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La fragile ragnatela della globalizzazione marittima


Un bel paper proposto di recente dal NBER ci ricorda quanto fragile e insieme avvolgente sia la filigrana che regge la nostra attuale globalizzazione, che è letteralmente scritta sull’acqua. Nel senso che sono le rotte marittime, dove viaggia la grandissima parte del nostro commercio internazionale, l’infrastruttura sulla quale si basa la nostra vita quotidiana. Pochi sanno, tuttavia, che la regolamentazione internazionale di queste rotte è affidata a una legislazione esposta, come tutti i grandi accordi internazionali, ai capricci dell’attualità.

La normativa in questione è quella dell’United Nations Convention on the Law of the Seas (UNCLOS), che risale al 1982 ed è stata emendata nel 1994, che regola il principio della libera navigazione dei mari, stabilisce le linee guida per l’estrazione delle risorse naturali, il commercio e la sovranità sopra gli oceani. Questa norma assegna agli stati la sovranità sulle acque fino alle 12 miglia dalla costa, ma consente il passaggio dei natanti, sia civili che militari.

Inutile sottolineare l’importanza di una norma del genere in un contesto di economia globalizzata. Chiunque frequenti la storia dell’economia ricorderà la lunga vicenda dei Navigations Acts che interessò la Gran Bretagna fin dal XVII secolo e le infinite discussioni che alimentato fra gli economisti, a cominciare dal più illustre, ossia Adam Smith. Ma il principio della libertà dei mari era già stato teorizzato dal filofoso olandese Hugo Grotius, nella sua opera Mare Liberum, pubblicata nel 1609, e finì col far parte dei quattordici punti enunciati dal presidente Usa Woodrow Wilson nel disperato tentativo di far finire con le buone maniere la terribile carneficina della Grande Guerra.

Ma per tornare ai giorni nostri, non c’è miglior modo per rappresentare la robusta precarietà di questo strumento che ricordando che per quanto la convenzione UNCLOS sia stata ratificata da 167 stati, mancano ancora all’appello Israele, la Turchia e, dulcis in fundo, quegli Stati Uniti, che pure della globalizzazione attuali sono i grandi amministratori, visto che hanno una chiara supremazia a livello di marina e presidiano le principali rotte nautiche, compresi tutti i colli di bottiglia dove passano ogni giorno decine di navi da trasporto.

Aldilà dei formalismi, sono le cronache a mostrare come i nervosismi geopolitici finiscano sempre con l’erodere le buone intenzioni dei principi teorici. E senza bisogno di scomodare le frizioni fra Cina e Usa che hanno agitato il lungo quadriennio dell’amministrazione Trump, possiamo qui limitarci a ricordare altri terribili focolai di crisi, che minacciano la globalizzazione marittima.

Il paper, fra gli altri, ricorda lo Stretto di Hormuz, dove viaggia il 20% della produzione petrolifera globale, che già abbiamo raccontato altrove e che si inquadra nel più ampio confronto regionale che vede da una parte l’Iran e dall’altra i Sauditi, con la presenza ingombrante degli Usa in qualità di primo alleato di questi ultimi.

Più interessante focalizzare l’attenzione sull’altra area di crisi illustrate nello studio e che riguarda il Sud Est asiatico. Zona complicatissima, e basta ricordare la tensione costante che ruota attorno al Mare Cinese meridionale per averne contezza. Fra le infinite dispute che covano in questo luogo per noi remoto eppure vicinissimo ai nostri interessi, è sufficiente ricordare quella fra Cina e Vietnam, che fu ingaggiata nel corso del 2019, con la solita scusa delle indagine geologiche in acque disputate. Copione simile a quello che si sta scrivendo nel Mediterraneo Orientale fra Turchia e Grecia.

Ora la questione è provare a capire cosa succederebbe se questa fragile ragnatela, che avvolge il mondo in un sistema integrato di scambi che attraversano gli oceani si rompesse. Se, vale a dire, prevalesse fra gli stati l’istinto delle competizione che da sempre nella storia è il gemello diverso di quello delle cooperazione. Ed è proprio questo lo scopo del nostro paper, che perciò suona come un interessante campanello d’allarme. O un promemoria, se preferite.

Pure se l’osservazione è limitata a una sola regione, l’area del Sud Est asiatico appunto. Il paper ipotizza una totale interruzione dei trasporti marittimi lungo il Mar cinese meridionale e la chiusura dei passaggi attraverso l’arcipelago indonesiano – lo Stretto di Malacca – provocando il dirottamento delle spedizioni fra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano attraverso il sud dell’Australia.  Scopo del paper è calcolare l’effetto sui commerci e sul livello di benessere nei paesi nell’area.

I risultati sono alquanto eloquenti. A seconda dei parametri impostati nel modello, emerge che la perdita media di welfare oscilla fra il 6,2 e il 12,4% per tutti i paesi dell’Asia Orientali, del Sud Est Asiatico e la regione del Pacifico.

Per questi paesi la perdita di Pil viene associata a un aumento della spesa militare, “suggerendo che questi paesi rispondono al rischio percepito e ai costi di un possibile conflitto”.

Quindi a un calo di benessere tende a corrispondere un aumento del rischio di conflitti militari. Succede quando i generali prendono il posto dei mercanti. E nella Storia, prima o poi succede sempre.

Le metamorfosi dell’economia: Economia 2.0


Vale, o dovrebbe valere per l’economia, la massima che chiudeva esemplarmente il Tractatus di Wittgenstein esortando a tacere di ciò di cui non si può parlare. L’economia, infatti, è logos silenzioso, azione umana che quindi contiene il nostro essere persone, che vuol dire insieme appetito, emozione e calcolo. L’uomo come se lo immaginavano gli antichi, mixtione esemplare di stomaco, cuore e cervello.

E in effetti, se ci pensate, l’economia nasce per soddisfare i nostri bisogni, che si rivolgono a ognuna di queste tre componenti del nostro animo, quindi del nostro essere uomini. Abbiamo fame e quindi cerchiamo il cibo per soddisfare il nostro stomaco. Soddisfiamo il nostro cuore quando lo condividiamo con qualcuno che amiamo e calcoliamo con la testa come procurarcene altro, usando quindi il nostro tempo per anticipare il tempo futuro. Che altro c’è da dire?

E tuttavia la storia ci mostra che negli ultimi tre secoli le società umane hanno sviluppato un disperato bisogno di parlare di economia e per i più svariati motivi. Il logos silenzioso è diventato discorso pubblico. Tale tendenza era già emersa anche in alcune società antiche, nelle polis greche di Platone e Aristotele o nella Roma dei cesari, in particolare collegandosi allo sviluppo sociale.

Quest’ultimo perciò, potremmo dire semplificando, è l’acceleratore che motiva alcuni a discorrere di economia strappandola dal suo stato di pratica silenziosa e così facendo la trasforma: diventa teoria economica.

L’economia sta alla teoria economica come un’azione umana sta alla sua riproduzione robotica. Quindi si basa sulla verosimiglianza. Per dirla in altro modo forse più intuitivo, l’economia è analogica quanto la teoria economica è digitale. La prima vive nello spazio fra zero e uno. La seconda concepisce solo zero e uno.

Sviluppando tale analogia, potremmo dire che la teoria economica è sostanzialmente un software sociale. Un codice fatto di idee più o meno condivise, perché consolidate nel tempo, che diventano il linguaggio di programmazione dell’azione umana. In tal modo si cerca di replicarla in una catena logica di cause ed effetti al fine evidente di modificare la realtà. Se ho poca domanda aumento la spesa pubblica, eccetera, eccetera.

Ciò origina un problema. Come tutti i codici, è impossibile che la teoria economica restituisca la ricchezza dell’economia quando elabora le sue rappresentazioni sociali. Poiché concepisce solo il calcolo, applicando concetti matematici all’analisi dei bisogni, tutto ciò che riesce a dirci è cosa si dovrebbe fare se le cose fossero in un certo modo. Che può anche essere una finzione utile, ma purché ci si ricordi che è solo una finzione.

Per dirla in altro modo, la teoria economica rappresenta un’economia dove il cuore non ha diritto di cittadinanza, sfuggendo costui a qualunque ragione matematica, sebbene anche il cuore calcoli insieme con tutto il resto delle nostre facoltà. Distinguere il calcolo economico da quello matematico viene considerato infatti esercizio da stravaganti perché la nostra cultura assimila il calcolo esclusivamente a quello matematico. Come se fossimo solo testa.

