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Le due anime demografiche degli Stati Uniti


Se la cultura sembra uno degli ingredienti che compongono la ricetta riproduttiva di una comunità, nulla di strano che le condizioni sociali, che la cultura in qualche modo definisce e l’economia quantifica, siano un’altra determinante della decisione di avere oppure no figli. E se guardiamo lo stato generale della natalità nei paesi occidentali, che invecchiano senza speranza con ciò destinandosi a una lenta estinzione, dovremmo dedurne che la storia ci ha condotti a un punto dove a condizioni ideali – mai le nostre società furono più ricche e istruite – corrisponde una diffusa denatalità. Il che dovrebbe farci sorgere qualche domanda sul senso della vita, se tali domande non fossero ormai fuori moda o destinate al dileggio.

Poiché il tema è ricco di sfumature, tuttavia, vale la pena continuare le nostre ricognizioni guardando stavolta a un altro caso interessante che si aggiunge ai numerosi che abbiamo osservato in questi anni: gli Stati Uniti. Prendiamo spunto da un bel paper del NBER che trae alcune conclusioni molto interessanti sul tema che stiamo analizzando prendendo spunto da una singolarità da tempo presente nella società americana: la notevole differenza di fertilità fra le donne bianche e quelle di colore. Prima però di avventurarci nell’esame di questa singolarità, vale la pena ricordare a che punto siamo e da dove veniamo.

Nel 1950 c’erano meno del 15% di over 65 rispetto alla popolazione dei 25-64enni. Nel 2050 si prevede saranno praticamente il 40%. Il secolo americano finirà con i capelli bianchi. Non è il solo, come abbiamo visto.

Non si arriva a questo punto senza aver percorso una lunga strada. E il paper del NBER ci aiuta a scorgerne qualche tratto osservando come, sin dalle rilevazioni statistiche che risalgono al 1830, le donne afroamericane avevano in media un figlio in più rispetto alle bianche. Questo stato di cose è perdurato nel tempo, nonostante “l’emancipazione, l’industrializzazione, il baby boom e l’avvento di metodi efficaci di controllo riproduttivo”. Diventa perciò interessante interrogarsi sulla ragioni di questa diversità.

L’autore spiega questa differenza facendo riferimento alle discriminazioni subite dalle donne di colore, sia sul versante del mercato del lavoro, che su quello delle violenze. Vale la pena, in particolare, sottolineare questa considerazione, che dice assai più di quello che sembra: “L’accesso ineguale ai servizi educativi e medici limiterà la capacità dei genitori afroamericani di investire pesantemente nel capitale umano attraverso un minor numero di bambini”. Insomma: l’investimento in capitale umano, sembra di capire, ha come presupposto la riduzione della natalità. ll che è logico in presenza di un vincolo di bilancio diffuso. Detta diversamente la trasformazione in ceto medio di gran parte della popolazione ha generato il desiderio di investire nel capitale umano della prole, ma al prezzo di avere meno figli perché il ceto medio ha comunque un vincolo di bilancio che ricchi non hanno e i poveri nemmeno, anche se per motivi opposti. Il fatto che il ceto medio – inteso come classe di reddito – sia anche la parte della società dove hanno trovato terreno fertile le istanze della modernità, chiude sostanzialmente il cerchio: l’economia, la cultura e la società convergono verso l’esito della denatalità.

Ma non divaghiamo. Torniamo al nostro paper che ci riserva molte informazioni interessanti. La diseguaglianza patita dalle donne afroamericane ha avuto esiti persistenti e generato effetti che hanno finito con l’alimentarla. Gli stipendi più bassi, ad esempio, hanno depresso la loro capacità reddituale, così come la maggior frequenza di famiglie numerose le possibilità di migliorarla. La condizione proletaria, potremmo dire, è stata assai più comune fra le donne di colore. E questo per una serie di ragioni, innanzitutto storiche. Il tasso di fertilità delle afroamericane in condizione di schiavitù, ad esempio, diminuiva se queste donne ottenevano la libertà. E un esito simile aveva l’aumento del tasso di scolarizzazione, che si è osservato dopo l’istituzione delle Rosenwald schools all’inizio del secolo scorso.

Partendo da queste considerazioni, il paper si concentra sull’effetto che ebbe sulla fertilità delle afroamericane la grande stagione dei diritti civili iniziata nel 1964 culminata con l’emanazione del Civil Rights Act dello stesso anno. “Le sue disposizioni – spiega l’autore del paper – hanno avuto impatti diretti e qualitativamente ampi su numerosi determinanti della fertilità, come ad esempio maggiori opportunità per il mercato del lavoro e accesso all’istruzione e ai servizi sanitari. Inoltre sono diventate in genere efficaci immediatamente dopo il 1964 e sono risultato molto impattanti per le persone di colore del sud, rispetto ai neri o bianchi del nord”. Da qui l’idea di confrontare gli indici di fertilità tra le donne afroamericane del Sud prima e dopo il 1964 con quelli di altri gruppi di altra etnia e regioni nello stesso periodo.

I risultati confermano i sospetti. Si è registrato “un declino qualitativamente ampio e discontinuo dei tassi di fertilità generale delle donne di colore del sud degli Stati Uniti immediatamente dopo il 1964, senza alcun calo comparabile tra le donne di colore del nord o le donne bianche in qualsiasi altra regione”. Si è innestato quindi quello che l’autore chiama “convergenza della fertilità” delle donne afroamericane del Sud verso la media nazionale. Il tasso di fertilità delle donne del Sud era di 151 figli ogni mille abitanti nel 1963 e scende a 118 nel 1969. Anche le donne bianche di tutte le altre regioni videro declinare il tasso di fertilità, ma non in quest’ordine di grandezza. Pure, si restrinse il gap di fertilità fra le due categorie osservate.

Insomma: una legislazione per combattere le discriminazioni ha avuto un chiaro effetto negativo sui tassi di natalità, che, chissà perché, finisce sempre con l’associarsi alla povertà (o alla notevole ricchezza) al condizionamento religioso o allo svantaggio sociale. Da allora la condizione delle donne afromericane è sicuramente migliorata e il processo di convergenza si è accentuato. Questo ci riporta al grafico iniziale: le società invecchia, inesorabilmente.

Un altro grafico però, contenuto nello stesso studio, ci lascia con una domanda in sospeso.

Negli anni ’50 e fino ai primi ’70 il tasso di fertilità della donne 15-19enni delle regioni del nord degli Usa, a prescindere dalla loro etnia, è stato sempre superiore a quello delle giovani donne afroamericane del Sud. Unica classe di età in cui si è verificata questa singolarità. Quali sono i motivi di un comportamento assolutamente non in linea con quanto abbiamo osservato? Si accettano risposte.

