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La fragile ragnatela della globalizzazione marittima


Un bel paper proposto di recente dal NBER ci ricorda quanto fragile e insieme avvolgente sia la filigrana che regge la nostra attuale globalizzazione, che è letteralmente scritta sull’acqua. Nel senso che sono le rotte marittime, dove viaggia la grandissima parte del nostro commercio internazionale, l’infrastruttura sulla quale si basa la nostra vita quotidiana. Pochi sanno, tuttavia, che la regolamentazione internazionale di queste rotte è affidata a una legislazione esposta, come tutti i grandi accordi internazionali, ai capricci dell’attualità.

La normativa in questione è quella dell’United Nations Convention on the Law of the Seas (UNCLOS), che risale al 1982 ed è stata emendata nel 1994, che regola il principio della libera navigazione dei mari, stabilisce le linee guida per l’estrazione delle risorse naturali, il commercio e la sovranità sopra gli oceani. Questa norma assegna agli stati la sovranità sulle acque fino alle 12 miglia dalla costa, ma consente il passaggio dei natanti, sia civili che militari.

Inutile sottolineare l’importanza di una norma del genere in un contesto di economia globalizzata. Chiunque frequenti la storia dell’economia ricorderà la lunga vicenda dei Navigations Acts che interessò la Gran Bretagna fin dal XVII secolo e le infinite discussioni che alimentato fra gli economisti, a cominciare dal più illustre, ossia Adam Smith. Ma il principio della libertà dei mari era già stato teorizzato dal filofoso olandese Hugo Grotius, nella sua opera Mare Liberum, pubblicata nel 1609, e finì col far parte dei quattordici punti enunciati dal presidente Usa Woodrow Wilson nel disperato tentativo di far finire con le buone maniere la terribile carneficina della Grande Guerra.

Ma per tornare ai giorni nostri, non c’è miglior modo per rappresentare la robusta precarietà di questo strumento che ricordando che per quanto la convenzione UNCLOS sia stata ratificata da 167 stati, mancano ancora all’appello Israele, la Turchia e, dulcis in fundo, quegli Stati Uniti, che pure della globalizzazione attuali sono i grandi amministratori, visto che hanno una chiara supremazia a livello di marina e presidiano le principali rotte nautiche, compresi tutti i colli di bottiglia dove passano ogni giorno decine di navi da trasporto.

Aldilà dei formalismi, sono le cronache a mostrare come i nervosismi geopolitici finiscano sempre con l’erodere le buone intenzioni dei principi teorici. E senza bisogno di scomodare le frizioni fra Cina e Usa che hanno agitato il lungo quadriennio dell’amministrazione Trump, possiamo qui limitarci a ricordare altri terribili focolai di crisi, che minacciano la globalizzazione marittima.

Il paper, fra gli altri, ricorda lo Stretto di Hormuz, dove viaggia il 20% della produzione petrolifera globale, che già abbiamo raccontato altrove e che si inquadra nel più ampio confronto regionale che vede da una parte l’Iran e dall’altra i Sauditi, con la presenza ingombrante degli Usa in qualità di primo alleato di questi ultimi.

Più interessante focalizzare l’attenzione sull’altra area di crisi illustrate nello studio e che riguarda il Sud Est asiatico. Zona complicatissima, e basta ricordare la tensione costante che ruota attorno al Mare Cinese meridionale per averne contezza. Fra le infinite dispute che covano in questo luogo per noi remoto eppure vicinissimo ai nostri interessi, è sufficiente ricordare quella fra Cina e Vietnam, che fu ingaggiata nel corso del 2019, con la solita scusa delle indagine geologiche in acque disputate. Copione simile a quello che si sta scrivendo nel Mediterraneo Orientale fra Turchia e Grecia.

Ora la questione è provare a capire cosa succederebbe se questa fragile ragnatela, che avvolge il mondo in un sistema integrato di scambi che attraversano gli oceani si rompesse. Se, vale a dire, prevalesse fra gli stati l’istinto delle competizione che da sempre nella storia è il gemello diverso di quello delle cooperazione. Ed è proprio questo lo scopo del nostro paper, che perciò suona come un interessante campanello d’allarme. O un promemoria, se preferite.