La narrazione ormai secolare del soggetto economico razionale, che massimizza le sue utilità, altro non è che la riduzione digitale dell’uomo economico analogico. Chiaro che nel tempo tale parodia, magnificamente esemplificata dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe scritto agli albori del pensiero economico moderno, abbia originato così tante ironie, senza che ciò abbia impedito che l’ego digitale si sia incistato nelle nostre società come un cancro silenzioso. Ne troviamo tracce ovunque: negli algortimi dei motori di ricerca, nella teoria dei giochi che di tali algoritmi è la matrice filosofica, nelle strategie di trading finanziario che potentissimi calcolatori attivano ventiquattro ore al giorno, nei modelli matematici sulla base dei quali vengono svolte le previsioni delle istituzioni economiche. Questo fantasma agisce inosservato e non conosciuto. Tanto è stato screditato nella teoria, il soggetto economico razionale, quanto è stato accreditato nella pratica, forte del fatto che costui trova nel mondo dei computer, che concepiscono solo zero e uno, il suo perfetto paradiso artificiale.

Se la teoria economica è un software sociale, si potrebbe dire che la sua prima release è stata codificata sul finire del XVIII secolo. Il primo programmatore riconosciuto, Adam Smith, ha iniziato la scrittura di un software che si è evoluto lungo tutto il XIX secolo, raffinandosi sempre più mano a mano che aumentavano i partecipanti. L’Economia 1.0 è stato un codice open source. La proliferazione di libri sui “principi economici” a cui si è assistito fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ha pochi precedenti in altre discipline. Tale proliferazione è durata per tutto il XIX secolo, man mano che gli sviluppi sociali richiedevano teorie capaci di legittimarli. Valga come esempio l’incredibile evoluzione della teoria delle banche centrali raccontata da Vera Smith nel suo The rationale of central banking del 1936.

Proprio negli anni ’30 del secolo scorso il codice ha conosciuto una seconda release principalmente in seguito agli scritti di J.M. Keynes il quale, muovendosi all’interno del paradigma funzionale dell’Economia 1.0 ha aggiunto una stringa di codice nella forma della teoria della domanda effettiva e nel suo presupposto: la piena occupazione. La ragione di questa evoluzione, che potremmo definire Economia 1.1, è nota: la necessità di uscire dalla crisi devastante degli anni ’30, il cui ricordo conforma ancora la nostra riflessione economica come la recente crisi del 2008 ha mostrato. Oggi sono tornati alla ribalta pensieri economici vetusti nel tentativo di comprendere il presente facendo leva sull’esperienza – unica nel suo genere – di quel tempo tormentato. Valga come esempio l’idea della stagnazione secolare, oggi molto discussa, che Alvin Hansen teorizzò nel 1937.

La release economica keynesiana propagandata dai suoi numerosi seguaci ne ha generata, a cominciare dal dopoguerra, un’altra, favorita stavolta dallo sviluppo matematico e da quello informatico. Tale passaggio è raccontato con estrema chiarezza nella testimonianza di chi l’ha vissuta. Fra i tanti vale la pena ricordare J.K Galbraith e la sua Storia dell’economia.

Nei prosperi 25 anni successivi al secondo dopoguerra, scrisse, “si sviluppò anche la formulazione matematica di rapporti economici (..). Ci fu anche una discussione continua circa l’utilità dell’economia matematica, spesso chiamata teoria matematica, discussione nella quale coloro che erano bravi nella scienza dei numeri adottarono un’opinione favorevole, mentre coloro che non avevano altrettanto talento abbracciarono un’opinione prudentemente sfavorevole verso ciò che non capivano. L’abilità matematica conseguì un certo valore obiettivo come condizione di ammissione alla professione di economista, un mezzo per escludere coloro che avevano solo un talento puramente verbale (…). Le formulazioni sempre più tecniche e la loro discussione sulla loro validità e precisione fornirono lavoro a molte migliaia di economisti, di cui ora c’era bisogno per insegnare l’economia in università e istituti secondari in tutto il mondo (..). L’economia matematica diede all’economia anche un aspetto professionalmente gratificante di certezza scientifica e di precisione, contribuendo utilmente al prestigio degli economisti accademici (..) Uno dei costi di questi vari servizi fu però l’allontamento di vari passi di questa disciplina dalla realtà. (..) Non tutti ma una gran parte degli esercizi matematici cominciavano con le parole: “supponendo una concorrenza perfetta” (..). Il secondo sviluppo di questi anni, un po’ posteriore e connesso al primo furono i modelli econometrici, un prodotto dei grandi progressi nelle tecniche di memorizzazione ed elaborazione dei dati (..) nessun altro sforzo economico, si può aggiungere, fu mai commercialmente così redditizio (..) La nuova fede nella previsione si diffuse però molto oltre i modelli econometrici (..) In quegli anni di prosperità si pensava che gli economisti fossero degni di fiducia (..) raramente nella storia erano state offerte con tanta sicurezza informazioni così discutibili. Le previsioni sono in realtà intrinsecamente inattendibili (..) le equazioni che connettono le variazioni al risultato si fondano su giudizi umani sostenuti dalla conoscenza statistica di rapporti del passato, inoltre molte fra le forze che danno l’avvio al cambiamento non possono essere previste (..)nondimeno a sostegno delle previsioni rimane la circostanza che aiutano a stabilire probabili grandezze a prendere decisioni entro l’ambito della plausibilità (..) una protezione significativa in un mondo di intensi conflitti burocratici”.

La teoria economica, in sostanza, si offrì come il migliore strumento predittivo al servizio del potere di turno apponendo il sigillo della scienza alle decisioni che incoraggiava a prendere. L’ennesimo tradimento dei chierici della ragione.

Il tutto maturò nel “crescente divorzio dell’economia dalla politica”. “Quella che nell’ultimo secolo era stata chiamata economia politica – aggiunge – fu chiamata dopo Marshall economia o dottrina economica e, nella ricerca di una reputazione seriamente perseguita come scienza, insegnamento economico e consulenza sulla politica economica furono separati sempre più gravemente dai controlli politici”.

Sul finire della sua lunga narrazione Galbraith notava (era la fine degli anni ’80) che “l’economia come disciplina ha un valore di sopravvivenza che non è connesso all’urgenza del problema economico. L’interesse egoistico accademico ed economico in senso più largo è intervenuto a sostenerne la forma tradizionale o classica e la sua apparente pertinenza (..) L’economia viene mantenuta nella tradizione classica o neoclassica prima di tutto dall’impegno intellettuale verso le idee stabilite. Questa è una costrizione molto forte. Ben pochi economisti sono disposti a rifiutare ciò che hanno accettato nella loro formazione (..) la resistenza è dovuta anche, come in passato, al desiderio di considerare l’economia come una scienza e in questo modo condanna l’economia all’obsolescenza (..) la fuga tecnica dalla realtà (..) da questo esercizio intellettuale chiuso sono esclusi intrusi e critici e, cosa più significativa, è esclusa anche la realtà della vita economica che non si presta ad essere replicata con gli strumenti della matematica (..) là dove è implicata l’economia, la storia è altamente funzionale. Non si può intendere il presente ignorando il passato”.

Questa lunga citazione, che credo riepiloghi seppure sommariamente l’epopea della teoria economica degli ultimi decenni ci fa capire che la release Economia 1.1 è arrivata alla sua versione 1.11. Non una vera e propria nuova release, non è stata pensata nessuna nuova idea sull’organizzazione sociale dagli anni ’30 – si pensi al perdurare della diatriba da liberalismo e socialismo – quanto piuttosto un suo affinamento funzionale a scopi intrinseci. La tecnica, anzi la congiura dei tecnici, ci ha consegnato una visione economica algoritmica che è sostanzialmente funzionale a qualunque disegno politico. Il potere, chiunque sia l’entità che lo incarni, troverà sempre un modello economico e un economista che sosterrà le sue tesi.

Detto ciò, questo software sociale non è ineludibile né immodificabile. Il codice, però, non è più open source come in passato. La congiura dei tecnici l’ha reso un software proprietario rendendolo incomprensibile, e quindi inaccessibile, a chi non appartenga alla congrega dei chierici. Quindi il nuovo software sociale, l’economia 2.0, dovremo iniziare a scrivercelo da soli, partendo dall’unica semplice domanda alla quale l’economia è chiamata a rispondere: come si può assicurare il benessere a una popolazione?

La risposta, altrettanto semplice, è: fornendo un potere d’acquisto alle milioni di persone che rischiano di non trovare lavoro sul mercato nei prossimi dieci-venti anni.