 

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Consumatori e lavoratori hanno pagato il costo dei dazi Usa


Un anno è un tempo sufficiente per provare a tirar le somme e vedere quale sia stato il frutto della politica protezionista fortissimamente voluta dall’amministrazione statunitense innanzitutto nei confronti della Cina, con la quale sono in corso colloqui per arrivare a una normalizzazione delle relazioni economiche. Alcuni osservatori guardano a questi colloqui con ottimismo, ma è buona cosa ricordare che le tariffe sono facili a mettersi e difficili a togliersi. E per il momento l’unica cosa certa è che nel 2018 gli Usa hanno sviluppato una politica protezionista che non ha precedenti negli ultimi decenni, come sottolinea un bel paper pubblicato di recente dal Nber dal titolo eloquente (“The return to protectionism“).

Qui gli autori osservano che le tariffe sulle importazioni sono aumentate per una percentuale variabile fra il 2,6 e il 17% su 12.007 prodotti, che equivalgono al 67% dei prodotti importati, per un valore di 303 miliardi di dollari, pari al 12,6% dell’importo annuale Usa (valori 2017). “Queste misure – scrivono gli economisti del Nber – rappresentano le politiche protezioniste più comprensive messe in atto negli Stati Uniti dallo Smoot-Hawley Act del 1930”. All’epoca le tariffe furono innalzate fra il 40 e il 46% su un terzo dell’import Usa.

La decisione Usa ha provocato ovviamente una risposta dei partner commerciali uguale (più o meno) e contraria. Le tariffe su 2.931 beni esportati dagli Usa, pari al 34% dei prodotti complessivi, sono aumentate fra il 6,6 e il 23%, coprendo un valore di 96 miliardi di dollari, pari al 6,2% dell’export Usa (valore 2017). Questa impennata di protezionismo non si vedeva dal secondo dopoguerra. Quindi osservarne le conseguenze diventa interessante, sia dal punto di vista economico che storico. Il paper ha sviluppato un’analisi quantitativa alquanto complessa, ma i risultati sono abbastanza semplici. C’è stato un calo evidente delle importazioni daziate dai paesi partner pari al 31,5%, cui si è associato il trasferimento dell’aumento dei prezzi all’importazione su consumatori e produttori senza che ciò abbia condotto a un aumento evidente della competitività dei prodotti Usa concorrenti con quelli importati.

Sul lato dell’export si è osservato un notevole calo dei beni esportati, pari all’11%, che, sommandosi a una certa inelasticità della domanda dei prodotti Usa ha comportato un aumento di costi per i consumatori esteri. In sostanza i consumatori, Usa e non Usa, hanno pagato in prima battuta il costo della politica protezionista. Ma anche i produttori che importano beni esteri hanno pagato dazio, letteralmente. La somma delle perdite, per produttori e consumatori Usa, è stata stimata nello 0,37% del pil, pari a circa 68 miliardi di dollari. Al contrario la protezione ha beneficiato i produttori nei settori daziati, che hanno guadagnato circa 21,6 miliardi grazie ai rincari tariffari, e il governo. “Ma nel complesso dell’economia Usa, l’effetto è stato piccolo”. Per la precisione è stato negativo per 7,8 miliardi, pari allo 0,04% del pil.

Questo effetto modesto, però, nasconde diverse eterogeneità all’interno del tessuto produttivo Usa. Gli economisti hanno stimato “una deviazione standard delle retribuzioni reali nei settori tradable tra le contee dello 0,4%, rispetto a una diminuzione media delle retribuzioni reali dello 0,7%”. Quindi non solo i consumatori e i produttori, ma anche i lavoratori hanno pagato dazio.

Lo studio fa un ulteriore passo in avanti e analizza l’ipotesi che la politica protezionista fosse motivata da ragioni elettorali. Domanda inconsueta per un economista, ma è interessante seguirne il ragionamento per vedere dove conduca. La prima considerazione interessante è che le tariffe sembrano concentrati in settori dove la competizione elettorale era meno polarizzata, “suggerendo una potenziale ragione elettorale ex ante per le tariffe”. Ma soprattutto gli autori osservano che ” la maggior parte delle contee ha subito riduzioni
in salari a causa di ritorsioni” ma soprattutto che “i lavoratori nelle contee repubblicane hanno sopportato il peso maggiore dei costi della guerra commerciale, in parte a causa di ritorsioni sproporzionatamente mirate dell’agricoltura”.

Ricapitoliamo. Come da manuale il costo dei dazi, deciso per ragione evidentemente politiche, ha favorito i produttori dei settori protetti e il governo, ma complessivamente è stato neutro sull’economia. Il costo lo hanno patito i consumatori, all’Usa e all’estero, i produttori che importano beni daziati e anche i lavoratori. Quelli repubblicani più degli altri. Anche questo come da manuale. Dell’eterogenesi dei fini.

I tassi bassi? Dipendono anche dal fisco


Un paper molto interessante pubblicato dal NBER, (“Are interest rates really low?”) solleva una questione usualmente poco considerata nei ragionamenti degli esperti sul livello dei tassi di interesse, ossia l’influenza che la politica fiscale ha sul rendimento delle obbligazioni, a cominciare dai titoli di stato. Usualmente siamo abituati a calcolare i rendimenti (yield) depurando il tasso di inflazione dal tasso nominale. O almeno questa è la congettura alla base di gran parte della modellistica che sussume le decisioni di politica monetaria e le analisi dei policy maker. Non si tiene conto, vale a dire, dell’influenza che la tassazione ha sui rendimenti effettivi che vanno in tasca ai creditori.

La questione non è di poco conto. Trascurare gli effetti del fisco sui rendimenti rischia di falsare l’analisi dell’efficacia delle decisioni di politica monetaria. Se la banca centrale tiene i tassi a un certo livello, tentando di “indovinare” il tasso naturale di interesse, che come sappiamo è una congettura utile a stimare il livello di attività dell’economia, ma i suoi modelli non tengono conto dell’effetto della tassazione sui rendimenti, si possono fraintendere i segnali che arrivano dal mercato, che al contrario tiene conto dei rendimenti più che del livello dei tassi, e quindi fare scelte di policy errate. E soprattutto si rischia di avere una percezione falsata del livello effettivo dei tassi.

