La marina cinese scava il solco di un’altra via della seta


Aprile 2018 sarà ricordato nell’annalistica cinese come il mese in cui nell’affollato Mare Cinese  meridionale è apparsa la prima portaerei cinese nell’ambito di una straordinaria esibizione di forza marinara che ha coinvolto oltre 10 mila uomini, fra i quali, impettito e in divisa, anche il presidente Xi, 76 jet da combattimento e 48 fra navi e sottomarini. La più grande esercitazione navale nella storia cinese. Un colpo d’occhio notevolissimo in una zona pure usa ad essere teatro di esercitazioni cinesi. Una mobilitazione di forza armate così imponente, dicono alcuni osservatori, non si vedeva dalla fine degli anni ’40, e la circostanza che si sia conclusa con una esercitazione proprio nello stretto davanti a Taiwan la dice lunga sul senso politico di questa performance.

La Cina ha voluto mostrare al mondo non solo la straordinaria crescita della sua marina militare, la metà dei 48 vascelli utilizzati nella parata sono stati costruiti dopo il 2012, ossia dopo che Xi si è insediato al potere, ma anche confermare di essere disposto a usarla per tutelare le sue prerogative territoriali, fra le quali primeggiano, oltre a Taiwan, proprio il Mare cinese meridionale al centro di una disputa internazionale e fonte di tensione per tutta la regione. Pechino lo considera una sorta di mare nostrum cinese. Il tribunale dell’Aja, che si è pronunciato sulla questione nel 2016, lo considera come territorio internazionale. Gli Usa ogni tanto si fanno vedere nella zona con le loro portaerei in nome, dicono, del diritto alla libera circolazione nella acque internazionali, mentre i paesi che gravitano attorno al mare, quindi Vietnam, Malesia, Filippine, Brunei, tentano con poco successo di convincere il gigantesco e scomodo vicino cinese a concordare un codice di condotta per l’utilizzo del mare, che oltre ad essere un notevole serbatoio di risorse naturali, petrolio e gas, ma anche pesci, è uno dei luoghi centrali delle rotte commerciali marittime internazionali che collegano la Cina agli Stati Uniti lungo il Pacifico del Nord, e poi con l’Europa, attraverso lo stretto delle Molucche, dove passa gran parte del petrolio diretto in Cina, e poi l’Oceano Indiano e da lì verso Suez o attraverso l’Africa fino all’Atlantico.

La disputa sul Mare cinese meridionale si alimenta costantemente di momenti di tensione – pochi giorni fa l’Australia ha lamentato che alcune navi cinesi hanno fronteggiato alcuni loro vascelli che navigavano in zona – ma ciò non ha impedito ai cinesi di installare apparecchiature militari su alcune isolette, alcune poco più di scogli peraltro rivendicati da altri paesi, garantendosi un notevole vantaggio strategico. Questa pratica, secondo quanto raccontato dall’ammiraglio Philip Davidson al Senato Usa, è iniziata a dicembre 2013, quando ormai Xi era Presidente da oltre un anno, ed è cominciata nella Spratly Islands, un gruppo di piccole isole che ha la ventura di trovarsi proprio nel cuore del Mare cinese meridionale. Ciò ci permette di comprendere con quanta pervicacia la Cina persegua la sua intenzione di “riappropriarsi” di questa porzione di mare e al tempo stesso suggerisce di prendere molto sul serio quanto dichiarato a proposito del futuro delle forze armate cinesi, sempre dal Presidente Xi al congresso del partito comunista dell’ottobre scorso. Ossia la circostanza che entro il 2035 si sarebbe arrivati alla completa modernizzazione delle forze armate e che entro il 2050 sarebbero stati forze armate di livello globale. Tale miglioramento non può che passare dalla marina militare, non a caso destinataria di grandi quote di investimenti da parte del governo. La Cina deve recuperare il proprio deficit di tonnellaggio di navi militari, dicono gli esperti, mentre è ampiamente in cima alla catena alimentare quando si tratta della marina mercantile. E tuttavia buona parte del gap più rilevante con la marina militare Usa, quello legato alla tecnologia e alla capacità di operare, è stata in buona parte colmato.

La Cina insomma ha reso chiaro al mondo, partendo proprio da un disputa insieme territoriale e strategica – quella sul Mare cinese meridionale – che ha intenzione di assumere un ruolo di portata globale lungo le rotte commerciali oceaniche, che sono nientemeno che vitali per un paese che basa buona parte della sua economia sul commercio e che ambisce a giocare un ruolo di player globale. Non a caso, evidentemente, la State Oceanic Administration cinese ha definito il XXI secolo come “il secolo degli oceani”. Per interpretare questo ruolo al meglio è necessaria una marina militare che scavi il solco dove far viaggiare senza troppe perturbazioni le navi mercantili. Questo scenario ha impatti molto rilevanti per l’Europa, come viene molto opportunamente messo in evidenza in un policy brief pubblicato di recente dall’European Council on foreign relations, dove si osservano le notevoli implicazioni che possono derivare da una crescita ulteriore dell’economia cinese legata all’utilizzo degli oceani che, secondo alcune stime che risalgono al 2014, valeva già quasi 240 miliardi di pil e impiegava nove milioni di persone. Già nel dodicesimo piano quinquennale la Cina aveva fissato come obiettivo di sviluppare l’economia degli oceani, che fa il paio con l’impegno più volte ribadito di far crescere la cosiddetta blue economy, ossia un’economia legata a uno sfruttamento sostenibile delle acque.

Nella sua analisi l’Ecfr stima che oggi la blue economy cinese valga già il 10% del pil e osserva come l’intenzione della Cina di investire sulle “vie della seta marittime” è il segno di una chiara volontà di contare nei consessi internazionali, con l’Europa a dover fare i conti con una evoluzione dello scenario che sarà sfidante non solo per gli equilibri di politici, ma anche per quelli economici. Il cammino cinese per diventare una nuova superpotenza marinara impatterà sul commercio marittimo, ma anche nel settore della costruzione degli scavi e nelle varie nicchie produttive che si stanno formando nella blue economy globale. E soprattutto apre diverse incognite sulle conseguenze che ciò potrà determinare sugli equilibri globali. Come sarà un mondo sempre più popolato da navi che battono vessillo cinese? Probabilmente più complicato.

(1/segue)

Puntata successiva: La ragnatela cinese che avvolge gli oceani

 

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  1. ilsimplicissimus

    Chissà perché tutte le volte che nasce un competitore degli Usa ci si lamenta che questo complicherà le cose. In realtà per l’Europa la vera complicazione è essere di fatto prigionieri degli Stati Uniti che di volta in volta le chiudono le aperture verso l’Asia, attraverso guerre e sanzioni assurde. Probabilmente se fosse rimasto un minimo di lucidità non andremmo a cercare un nemico artificiale nella Cina, perché quello vero lo abbiamo già in casa.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      nessuno (o almeno non io) cerca nemici artificiali. Lo sforzo è quello di comprendere la realtà. Quindi le complicazioni non sono un problema. Non necessariamente almeno.
      Grazie per il commento

      ps quando gli Usa neanche esistevano i rapporti fra Europa e Asia erano molto aperti, ma soprattutto alla guerra, sin dai tempi dei Persiani e degli Spartani. Certe abitudini sono dure a morire…

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