A questo problema gli economisti di professione rispondono come sanno: interrogando i loro oracoli informatici che incorporano decenni di teorie, ossia opinioni passate, e di statistiche, che sono per natura bugiarde. Quindi questi moderni chierici non hanno una risposta autentica: si limitano a ricombinare risposte vecchie a problemi nuovi. In fin dei conti solo sono dei portavoce del mostro che hanno generato.

Quest’ultimo, il mostro, era sorto per difenderci, ma adesso sentiamo che ci odia. Ricorda un mostro vecchio di secoli, anch’esso evocato da un sedicente sapiente per la protezione del suo popolo: il Golem.

E’ il caso di conoscerlo meglio.

(16/segue)

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Le metamorfosi dell’economia: Lo Stato prenditore


Con lo Stato dobbiamo fare i conti, ci piaccia o no, esaurendo questa preferenza l’ampio arco di possibilità economiche che va dall’entità onnipresente, che nessuno meglio del Leviatano di Hobbes ha descritto, allo stato strettamente necessario teorizzato da Adam Smith e poi novellato dall’ampia vulgata liberale.

L’alternativa fra uno stato pesante e uno leggero seduce da secoli il dibattito politico e, nel tempo, ha germinato un bipolarismo economico che si può schematizzare nella coppia socialismo/liberismo, se comprendiamo nello spirito socialista anche la sua declinazione comunista/collettivista. Questo bipolarismo economico si è incarnato nell’altro che ha segnato la storia politica occidentale, ossia quello fra sinistra e destra, che così tanto lavoro ha dato a generazioni di politici, studiosi, giornalisti e figuranti da cabaret.

Poiché sarebbe velleitario prescindere dalla nostra tradizione, che come tale conforma il nostro giudizio – anche questo che ci piaccia o no – dobbiamo accettare che questa dicotomia segnerà ancora a lungo il nostro dibattere, e al tempo stesso provare a fare astrazione ponendoci una semplice domanda: quale sarebbe la versione più auspicabile di stato che sia economicamente coerente con la visione che abbiamo delineato finora? Preciso meglio: non sono interessato a immaginare come dovrebbe essere uno stato in teoria, e quindi alimentare il secolare e noioso dibattito fra l’assolutismo democratico e la sua versione relativista, piuttosto come potrebbe essere in relazione al mondo economico che stiamo provando a immaginare

Per farlo dobbiamo tenere ripartire dalla domanda di base: qual è lo scopo dell’economia? Personalmente tengo presente l’insegnamento di Sismondi e di alcuni altri fra i primi economisti: lo scopo dell’economia è il benessere della popolazione, pur nelle diversità delle sue articolazioni sociali. Un pensiero semplice per un compito assai difficile.

Se concordiamo su questa premessa, dobbiamo risponde alla seconda domanda: qual è il ruolo che uno stato deve interpretare per favorire il benessere della popolazione?

Per provare a rispondere, partiamo da ciò che dovrebbe mettere d’accordo tutti, ossia ciò di cui lo Stato dovrebbe occuparsi. Attingo da Adam Smith, costante riferimento di queste pagine per la semplice ragione che è stato un iniziatore sistematico al pensiero economico, e quindi un punto di partenza ideale dal quale la teoria ha iniziato a dipanarsi nei secoli.

Nella Ricchezza delle nazioni, al libro quinto, Smith tratta proprio del tema Le entrate del sovrano e della repubblica. I primi capitoli sono dedicati a ciò di cui il sovrano (o la repubblica) deve occuparsi. In primis il nostro amico scozzese mette la difesa esterna, quindi l’esercito, impiegando pure diverse pagine, peraltro assai gustose, per spiegare motivi e origine di tale necessità. Poi tocca alla magistratura, ossia alla difesa dell’ordine interno, a cominciare dai diritti di proprietà, ovviamente, che almeno da un secolo attiravano l’attenzione dei filosofi.

Prima di passare al punto successivo, facciamoci una domanda: cosa hanno in comune l’esercito, o la sua declinazione interna, ossia la polizia, e la magistratura? La risposta è ovvia: sono un’emanazione del principio della titolarità esclusiva dell’uso della forza che caratterizza l’essenza dello stato. Quest’ultimo è tale perché ha il diritto di usare la forza contro un nemico esterno o un delinquente interno, e ha anche il diritto di giudicarlo e condannarlo per il tramite della sua magistratura che, ricorda Smith, è nata da una costola del sovrano non appena, procedendo l’evoluzione sociale, quest’ultimo si accorse di non avere tempo né voglia di occuparsi delle beghe dei litiganti.

Ciò spiega perché tutti, anche i liberali più arrabbiati, concordano che l’uso della forza sia una di quella cose che non si possono privatizzare, e quindi deve rimanere appannaggio dello stato. In sostanza, esercito, polizia e magistratura sono tutte cose che, almeno da Smith in poi, sono considerate appannaggio statale. Lo Stato quindi le le organizza e le gestisce.

Una derivazione interessante del principio della forza della stato è quello di battere moneta. “Lo stato ha credito”, ricordava Ezra Pound nel suo libello L’Abc dell’economia. Ma tale credito gli deriva dalla sua capacità di imporre la tassazione, sempre grazie alla coercizione, derivata dall’uso della forza, che può infliggere ai suoi cittadini. E’ utile ricordare che tale occorrenza è alla base del credito di cui godono il debito e la moneta statale. Quest’ultima lo stato contemporaneo non la gestisce più direttamente, avendo trovato più conveniente per una serie di ragioni, che qui non rilevano, affidarla alla sua banca centrale. E tuttavia il principio della sovranità monetaria, che tanto appassiona i nostri contemporanei, è una semplice derivazione del potere costituente di uno stato: la sua forza e la sua capacità di applicarla, dalla quale dipende il suo credito. Uno stato debole, che può voler dire avere poca forza o non saperla applicare, implica poca credibilità e quindi debito più caro e moneta svalutata.

Il terzo campo di applicazione dell’attività statale, sempre secondo Smith, è quello di alcuni lavori pubblici, anche se con molti caveat e col presupposto che le opere dovrebbero in qualche modo ripagarsi da sole gravando sui soggetti che ne fruiscono e in una logica federale. E tuttavia, scrive Smith “terzo e ultimo dovere del sovrano è erigere e mantenere quelle istituzioni e quelle opere pubbliche che nonostante possano essere estremamente vantaggiose a una grande società sono tuttavia di tale natura che il loro profitto non potrebbe mai ripagare la spesa a un individuo o a un gruppo di individui e che pertanto non ci si può aspettare che possano erigerle o mantenerle”. Oltre alle opere pubbliche, in particolare, lo stato dovrebbe occuparsi di “facilitare il commercio della società e promuovere l’istruzione della popolazione”.

Perché proprio il commercio e l’istruzione? I lettori di Smith lo sanno già, ma mi perdoneranno un breve riepilogo a vantaggio degli altri. Il commercio è ciò che facilita lo scambio, lo scambio è ciò che esalta e motiva la divisione del lavoro e quindi la sua logica conseguenza, ossia che una nazione si specializzi in qualcosa e lo venda a un’altra, più brava a produrre qualcos’altro che in cambio gliela fornisce. La divisione del lavoro, inoltre, è la garanzia migliore per avere una produzione crescente, e di conseguenza un reddito in aumento. Ciò che oggi chiamiamo la crescita economica.

L’istruzione è ciò che favorisce l’accumulazione di quello che i contemporanei definiscono capitale umano. Forma lavoratori più produttivi, per sintetizzare. Quindi favorire il commercio e l’istruzione significa in sostanza fare crescere la ricchezza nazionale e quindi rafforzare la sicurezza sociale che deriva da un benessere diffuso.

Il motivo economico, d’altronde, è comune anche alle altre attività dello stato: ossia la difesa, interna ed esterna, e l’amministrazione della giustizia. Avere protezione dagli aggressori o dai malfattori significa poter produrre con maggiore tranquillità e sapere che un giudice sbatterà in galera qualcuno che provi a derubarmi.

Si può ulteriormente sintetizzare così: ciò che lo stato deve fare per favorire la ricchezza della nazione è garantire la sua sicurezza economica.

Immaginiamo adesso che lo stato tenga un bilancio con un dare e un avere. Per dare sicurezza economica lo stato deve avere le risorse necessarie. Ed ecco il senso del principio della tassazione. Lo stato deve poter prendere, facendo leva sul suo potere coercitivo, per poter dare.