Gli autori insistono proprio su questo punto. “Contrariamente alla comune percezione – scrivono – gli investitori obbligazionari non hanno subito tassi di interesse inusualmente bassi durante e dopo la grande recessione del 2008. Ciò in quanto gli investitori tassabili (non tutti lo sono, ndr) devono pagare le tasse sui rendimenti nominali, prima che l’inflazione riduca i loro guadagni reali sul tasso di interesse”. I calcoli degli autori mostrano che i Treasury Usa a lungo termine “non sono stati meno attrattivi per gli investitori tassabili nel 2016 rispetto al 2006”. Tutt’altro. Nel 2016, infatti, il rendimento reale dopo le tasse è stato dell’1% a fronte dello 0,5% del 2006. Quindi non è neanche vero, come siamo portati a credere, che i rendimenti siano inusualmente bassi. Nel 1976 erano addirittura negativi per l’1,7%, erano allo 0,6% nel 1966 e addirittura allo 0,8% nel 1956. I rendimenti del 2016 sono bassi rispetto al 2,4% del 1996 e al 2,9% del 1986. Ma come si vede l’idea corrente che oggi i tassi siano a livello inusualmente basso “sembra esagerata”.

Questa esagerazione, che appartiene sicuramente al sentire comune di tanti di noi, certo non incanta gli investitori più sofisticati, osservano gli autori, e questo scardina un altro luogo comune assai diffuso nel nostro discorrere, ossia che il livello basso dei tassi generi quella “fame di rendimento” che spinge gli investitori a rischiare di più. Il “search for yield”, come si chiama, esiste di sicuro. Ma non è più pressante di quanto sia stato in passato. Dovremo trovare altrove i segnali dell’eccezionalità del nostro tempo. Uno ce lo suggerisce il governatore della banca di Spagna, che qualche giorno fa ha parlato delle sfide di fronte alle quali si trovano le banche centrali. Le BC hanno moltiplicato per quattro, nel caso del Giappone addirittura per cinque il proprio bilancio, che ormai pesa il 40% del pil dell’eurozona per la Bce (4,4 trilioni di euro), il 24% del pil per la Fed (4,4 trilioni di dollari) e quasi il 100% del pil per il Giappone (5,2 trilioni di yen). Questo, a differenza dei tassi bassi, è una novità assoluta.

Il lato oscuro delle espansioni fiscali: il caso cinese


Oggi che tornano di moda, coccolate dai potenti e invocate dalle voci roche di popolazioni arrabbiate, le espansioni fiscali vengono definitivamente liberate dall’onere di provare che risolvano assai più problemi di quanti ne provochino. Si evoca il public spending, con imperiale noncuranza circa l’eventuale deficit, facendo credere, e magari credendoci sul serio, che allargando i cordoni tutto andrà bene, come nei peggiori film americani. L’austerità fa male, quindi spendi e guarisci. Eccola qua la politica economica della seconda metà del primo decennio del XXI secolo. Qualcuno obietterà che somiglia a quella di molti decenni trascorsi e che ci ha condotto al nostro tormentato presente, ma è notorio che la memoria breve faciliti certi entusiasmi.

Chi non si accontenti di tifare questo o quello, e magari mantenga spirito critico e curiosità, potrebbe perciò essere interessato alla lettura di un paper uscito qualche settimana addietro per il NBER, (“The long shadow of a fiscal expansion“) che ha il pregio di osservare gli effetti dell’imponente manovra di politica fiscale messa in campo dal governo cinese dopo la crisi del 2008. Ovviamente sarebbe errato dedurne che ciò che è valso per la Cina varrà anche per altre economie. E tuttavia sarebbe altrettanto inopportuno sottovalutare una semplice circostanza, che il caso cinese conferma ancora una volta: quando si manovra l’economia con la politica monetaria o quella fiscale, le conseguenze non intenzionali sono assai più pervasive e impreviste di quanto chiunque fosse in grado di anticipare. E sovente dannose.

Cominciamo dai numeri. Fra il 2009 e il 2010 la Cina mise in campo quattro trilioni di yuan di stimolo fiscale, equivalente al 12% del Pil. Per capirci, sarebbe come se il governo italiano mettesse in campo spesa aggiuntiva per 180 miliardi di euro in un biennio. Lo stimolo fiscale cinese fu finanziato tramite l’attivazione di veicoli di finanza locale, quindi fuori dal bilancio dello stato, che presero in prestito e spesero seguendo le indicazioni dei governi locali.

Il problema è che questi veicoli non smisero di spendere alla fine del 2010, quando l’attività doveva formalmente interrompersi. “Dopo la fine del programma di stimolo, la spesa da questi veicoli fu di circa il 10% del Pil ogni anno. Una quota crescente di questa spesa riguardava progetti commerciali essenzialmente privati”. E questo ci dice le prime due cose da ricordare: intanto che non è facile fermare una macchina che divora soldi una volta che sia stata attivata (e questo noi italiani dovremmo saperlo bene) e poi che a un certo momento se ne perde semplicemente il controllo.

Se guardiamo ai risultati, il paper ci dice che “la spesa fuori bilancio dei governi locali è probabilmente responsabile dell’aumento del 5% nel tasso aggregato di investimento e del declino del 7-8% del surplus del conto corrente della bilancia dei pagamenti registratosi dal 2008”. Non esistono pasti gratis. Neanche in Cina.

Infine lo studio sostiene che “i governi locali hanno usato il loro accesso a risorse finanziarie per facilitare l’accesso al capitale a imprese private favorite. Ciò ha potenzialmente peggiorato l’efficienza generale dell’allocazione del capitale”. Con la conseguenza che “gli effetti di lungo periodo di queste spese fuori bilancio dei governi locali può essere un declino permanente nel tasso aggregato della produttività e del Pil”. L’esito giapponese del miracolo cinese, appunto.

Paul Krugman, commentando la scelta cinese di un maxi piano di stimolo fiscale scrisse nel 2010 che la Cina si era impegnata “in uno stimolo molto più aggressivo di quanto abbia fatto ogni nazione occidentale e (questo stimolo, ndr) ha funzionato bene”. Capisco che i premi nobel siano esentati dall’onere della prova, tantomeno a posteriori. Questo non vuol dire che dicano cose sensate.

 

Se le borse cadono è colpa della pioggia


Così siamo arrivati al punto che gli osservatori esperti delle traversie del nostro sistema economico guardano ai cambiamenti climatici come a uno dei nuovi e più potenti driver dell’instabilità finanziaria. E non so bene se ridere, notando come l’intrusione dell’economia reale nel ciclo finanziario avvenga oggi tramite il canale della pioggia, o prendere sul serio questa preoccupazione.