Pure se l’osservazione è limitata a una sola regione, l’area del Sud Est asiatico appunto. Il paper ipotizza una totale interruzione dei trasporti marittimi lungo il Mar cinese meridionale e la chiusura dei passaggi attraverso l’arcipelago indonesiano – lo Stretto di Malacca – provocando il dirottamento delle spedizioni fra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano attraverso il sud dell’Australia.  Scopo del paper è calcolare l’effetto sui commerci e sul livello di benessere nei paesi nell’area.

I risultati sono alquanto eloquenti. A seconda dei parametri impostati nel modello, emerge che la perdita media di welfare oscilla fra il 6,2 e il 12,4% per tutti i paesi dell’Asia Orientali, del Sud Est Asiatico e la regione del Pacifico.

Per questi paesi la perdita di Pil viene associata a un aumento della spesa militare, “suggerendo che questi paesi rispondono al rischio percepito e ai costi di un possibile conflitto”.

Quindi a un calo di benessere tende a corrispondere un aumento del rischio di conflitti militari. Succede quando i generali prendono il posto dei mercanti. E nella Storia, prima o poi succede sempre.

Ripartire è un po’ morire: il Reboot ai tempi della pandemia


Bentrovati. Finita l’estate, ci troviamo con lo sconforto di dover vivere un autunno col fiato sospeso dentro una mascherina, dopo aver passato i mesi caldi a scambiarci felicemente sospiri. Ormai dimenticati, peraltro: annichiliti dall’onda montante dei contagi che ci ricorda che l’emergenza non è alle nostre spalle, ma davanti ai nostri occhi. Spettacolo per nulla incoraggiate, specie da quando abbiamo rivisto i nostri figli tornare finalmente nelle scuole.

Il problema è chiaro: dobbiamo convivere malgrado tutte le difficoltà del caso – e l’esempio della scuola basta a ricordarlo – con una malattia virale che aggrava lo stato febbricitante delle nostre società, già ammalate dal conflitto fra istanze potenzialmente infinite – frutto della bulimia dei diritti – e risorse che per natura sono scarse. Il tutto dovendo persino recuperare parecchi punti di prodotto interno, che significano lavoro e ricchezza per società che già lamentavano di non averne abbastanza.

Perciò bisogna (ri)partire, pure se significa un po’ morire – e lo diciamo facendo gli scongiuri – ossia risicare di più per rosicare qualcosina, come insegnano i proverbi. Vale per noi, ma anche per il resto del mondo dove, ognuno a suo modo, fa i conti con il trade off – concetto caro agli economisti – fra le esigenze della macchina economica e quelle della difesa della salute pubblica. D’altronde: si muore anche restando fermi, e questo dovremmo ricordarcelo tutti.

Al netto dei vari ottimismi e pessimismi che come in ogni situazione popolano la scena, possiamo svolgere un sano esercizio di realismo provando ad elencare in maniera disincantata alcuni dei passaggi fondamentali che nei prossimi mesi alimenteranno le nostre cronache, e quindi anche il nostro blog che da oggi riapre i battenti per la sua nuova stagione dedicata ovviamente proprio al Reboot della nostre società.

Cominciamo dal giardino di casa, ovviamente. Non tanto per ovvie ragioni di amor patrio, così tanto di moda di recente, ma per l’antico insegnamento volterriano che suggerisce di tenere in ordine il proprio orto, prima di volgere altrove lo sguardo. E quanto a questo di ragioni di ottimismo, malgrado gli sforzi di contrastare l’italianissima consuetudine al lamento, se ne vedono poche.

Facciamola breve: l’illusione che stiamo covando persino con una certa tignosità, è che i denari europei del Recovery fund saranno il viatico delle nostra meritatissima felicità futura. Detto altrimenti: i nostri problemi derivano dalla mancanza di soldi, manco fossimo un paese emergente, invece della settima o ottava economia del pianeta.

Questo misurare in denaro la nostra capacità di stare al mondo – ossia che basti avere più soldi, magari in cambio di nulla, per raddrizzare il legno storto del nostro stare insieme – è molto triste. Illusione pericolosa, peraltro, perché prosegue e approfondisce la tendenza che ha guidato nel tempo il cumulare dei nostri debiti pubblici a cui non ha corrisposto certo un nostro avvicinarsi al paradiso.