Purtroppo per ragioni storiche, l’importanza del ruolo dello Stato prenditore ha finito con l’essere eclissata dall’altra: quella dello stato imprenditore, frutto del disastro degli anni ’30 e ancora persistente Moloch nel dibattito pubblico. Ciò non vuol dire che nel frattempo gli stati non abbiano preso dai loro cittadini: al contrario. La tassazione non è mai stata così elevata. Ma vuol dire solo che l’attenzione di tutti si è concentrata più sull’efficienza dell’erogazione statale, e sulle sue aree di intervento, piuttosto che sulla sua funzione principale senza la quale lo stato semplicemente non può funzionare: quella di prenditore appunto.

Prima che pensiate che credo che le tasse siano una cosa bellissima, come disse un defunto ex ministro, preciso che non sono le tasse ad essere una cosa bellissima, ma ciò che con le tasse si può realizzare. Lo stato prenditore è il pre-requisito affinché lo stato possa riuscire a garantire la sicurezza economica, e quindi il benessere, della sua popolazione.

Per diversi decenni si è pensato che sarebbe stato sufficiente fare evolvere lo stato prenditore in imprenditore per garantire tale sicurezza. E’ stato ripetuto che lo Stato dovesse in qualche modo completare il mercato, anche in maniera antagonistica se necessario, per rimediare alle sue imperfezioni. Ma la storia ci ha mostrato che è stata solo una facile scorciatoia e a volte le scorciatoie finiscono col portarci lontano da dove volevamo arrivare. Non credo che i teorici dell’interventismo statale nell’economia di mercato volessero condurci dove siamo adesso. Si è trattato di una scorciatoia, appunto. Percorrere la strada lunga è difficile. E’ molto più facile (e comodo), per lo stato, assumere un lavoratore che procurare a un cittadino potere d’acquisto e, di conseguenza, favorire il suo benessere economico.

Facciamo un esempio. Abbiamo visto che Smith assegna una funzione pubblica all’istruzione, e credo che pochi non sarebbero d’accordo. Nessuno stato degno di questo nome può trascurare l’educazione e la formazione della sua popolazione, e non certo solo per ragioni economiche. Ma questo vuol dire che lo stato debba per forza aprire delle scuole e assumere degli insegnanti? Non necessariamente. E’ solo un modo per accorciare il percorso per raggiungere l’obiettivo, ossia lo svolgimento da parte dello stato di questa sua funzione pubblica: garantire che tutti abbiano un’istruzione, fissando dei criteri e delle regole, reperire le risorse necessarie e favorire la nascita di strutture adatte allo scopo. E non c’è ragione che queste strutture siano di sua proprietà. In questo quadro, la funzione di prenditore è molto più importante di quella di imprenditore scolastico.

Ciò anche per un semplice principio di economia delle risorse: uno stato che concentri la sua attenzione sul lato della gestione dell’avere del suo bilancio potrà garantire molto meglio tale funzione di uno che si disperda in campi di attività che non richiedono un suo impegno diretto. Per tornare al nostro esempio, sarebbe forse più utile, anziché assumere insegnanti, assumere ispettori del fisco e studiosi di scienza della finanze.

Seguendo questo ragionamento, e tenendo presente il nostro obiettivo – ossia il benessere della popolazione e ricordando che ciò implica la sicurezza economica – risulta evidente che nel mondo che stiamo provando a immaginare lo stato dovrebbe limitare la sua funzione di gestore diretto ai campi che gli sono strettamente consoni, ossia la sicurezza interna ed esterna. Dove, vale a dire, esprime compiutamente il suo diritto esclusivo all’uso della forza. E poi dovrebbe occuparsi assai più di adesso di come reperire risorse: raggiungere l’eccellenza nella sua funzione di prenditore.  Dopodiché fissare un semplice obiettivo: restituire queste risorse alla società per beneficiarla.

Ed è qui che il gioco diventa interessante. E complicato.

(12/segue)

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Le metamorfosi dell’economia: la nuova ricchezza


Ricordo come un sogno allucinato il tempo della new economy dei primi 2000, quando pletore di prezzolati vollero convincere il mondo che si era all’alba di un’era dove la rivoluzione tecnologica avrebbe reso del tutto superflui concetti antichi come quello secondo il quale un investimento debba generare un reddito per essere ripagato. Già da allora malato d’economia, seguivo col fiatone le scorrerie plurimilionarie di sedicenti aziende che venivano scoperte, quotate, arricchite e poi svuotate allorquando i finanziatori si ricordavano che non basta una buona stampa per avere successo negli affari. Servono i flussi di cassa, e di quelli solo pochissimi ne videro e comunque largamente insufficienti a soddisfare le aspettative degli investitori.

Poi il mondo scoprì che era tutta una bolla, modo educato per non dire che era una truffa, e che la new economy somigliava alla passione per i tulipani dell’Olanda del XVII secolo: una follia. E per uno che ci ha guadagnato – conosco un tale che è riuscito a comprarsi casa con la plusvalenza realizzata in una settimana mettendo tutti i suoi soldi su non so quale e-company che si andava quotando – milioni ci hanno perso, e ancora piangono.

Sicché capirete con quanta prudenza oggi possiamo usare il termine Nuova economia, che peraltro evoca legioni di fantasmi che attraversano tutto il Novecento. Anzi, non possiamo usarlo. Se lo usassimo evocheremmo, ultima della lista, la straordinaria ubriacatura di quindici anni fa e il senso del discorso ne uscirebbe falsato. Tanto più che non ci serve una nuova economia. Quel che ci occorre è una metamorfosi della vecchia, che ampli le nostra vedute fino a includere ciò che è evidente eppure rimane inosservato. La metamorfosi dell’economia, come ho detto altrove, passa per una sostanziale rielaborazione dei significati delle parole dell’economia non da un loro diversa modalità applicativa.

La prima parola che dobbiamo rielaborare è ricchezza. E non è certo un caso se inizio da questa. Adam Smith, che la vulgata accredita come l’iniziatore accademico della teoria economica, scrisse il suo capolavoro nel 1776 e si intitolava proprio La ricchezza delle nazioni. Perché già da allora – ma in realtà assai da prima – era questo lo scopo dichiarato della ricerca economia: l’accumulazione della ricchezza. Che Smith la riferisse alle nazioni era un lascito culturale dei primi economisti, ad esempio i mercantilisti, che cercavano metodi per rendere potenti le nazioni dove vivevano, potendo così quest’ultime proteggere i traffici dei mercanti con la spada dell’esercito. Ma, mutatis mutandis, la ricchezza delle nazioni non era poi così diversa da quella cui potevano aspirare gli individui. Bastava seguire le stesse regole.

Prima di Smith, e basta ricordare l’opera di Thomas Mun, mercante inglese del XVII secolo divenuto poi autore di un libro ormai dimenticato (England’s Treasure by Foreign Trade), la ricchezza di una nazione si diceva dipendesse essenzialmente dalla quantità di metallo prezioso, oro ma soprattutto argento, che un paese riusciva a cumulare grazie al commercio estero. Il denaro per questi primi economisti, come ha spiegato egregiamente Sombart nel suo Il Capitalismo moderno, era una sorta di materia prima capace di alimentare la fornace della produzione. Un driver, diremmo oggi. Ricchezza in atto e produzione in potenza, direbbe un aspirante filosofo.

La mania per i metalli preziosi crebbe notevolmente una volta che questi cominciarono ad affluire copiosi dal nuovo mondo, determinando una notevole crescita dei prezzi, di cui per primo diede spiegazione Jean Bodin nel celebre (quanto poco letto) libro La risposta ai paradossi di Malestroit. Prima di allora la ricchezza era collegata a quella che Verga chiamerà “la roba”: terre, animali, uomini. I ricchi erano innanzitutto possidenti, e per lo più aristocratici. Neanche la rivoluzione mercantile e bancaria dell’Italia del basso medioevo aveva cambiato questa consuetudine. Bisognerà arrivare alla formazione degli stati nazionali perché la teoria mercantilista allarghi la concezione della ricchezza collegandola esplicitamente al metallo prezioso, nel senso che abbiamo visto.

Con Smith l’economia conosce una nuova e determinante evoluzione che dura sostanzialmente fino ai nostri giorni. La ricchezza di una nazione, spiegò Smith, dipendeva essenzialmente dalla sua produzione, derivandosi da essa i redditi della collettività secondo l’equazione che farà più tardi Say con la sua celebre e mai passata di moda legge degli sbocchi. “Il reddito annuale di ogni società  – scrive Smith – è sempre esattamente uguale al valore di scambio di tutto il prodotto annuale della sua industria, o meglio si identifica esattamente con il suo valore di scambio. Perciò (..) indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore (..) contribuisce a massimizzare il reddito annuale della società”. E quindi la ricchezza, che perciò dipende principalmente dalla produzione industriale.