Non bastassero i rischi provocati dal diluvio di liquidità, ora ci si mette anche Giove pluvio a terremotare le borse?

Rimane il fatto che in questi giorni sono usciti due documenti che mi costringono a propendere per la serietà: il maltempo, oltre a tutto il resto, fa male anche alla finanza e per i più svariati motivi.

Il primo che illustra questi rischi è Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, che ha recitato un pregevole speech alla sede dei Lloyd’s di Londra il 29 settembre scorso (“Breaking the tragedy of the horizon – climate change and financial stability”). Che un banchiere centrale, incidentalmente anche chairman del financial stability board della BoE, parli dei rischi derivanti dal maltempo per le assicurazioni non è certo una coincidenza. Le assicurazioni infatti sono una delle architravi del sistema finanziario, e quelle inglesi in particolare, come lo stesso Carney ci ricorda in apertura del suo intervento.

Pensate che i Lloyd’s da soli pagano 300 mila stipendi e pesano 25 miliardi di Pil. E certo non è solo in questi due numeri che si può esaurire il peso e l’importanza di una compagnia di assicurazioni, che ha relazioni finanziarie con le famiglie, le imprese e gli investitori.

Ciò spiega bene, pure se per sommicapi, perché il cambiamento climatico sia finito nell’agenda dei regolatori finanziari. Costoro, che si guardano bene dal prendere posizione sulla diatriba scientifica fra chi ci crede e chi no, si limitano ad osservare alcuni fatti assai concreti “Dal 1980 – spiega Carney – il numero di eventi che hanno condotto a perdite legati al clima sono triplicati, e la perdite reale per le assicurazioni sono passate da una media annuale di 10 miliardi di dollari degli anni ’80 fino ai 50 miliardi dell’ultimo decennio”. Con l’aggravante che “le sfide di fronte alle quali ci troviamo oggi di fronte impallidiscono davanti a quelle che può riservarci il futuro”. Il cambiamento climatico, perciò “è una tragedia all’orizzonte”.

Il banchiere apocalittico, versione economicizzata del profeta di sventura, trae le proprie convinzioni innanzitutto dalla circostanza che l’arco di intervento dei policy maker che fanno girare l’economia è sostanzialmente più breve di quello geologico del clima. I signori del denaro ragionano su periodi di qualche anno, il clima cambia lungo i decenni. E già basta solo questo a sollevare il timore che quando il diluvio arriverà non saremo, semplicemente, pronti.

In questo spread temporale, chiamiamolo così, si addensano varie tipologie di rischio, che vanno da quelli provocati dal costo dei danneggiamenti, che le assicurazioni devono ripagare, ai debiti futuri che tali problemi possono causare, fino ad arrivare ai rischi causati dal cambiamento di tecnologie: “Un’azione politica orientata a promuovere un’economia con meno emissioni può condurre a una reassesment fondamentale”.

Il perché è presto detto: il 19% delle compagnie quotate nel FTSE lavorano nel settore energetico e un altro 11% lavorano in settori in qualche modo ad esso collegati (chimica, costruzioni, eccetera). Quindi la rivoluzione ecologica, che molti reputano necessaria per “riparare” il clima, impatta direttamente sul sistema finanziario. E quindi sugli investitori inglesi, comprese le compagnie assicurative, esposti a vari livelli verso queste compagnie.

Insomma, per dirla con le parole di Cairns, “il cambiamento climatico può minacciare la resilienza del sistema finanziario e la prosperità di lungo termine”

Tale visione si arricchisce leggendo un paper del NBER (“Modelling uncertainity in climate change, a multi-model comparaison”) grazie al quale scopro una nuova branca dell’economia che sfuggiva alla mia attenzione: l’economia dei cambiamenti climatici. Aldilà della ricognizione tecnica, che qui poco rileva, è il fatto stesso che si stia iniziando a modellizzare l’impatto dei cambiamenti climatici sul tessuto economico che trovo interessante. Niente sfugge all’abbraccio preoccupato dell’economia. Neanche il clima.

Ne abbiamo fatta di strada, dai tempi di “Piove, governo ladro”.

 

Gli economisti trovano l’elisir di giovinezza


Mi affascina scoprire ogni giorno quanto pervasiva sia diventata la seduzione del denaro nelle nostre società. Questo dio del Secolo, del quale gli economisti sono gli assai celebrati sacerdoti, si rivela nei loro studi che lentamente percolano sulle nostre coscienze, convincendoci, poco a poco, che nel denaro, tanto osservato quanto mal compreso, sia nascosto il balsamo capace di lenire ogni nostra inquietudine.

In uno di questi studi, pubblicato qualche tempo fa dal Nber (The impact of social security income on cognitive function at older age), ho scoperto un’altra qualità del denaro che ignoravo e che mi sembra utile condividere con voi: quella taumaturgica. Il denaro insomma, fra le altre cose è capace di donarci una migliore salute e addirittura rallentare la degenerazione prodotta dall’invecchiamento, che sovente coincide con l’emergere di deficit cognitivi.

Senza bisogno di scomodare un comico celebre qualche tempo fa, potremmo dire che è meglio essere vecchi ma ricchi, piuttosto che vecchi ma poveri. Ma in questa fiera dell’ovvio si rischia di smarrire la sottotraccia del discorso economico contemporaneo. Ossia che il denaro, piuttosto che la bellezza, come sosteneva un celebre scrittore russo, salverà il mondo. E’ in questa dannazione che la scienza triste ha racchiuso la nostra epopea sociale.

Come al solito, però, tale esito viene celato dall’argomentare astruso e specialistico, furbo travestimento di questi moderni chierici, e dai numerosi caveat che infarciscono lo studio. Che però vale la pena scorrere perché conduce a risultati quantitativi, e quindi a considerazioni qualitative, che gli autori molto generosamente mettono a disposizione delle autorità e che perciò serviranno (o dovrebbero servire) a orientarne le scelte future. I paper economici sono un ottimo oroscopo delle decisioni politiche, al nostro tempo.

Il ragionamento si basa sull’ipotesi che una maggiore disponibilità di redditi nella quarta età serva a prevenire alcune malattie degenerative come l’Alzheimer o la demenza. E si basa su alcuni dati estratti dai database della Social security Usa degli anni ’70.

La scelta di quel periodo ha un motivo preciso. Nel 1972 la legge a base della Social security fu emendata per consentire un adeguamento automatico delle pensioni pagate dall’ente che, prima di allora, venivano aumentate una tantum alla volta dal Congresso. Senonché l’algoritmo utilizzato per l’indicizzazione si dimostrò troppo generoso per i lavoratori nati dopo il 1910: l’aumento dei pagamenti superò di parecchio il tasso di inflazione.

