavera delle commodity


Le notizie di questi giorni della corrispondenza d’amorosi sensi improvvisamente fiorita fra Putin e l’Arabia Saudita, seppure non certo improvvise, sono destinate a dare fiato ai corsi petroliferi, ormai in cima alle preoccupazioni di mezzo mondo – e segnatamente di quello che vive della rendita sull’oro nero – mentre il resto si gode i risparmi sulla sua bolletta energetica, pagandone però il conto con un minore tasso di inflazione. Anche per questo, a conti fatti, un aumento del petrolio conviene a tutti. Specialmente se considerate l’aumento esponenziale di debito delle compagnie petrolifere che ha già causato diversi problemi particolari e generali.

Ma a parte il petrolio, è tutto il settore delle commodity che sta vivendo una sorta di primavera. Me ne accorgo sfogliando l’ultimo World economic outlook del Fmi, che al tema dedica un approfondimento utile per farsi un’idea più chiara di come tutto il settore, dal petrolio, al cibo ai metalli, sia interessato da importanti sommovimenti che al momento trascorrono alquanto inosservati.

Cominciamo da un grafico riepiloga l’andamento delle commodity dal 2005. Qui si osserva che l’indice generale, ad agosto 2016, ha recuperato il livello 100, che poi è la base del 2005, dopo aver toccato il picco nel 2008, prima della crisi, portandosi a 200. Successivamente l’indice è crollato al livello del 2005, intorno al 2009, e da lì ha cominciato un trend ascendente che lo ha riportato vicino al livello del 2008 intorno al 2011, mantenendosi più o meno stabile fino al 2014, quando ha iniziato la sua discesa verso i livelli attuali.

L’andamento dell’indice è assai simile a quello che misura gli andamenti energetici, che prima del 2008 tiravano su l’indice generale e poi hanno contribuito significativamente al suo affossarsi dopo la crisi. Oggi il petrolio, che è ancora sotto l’indice del 2005, viene compensato da altri trend ascendenti, che riguardano soprattutto il cibo, mentre dal 2009 in poi a bilanciare la perdita di valore delle quotazioni energetiche erano stati soprattutto i metalli. Rimane il fatto che dal febbraio di quest’anno l’indice generale è cresciuto del 22% a fronte di una crescita dei corsi petroliferi del 44%, che però hanno inciso meno di quanto avrebbero dovuto a causa del calo delle quotazioni del gas. L’aumento della produzione di gas in Russia ha finito col deprimerne le quotazioni in Europa al minimo da 12 anni, proprio mentre risalivano le quotazioni del carbone. Contestualmente metalli e agricoltura vedevano crescere i pressi del 12 e del 9%.

Tutto ciò lascia ipotizzare che una ripresa dei corsi petroliferi avrà effetti rilevanti sull’indice generale delle commodity, che perciò merita di essere annoverato fra i sorvegliati speciali da parte degli osservatori. L’aria che tira, insomma, è quella di una ripresa di tutto il settore, con il petrolio a fare da apripista, anche in ragione del fatto che gli attuali prezzi rimettono sul mercato i produttori di shale oil, che i ribassi avevano fatto finire fuori mercato e a rischio fallimento.

Se l’aumento del corso del petrolio influenzerà positivamente la produzione, rimane tuttavia il fatto che la domanda, che nel 2015 aveva sfiorato 1,6 milioni di barili al giorno, è prevista debole per quest’anno e il prossimo, fra 1,2 e 1,3 milioni di barili al giorno. E questo apre la porta al rischio che sul mercato si ripeta il caso di sovrapproduzione che di sicuro ha contributo al calo dei prezzi dal 2014. Rimane da capire quale sarà il trend a prevalere, e di conseguenza l’effetto che gli andamenti petroliferi avranno sull’indice generale.

Gli investitori, tuttavia, potrebbero anche orientarsi altrove. Se il petrolio è visto in crescita fino a 50 dollari al barile l’anno prossimo, le altre commodity esibiscono un trend più incoraggiante. I metalli, già cresciuti del 12% da febbraio dopo i ribassi patiti a causa dell’inerzia industriale cinese, oggi sono visti in ascesa grazie ai programmi di stimolo varati negli ultimi mesi che dovrebbero dare ossigeno al settore delle costruzioni. Per il 2016 si prevede un calo dell’8%, rispetto alla crescita già osservata, che dovrebbe essere parzialmente recuperato nel 2017, quando si prevede una crescita del 2%. Meno ottimisticamente, i futures scommettono su un trend declinante.

Quanto al settore agricolo, il settore cibo ha visto una crescita dei prezzi del 7%. “I prezzi internazionali non hanno pienamente riflesso gli shock climatici fino a tempi recenti”, ma le condizioni climatiche avverse potrebbero influenzarle assai presto. Inoltre il Brasile, grande produttore di commodity alimentari (mais, carne, soia, caffé) ha subito una siccità prolungata. “Negli ultimi due anni – spiega il Fmi – altre regioni hanno fatto la differenza, ma lo stock globale di mais e soia ora è prevedibile che declini”. Il che non potrà che influenzare i prezzi. Al contrario “le scorte di frumento
dovrebbero aumentare grazie alla produzione favorevole di Stati Uniti, Unione Europea e Russia, spingendo i prezzi verso il basso”. La conseguenza di questi movimenti è che i prezzi del cibo sono previsti in crescita del 2% nel 2016 e da questo livello rimanere stabili anche l’anno prossimo. Ricordo che i prezzi attuali sono già superiori del 3% rispetto a quelli del 2015. “Nei prossimi due anni – aggiunge il Fmi – i prezzi dei maggiori prodotti alimentare, come il riso, sono previsti in lieve crescita dai livelli attuali”.

Insomma, pure senza troppa esuberanza, le commodity hanno iniziato la loro rivincita come asset sui quali puntare. State pur certi che qualcuno sta già facendo i conti.

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