Oppure quest’altro passo, preso sempre dal libro di Smith: “E’ la grande moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti arti, in conseguenza della divisione del lavoro, a dar luogo in una società ben governata a quell’universale opulenza che si estende fino alle classi sociali più basse”. Qui troviamo già cenno del principio del lavoro come fonte del valore, anch’esso ereditato dalla tradizione mercantilista, e quindi della ricchezza, ma in quanto capace di trasformare qualcosa in un prodotto. Ossia ciò che è vera ricchezza.

Smith d’altronde scriveva agli albori della rivoluzione industriale e quindi la sua riflessione non poteva che risentirne, essendo il discorso economico null’altro che una rappresentazione dello spirito del tempo.

Il mito della produzione come fonte della ricchezza, però, dura tuttora, ma solo nella rappresentazione stilizzata della realtà: quella delle statistiche e dal dibattito sociale più o meno sensato.

Al contempo però, in consessi più esclusivi, sta crescendo la consapevolezza che l’origine della ricchezza si stia localizzando altrove. L’eredità della vecchia new economy, a parte i debiti che ha lasciato sul suo cammino, consiste sostanzialmente nell’aver diffuso la comprensione che le nuove tecnologie hanno spostato la capacità di creare ricchezza dalla fabbrica dei beni a quella delle idee.

Oggi la fonte della nuova ricchezza è rappresentata da beni immateriali, come i brevetti, le licenze, il copyright. E il fatto che l’Ocse nell’agosto scorso abbia aggiornato un documento saliente in tal senso (Enquiries into intellectuale property’s economy impact) mostra che tale consapevolezza sia ormai matura per traslocare pienamente nel pensiero economico applicato, pur se con tutte le difficoltà che la nostra consuetudine deve affrontare per assimilarle.

Ciò non può che avere conseguenze determinanti, sia sul versante fiscale che su quello occupazionale.

Ma questa è una storia ancora tutta da raccontare.

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Sei milioni di salari inglesi sono sotto la soglia di sussistenza


Mi fa un certo effetto che si parli di living wage nel Regno Unito, che traduco come salari di sussistenza, traviato come sono da studi giovanili maldigeriti di economia politica, che subito mi riportano ai padri di questa disciplina: Smith, Ricardo Malthus. Ripesco nella mia memoria e ricordo di come questi illustri pensatori discettavano, pur con le dovute differenze, sull’opportunità che i salari dei lavoratori di una società capitalistica, quindi perfettamente concorrenziale e perciò idilliaca,  è opportuno si tenessero a livello di sussistenza, ossia sufficienti a consentir loro di vivere, per le più svariate ragioni che non sto a riepilogarvi perché adesso ci interessano poco.

Quello che ci interessa è osservare come la contemporaneità ci abbia condotto a un esito che neanche i papà dell’economia avevano ponderato, pur nella loro immensa fantasia, ossia che il mito della produzione ormai generi corrispettivi per chi lavora nemmeno sufficienti a farli sopravvivere. Persino Malthus sarebbe inorridito.

In questa fase pre-classica, o post capitalista se preferite, il lavoro dell’istituto di statistica britannico è prezioso perché inonda di luce cristallina l’esito della nostra modernità. Ci informa, per cominciare, che volenterosi studiosi hanno elaborato una misura del salario di sussistenza, iniziativa promossa dalla Living Wage Foundation e dal sindaco di Londra. E ci ricordano che anzi tale misura verrà estesa costruendo un nuovo indicatore, il National living wage, che il governo inglese ha annunciato presentando il suo budget estivo, purtroppo ancora non disponibile.

Ma fa nulla. I dati diffusi dell’ONS sono abbastanza eloquenti per capire di cosa si tratti. La prima notizia meritevole di menzione è che la proporzione dei lavoratori che guadagna meno della paga di sussistenza è cambiata notevolmente negli ultimi anni. Chi conosce l’evoluzione del mercato del lavoro britannico certo non si stupirà. E tuttavia leggere che nel 2014 c’erano circa sei milioni di salari che stavano sotto il livello di sussistenza mi sembra rimarchevole. E’ utile ricordare che questo indicatore è stato costruito per calcolare il costo minimo della vita a Londra o fuori Londra.

Un grafico mostra che ormai la percentuali di coloro che hanno una paga inferiore alla sussistenza sfiora a Londra il 20% mentre svetta verso il 25% nel resto del Regno Unito, in decisa accelerazione dal 2010. Ciò vuol dire che un lavoratore su quattro, in media, sta sotto il living wage.

Interessante, poi, notare la divaricazione crescente fra l’andamento del salario di sussistenza, che in termini reali è cresciuto del 3% fra il 2008 e il 2014, e la mediana della paga oraria, che sempre fra il 2008 e il 2014, è diminuita del 10% sempre in termini reali. Una situazione che un grafico mostra in tutta la sua eloquente chiarezza. Significa che mentre aumenta il costo minimo della vita, diminuisce e assai di più la paga. Il che, ne converrete, è alquanto scoraggiante.

Se guardiamo alle popolazioni, scopriamo che nel 2014 in situazione di salario inferiore alla sussistenza si trovavano il 16% delle retribuzioni dei lavoratori maschi a Londra e il 18% fuori, mentre le percentuali per le lavoratrici salgono rispettivamente al 22% e al 29%. Inoltre che il 48% dei lavoratori fra i 18 e i 24 anni londinesi stavano in questa situazione e il 58% fuori Londra. I giovani sono sempre quelli più penalizzati, evidentemente. Ma neanche agli anziani va così bene: nella classe fra i 55 e i 64 si sfiora il 20% fuori Londra mentre per gli ultra sessantacinquenni si supera il 30%.

Se dal chi passiamo al dove, scopriamo che il 60% di questi lavoratori sotto la sussistenza sono impiegati nel settore dei servizi di vendita e customer satisfaction, o nel settore della ristorazione o delle pulizie e che la quantità di lavoratori sottopagati nel settore privato è quasi tripla rispetto a quella del settore pubblico. Il che consente di apprezzare una delle conseguenze finora poco osservata della discussa rivoluzione che ha interessato il lavoro inglese.

Infine, possiamo osservare che la qualificazione gioca un ruolo determinante. Le cosiddette “occupazioni elementari”, quindi low skill, sono quelle dove si concentra questa situazione. A Londra oltre il 70% di chi ha un lavoro del genere ha un salario sotto il livello di sussistenza.

Quindi nella patria di Smith, Ricardo e Malthus, una porzione sempre più ampia di lavoratori non guadagna abbastanza per vivere. Però, dicono tutti, l’economia britannica va bene.

Dimenticano di ricordare per chi.

Genealogia del Pil – Il trionfo della volontà (statale)


In mano ai regnanti moderni, l’aritmetica politica, che più tardi diverrà economia politica tout court, si rivela arma migliore del cannone per dominare i popoli e vessarli (con le imposte).

La politica di potenza degli stati europei trova negli astrusi calcoli degli economisti il lievito ideali per freddi sogni di gloria pesati sulla bilancia del commercio, che tanto più è florida tanto più conferma tali astruserie.

L’economia perciò è politica, sin dal suo sorgere. E solo un occhio ingenuo potrebbe sfogliarne i testi senza tener conto che tutti costoro, i primi economisti e anche i secondi, in un modo o nell’altro furono e sono legati al declinarsi periclitante della potenza statale e ai suoi sussidi, siano essi cattedre, consulenze o munifiche sponsorizzazioni per alti fini di ricerca.

Petty, perciò, fu solo il primo di molti e non sarà l’ultimo.

Occorse tuttavia una lunga strada, e sempre peggiori guerre, per arrivare a quello che oggi conosciamo come Pil, dovendosi aggiungere a queste guerre anche le inspiegabili (eppure commentatissime) depressioni nelle quali l’economia internazionale talvolta indulge.

Nel corso del secolo XIX si gettarono le basi dell’evoluzione contabile del prodotto nazionale. Dall’epoca di Adam Smith, che escludeva dal computo del reddito nazionale le professioni e i servizi, si passò a quella di Alfred Marshall, inglese anch’egli e matematico di formazione, che iniziò a discorrere sul finire del secolo, dell’opportunità di inserire nel calcolo del prodotto anche coloro i quali non producevano nulla che fosse smithianamente misurabile. Ossia che generasse valore aggiunto. Il cantante, per dire, o l’avvocato, che nella visione di Smith non producevano ricchezza, pur rappresentando un valore economico, ma la consumavano.