Sicché si arrivò, nel 1977, a emendare nuovamente la norma, conducendo a una riduzione dei benefit erogati per i nati dopo il 1917. Per evitare scossoni si delineò anche un periodo di transizione di cinque anni, durante il quale i sovra benefici erogati in virtù della norma precedente venivano lentamente diluiti.

A conti fatti ne risultò che alcune coorti avevano ricevuto maggiori benefit rispetto ad altre con le stesse storia lavorativa, che alcune clausole di salvaguardia resero di fatto permanenti. Buon per loro, viene da dire.

Questo panel di dati ha consentito ai nostri economisti di paragonare la risposta fisica di coorti anagrafiche simili a diversi livelli di reddito, arrivando alla conclusione che “un migliaio di dollari (a valori del 1993, ndr) di incremento permanente di reddito annuo conduce a un miglioramento del 2,2% della memoria e a un aumento dell’1,1% del linguaggio, della conoscenza e dell’orientamento”. Inoltre, “c’è anche un miglioramento dell’1,4% nelle capacità cognitive generali” ed è stato riscontrato una diminuzione dell’1,9% del tasso di demenze”.

Se questi incrementi vi sembrano poca cosa, considerate che gli specialisti della quarta età li considerano come un grande risultato. Fra le altre cose, dicono, spendere di più in pensione farebbe anche risparmiare in sanità, visto che l’anziano benestante invecchia meglio.

Insomma: il denaro funziona come un elisir di giovinezza. Oltre a consentire costosi interventi estetici, previene pure il rimbambimento.

Chiaro che se ne desideri sempre di più.

Fra le righe dello studio scorgo però un’altra via, che gli autori ricordano più volte. E’ stato notato, spiegano, che un declino dell’attività cognitiva spesso è, fra l’altro, conseguenza della fine dell’età lavorativa. Aumentare le provvidenza per l’anziano pensionato, dicono, “può parzialmente compensare questo declino cognitivo”. Quindi il denaro cura anche la depressione post-pensionamento (ammesso che esista per davvero).

In alternativa, pare di capire, se cioé il governo non vuole o non può aumentare i benefit, c’è sempre la strada maestra per prevenire il declino cognitivo: che gli anziani continuino a lavorare, come tutta la storia del nostro tempo sembra complottare.

Insomma, cari anziani: che sia il denaro aumentato delle vostre pensioni, o sia il lavoro, prolungato più che si possa, state sereni.

Il dio dell’economia baderà a voi.

Le banche centrali fanno aumentare la disuguaglianza


Poiché la disuguaglianza è tornata di moda, forse perché aumenta, molti ne scrivono e ancor di più si interrogano sul perché e sul percome tale sgradevole controindicazione continui ad abitare il meraviglioso mondo magico che ci ostiniamo a credere sia, o dovrebbe essere, il nostro.

Nulla di strano che tale arrovellarsi finisca col coinvolgere anche i nostri banchieri centrali, ormai veri e propri virgilii nell’inferno della contemporaneità, che adesso si chiedono se, hai visto mai, la loro dissennata politica dei tassi a zero, e anzi negativi, non finisca per avere effetti redistribuitivi che sono del tutto esorbitanti rispetto ai compiti di una banca centrale. che dovrebbero limitarsi alla stabilità dei prezzi, come è il caso della Bce, o al più alla stabilità finanziaria e del mercato interno, come si spingono a fare la Fed e la Boj.

L’ultimo ad arrovellarsi sul tema Banche centrali&disuguaglianza è stato Yves Mersch, componente del board della Bce, ultima arrivata, ma non per questo meno espansiva, fra le banche centrali che hanno deciso/dovuto fare uno straordinario allentamento monetario per provare a rimettere in equilibrio le stanche economie dei loro paesi, pigre e deflazionarie come mai negli ultimi anni.

Il tema della disuguaglianza si collega proprio a questo. O meglio alla risposta alla domanda se la politica monetaria abbia o no effetti redistributivi. La qualcosa parrà quantomeno astrusa a quelli come noi, che usano il buon senso del padre di famiglia, mentre è di primissimo interesse per i nostri banchieri centrali che, sbirciando fuori dalla loro torre eburnea si accorgono adesso che effettivamente mettere i tassi in territorio negativo, far gonfiare i prezzi degli asset e compagnia cantante, è molto probabile interferisca sulla distribuzione della ricchezza.

Ma per comprendere il punto di vista di Mersch bisogna provare a mettersi nei panni di un banchiere centrale. “Finora – spiega – il tema della disuguaglianza non ha fatto parte dell’analisi della politiche monetaria. Ma questo può cambiare”.

E le ragioni son presto dette. “L’aumento della disuguaglianza ha impatto sulla stabilità finanziaria”, sottolinea, e alcune evidenze fattuali mostrano come sia possibile un collegamento fra disuguaglianza e crisi finanziarie. Ma soprattutto, Mersch riconosce l’evidenza che agire sui tassi di interesse ha di per sé effetti redistributivi.

Abbassare i tassi può essere un vantaggio per i debitori, che pagano meno interessi, ma altrettanto per i creditori, che vedono salire i prezzi degli asset. Costoro d’altronde, se hanno investito in asset “sicuri” quanto possono esserlo oggi gli asset, ad esempio depositi od obbligazioni, rischiano di essere penalizzati da una politica di tassi bassi, esattamente come può succedere ai debitori, specie quelli che appartengono alla fascia più povera della popolazione, che magari a causa delle frizioni economiche che rendono necessaria tale politica, perdono il lavoro.

Uno studio del Nber di qualche anno ricordato da Mersch fa individua almeno cinque canali attraverso i quali la politica monetaria impatta sulla distribuzione del reddito. Una politica monetaria espansiva che faccia salire i profitti più dei salari, ad esempio, avvantaggia quelle persone che ricevono i loro guadagni dagli affari o dalla finanza, che evidentemente sono già i più ricchi della popolazione e che perciò lo diventano ancor di più.

Al tempo stesso tale politica avvantaggia i cittadini più a loro agio con i mercati finanziari, che, incidentalmente, sono sempre i più ricchi. Inoltre, poiché i cittadini a più basso reddito hanno generalmente la tendenza a accumulare la poca liquidità che hanno, magari tendendola in banca, i potenziali effetti inflazionistici originati dall’azione delle banche centrali rischiano di tradursi in un effettivo trasferimento di ricchezza da loro ai più ricchi. Senza contare che una politica di tassi bassi colpirà anche il rendimento dei loro conti correnti.