Al contrario. E chi pensa che oggi saremo in grado di spendere decine di miliardi in pochi anni, dopo che ci segnaliamo per la nostra incapacità a spendere i fondi europei, forse dovrebbe iniziare a pensare che non tutto si risolve iniettando denaro, ma iniziando a cambiare noi stessi. Vaste programme, mi rendo conto. Perciò inutile da perseguire. Specie quando il mercato politico offre agitatori a un tanto al chilo che promettono prebende che semplicemente aggravano la nostra percezione fallace della realtà.

Il dibattito su Recovery fund, perciò, lungi dal diventare una riflessione su di noi, diverrà l’ennesimo pretesto per faide e furberie. Speriamo almeno di cavarne migliori infrastrutture, ma chissà. Più probabile che spenderemo (forse) queste risorse e rimarremo ugualmente infelici, visto che ciò che fa naturalmente aumentare la produttività – leggi istruzione, giustizia civile efficace, ambiente fiscale amichevole – nel nostro paese cede facilmente il passo al miraggio dei moltiplicatori keynesiani e della spesa corrente. Roba facile da titolare sui giornali e sui social, a differenza del resto, che richiede persino una certa applicazione costante. Esercizio che ormai abbiamo dimenticato.

Ciò per dire che aldilà di una certa retorica patriottica – anch’essa molto di moda oggidì – che chiede a gran voce più stato ovunque (e quindi più soldi pubblici) – ormai non si contano più i dossier nei quali è impegnata la CdP – non c’è da coltivare molte illusioni sulla possibilità che il nostro paese intraprenda una strada diversa dal passato solo perché è arrivato il Recovery fund.

Ma questo non vuol dire che non cambierà nulla, almeno intorno a noi. La nascita delle obbligazioni comuni europee, che alimentano il Recovery fund, è un passo importante del processo di integrazione europeo dal quale molto dipendiamo. E non tanto in ragione di una logica di “vincolo esterno”, come per anni è stato predicato, ma per una semplice questione di prossimità geografica, storica, politica e, dulcis in fundo, economica.

Da quest’ultima, quindi dall’integrazione economica, è iniziata la strada percorsa dall’Europa per provare a diventare qualcosa di più di un’espressione geografica. E il lancio del Recovery fund dimostra che l’Europa ha tutte le carte in regola per continuare a farlo. L’economia non è mai stato un problema per l’Europa, proprio perché l’Europa si è fatta (si sta facendo) risolvendo problemi economici. Si pensi alle origini: alla CECA, che poi diventerà la CEE, l’Ue e quindi l’Unione monetaria, cui seguirà quella bancaria e del mercato dei capitali. E’ un percorso assolutamente coerente.

Il problema è che camminando all’incontrario come i gamberi – l’Europa come processo che dall’economia porti alla politica, costruendo una nuova storia continentale che sia coerente con la geografia – oggi siamo arrivati a un bivio che l’evoluzione internazionale della globalizzazione rende vieppiù evidente. L’Europa ha dimostrato di saper affrontare le sfide economiche. Sarà in grado di affrontare quelle politiche? Proprio oggi la la presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione – simpatica imitazione di quello tradizionale negli Usa – ha esortato i paesi europei a costruire una “unione della sanità”, via “potabile” per iniziare a percorrere il sentiero della condivisione fiscale, che passa anche dai “salari minimi che tutti nell’Unione devono avere”, come ha ribadito la presidente. Ma siamo sempre nell’orbita dell’economia interna, mentre è chiaro a tutti che per avere una proiezione politica internazionale – o geopolitica se preferite – serve ben altro. Serve la capacità di disporre della forza e la determinazione ad usarla.

Ne avremo un saggio nei prossimi giorni, quando l’Ue dovrà trovare una posizione comune da tenere nei confronti della Turchia, che per tutta l’estate ha continuato a mostrare i muscoli nel Mediterraneo Orientale, inducendo la Francia – e la Grecia -a far la voce grossa, e la Germania, già in tensione con la Russia (che ha fatto capire di volere partecipare al gioco turco nel Mediterraneo) per il caso Navalny, a mediare.

Decidere cosa fare con la Turchia, ormai chiaramente impegnata nella sua missione di ricordare la mondo il suo passato tramite l’uso spregiudicato del presente, non è cosa da poco. Coinvolge non solo la storia dell’Europa – mamma li turchi, per non parlare di greci e persiani – ma soprattutto la geografia, visto che dalla Turchia passano molte rotte che conducono merci (energia) e persone in Europa.