Nell’Inghilterra di Smith, infatti, erede della tradizione fisiocratica, solo l’agricoltura produceva valore, aggiungendosi a quest’ultima il lavorio dell’industria, del commercio e dei trasporti. Si era agli albori della rivoluzione industriale, d’altronde, e ceti emergenti chiedevano di essere rappresentati, persino nella contabilità.

Che la trovata di Marshall corrispondesse a una precisa visione del mondo inglese, e più tardi americana, è chiaro agli studiosi di questa materia. Basti ricordare che la definizione di prodotto netto elaborato dalla Russia sovietica fosse assai più simile a quella di Smith, che di Marx sulla questione era stato grande ispiratore, che non a quella di Keynes. Così come  è chiaro che l’impero inglese, facendosi vieppiù potente, necessitasse di rappresentare la sua volontà di potenza anche nell’arido campo della statistica economica.

E quale miglior modo se non aggiungendo al calcolo del reddit0 anche i servizi? Gonfiandosi il reddito si mostrano i muscoli, né più né meno di come facciano certe bestie gonfiando il petto.

Ecco che l’ombra del Pil, l’indice che tutto comprende, segna il definitivo affermarsi del trionfo della volontà degli stati.

Riducendo tutto a contabilità, lo Stato allarga insieme la sua volontà di controllo e la base imponibile. Che poi significa assegnarsi d’imperio il diritto a decidere chi debba guadagnare e in che quantità il soldi esatti dalle tasse.

Ma questo trionfo della volontà statale, che verrà chiamato pudicamente “politica redistributiva del reddito” vedrà la sua epifania solo nell’America di Roosvelt per europeizzarsi, ovviamente, tramite l’Inghilterra nel secondo dopoguerra grazie al decisivo influsso di Keynes.

Il New Deal, ha scritto qualcuno, fu la variante americana di quello che i fascismi fecero in Europa: spesa pubblica a sostegno del reddito, banche sotto tutela statale, protezionismi e dazi. Peraltro con meno efficacia economica di quanto i fascismi europei avevano ottenuto, se si confrontano – per dire – i dati macroeconomici americani con quelli nazisti.

Ma fu sotto il New Deal che l’intervento dello Stato nell’economia fu finalmente digerito e assimilato. Ne abbiamo visto tanti esempi, nel corso del nostro viaggio, e abbiamo anche scoperto come certe pratiche nate in quel periodo siano ancora assolutamente attuali.

Ebbene:  il Pil, anche se pochi lo sanno o lo ricordano, completa l’arsenale americano messo in campo dal governo per sconfiggere la depressione degli anni ’30. Diede un calcio di incoraggiamento al prodotto: ampliandolo.

Ciò che l’economia depressa degli anni ’30 non poteva più garantire, il reddito, l’avrebbe garantito lo Stato. Ma perché ciò fosse visibile occorreva che tale progresso “economico” fosse misurabile e misurato.

Il nuovo araldo del principe fu individuato in un erudito economista ebreo nato in Bielorussia ed emigrato negli Stati Uniti poco più che ventenne: quale sintesi esemplare dell’epopea novecentesca del Capitale.

Il suo nome era Simon Kuznets.

Pochi ricordano questo una volta celeberrimo economista insignito del Nobel nel 1971. Nella sua lunga carriera, cominciata nei primi anni ’30, quando entrò nel NBER, si occupò di talmente tante cose e per così tanti soggetti che raccontare la sua biografia diventa defatigante.

Ai nostri fini, tuttavia, ci interessa un periodo particolare della storia di Kuznets: quello che si consumò fra il 1931 e il 1934, quando assunse la responsabilità di coordinare il progetto che il NBER stava svolgendo per il Dipartimento del Commercio americano, che era alla disperata ricerca di un nuovo indice capace di rappresentare al meglio le esigenze di crescita dell’America di Roosvelt.

Cercavano un indice capace di registrare i progressi del’economia, sedotti dal pensiero magico delle aspettative che si autorealizzano. Quanto più l’indice avesse raccolto e fotografato, tanto più il New Deal sarebbe stato non più un sogno, ma una solida realtà.

La volontà dello Stato, di conseguenza, non poteva né doveva farsi limitare dalla statistica. I pudori dei miti economisti, condannati a doversi guadagnare il pane, dovevano necessariamente farsi da parte.

Nel 1934 il 33enne Kuznets presentò al Congresso americano il suo primo calcolo del Pil, inaugurando la lunga e felice vita a quest’indicatore. Mai certo avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato una divinità, questo indice, anche perché ben ne conosceva i limiti e le complicazioni, come pure provò a spiegare ai burocrati del ministero guadagnandoci solo un prematuro divorzio.

Si ripete, anche per Kuznets, il destino del saggio che pensa d’istruire il regnante, dimenticando che l’istinto animale del sovrano mal si accorda con le aeree astrazioni del pensiero razionale, giudicandole infine manifestazioni invertebrate di una volontà di potenza ancora immatura. E forse è davvero così.

Kuznets, insomma, a un certo punto abbandona il suo Pil, quasi rinnegandolo, come si conviene ad ogni studioso che, ricercando, abbia scoperto di aver dischiuso un vaso di Pandora. Fugge terrorizzato dall’icona totalitaria che aveva contribuito a creare giudicandola ben lungi dal poter rappresentare la ricchezza di una nazione. “E’ difficile capire – scriverà – perché il prodotto netto di un’economia debba includere non solo il flusso dei beni ai consumatori finali ma anche il costo aumentato delle attività governative”.

Difficile da capire per lo studioso, ma non per l’economista politico, genìa ormai in predicato di potenza. E non sarà certo un caso che a chiudere il cerchio statistico saranno ancora una volta gli economisti inglesi, figli di Petty ma soprattutto di Keynes.

Forti dell’eredità di Keynes,  tutta una generazione di economisti inglesi confeziona la nuova equazione del reddito (Y), dove innanzitutto la spesa statale G entra di diritto nel computo, aggiungendosi a C (consumi) e I (investimenti).

Coevo di Kuznets, Colin Clarke era inglese infatti. Chimico di formazione, quindi in origine scienziato puro come Marshall e perciò facile alle seduzioni dell’oggettività, scopre la sua vocazione più autentica con la tavola degli elementi del reddito, che compone in un indice sostanzialmente simile a quello del collega americano.

Il suo sforzo era teso a aggregare in un’unica variabile tutte le informazioni di un sistema economico in un determinato periodo di tempo. Il tutt’uno scientifico che promette, una volta conosciuto, l’eldorado di una felicità alla portata di tutti, di cui è sostanzialmente compito dello Stato occuparsi.

Ed ecco “Le condizioni del progresso economico”, come si intitolò il più celebre lavoro di Clarke pubblicato nel 1940.

E un anno dopo, gli ultimi dioscuri della contabilità nazionale, Richard Stone e James Meade, contribuirono, meritandosi per l’occasione un Nobel qualche decennio dopo, a un testo fondamentale pubblicato dal Tesoro inglese (guarda il caso). Il libro si intitolava “An analysis of the source of war finance and an estimate of the national income and expenditure in 1938 and 1940”.

La novità di quel testo fu che per la prima volta il bilancio statale entrò a far parte della contabilità nazionale.

Ecco l’economia di guerra che genera l’economia del dopoguerra che così tanta fortuna ha portato ai politici europei, a cui fu finalmente concesso di distribuire i soldi delle tasse secondo personalissime visioni del mondo.

Fino a quando l’economia del  dopoguerra degenera in una nuova economia di guerra, ossia basata su un indebitamento crescente che finisce con lo scaricarsi sui bilanci statali direttamente o per il tramite delle banche centrali. Ma questa è già cronaca.

Prima di arrivarci è utile ricordare che è l’eredità keynesiana a generare il sistema normalizzato della contabilità nazionale. Il lavoro di Stone è la base del national account americano.

Secondo questa visione del mondo alla crescita del prodotto contribuiscono le imprese, le famiglie, la pubblica amministrazione e il resto del mondo.

Gli economisti costruiscono lo strumento, il politico lo suona e la statistica scrive lo spartito. Inizia il concerto della contabilità nazionale che, per funzionare, come abbiamo visto, deve essere quanto più internazionale possibile. La parzialità mal si addice a chi tenda all’assoluto.

Nel 1953 viene pubblicata la prima versione del System of national account, che l’Onu pubblico in versione finale nel 1968. Per colmo di ironia, nell’anno della sedicente grande rivoluzione, si aggiornava il sistema della grande omologazione: la contabilità nazionale dei paesi del blocco occidentale.

Sette anni dopo , nel 1975, fu codificato dall’ufficio statistico dell’Onu il Sistema di statistiche demografiche e sociali, sempre grazie al determinante contributo di Stone, che si vide assegnare il Nobel nel 1984.

Più tardi, nel 1993, quando ormai il processo di omologazione era in fase di avanzato consolidamento un trust di cervelloni dell’Onu, del Fmi, dell’Ue dell’Ocse e del Wto, aggiornò il sistema di contabilità nazionale.

E così arriviamo all’alveare statistico dei giorni nostri che tutti abitano senza neanche saperlo né conoscerlo, celebrando il trionfo della volontà.

Statale.

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La radice sempreverde del mercantilismo europeo


La persistenza della memoria, nella nostra affannata Europa, potrebbe figurarsi in mille vezzi e altrettanti tic. Uno in particolare, tuttavia, merita di essere raccontato con un qualche principio di accuratezza, giacché si è mostrato, nella nostra storia economica, il più persistente di tutti i vezzi e il più diffuso dei tic: il mercantilismo. La nostra radice, si potrebbe dire, che ancora ai giorni nostri genera fioriti virgulti.

Tutti quelli che frequentano le pagine dell’economia sanno quanto sia sfuggente definire compiutamente un movimento di pensiero, peraltro a-sistematico come era il tempo in cui è stato formulato, che affonda le sue radici proprio all’origine del pensare economico europeo, coincidente, non a caso, con l’affermazione degli stati nazionali. Purtuttavia, dovendo discorrerne, commetterò l’errore di semplificare per darne un’idea sintetica, e quindi necesariamente monca.

La sostanza è che la ricchezza delle nazioni, per usare l’espressione cara a Smith, omonima del libro dove criticò per ogni dove proprio la pratica mercantilista, derivava, per tali teorici, dall’aumento delle esportazioni e la diminuizione delle importazioni, quindi da un saldo crescente della bilancia commerciale come manifestazione economica del principio di potenza statale. Tale modo di pensare caratterizzò l’Europa fra il XVI e il XVIII secolo, conducendo a guerre di ogni tipo, commerciali, tramite l’imposizione di dazi, o guerreggiate. Perché un’altra caratteristica del mercantilismo era quella di poggiarsi a uno stato forte e bellicoso, procacciatore di territori dove mercanteggiare da posizione di forza.

Come esempio pratico ed eloquente, valga quello del primo Navigation Act inglese del 1651 o giù di lì, uno degli atti mercantilisti più noti, che finì col condurre alla prima guerra con gli olandesi, che proibì l’importazione di materie prime dalle piantagioni di Asia, Africa e America a meno che non viaggiassero a bordo di navi inglesi. La norma fu reiterata negli anni successivi e basta da sola a spiegare quale sia la logica di questa teoria: proteggere la produzione nazionale grazie a un fattivo supporto statale.

Lo stesso Smith giudicò il Navigation act uno strumento appropriato per difendere l’interesse nazionale, pur tessendo l’elogio del libero commercio.

Senonché Smith scriveva un secolo dopo la legislazione sulla navigazione, in piena fioritura dell’impero inglese. Ed è sicuramente facile essere liberali quando ci si candida a divenire potenza egemone. E quando, qualche anno dopo, Ricardo elaborò la teoria dei vantaggi comparativi, fu tutt’uno arrivare all’ortodossia del commercio libero, laddove ogni paese si specializzava in quello che sapeva fare meglio, per la gioia di tutti, mentre la mano invisibile trasportava le merci nel migliore dei modi possibili (e l’Impero inglese accumulava rendite).

Ci sarebbe da scrivere a lungo sul presupposto imperiale, e vagamente filisteo, di tale filosofia. Notando magari come anche l’altro impero, quello americano, erede di quello inglese, si sia affrettato a metter dazi e fare protezione mercantilista della propria bilancia commerciale non appena conquistata l’indipendenza. Per tacere dei dazi imposti al mondo dopo la crisi del ’29. Salvo poi, dalla metà del XX secolo, divenire a sua volta il campione del liberalismo del blocco occidentale, però comunque sussidiato dal denaro pubblico e incoraggiato dai cannoni.

E che dire di Keynes, che nel terribile 1933, quando gli effetti della deflazione ormai stavano rosicchiando le economie globali, elogiava la pratica mercantilistica decisa da Roosvelt. “Sono stato educato, come tutti gli englishman a rispettare il free trade – scrive fra l’8 e il 15 luglio in un saggio – . ma simpatizzo con quelli che ridurrebbero al minimo gli intrecci economici tra le nazioni. Lasciamo che le merci siano fatte in casa, nel caso in cui sia ragionevolmente possibile e soprattutto rendiamo la finanza un affare primariamente nazionale”.

Abbandoniamo la storia (ma ne riparleremo) e torniamo a oggi. E più precisamente a una istruttiva riflessione pubblicata di recente dalla Banca centrale europea intitolata “The rise of China e India: blessing or curse for the advanced countries?”

Gli economisti della Banca centrale sono provvisti dell’opportuno (e astruso) arsenale di equazioni per arrivare a conclusioni che è utile, ai fini del nostro ragionamento, riepilogare.

Il paper si preoccupa di analizzare il rapporto fra la crescita drammatica dell’export di Cindia degli ultimi anni e il livello di ricchezza dei paesi avanzati, e, segnatamente degli effetti sulla crescita dell’occupazione.

Tralascio le premesse tecniche relative alla costruzione del modello perché sono sicuro che nessuno di voi avrà voglia di perderci tempo. Ricordate però che le conclusioni di una ricerca dipendono sempre dalle premesse: ne sono una semplice conseguenza logica. Ed è nella premesse che si annida il punto debole di ogni teoria.

Detto ciò, vediamo cosa deduce il nostro autore. I punti salienti sono tre: la competizione per conquistare quote di importazioni da Cina e India ha un effetto positivo sui paesi avanzati. La prospettiva di vendere in questi mercati, vale a dire, è un potente stimolo per la ricchezza delle nazioni avanzate.

Punto secondo: la competizione, sia su import che export, genera effetti negativi per l’occupazione impegnata nel settore manifatturiero, ma non per l’occupazione nel suo complesso. Chi produce scarpe può soffrire, chi smercia derivati no, insomma.

Punto terzo: i paesi con una quota ridotta di occupazione nel settore manifatturiero e una bassa protezione del mercato del lavoro hanno beneficiato comparativamente di più degli altri dalla crescita di Cina e India. Cio spiega, ad esempio, perché la Germania o il Lussemburgo stiano meglio di prima.

Ciò basta all’autore per dedurne che, nel complesso, alla domanda se la crescita di Cindia sia una maledizione o una benedizione per i paesi avanzati, si può rispondere che “a conti fatti l’effetto è positivo”. A patto di ricordare però che tali effetti benefici si concentrano in paesi che godono di un mercato del lavoro meno specializzato nel manifatturiero, più flessibile e con un forte collegamento commerciale con Cindia.

Si potrebbe anche dire così: i paesi che si sono specializzati a produrre quello che Cina e India per adesso non producono, e che possono sempre più specializzarsi, godendo del vantaggio di un mcerato del lavoro flessibile, sono quelli che ci guadagnano di più dall’emergere di Cindia.

Ecco che riecheggia la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, secondo la quale Cindia fa bene a produrre nel manifatturiero e i paesi avanzati magari nei servizi (meglio se finanziari magari). Ma, al fondo, il pensiero mercantilista: esportare di più (quindi essere flessibili, a cominciare dal mercato del lavoro) per vivere sempre meglio, anche in un contesto in cui Cindia ha visto crescere la sua quota di export nel mondo dal 4 al 20% fra il 1980 e il 2012, con gli Usa che ormai spendono 500 miliardi di dollari l’anno per importare beni dalla Cina, con i quali la Cina finanzia il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americano.

Quanto all’eurozona, le statistiche ci raccontano dei suoi surplus commerciali, che però non mutano la sostanza asfittica della sua crescita. Ma rimangono le esportazioni, così come leggiamo in tutte le dichiarazioni di intenti di politici ed economisti, il driver sul quale la zona euro dovrà puntare per uscire fuori dalle secche dell’eurodepressione.

Comprensibile che sia così, visto che l’austerità deprime la domanda interna, sia pubblica che privata, mentre la deflazione salariale indotta dalla disoccupazione predispone i paesi dell’euro alla meravigliosa flessibilità che si vuole propedeutica alla specializzazione (low cost) settoriale.