Tali assunzioni teoriche hanno trovato una prima conferma sperimentale stimando gli effetti della politica monetaria sulla redistribuzione negli Usa a partire dal 1980. L’analisi ha mostrato una certa sensitività della disuguaglianza alle politiche a tasso zero che, addirittura, hanno effetti simili, quando l’economia richiederebbe tassi negativi, a quando si adottino politiche restrittive.

Un rapporto del McKinsey global institute di un anno fa ha stimato che l’ambiente di tassi bassi nelle principali economia globali (Usa, Uk e EZ) ha determinato minori incassi per 630 miliardi per i depositanti e gli obbligazionisti. A tali perdite, corrispondono evidenti guadagni per le banche, che su tali conti correnti hanno risparmiato, e per chi emette obbligazioni, stati in testa. Ma tali perdite, avvisa Mersch, possono essere annullate dall’aumento del prezzo degli asset che la politica monetaria porta con sé.

Un altro studio di James Bullard, presidente della Fed di San Louis, è arrivato alla conclusione che la politica di quantitative easing della Fed ha depresso i rendimento degli asset sicuri, spingendo quindi i cittadini verso gli asset più rischiosi, ossia tutto il contrario della stabilità finanziaria che pure le banche centrali dovrebbero monitorare. E poiché le azioni sono possedute soltanto da metà della popolazione, e sono concentrate fra i più ricchi, il QE ha finito col migliorare la loro posizione relativa.

Se guardiamo al Giappone, che da un ventennio prova a uscire dalla deflazione pompando liquidità nel sistema finanziario, quello che se ne trae è un’altra conferma. Una ricerca di Ayako Saiki e Jon Frost alla De Nederlandsche Bank ha evidenziato come queste politiche non convenzionali siano servite allo scopo di far ripartire l’economia, ma al prezzo però di un più elevata disuguaglianza tramite il cosiddetto “canale di portafoglio”, ossia il meccanismo che abbiamo visto agisce quando l’aumento della base monetaria tende ad aumentare il valore degli asset. I soldi fanno soldi, dicevano gli antichi. Con l’avvertenza che tali effetti potrebbero essere ancora più grandi in Europa, Usa e Gran Bretagna, dove le famiglie hanno attivi di portafoglio in azioni e bond anche maggiori rispetto al Giappone.

A proposito. Nell’eurozona la Bce ha messo in piedi una database con i dati di 62.000 famiglie di 15 paesi. Le prime analisi mostrano che fra il 2008 e il 2013 le famiglie a maggior reddito sono quelle che hanno sofferto le maggiori perdite di ricchezza, ma al tempo stesso le famiglie più povere sono state penalizzate dal notevole aumento della disoccupazione, che ha abbattuto anche indirettamente i loro redditi. Insomma; se i ricchi perdono capitale, ma i poveri il lavoro, il risultato finale è comunque un aumento della disuguaglianza, atteso che è più facile recuperare una perdita sulle azioni, tramite il canale del portafoglio, piuttosto che ritrovare un lavoro.

La disarmante conclusione di Mersch è che le banche centrali devono essere consapevoli che provocano conseguenze distributive con le loro politiche monetarie che, di recente, hanno sortito come conseguenza l’aver fatto aumentare la diseguaglianza, anche se lui dice che questa conclusione “non ha ancora una chiara evidenza”. “Tuttavia – aggiunge – le politiche non convenzionali, e in particolare il largo acquisto di asset, sembrano aumentare la diseguaglianza, anche se è difficile stabilire in che quantità”. Questa “controindicazione distributiva deve essere tollerata”, aggiunge, “ma chiaramente non deve durare e questa deve essere un’altra ragione per riconoscere che queste misure di politica monetaria non standard devono essere temporanee”.

Insomma; le banche centrali stanno contribuendo all’aumento della disuglianza, ma vorrebbero tanto non farlo.

Notoriamente, di buone intenzioni è lastricato l’inferno.

Cura da dopoguerra per abbattere il debito


Poiché è il tema principe del nostro tempo, il debito degli stati, è giocoforza interrogarsi su quale sarà la sorte di cotanto capitale fittizio che i governanti hanno accumulato sulle spalle dei cittadini, che peraltro ci hanno aggiungo anche il loro privatissimo debito, ora che tali obbligazioni, in un contesto di crescita stagnante, iniziano a spaventare più del dovuto coloro che son chiamati a sostenerle con la loro fiducia.

Mi concedo perciò la lettura di un interessante paper pubblicato dal Nber, “Inflating away the pubblic debt? An empirical assessment”, che, fra le righe, suggerisce una risposta che è anche una domanda. La risposta è che l’inflazione da sola non basta ad abbattere il debito, ma l’obiettivo potrebbe essere raggiunto se la si accoppiasse a politiche di repressione finanziaria. Quindi la domanda è: i governi, a cominciare da quello Usa, sono disposti a infliggere una cura stile dopoguerra ai loro governati?

Iniziamo chiedendoci, come fa l’autore, se “con un debito Usa al più alto livello sul Pil dal 1947, potrebbe essere l’inflazione una strategia funzionante per ripagarlo?”

La premessa teorica sottintesa nella risposta è innanzitutto un tasso di inflazione permanentemente più alto dell’1% rispetto ai target. Ebbene, con un debito, nel 2012, pari al 101% del Pil, che fosse detenuto dai privati e con un’età media di 5,4 anni, un’inflazione siffatta potrebbe ridurlo del 5,5% del Pil nell’arco di qualche anno. Questo in teoria, con un primo calcolo molto approssimativo.

Il modello sviluppato dall’autore, infatti, mostra un’altra cosa, ossia che la probabilità che, stante il tasso d’inflazione ipotizzato, il debito/Pil cali davvero del 5,5% è inferiore allo 0,05%. Ciò dipende dal fatto che le ipotesi sottostanti alla prima stima sono inaccurate.

In particolare, spiega, la stima del debito è esagerata perché parte di questo debito è detenuto da agenzie pubbliche, ossia è intergovernativo, o ha interessi indicizzati all’inflazione. Così come è inaccurata la stima della sua durata perché non tiene conto delle effettiva maturità del debito nominale detenuto in mani private. Anche l’ipotesi stessa di un incremento permanente del tasso dell’1% è poco sensata, perché, osserva, se il tasso di infazione potesse improvvisamente diventare infinito, il debito si estinguerebbe per magia. Gli investitori perciò scontano in qualche modo l’inflazione futura, che comunque è la risultante di un processo stocastico, nel momento stesso in cui acquistano il debito di uno stato.

