Il cupio dissolvi del commercio internazionale


Chi crede che il commercio internazionale sia un indicatore delle buone relazioni economiche fra i paesi del mondo non potrà che leggere con inquietudine l’analisi svolta dal Fmi contenuta nella surveillance note rilasciata in occasione del vertice cinese del G20. Gli analisti rilevano che il notevole rallentamento degli scambi internazionali può essere spiegato con la bassa crescita e il ritmo indebolito degli investimenti, ma un ruolo importante lo svolge anche il processo di riforma del commercio globale, frenato visibilmente dall’ondata di protezionismo che ormai è impossibile ignorare.

Queste concause hanno condotto all’effetto che il volume degli scambi di beni e servizi è cresciuto di circa il 3% l’anno dal 2012, meno della metà del ritmo che ha contraddistinto il ventennio precedente. “Vista diversamente – scrive il Fmi – dalla metà degli anni ’80 fino agli anni 2000 il commercio è cresciuto a un passo doppio rispetto alla crescita del Pil”, cosa che non è successa negli ultimi quattro anni. Un rallentamento così prolungato è una circostanza che “ha pochi precendenti”.

Il calo degli scambi, peraltro, è stato generalizzato. Ha riguardato la maggior parte dei paesi e ha colpito in particolare il commercio dei beni, caduto assai più di quello dei servizi. E l’analisi del Fmi ha mostrato che tale calo è stato assai più pronunciato di quanto il semplice rallentare degli investimenti avrebbe giustificato. Sicché sono all’opera forze più profonde, che hanno a che fare con l’infrastruttura regolatoria e soprattutto spirituale che regge le relazioni fra le nazioni.

In tal senso l’appello del Fmi a rivitalizzare “il circolo virtuoso di ridurre i costi del commercio per stimolarne la crescita” suona vagamente retorico e soprattutto ignaro del momento che il mondo sta attraversando. Così come anche ricordare che gli ultimi vent’anni, nei quali si sono compiuti notevoli processi di integrazione istituzionale e vere e proprio rivoluzioni commerciali – si pensi all’ingresso della Cina nel WTO – hanno contribuito a “un forte periodo di crescita”. In un momento dove prevalgono la disillusione e la diffidenza, non dovremmo stupirci che abbiamo prevalso “le nuove restrizioni al commercio imposte dall’inizio della crisi”. Perché sarà pure vero che “il commercio non è un obbiettivo ma uno strumento per migliorare la vita”, come afferma il Fmi. Ma è vero pure cresce il numero di coloro che, più o meno consciamente, non condividono questo pensiero.

Basta ricordare le voci recenti che si sono levate in occasione dell’annunciato stop delle trattative per il TTIP. E sarà il prevalere di queste voci a determinare l’autentico cupio dissolvi del commercio internazionale. E il Fmi potrà farci ben poco.

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