Serve quindi una politica che tenga nella giusta considerazione ancora la ragione economica, avendo chiaro non solo la prossimità, nelle varie declinazioni che abbiamo visto, ma anche la complessità del ruolo giocato dalla Turchia nell’ambito della globalizzazione emergente, ma anche in quello della globalizzazione vigente, ossia di marca statunitense.

Detta semplicemente, Ankara, in un contesto di disimpegno americano da questa parte del mondo, può essere utilizzata da Washington in funzione di contenimento dei russi, se non fosse che intanto i russi e i turchi sembra sia piacciano sempre più. E lasciamo da parte la variabile cinese per non complicare troppo il quadro regionale, anche perché nel frattempo un altro mare, quello Cinese Meridionale, si segnala per una recrudescenza di tensione che ci ricorda quante linee di faglia si stiano lentamente approfondendo all’allargarsi della politiche di potenza. Pensate al Caspio, e basterà a completare il quadro. Ricordando pure che questo quadro potrebbe cambiare cornice una volta che le elezioni americane di novembre avranno fatto il loro corso. Questo mentre Trump porta a casa un’intesa fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain di notevole portata, visto che scompagina il fronte Mediorientale, spiazzando la Turchia e il Qatar.

Può bastare come promemoria, per cominciare un nuovo viaggio insieme. A patto di ricordare che, Covid o no, questi processi proseguiranno. Meglio perciò rassegnarsi a prenderli per mano.

Buon inizio di stagione.

La caccia cinese al tesoro nascosto nei fondali sottomarini


Essere una potenza marittima, quindi, significa avere una marina forte, capace di presidiare le rotte del commercio, evoluta al punto da competere con i campioni tradizionali della cantieristica e infine talmente hi tech da poter partecipare alla straordinaria caccia al tesoro che lentamente si sta scatenando per lo sfruttamento dei fondali sottomarini, l’ultima frontiera della disperata caccia al tesoro degli stati alla ricerca costante di risorse energetiche e minerarie da sfruttare. A molti sembrerà un discorso esotico, ma perché ignorano che la la Cina è uno dei 20 stati che ha siglato contratti con l’ International Seabed Authority  per consentire alla China Minmetals Corporation e alla China Ocean Mineral Resources Research and Development di effettuare esplorazioni di noduli polimetallici, solfuri e croste ferromanganiche ricche di cobalto nell’Oceano Pacifico e Indiano. “La Cina ha investito nella costruzione di vascelli per portare avanti questa ambizione – scrive l’European council of foreign relation – e sta costruendo il suo primo vascello minerario di profondità”.

Molti sarebbero sorpresi nello scoprire quanto i cinesi, e non solo loro, stanno investendo per sfruttare ed esplorare i fondali sottomarini. Le risorse celate in fondo al mare sono la nuova frontiera dell’economia marinara globale e per partecipare a questa specie di caccia ai tesori sottomarini bisogna essere attrezzati di tutto punto nella R&D per poter sviluppare la capacità di costruire qualunque tipo di vascello, da quelli capaci di fare esplorazioni geofisiche a piattaforme di perforazione petrolifere semi sommerse, working station capaci di lavorare in acque profonde e stazioni di ricerca polare oceaniche. Questo mondo, molto sci-fi, è in costante costruzione sotto i nostri occhi, alimentato dal più potente dei propellenti: l’insaziabile bisogno di risorse della nostra civiltà. E la Cina, la cui fame primeggia, non poteva mancare. Al contrario, “la Cina è impegnata in uno sforzo globale per sostenere l’esplorazione marittima, in particolare nel caso delle risorse di acque profonde”. E la tecnologia farà la differenza. “C’è consapevolezza fra gli analisti cinesi della sicurezza marittima che l’evoluzione tecnologica può cambiare non solo l’equilibrio del potere globale, ma anche l’equilibrio tra concorrenza e cooperazione nelle relazioni estere della Cina nel settore marittimo”. Un esempio servirà a chiarire. La Cina è riuscita a sfruttare le riserve di idrato di metano contenute a 1.266 metri di profondità nel Mare Cinese Meridionale, dove questa storia è cominciata.

