Le metamorfosi dell’economia


Ora si potrebbe pensare che questo universo di calcoli astrusi che chiamano economia sia tutto ciò che ci è toccato in sorte nel triste evo in cui ci siamo trovati a vivere. Si potrebbe credere che, volendone ancora discorrere – e vi confesso che sono stanco d’occuparmi di grandezze statistiche combinate in algoritmi – si sia costretti a misurarsi con una sostanziale immobilità di pensiero, che serve solo ai decisori – chiunque essi siano – a motivare le loro scelte, trasformando le ricette economiche in facili slogan. Si potrebbe benissimo convincersi che c’è ben poco da inventare ancora.

Gli ultimi ottant’anni sembrano aver esaurito qualsiasi possibilità di un autentico dibattere d’economia. Ci troviamo ancora a decidere se venga prima la domanda oppure l’offerta. Se la moneta sia esogena o endogena. Se sia il risparmio a provocare l’investimento o il contrario. Se dobbiamo aumentare l’occupazione spendendo di più o spendendo di meno. Si tirano fuori cadaveri da cimiteri, sotto forma di economisti defunti da decenni, e si erigono feticci. Si costruiscono polemiche tessute d’economia per motivare pulsioni più o meno intestinali o terribili mal di testa.

Nel frattempo l’agire economico è stato sostanzialmente delegato alle banche centrali, da cui sembra dipendere il nostro buonumore. Quello dei mercati, che stappano champagne ogni allentamento monetario. E quello dei governi, che si nascondono dietro le loro banche centrali per sfuggire a quello che dovrebbe essere compito di qualsiasi governo: avere un pensiero economico.

Ma se fosse tutto così, allora, a cosa serve scrivere ancora di economia? A chi non sia un feticista importa poco della polemica fra Keynes e von Hayek. E tantomeno di conoscere l’entità del moltiplicatore fiscale o di quello monetario. Alle persone come me e come voi interessa solo una semplice domanda: cosa ha da rispondere l’economia alla domanda di benessere che arriva dal mondo, sviluppato o meno?

Domanda difficile. Si è tentati di rispondere traversando la via della tecnicalità. Per stare meglio abbassiamo i tassi e sviluppiamo gli investimenti e quindi la domanda e blablabla. Il solito tranello mentale che vede nell’aumento ossessivo della produzione la soluzione a qualunque domanda di benessere. Vizio antico, come abbiamo visto, ma che forse proprio per questo dovremmo avere il buonsenso di mettere in discussione.

Ma se abbandoniamo la tecnica e torniamo per un attimo al semplice discorso, saremmo forse in grado di osservare che l’economia autentica, malgrado la tecnica, l’econometria, le polemiche accademiche, continua ad andare avanti. Scorre come un fiume carsico, ma non riesce a sfociare nel mare della discussione pubblica. Ho letto centinaia di scritti, in questi lunghi anni, e ne ho trovato tracce solo episodiche, confinate facilmente fra le trovate di qualche originale e subito glissate dagli accademici.

Eppure l’economia è chiamata a vivere una meravigliosa metamorfosi che solo pochi, purtroppo, auspicano e alla quale ancor meno partecipano, distratti come sono dagli epifenomeni rilevati dalle statistiche e dalle urgenze di un tempo rapido e doloroso.

E tuttavia questo processo evolutivo segnerà la storia economica del nostro tempo, che è chiamato a sanare conflitti e contraddizioni che gli attuali modelli teorici non sono in grado di risolvere per una semplice questione semantica. Perché a costoro sfugge che bisogna restituire un senso nuovo a parole antiche, visto che i vecchi significati ci hanno condotto alla totale mancanza di significato: l’economia contemporanea è tanto sofisticata quanto totalmente insignificante. Non esprime visioni sociali, ma computo. Perciò dobbiamo uscire dall’economia che conosciamo per trovarne una nuova, i cui frammenti sono sparsi fra le righe del discorso sociale.

Detto ciò, ripensare l’economia è sicuramente un lavoro collettivo che coinvolge ognuno di noi, mentre i politici, se ancora hanno un senso, dovrebbero raccogliere questo lavoro e trasformarlo in una visione compiuta. Trasferire il senso rinnovato delle parole in provvedimenti di legge che sostengono i flussi economici ad essi corrispondenti. Perché ogni parola di economia ha conseguenze economiche che devono essere determinate, codificate e assimilate.

Aspettando che ciò accada, e sperando che finisca con l’accadere, è opportuno per quanto possibile fare opera di testimonianza. Raccontare la metamorfosi dell’economia è il miglior modo per affrettarla. Sta ad ognuno di noi fare la sua parte ricordando che le resistenze peggiori al cambiamento arriveranno da coloro che Galbraith chiamava i sostenitori della mentalità tradizionale. E gli economisti e i cultori della materia, salvo rare eccezioni, sono i primi della lista.

(1/segue)

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