Il “gufo” di Basilea nel nido del cuculo


Poiché è una volatilità estrema la grande protagonista dei mercati, dovremmo smetterla di dar retta a chi vuole convincerci che sia questa o quella ragione a terremotare le borse. Addossare alla riforma delle pensioni greche piuttosto che all’ultima esternazione di chissà chi la colpa dei crolli dei mercati di quest’inizio d’anno ha la stessa plausibilità che se diceste che in fondo le borse calano perché siete di cattivo umore. Meglio sarebbe riflettere, come ha fatto di recente Ocse, sulle false credenze che sono al fondo di questa volatilità e sulla necessità di rivedere la costituente del nostro pensare economico, che ormai si è ridotto alla forward guidance delle banche centrali. Le quali, a quanto appare, sanno a malapena ciò che stanno facendo.

Potremmo pure perdonarle per questo, visto che in fondo sono ostaggio di se stesse e delle aspettative vagamente deliranti che le hanno accompagnate, se non fosse che già da tempo erano state avvertite delle conseguenze di una certa avventatezza da chi, per mestiere, controlla la stabilità finanziaria internazionale da una posizione vantaggiosa perché slegata da qualunque sospetto di appartenza politica.

Mi riferisco alla Bis, che negli ultimi anni si è distinta per essere il fastidioso grillo parlante dei vari pinocchi delle banche centrali, assai più preoccupate delle proprie beghe interne che non del contesto internazionale in cui, inevitabilmente, si trovano ad interagire.

I “gufi” di Basilea, come li chiamerebbe qualcuno da noi, hanno prodotto una vasta congerie di analisi e moniti dai quali risultava evidente a chiunque li avesse letti che questa giostra basata su una sostanziale svalutazione competitiva e un espandersi insensato dei bilanci delle BC alla fine avrebbe non solo mancato l’obiettivo di restituire stabilità al sistema, ma avrebbe generato nuovi rischi che poi sono quelli che gli osservatori stupiti – perché ciechi – hanno sperimentato in questo inizio d’anno.

La realtà, pure e semplice, è che i mercati finanziari sono uno splendido manicomio, ostaggio del delirio dei suoi protagonisti. E questo nido del cuculo, per ricordare un bel film di tanti anni fa, di tanto in tanto riscopre la sua vera natura regalandosi l’emozione di ribassi insensati, dopo rialzi altrettanto insensati.

Nulla che i “gufi” non sapessero già . L’ultima incursione nel nido del cuculo dei mercati l’ha fatta il direttore generale della Bis Jaime Caruana non più tardi del 5 febbraio scorso, alla vigilia del week end dunque che ha preceduto il crash fragoroso di lunedì. In una lezione alla London School of Economics and Political Science Caruana ha ripetuto (per l’ennesima volta) una cosa molto semplice: i mercati stanno vivendo una calma poco confortevole (“uneasy calm”) che è sfociata nelle turbolenze d’inizio d’anno, adducendo a pretesto ora la Cina, poi il petrolio e adesso persino le pensioni greche. I classifici epifenomeni.

I fenomeni più profondi sono altri e Caruana li elenca puntualmente: la crescita deludente, che produce continue rivisitazioni al ribasso “specie nelle economie emergenti”, i larghi movimenti dei tassi di cambio “ancora specialmente per i paesi emergenti contro il dollaro” e poi il calo delle commodity, ma relativamente alla circostanza che sta cambiando la geopolitica dei saldi di conto corrente, impoverendo bruscamente i paesi esportatori, che ormai non sono più creditori netti a livello globale, a vantaggio degli importatori.

“Questi tre sviluppi possono sembrare non connessi fra loro, a prima vista”, dice. Ma è chiaro che non è così. “Si tende a vederli di recente come tre diversi shock esogeni”. E tuttavia “se facciamo un passo indietro e osserviamo il quadro d’insieme – sottolinea – appare chiaro che questi tre fenomeni sono connessi fra loro”. Invece di semplici shock esogeni, essi sono “manifestazioni di un importante riallineamento delle forze economiche e finanziarie connesse con lo spostamento a lungo atteso di forze monetarie globali”.

Ed ecco il fenomeno. Come un gigantesco hard disk, il sistema finanziario si sta semplicemente ricalibrando, anche grazie al riavvio imposto dal rialzo dei tassi della Fed, e il rumore fastidioso di fondo che avvertiamo nello scricchiolio del mercati non è altro che la colonna sonora di tale riaggiustamento. “Gli sviluppi recenti sono parte di un film più grande che richiede una prospettiva globale di lungo termine per mettere in luce le fragilità con le quali dovranno vedersela le economie globali”.

E questo spiega anche il titolo dato alla lecture: “It’s the stock, not the shocks” che mi prendo la libertà di tradurre così: non è tanto la volatilità il problema, ma quello che c’è sotto. Lo stock, ovviamente, è ciò che si cumula – nel nostro caso debiti e squilibri – che ormai tutti concordano col pensarlo importante, almeno quanto i flussi che tale stock contribuiscono a cumulare. Tutto ciò senza che le policy messe in campo siano capaci di andare oltre un classico effetto lenitivo, o addirittura placebo, verso i sintomi che tale stock di problemi provoca al sistema globale.

“Un chiaro esempio è lo stock di debito”, dice ancora Caruana. “Il debito globale è cresciuto da quando è iniziata la crisi”, pure se quello privato è diminuito in parte, ma soltanto in alcune economie, mentre l’aggregato peggiorava in tutte. Caruana conserva una vita positiva, sul lungo periodo, sempre a patto che si osservino alcune policy, ma dobbiamo sapere che stiamo affrontando una fase di transizione. Il riallineamento “inevitabilmente porta svantaggi di breve termine nei mercati finanziari e fa innalzare notevolmente i rischi”. Non dobbiamo sorprenderci, insomma, che vi sia turbolenza. Ma soprattutto dovremmo cercare di evitare la tentazione di “far proseguire il boom finanziario o dargli nuova vita” il che sarebbe “solo un palliativo se il livello di stock del debito e di vulnerabilità non saranno ridotti”.

Per riuscirci dovremmo mettere in campo “una combinazione più bilanciata di policy”, ricordando che la politica monetaria è stata sovraccaricata di responsabilità troppo a lungo. E poi prepararci a gestire in maniera coordinata gli scossoni che possono arrivare da qualunque parte del mondo, vista la profondità dell’interconnessione dell’economia internazionale. In tal senso Caruana auspica una crescente collaborazione fra le banche centrali.

Il “gufo” atterra nel nido del cuculo.

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