La storia delle ricchezze nascoste dai fondali, invece, è molto più remota. L’esistenza di depositi di minerali, oro e argenti compresi, nel profondo degli oceani è nota sin dalla metà del XIX secolo, ma soltanto cento anni dopo gli Stati Uniti iniziano a parlare di sfruttamento dei fondali e invitano le Nazioni Unite ad adottare un sistema di regolazione gestito dall’International Seabed Authority, l’autorità creata dall’UNCLOS, ossia la UN Convention on the Law of the Sea. Poi è arrivata la Cina, prima consumatrice di metalli al mondo e perciò molto interessata a esplorare questi giacimenti ancora da sfruttare. Sin dal 2001 il paese ha chiesto di fare esplorazioni mirate in acqua internazionali e da diversi anni agisce nel Pacifico mediorientale, grazie alla  China’s Ocean Mineral Resources Research and Development Association che si è aggiudicata i diritti di esplorazione su un’area di oltre 75 mila chilometri quadrati.

Non ci sono solo i cinesi, ovviamente, a partecipare alla caccia al tesoro sottomarino. L’UK, attraverso una partnership attraverso il proprio governo e sussidiaria della Lockheed Martin UK, è stata autorizzata a esplorare una porzione dell’area dove operano i cinesi. Questi ultimi, nel 2011, hanno avuto l’autorizzazione a cercare solfiti in un’area sottomarina di 10 mila km quadri nella parte sud occidentale dell’Oceano Indiano. Nel luglio del 2013 la China’s Ocean Association ha ricevuto diritti esplorativi esclusivi e diritti di sviluppo preferenziali per una miniera di cobalto nel nord-ovest dell’Oceano Pacifico. Due anni dopo la China Min Metals Corporation ha raggiunto un diritti esclusivi di esplorazione esplorativa nellla zona Clarion-Clipperton nel Pacifico. L’espansionismo subacqueo cinese, che sembra intenzionato a proseguire, porta con sé grandi rischi finanziari, ovviamente, collegati anche alla circostanza che l’ISA possa arrivare alla conclusione che queste esplorazioni sottomarine danneggiano l’ambiente, ponendovi così termine. Ma in ogni caso la Cina avrà raggiunto l’obiettivo autentico di questa sua corsa all’oro: lo sviluppo di tecnologie capaci di far crescere il livello della propria marina. E questo è il punto saliente. La fine della nostra storia.

(4/fine)

Puntata precedente: La sfida cinese sulla cantieristica navale

La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta


Aprile 2018 sarà ricordato nell’annalistica cinese come il mese in cui nell’affollato Mare Cinese  meridionale è apparsa la prima portaerei cinese nell’ambito di una straordinaria esibizione di forza marinara che ha coinvolto oltre 10 mila uomini, fra i quali, impettito e in divisa, anche il presidente Xi, 76 jet da combattimento e 48 fra navi e sottomarini. La più grande esercitazione navale nella storia cinese. Un colpo d’occhio notevolissimo in una zona pure usa ad essere teatro di esercitazioni cinesi. Una mobilitazione di forza armate così imponente, dicono alcuni osservatori, non si vedeva dalla fine degli anni ’40, e la circostanza che si sia conclusa con una esercitazione proprio nello stretto davanti a Taiwan la dice lunga sul senso politico di questa performance.

La Cina ha voluto mostrare al mondo non solo la straordinaria crescita della sua marina militare, la metà dei 48 vascelli utilizzati nella parata sono stati costruiti dopo il 2012, ossia dopo che Xi si è insediato al potere, ma anche confermare di essere disposto a usarla per tutelare le sue prerogative territoriali, fra le quali primeggiano, oltre a Taiwan, proprio il Mare cinese meridionale al centro di una disputa internazionale e fonte di tensione per tutta la regione. Pechino lo considera una sorta di mare nostrum cinese. Il tribunale dell’Aja, che si è pronunciato sulla questione nel 2016, lo considera come territorio internazionale. Gli Usa ogni tanto si fanno vedere nella zona con le loro portaerei in nome, dicono, del diritto alla libera circolazione nella acque internazionali, mentre i paesi che gravitano attorno al mare, quindi Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei, tentano con poco successo di convincere il gigantesco e scomodo vicino cinese a concordare un codice di condotta per l’utilizzo del mare, che oltre ad essere un notevole serbatoio di risorse naturali, petrolio e gas, ma anche pesci, è uno dei luoghi centrali delle rotte commerciali marittime internazionali che collegano la Cina agli Stati Uniti lungo il Pacifico del Nord, e poi con l’Europa, attraverso lo stretto delle Molucche, dove passa gran parte del petrolio diretto in Cina, e poi l’Oceano Indiano e da lì verso Suez o attraverso l’Africa fino all’Atlantico.