Altre approssimazioni rendono il calcolo poco significativo, e dovremmo ricordarcene ogni volta che abbiamo a che fare con dei dati: bisogna sempre capire da cosa sono dedotti e non ingugitarli.

La seconda, e assai rilevante approssimazione è quella che fa dedurre che le Banche centrali abbiano il potere di determinare l’inflazione, mentre così non è. “Anche se la banca centrale volesse aumentare l’inflazione dell’1% – dice – potrebbe non essere capace di farlo”. E basta scorrere le cronache recenti per averne contezza. “E tuttavia ci sono molti modi per far aumentare l’inflazione – ricorda – con decisioni graduali e transitorie o improvvise e permanenti. In entrambi i casi bisogna considerare l’esperimento controfattuale, ossia se l’agente economico le reputi possibili”.

Questa noiosa premessa, che comunque dice molto dell’epistème econometrica, serve all’autore per sviluppare un modello di stima per arrivare a quantificare un credibile livello di inflazione e il suo altrettanto credibile effetto sul valore reale del debito.

Nel caso americano, che poi è quello considerato, un’informazione è assai rilevante dal punto di vista dell’analisi: il settore privato detiene una quota sproporzionata di debito Usa a breve termine (ricordo che i T bill e i bond a breve sono usati come collaterali in numerosissime transazioni finanziarie) e solo una piccola quota di debito a lunga, al contrario di quanto accade per la Fed, che è imbottita di debito a lungo termine. Questa differenza nella composizione dei portafogli causa che i privati siano meno sensibili agli effetti dell’inflazione su tali debiti (che per loro sono crediti) rispetto alla Fed.

Vi risparmio le altre astrusità, che piacciono solo agli addetti ai lavori, e vengo al punto. Anzi, ai vari punti.

Il primo è che la probabilità che l’inflazione eroda più del 4,2% del debito/pil ha una probabilità di meno dell’1%. “E’ interessante notare che gli effetti dell’inflazione sarebbe minori per i possessori esteri del debito Usa che hanno scadenza lunghe, al contrario di quanto accadrebbe alla Fed che soffrirebbe più grandi perdite di capitale”, sottolinea.

Il secondo punto è che parte di questo deludente effetto dell’inflazione sul debito americano dipende dalle aspettative e dalla maturity del debito in mani private, abbastanza bassa. Gli agenti del mercato infatti quotano con una probabililtà minima l’evento di una crescita significativa dell’inflazione. Per dirla con le parole dell’autore, “nel breve termine c’è molto debito ma solo una piccola extrainflazione, nel lungo periodo ci potrebbe essere una grande inflazione, ma meno debito”.

Il terzo punto è quello più interessante. Analizza l’effetto di una decisione politica che interagisca con l’inflazione sul modello di quelle spesso utilizzate nel secondo dopoguerra nei paesi sviluppati: la repressione finanziaria. La ricerca prende spunto dai rimedi utilizzati da diverse economie sviluppate, fra il 1945 e il 1980, per ripagare i debiti di guerra. Paragone quantomai sensato, atteso che viviamo con un debito di guerra sulle spalle anche noi.

“Viene considerata una repressione finanziaria estrema, che preveda per i possessori dei bond pagamenti con riserve presso presso la banca centrale per un certo numero di anni. Ciò equivale a estendere ex post la maturità del debito”.

Sotto tali circostanze, e presumendo che la repressione duri almeno un decennio, il debito, combinandosi tale l’ipotesi con quella di un’inflazione permanentemente più alta di almeno l’1%, si abbatterebbe del 23% di pil.

Nel caso non fosse chiaro, la proposta prevede che i bond attuali, che pagano interessi, vengano rimpiazzati da un altro tipo di bond che pagano interessi zero senza però dare nulla in cambio.

In sostanza, serve una specie di rapina, associata a un’inflazione alta, per abbattere il debito.

E con ciò consideriamoci tutti avvertiti.

“Può darsi che le aspettative di inflazione stiano severamente sottostimando l’inflazione futura, o forse l’inflazione, pur non erodendo il valore reale del debito del governo, genererà surplus fiscali diminuendo il valore reale del fabbisogno pubblico per salari e pensioni. Quello che è sicuro e a cui non si può sfuggire è che, in un modo o nell’altro, il vincolo di bilancio del governo dovrà tenere”.

E questa, viene da dire, è  solo l’ennesima ipotesi che la realtà potrà incaricarsi di smentire.

Genealogia del Pil – Il trionfo della volontà (statale)


In mano ai regnanti moderni, l’aritmetica politica, che più tardi diverrà economia politica tout court, si rivela arma migliore del cannone per dominare i popoli e vessarli (con le imposte).

La politica di potenza degli stati europei trova negli astrusi calcoli degli economisti il lievito ideali per freddi sogni di gloria pesati sulla bilancia del commercio, che tanto più è florida tanto più conferma tali astruserie.

L’economia perciò è politica, sin dal suo sorgere. E solo un occhio ingenuo potrebbe sfogliarne i testi senza tener conto che tutti costoro, i primi economisti e anche i secondi, in un modo o nell’altro furono e sono legati al declinarsi periclitante della potenza statale e ai suoi sussidi, siano essi cattedre, consulenze o munifiche sponsorizzazioni per alti fini di ricerca.

Petty, perciò, fu solo il primo di molti e non sarà l’ultimo.

Occorse tuttavia una lunga strada, e sempre peggiori guerre, per arrivare a quello che oggi conosciamo come Pil, dovendosi aggiungere a queste guerre anche le inspiegabili (eppure commentatissime) depressioni nelle quali l’economia internazionale talvolta indulge.

Nel corso del secolo XIX si gettarono le basi dell’evoluzione contabile del prodotto nazionale. Dall’epoca di Adam Smith, che escludeva dal computo del reddito nazionale le professioni e i servizi, si passò a quella di Alfred Marshall, inglese anch’egli e matematico di formazione, che iniziò a discorrere sul finire del secolo, dell’opportunità di inserire nel calcolo del prodotto anche coloro i quali non producevano nulla che fosse smithianamente misurabile. Ossia che generasse valore aggiunto. Il cantante, per dire, o l’avvocato, che nella visione di Smith non producevano ricchezza, pur rappresentando un valore economico, ma la consumavano.

Nell’Inghilterra di Smith, infatti, erede della tradizione fisiocratica, solo l’agricoltura produceva valore, aggiungendosi a quest’ultima il lavorio dell’industria, del commercio e dei trasporti. Si era agli albori della rivoluzione industriale, d’altronde, e ceti emergenti chiedevano di essere rappresentati, persino nella contabilità.

