Il virus che minaccia la globalizzazione


La notizia del crollo del petrolio ai livelli della guerra del Golfo del ’91, unita al sostanziale collasso di molte borse, suggella l’inizio di una nuova fase dell’emergenza che da sanitaria ormai è divenuta finanziaria. Quando si iniziano a evocare paragoni con crash illustri vuol dire semplicemente che il panico è già fuori controllo.

I prossimi giorni ci diranno come reagiranno i governi e le banche centrali che si trovano però nella situazione più volte delineata dagli osservatori internazionali quando avvertivano che un nuovo shock – e nessuno si era mai avventurato a ipotizzare che arrivasse da un virus – avrebbe trovato poco spazio, fiscale e monetario, dove poter sfogare i suoi effetti avversi. Fuori di metafora, con debiti pubblici e privati cresciuti dal 2008 in poi, anziché diminuire, e tassi reali già ampiamente negativi, non si capisce bene cosa potrebbero fare i governi e loro derivati per restituire fiducia al corpo economico. Quando hai già dato molto i whatever it takes sono pure petizioni di principio. Necessarie, ma non sufficienti.

Staremo a vedere, quindi. Intanto contentiamoci di puntare bene la nostra attenzione per provare a guardare in profondità, anziché limitarci a subire la fascinazione delle circostanze, peraltro assai potenti. Anziché inseguire le contabilità dei contagi, virali e finanziari, sarebbe bene concentrarci sugli effetti che certe decisioni avranno su quel meccanismo potente, eppure fragilissimo, che chiamiamo genericamente globalizzazione.

In questi ultimi anni, grazie soprattutto alle politiche aggressive dell’amministrazione Usa, il commercio internazionale si è molto raffreddato, mentre le tenui speranze suscitare dall’accordo fra Usa e Cina sono state subito oscurate dalla crisi sanitaria, che ha rivelato al mondo, che peraltro lo sapeva già, che il re è nudo. Chiunque abbia anche solo sfogliato l’ultima rassegna trimestrale della Bis ne è consapevole: a questo livello di rischio, ogni stormir di fronde provoca una crisi finanziaria, figuriamoci una paura virale.

Da questo punto di vista, il caso del mancato accordo fra Arabia Saudita e Russia sul petrolio, e la guerra sui prezzi che questo ha provocato, segna un’accelerazione de-globalizzante assai più potente delle schermaglie alle quali ci hanno abituato questi anni di serena crescita che guardavamo con supponenza ignorando che avremmo finita col rimpiangerla molto presto.

La fine dell’Opec+, che aveva segnato l’inizio di una nuova epoca del mercato petrolifero, rischia paradossalmente di avere serie ripercussioni anche sugli Stati Uniti, che con il loro mercato shale hanno rappresentato un notevole innovazione nell’ultimo decennio. Non è chiaro se le compagnie Usa di shale, che pure hanno molto abbassato il break even dei loro progetti energetici, potranno sopravvivere a lungo con un petrolio a 30 dollari. Ma soprattutto col lacerarsi dell’intesa russo-araba sul petrolio viene meno un asse portante degli interessi che contribuivano a delineare quella che abbiamo chiamato la globalizzazione emergente, che molto deve alle sue infrastrutture energetiche. Che non sono solo gli oleodotti, ma anche la comunità di intenti.

Le cronache a venire ci diranno se questi eventi ad alto potenziale distruttivo si verificheranno altrove. Intanto contentiamoci di osservare la tendenza crescente all’autarchia. E’ questo l’autentico virus che rischia di uccidere la globalizzazione.

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