La disputa sul Mare cinese meridionale si alimenta costantemente di momenti di tensione – pochi giorni fa l’Australia ha lamentato che alcune navi cinesi hanno fronteggiato alcuni loro vascelli che navigavano in zona – ma ciò non ha impedito ai cinesi di installare apparecchiature militari su alcune isolette, alcune poco più di scogli peraltro rivendicati da altri paesi, garantendosi un notevole vantaggio strategico. Questa pratica, secondo quanto raccontato dall’ammiraglio Philip Davidson al Senato Usa, è iniziata a dicembre 2013, quando ormai Xi era Presidente da oltre un anno, ed è cominciata nella Spratly Islands, un gruppo di piccole isole che ha la ventura di trovarsi proprio nel cuore del Mare cinese meridionale. Ciò ci permette di comprendere con quanta pervicacia la Cina persegua la sua intenzione di “riappropriarsi” di questa porzione di mare e al tempo stesso suggerisce di prendere molto sul serio quanto dichiarato a proposito del futuro delle forze armate cinesi, sempre dal Presidente Xi al congresso del partito comunista dell’ottobre scorso. Ossia la circostanza che entro il 2035 si sarebbe arrivati alla completa modernizzazione delle forze armate e che entro il 2050 sarebbero stati forze armate di livello globale. Tale miglioramento non può che passare dalla marina militare, non a caso destinataria di grandi quote di investimenti da parte del governo. La Cina deve recuperare il proprio deficit di tonnellaggio di navi militari, dicono gli esperti, mentre è ampiamente in cima alla catena alimentare quando si tratta della marina mercantile. E tuttavia buona parte del gap più rilevante con la marina militare Usa, quello legato alla tecnologia e alla capacità di operare, è stata in buona parte colmato.

La Cina insomma ha reso chiaro al mondo, partendo proprio da un disputa insieme territoriale e strategica – quella sul Mare cinese meridionale – che ha intenzione di assumere un ruolo di portata globale lungo le rotte commerciali oceaniche, che sono nientemeno che vitali per un paese che basa buona parte della sua economia sul commercio e che ambisce a giocare un ruolo di player globale. Non a caso, evidentemente, la State Oceanic Administration cinese ha definito il XXI secolo come “il secolo degli oceani”. Per interpretare questo ruolo al meglio è necessaria una marina militare che scavi il solco dove far viaggiare senza troppe perturbazioni le navi mercantili. Questo scenario ha impatti molto rilevanti per l’Europa, come viene molto opportunamente messo in evidenza in un policy brief pubblicato di recente dall’European Council on foreign relations, dove si osservano le notevoli implicazioni che possono derivare da una crescita ulteriore dell’economia cinese legata all’utilizzo degli oceani che, secondo alcune stime che risalgono al 2014, valeva già quasi 240 miliardi di pil e impiegava nove milioni di persone. Già nel dodicesimo piano quinquennale la Cina aveva fissato come obiettivo di sviluppare l’economia degli oceani, che fa il paio con l’impegno più volte ribadito di far crescere la cosiddetta blue economy, ossia un’economia legata a uno sfruttamento sostenibile delle acque.

Nella sua analisi l’Ecfr stima che oggi la blue economy cinese valga già il 10% del pil e osserva come l’intenzione della Cina di investire sulle “vie della seta marittime” è il segno di una chiara volontà di contare nei consessi internazionali, con l’Europa a dover fare i conti con una evoluzione dello scenario che sarà sfidante non solo per gli equilibri di politici, ma anche per quelli economici. Il cammino cinese per diventare una nuova superpotenza marinara impatterà sul commercio marittimo, ma anche nel settore della costruzione degli scavi e nelle varie nicchie produttive che si stanno formando nella blue economy globale. E soprattutto apre diverse incognite sulle conseguenze che ciò potrà determinare sugli equilibri globali. Come sarà un mondo sempre più popolato da navi che battono vessillo cinese? Probabilmente più complicato.

(1/segue)

Puntata successiva: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani