Le metamorfosi dell’economia: Lo Stato prenditore


Con lo Stato dobbiamo fare i conti, ci piaccia o no, esaurendo questa preferenza l’ampio arco di possibilità economiche che va dall’entità onnipresente, che nessuno meglio del Leviatano di Hobbes ha descritto, allo stato strettamente necessario teorizzato da Adam Smith e poi novellato dall’ampia vulgata liberale.

L’alternativa fra uno stato pesante e uno leggero seduce da secoli il dibattito politico e, nel tempo, ha germinato un bipolarismo economico che si può schematizzare nella coppia socialismo/liberismo, se comprendiamo nello spirito socialista anche la sua declinazione comunista/collettivista. Questo bipolarismo economico si è incarnato nell’altro che ha segnato la storia politica occidentale, ossia quello fra sinistra e destra, che così tanto lavoro ha dato a generazioni di politici, studiosi, giornalisti e figuranti da cabaret.

Poiché sarebbe velleitario prescindere dalla nostra tradizione, che come tale conforma il nostro giudizio – anche questo che ci piaccia o no – dobbiamo accettare che questa dicotomia segnerà ancora a lungo il nostro dibattere, e al tempo stesso provare a fare astrazione ponendoci una semplice domanda: quale sarebbe la versione più auspicabile di stato che sia economicamente coerente con la visione che abbiamo delineato finora? Preciso meglio: non sono interessato a immaginare come dovrebbe essere uno stato in teoria, e quindi alimentare il secolare e noioso dibattito fra l’assolutismo democratico e la sua versione relativista, piuttosto come potrebbe essere in relazione al mondo economico che stiamo provando a immaginare

Per farlo dobbiamo tenere ripartire dalla domanda di base: qual è lo scopo dell’economia? Personalmente tengo presente l’insegnamento di Sismondi e di alcuni altri fra i primi economisti: lo scopo dell’economia è il benessere della popolazione, pur nelle diversità delle sue articolazioni sociali. Un pensiero semplice per un compito assai difficile.

Se concordiamo su questa premessa, dobbiamo risponde alla seconda domanda: qual è il ruolo che uno stato deve interpretare per favorire il benessere della popolazione?

Per provare a rispondere, partiamo da ciò che dovrebbe mettere d’accordo tutti, ossia ciò di cui lo Stato dovrebbe occuparsi. Attingo da Adam Smith, costante riferimento di queste pagine per la semplice ragione che è stato un iniziatore sistematico al pensiero economico, e quindi un punto di partenza ideale dal quale la teoria ha iniziato a dipanarsi nei secoli.

Nella Ricchezza delle nazioni, al libro quinto, Smith tratta proprio del tema Le entrate del sovrano e della repubblica. I primi capitoli sono dedicati a ciò di cui il sovrano (o la repubblica) deve occuparsi. In primis il nostro amico scozzese mette la difesa esterna, quindi l’esercito, impiegando pure diverse pagine, peraltro assai gustose, per spiegare motivi e origine di tale necessità. Poi tocca alla magistratura, ossia alla difesa dell’ordine interno, a cominciare dai diritti di proprietà, ovviamente, che almeno da un secolo attiravano l’attenzione dei filosofi.

Prima di passare al punto successivo, facciamoci una domanda: cosa hanno in comune l’esercito, o la sua declinazione interna, ossia la polizia, e la magistratura? La risposta è ovvia: sono un’emanazione del principio della titolarità esclusiva dell’uso della forza che caratterizza l’essenza dello stato. Quest’ultimo è tale perché ha il diritto di usare la forza contro un nemico esterno o un delinquente interno, e ha anche il diritto di giudicarlo e condannarlo per il tramite della sua magistratura che, ricorda Smith, è nata da una costola del sovrano non appena, procedendo l’evoluzione sociale, quest’ultimo si accorse di non avere tempo né voglia di occuparsi delle beghe dei litiganti.

Ciò spiega perché tutti, anche i liberali più arrabbiati, concordano che l’uso della forza sia una di quella cose che non si possono privatizzare, e quindi deve rimanere appannaggio dello stato. In sostanza, esercito, polizia e magistratura sono tutte cose che, almeno da Smith in poi, sono considerate appannaggio statale. Lo Stato quindi le le organizza e le gestisce.

Una derivazione interessante del principio della forza della stato è quello di battere moneta. “Lo stato ha credito”, ricordava Ezra Pound nel suo libello L’Abc dell’economia. Ma tale credito gli deriva dalla sua capacità di imporre la tassazione, sempre grazie alla coercizione, derivata dall’uso della forza, che può infliggere ai suoi cittadini. E’ utile ricordare che tale occorrenza è alla base del credito di cui godono il debito e la moneta statale. Quest’ultima lo stato contemporaneo non la gestisce più direttamente, avendo trovato più conveniente per una serie di ragioni, che qui non rilevano, affidarla alla sua banca centrale. E tuttavia il principio della sovranità monetaria, che tanto appassiona i nostri contemporanei, è una semplice derivazione del potere costituente di uno stato: la sua forza e la sua capacità di applicarla, dalla quale dipende il suo credito. Uno stato debole, che può voler dire avere poca forza o non saperla applicare, implica poca credibilità e quindi debito più caro e moneta svalutata.

Il terzo campo di applicazione dell’attività statale, sempre secondo Smith, è quello di alcuni lavori pubblici, anche se con molti caveat e col presupposto che le opere dovrebbero in qualche modo ripagarsi da sole gravando sui soggetti che ne fruiscono e in una logica federale. E tuttavia, scrive Smith “terzo e ultimo dovere del sovrano è erigere e mantenere quelle istituzioni e quelle opere pubbliche che nonostante possano essere estremamente vantaggiose a una grande società sono tuttavia di tale natura che il loro profitto non potrebbe mai ripagare la spesa a un individuo o a un gruppo di individui e che pertanto non ci si può aspettare che possano erigerle o mantenerle”. Oltre alle opere pubbliche, in particolare, lo stato dovrebbe occuparsi di “facilitare il commercio della società e promuovere l’istruzione della popolazione”.

Perché proprio il commercio e l’istruzione? I lettori di Smith lo sanno già, ma mi perdoneranno un breve riepilogo a vantaggio degli altri. Il commercio è ciò che facilita lo scambio, lo scambio è ciò che esalta e motiva la divisione del lavoro e quindi la sua logica conseguenza, ossia che una nazione si specializzi in qualcosa e lo venda a un’altra, più brava a produrre qualcos’altro che in cambio gliela fornisce. La divisione del lavoro, inoltre, è la garanzia migliore per avere una produzione crescente, e di conseguenza un reddito in aumento. Ciò che oggi chiamiamo la crescita economica.

L’istruzione è ciò che favorisce l’accumulazione di quello che i contemporanei definiscono capitale umano. Forma lavoratori più produttivi, per sintetizzare. Quindi favorire il commercio e l’istruzione significa in sostanza fare crescere la ricchezza nazionale e quindi rafforzare la sicurezza sociale che deriva da un benessere diffuso.

Il motivo economico, d’altronde, è comune anche alle altre attività dello stato: ossia la difesa, interna ed esterna, e l’amministrazione della giustizia. Avere protezione dagli aggressori o dai malfattori significa poter produrre con maggiore tranquillità e sapere che un giudice sbatterà in galera qualcuno che provi a derubarmi.

Si può ulteriormente sintetizzare così: ciò che lo stato deve fare per favorire la ricchezza della nazione è garantire la sua sicurezza economica.

Immaginiamo adesso che lo stato tenga un bilancio con un dare e un avere. Per dare sicurezza economica lo stato deve avere le risorse necessarie. Ed ecco il senso del principio della tassazione. Lo stato deve poter prendere, facendo leva sul suo potere coercitivo, per poter dare.

Purtroppo per ragioni storiche, l’importanza del ruolo dello Stato prenditore ha finito con l’essere eclissata dall’altra: quella dello stato imprenditore, frutto del disastro degli anni ’30 e ancora persistente Moloch nel dibattito pubblico. Ciò non vuol dire che nel frattempo gli stati non abbiano preso dai loro cittadini: al contrario. La tassazione non è mai stata così elevata. Ma vuol dire solo che l’attenzione di tutti si è concentrata più sull’efficienza dell’erogazione statale, e sulle sue aree di intervento, piuttosto che sulla sua funzione principale senza la quale lo stato semplicemente non può funzionare: quella di prenditore appunto.

Prima che pensiate che credo che le tasse siano una cosa bellissima, come disse un defunto ex ministro, preciso che non sono le tasse ad essere una cosa bellissima, ma ciò che con le tasse si può realizzare. Lo stato prenditore è il pre-requisito affinché lo stato possa riuscire a garantire la sicurezza economica, e quindi il benessere, della sua popolazione.

Per diversi decenni si è pensato che sarebbe stato sufficiente fare evolvere lo stato prenditore in imprenditore per garantire tale sicurezza. E’ stato ripetuto che lo Stato dovesse in qualche modo completare il mercato, anche in maniera antagonistica se necessario, per rimediare alle sue imperfezioni. Ma la storia ci ha mostrato che è stata solo una facile scorciatoia e a volte le scorciatoie finiscono col portarci lontano da dove volevamo arrivare. Non credo che i teorici dell’interventismo statale nell’economia di mercato volessero condurci dove siamo adesso. Si è trattato di una scorciatoia, appunto. Percorrere la strada lunga è difficile. E’ molto più facile (e comodo), per lo stato, assumere un lavoratore che procurare a un cittadino potere d’acquisto e, di conseguenza, favorire il suo benessere economico.

Facciamo un esempio. Abbiamo visto che Smith assegna una funzione pubblica all’istruzione, e credo che pochi non sarebbero d’accordo. Nessuno stato degno di questo nome può trascurare l’educazione e la formazione della sua popolazione, e non certo solo per ragioni economiche. Ma questo vuol dire che lo stato debba per forza aprire delle scuole e assumere degli insegnanti? Non necessariamente. E’ solo un modo per accorciare il percorso per raggiungere l’obiettivo, ossia lo svolgimento da parte dello stato di questa sua funzione pubblica: garantire che tutti abbiano un’istruzione, fissando dei criteri e delle regole, reperire le risorse necessarie e favorire la nascita di strutture adatte allo scopo. E non c’è ragione che queste strutture siano di sua proprietà. In questo quadro, la funzione di prenditore è molto più importante di quella di imprenditore scolastico.

Ciò anche per un semplice principio di economia delle risorse: uno stato che concentri la sua attenzione sul lato della gestione dell’avere del suo bilancio potrà garantire molto meglio tale funzione di uno che si disperda in campi di attività che non richiedono un suo impegno diretto. Per tornare al nostro esempio, sarebbe forse più utile, anziché assumere insegnanti, assumere ispettori del fisco e studiosi di scienza della finanze.

Seguendo questo ragionamento, e tenendo presente il nostro obiettivo – ossia il benessere della popolazione e ricordando che ciò implica la sicurezza economica – risulta evidente che nel mondo che stiamo provando a immaginare lo stato dovrebbe limitare la sua funzione di gestore diretto ai campi che gli sono strettamente consoni, ossia la sicurezza interna ed esterna. Dove, vale a dire, esprime compiutamente il suo diritto esclusivo all’uso della forza. E poi dovrebbe occuparsi assai più di adesso di come reperire risorse: raggiungere l’eccellenza nella sua funzione di prenditore.  Dopodiché fissare un semplice obiettivo: restituire queste risorse alla società per beneficiarla.

Ed è qui che il gioco diventa interessante. E complicato.

(12/segue)

Capitolo precedente   Capitolo successivo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...