Sei milioni di salari inglesi sono sotto la soglia di sussistenza


Mi fa un certo effetto che si parli di living wage nel Regno Unito, che traduco come salari di sussistenza, traviato come sono da studi giovanili maldigeriti di economia politica, che subito mi riportano ai padri di questa disciplina: Smith, Ricardo Malthus. Ripesco nella mia memoria e ricordo di come questi illustri pensatori discettavano, pur con le dovute differenze, sull’opportunità che i salari dei lavoratori di una società capitalistica, quindi perfettamente concorrenziale e perciò idilliaca,  è opportuno si tenessero a livello di sussistenza, ossia sufficienti a consentir loro di vivere, per le più svariate ragioni che non sto a riepilogarvi perché adesso ci interessano poco.

Quello che ci interessa è osservare come la contemporaneità ci abbia condotto a un esito che neanche i papà dell’economia avevano ponderato, pur nella loro immensa fantasia, ossia che il mito della produzione ormai generi corrispettivi per chi lavora nemmeno sufficienti a farli sopravvivere. Persino Malthus sarebbe inorridito.

In questa fase pre-classica, o post capitalista se preferite, il lavoro dell’istituto di statistica britannico è prezioso perché inonda di luce cristallina l’esito della nostra modernità. Ci informa, per cominciare, che volenterosi studiosi hanno elaborato una misura del salario di sussistenza, iniziativa promossa dalla Living Wage Foundation e dal sindaco di Londra. E ci ricordano che anzi tale misura verrà estesa costruendo un nuovo indicatore, il National living wage, che il governo inglese ha annunciato presentando il suo budget estivo, purtroppo ancora non disponibile.

Ma fa nulla. I dati diffusi dell’ONS sono abbastanza eloquenti per capire di cosa si tratti. La prima notizia meritevole di menzione è che la proporzione dei lavoratori che guadagna meno della paga di sussistenza è cambiata notevolmente negli ultimi anni. Chi conosce l’evoluzione del mercato del lavoro britannico certo non si stupirà. E tuttavia leggere che nel 2014 c’erano circa sei milioni di salari che stavano sotto il livello di sussistenza mi sembra rimarchevole. E’ utile ricordare che questo indicatore è stato costruito per calcolare il costo minimo della vita a Londra o fuori Londra.

Un grafico mostra che ormai la percentuali di coloro che hanno una paga inferiore alla sussistenza sfiora a Londra il 20% mentre svetta verso il 25% nel resto del Regno Unito, in decisa accelerazione dal 2010. Ciò vuol dire che un lavoratore su quattro, in media, sta sotto il living wage.

Interessante, poi, notare la divaricazione crescente fra l’andamento del salario di sussistenza, che in termini reali è cresciuto del 3% fra il 2008 e il 2014, e la mediana della paga oraria, che sempre fra il 2008 e il 2014, è diminuita del 10% sempre in termini reali. Una situazione che un grafico mostra in tutta la sua eloquente chiarezza. Significa che mentre aumenta il costo minimo della vita, diminuisce e assai di più la paga. Il che, ne converrete, è alquanto scoraggiante.

Se guardiamo alle popolazioni, scopriamo che nel 2014 in situazione di salario inferiore alla sussistenza si trovavano il 16% delle retribuzioni dei lavoratori maschi a Londra e il 18% fuori, mentre le percentuali per le lavoratrici salgono rispettivamente al 22% e al 29%. Inoltre che il 48% dei lavoratori fra i 18 e i 24 anni londinesi stavano in questa situazione e il 58% fuori Londra. I giovani sono sempre quelli più penalizzati, evidentemente. Ma neanche agli anziani va così bene: nella classe fra i 55 e i 64 si sfiora il 20% fuori Londra mentre per gli ultra sessantacinquenni si supera il 30%.

Se dal chi passiamo al dove, scopriamo che il 60% di questi lavoratori sotto la sussistenza sono impiegati nel settore dei servizi di vendita e customer satisfaction, o nel settore della ristorazione o delle pulizie e che la quantità di lavoratori sottopagati nel settore privato è quasi tripla rispetto a quella del settore pubblico. Il che consente di apprezzare una delle conseguenze finora poco osservata della discussa rivoluzione che ha interessato il lavoro inglese.

Infine, possiamo osservare che la qualificazione gioca un ruolo determinante. Le cosiddette “occupazioni elementari”, quindi low skill, sono quelle dove si concentra questa situazione. A Londra oltre il 70% di chi ha un lavoro del genere ha un salario sotto il livello di sussistenza.

Quindi nella patria di Smith, Ricardo e Malthus, una porzione sempre più ampia di lavoratori non guadagna abbastanza per vivere. Però, dicono tutti, l’economia britannica va bene.

Dimenticano di ricordare per chi.

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