Il neomercantilismo europeo, e qui torniamo alla storia, ci riporta in pratica nel magico mondo anteriore alla prima guerra mondiale, quando il capitalismo dipendeva dalle esportazioni e dalla loro competitività e la mano pubblica ancora non figurava nemmeno nella contabilità nazionale, come invece ha iniziato a succedere nel primo dopoguerra, dopo la crisi del ’29 per principale ispirazione americana e per volenterosa applicazione tedesca. Ma questa è un’altra storia che prima o poi sarà divertente raccontare.

D’altronde che il neomercantilismo si sforzi di comprimere la spesa pubblica è comprensibile: gli stati indebitati non hanno più un euro da mettere nell’economia, e qualcuno direbbe che forse è meglio così.

Lo studio della Bce ha il merito, perciò, di riportare un’evidenza: siamo e saremo sempre più condannati ad esportare in Cina, importando un costo del lavoro cinese.

Per notare quanto sia profonda la radice mercantilista della nostra economia, però, vale la pena fare un ultimo tuffo nella storia dedicando l’ultima considerazione proprio alle banche centrali, delle quali la Bce è l’esperimento più avanzato – una banca centrale senza stato – che hanno avuto la loro antesignana nella Banca d’Inghilterra alla fine del XVII secolo, in piena epoca mercantilista. La BoE nacque per finanziare a un costo ridotto le guerre del sovrano inglese, non a caso. In tal senso fu la punta avanzata dello Stato nell’economia. Un’economia di guerra, sarebbe più corretto dire, del tutto coerente con la logica del mercantilismo. In tal senso le banche centrali sono un’avanguardia. Una sorta di ircocervo: metà stato, metà mercato.

E infatti, nel corso dei secoli le banche centrali non hanno fatto altro che difendere (in una logica di guerra) la moneta nazionale manovrando gli afflussi e i deflussi di oro (all’epoca del Gold standard), ossia le importazioni ed esportazioni della moneta-merce. Ma questa raffinata forma di protezionismo finanziario non viene mai analizzata adeguatamente. Si potrebbe scorgerne la natura squisitamente mercantilista di queste entità che oggi sono i nocchieri dell’economia, pubblica e privata.

Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo.

Equilibrio vuol dire fiducia (lo dice anche la Bce)


L’economia di oggi è una (pseudo) scienza rozza, che dissimula con l’astrusità delle formalizzazioni la sua debolezza epistemologica e la grossolanità dei suoi presupposti.

Vi sembrerà un paradosso, ma l’economia era più vicina alla realtà all’epoca d’oro della filosofia morale, quella di Adam Smith per intendersi, se per realtà si intende il modo in cui vanno le cose e non il paradiso artificiale che descrive come dovrebbero andare. Il mondo dei modelli formali che ti fanno scervellare, salvo poi scoprire che hanno la capacità prospettica di un neonato.

Ma non è tanto questo il problema. L’economia, scegliendo la matematica ha scelto implicitamente di studiare solo ciò che si può misurare, ossia ciò che è quantitativo. Così facendo ha tagliato fuori dal suo campo d’indagine l’altra metà del cielo, ossia ciò che è qualitativo, effimero.

Ha reciso le sue radici.

Prendiamo la fiducia, ad esempio. Sappiamo tutti che senza fiducia l’economia semplicemente non esisterebbe (per non parlare del credito). Eppure l’economia non se ne occupa. La lascia sullo sfondo. Si limita a postularla, come qualcosa di evidente di per sé. Perché la fiducia sappiamo tutti cos’è.

E sappiamo altresì che fatica ad entrare in un sistema di equazioni.

Ciò non impedisce che qualcuno ci provi.

Alcuni economisti, che evidentemente sentono il richiamo della foresta della filosofia, hanno prodotto (pochi) studi interessanti sul rapporto fra la cultura di un paese, in particolare la sua religione (pensate a Max Weber) e il suo sviluppo economico, arrivando all’incredibile risultato che effettivamente c’è un nesso.

Chi l’avrebbe mai detto? Chissà quanta matematica è servita per arrivarci.

La cosa si fa più interessante quando il richiamo della foresta si fa ancora più forte e si cerca di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, ossia i numeri e i sentimenti, ipotizzando ad esempio che si sia un correlazione fra il grado di fiducia e il livello di squilibrio di cui soffre una paese. Nel senso che sono inversamente proporzionali.

Un punto di vista nuovo: di solito gli economisti si occupano della correlazione fra fiducia e sviluppo economico, che è anche più immediata e altrettanto sfuggente per carenza di informazioni statistiche sui sentimenti.

Questa novità, ossia la ricerca di una correlazione fra fiducia e squilibrio, è finita in un paper della Bce pubblicato alcune settimane fa: “Macroeconomic imbalances: a question of trust?” che è davvero istruttivo leggere. Se non altro per avere un’idea di come lavorano gli economisti.

Che poi sono gli stessi che dicono di conoscere la ricetta del nostro benessere.

Cominciamo dalle definizioni. Ognuno di noi pensa probabilmente una cosa diversa quando si parla di squilibrio. Gli autori lo intendono come un indice (ecco la matematica) che assembla il saldo fiscale, il saldo del conto corrente e il tasso d’interesse. Ogni altra cosa non viene considerata. Tipo, per dirne una a caso, il livello di debito delle famiglie.

Il terreno si fa più scivoloso quando entra in gioco la fiducia, categorizzata come “fiducia interpesonale” che viene considerata il driver del capitale civico di un paese.

Tale “fiducia” viene misurata attingendo a una serie di dati estratti dal World Values survey e dall’European values study nelle tre decadi 1980, 1990 e 2000 e poi a questi dati vengono associate sei  modalità nelle quali, secondo gli autori, si declina la fiducia: onestà, obbedienza, fede nell’autodeterminazione, affinità per la concorrenza, lavoro etico, importanza riconosciuta alla parsimonia.

Questa è la fiducia di cui stiamo parlando, non quella che pensate voi, che magari al concetto di fiducia interpersonale associate altre caratteristiche tipo la generosità, l’altruismo, la disponibilità, eccetera.

Da tali presupposti si sviluppa l’analisi che, nella sua parte finale, è ovviamente dedicata all’eurozona.

La domanda che gli studiosi si pongono è la seguente: l’introduzione dell’euro ha attenuato o amplificato gli effetti della cultura dei singoli paesi sui loro squilibri economici?

Detto in altre parole: si è verificata almeno la convergenza sui valori “effimeri” visto che sui valori economici c’è ancora parecchio da lavorare?

Insomma: l’euro è servito a “educare” in qualche modo ai valori giusti (quelli di prima, non altri) i paesi (macroeconomicamente) squilibrati?

La congettura che gli autori si prefiggono di dimostrare col solito modellino matematico è che “le società siano più capaci di affrontare gli squilibri macro (come prima definiti, ndr) quando nel paese prevalgono alti livelli di fiducia interpersonale (come prima definita, ndr), la qualcosa accade quando il capitale civico è più sviluppato”.

Per fortuna gli autori si rendono conto della complessità del reale e perciò fanno quello che di solito fanno gli economisti quando devono dimostrare qualcosa: semplificano all’osso. E poi travestono con i numeri le proprie semplificazioni. Il che dà loro quell’aura preziosa di scientificità che rende tali congetture miracolosamente credibili.

Alla fine delle formule, le conclusioni confermano l’ipotesi: “Abbiamo trovato – scrivono – una forte prova del link fra la fiducia interpersonale e gli squilibri economici”. “Abbiamo riscontrato delle differenze nella fiducia fra i paesi dell’eurozona a bassi tassi e ad alti tassi, che però non sono statisticamente significanti e non abbiamo trovato prove che l’euro abbia avuto un impatto sul link fra fiducia e squilibri”.

Neanche a questo è servito.

Tuttavia, focalizzando l’attenzione sull’eurozona gli studiosi sono arrivati a calcolare che controllando le differenze fra i gradi di fiducia interpersonale si potrebbe rimuovere circa un quinto delle differenze fra gli squilibri dei paesi a bassi e alti tassi.

Insomma: se avessimo lo stesso livello di fiducia della Germania all’interno del nostro paese, i nostri squilibri macroeconomici diminuirebbero di un quinto.

Sai che svolta.

Ciò basta per dedurne che fiducia vuol dire equilibrio.

Avere i valori morali giusti aiuta ad avere migliori valori economici. Ci sono arrivati, grazie alla matematica, gli economisti della Bce.

A me l’aveva detto mio padre.