Che la trovata di Marshall corrispondesse a una precisa visione del mondo inglese, e più tardi americana, è chiaro agli studiosi di questa materia. Basti ricordare che la definizione di prodotto netto elaborato dalla Russia sovietica fosse assai più simile a quella di Smith, che di Marx sulla questione era stato grande ispiratore, che non a quella di Keynes. Così come  è chiaro che l’impero inglese, facendosi vieppiù potente, necessitasse di rappresentare la sua volontà di potenza anche nell’arido campo della statistica economica.

E quale miglior modo se non aggiungendo al calcolo del reddit0 anche i servizi? Gonfiandosi il reddito si mostrano i muscoli, né più né meno di come facciano certe bestie gonfiando il petto.

Ecco che l’ombra del Pil, l’indice che tutto comprende, segna il definitivo affermarsi del trionfo della volontà degli stati.

Riducendo tutto a contabilità, lo Stato allarga insieme la sua volontà di controllo e la base imponibile. Che poi significa assegnarsi d’imperio il diritto a decidere chi debba guadagnare e in che quantità il soldi esatti dalle tasse.

Ma questo trionfo della volontà statale, che verrà chiamato pudicamente “politica redistributiva del reddito” vedrà la sua epifania solo nell’America di Roosvelt per europeizzarsi, ovviamente, tramite l’Inghilterra nel secondo dopoguerra grazie al decisivo influsso di Keynes.

Il New Deal, ha scritto qualcuno, fu la variante americana di quello che i fascismi fecero in Europa: spesa pubblica a sostegno del reddito, banche sotto tutela statale, protezionismi e dazi. Peraltro con meno efficacia economica di quanto i fascismi europei avevano ottenuto, se si confrontano – per dire – i dati macroeconomici americani con quelli nazisti.

Ma fu sotto il New Deal che l’intervento dello Stato nell’economia fu finalmente digerito e assimilato. Ne abbiamo visto tanti esempi, nel corso del nostro viaggio, e abbiamo anche scoperto come certe pratiche nate in quel periodo siano ancora assolutamente attuali.

Ebbene:  il Pil, anche se pochi lo sanno o lo ricordano, completa l’arsenale americano messo in campo dal governo per sconfiggere la depressione degli anni ’30. Diede un calcio di incoraggiamento al prodotto: ampliandolo.

Ciò che l’economia depressa degli anni ’30 non poteva più garantire, il reddito, l’avrebbe garantito lo Stato. Ma perché ciò fosse visibile occorreva che tale progresso “economico” fosse misurabile e misurato.

Il nuovo araldo del principe fu individuato in un erudito economista ebreo nato in Bielorussia ed emigrato negli Stati Uniti poco più che ventenne: quale sintesi esemplare dell’epopea novecentesca del Capitale.

Il suo nome era Simon Kuznets.

Pochi ricordano questo una volta celeberrimo economista insignito del Nobel nel 1971. Nella sua lunga carriera, cominciata nei primi anni ’30, quando entrò nel NBER, si occupò di talmente tante cose e per così tanti soggetti che raccontare la sua biografia diventa defatigante.

Ai nostri fini, tuttavia, ci interessa un periodo particolare della storia di Kuznets: quello che si consumò fra il 1931 e il 1934, quando assunse la responsabilità di coordinare il progetto che il NBER stava svolgendo per il Dipartimento del Commercio americano, che era alla disperata ricerca di un nuovo indice capace di rappresentare al meglio le esigenze di crescita dell’America di Roosvelt.

Cercavano un indice capace di registrare i progressi del’economia, sedotti dal pensiero magico delle aspettative che si autorealizzano. Quanto più l’indice avesse raccolto e fotografato, tanto più il New Deal sarebbe stato non più un sogno, ma una solida realtà.

La volontà dello Stato, di conseguenza, non poteva né doveva farsi limitare dalla statistica. I pudori dei miti economisti, condannati a doversi guadagnare il pane, dovevano necessariamente farsi da parte.

Nel 1934 il 33enne Kuznets presentò al Congresso americano il suo primo calcolo del Pil, inaugurando la lunga e felice vita a quest’indicatore. Mai certo avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato una divinità, questo indice, anche perché ben ne conosceva i limiti e le complicazioni, come pure provò a spiegare ai burocrati del ministero guadagnandoci solo un prematuro divorzio.

Si ripete, anche per Kuznets, il destino del saggio che pensa d’istruire il regnante, dimenticando che l’istinto animale del sovrano mal si accorda con le aeree astrazioni del pensiero razionale, giudicandole infine manifestazioni invertebrate di una volontà di potenza ancora immatura. E forse è davvero così.

Kuznets, insomma, a un certo punto abbandona il suo Pil, quasi rinnegandolo, come si conviene ad ogni studioso che, ricercando, abbia scoperto di aver dischiuso un vaso di Pandora. Fugge terrorizzato dall’icona totalitaria che aveva contribuito a creare giudicandola ben lungi dal poter rappresentare la ricchezza di una nazione. “E’ difficile capire – scriverà – perché il prodotto netto di un’economia debba includere non solo il flusso dei beni ai consumatori finali ma anche il costo aumentato delle attività governative”.

Difficile da capire per lo studioso, ma non per l’economista politico, genìa ormai in predicato di potenza. E non sarà certo un caso che a chiudere il cerchio statistico saranno ancora una volta gli economisti inglesi, figli di Petty ma soprattutto di Keynes.

Forti dell’eredità di Keynes,  tutta una generazione di economisti inglesi confeziona la nuova equazione del reddito (Y), dove innanzitutto la spesa statale G entra di diritto nel computo, aggiungendosi a C (consumi) e I (investimenti).

Coevo di Kuznets, Colin Clarke era inglese infatti. Chimico di formazione, quindi in origine scienziato puro come Marshall e perciò facile alle seduzioni dell’oggettività, scopre la sua vocazione più autentica con la tavola degli elementi del reddito, che compone in un indice sostanzialmente simile a quello del collega americano.

Il suo sforzo era teso a aggregare in un’unica variabile tutte le informazioni di un sistema economico in un determinato periodo di tempo. Il tutt’uno scientifico che promette, una volta conosciuto, l’eldorado di una felicità alla portata di tutti, di cui è sostanzialmente compito dello Stato occuparsi.

Ed ecco “Le condizioni del progresso economico”, come si intitolò il più celebre lavoro di Clarke pubblicato nel 1940.

E un anno dopo, gli ultimi dioscuri della contabilità nazionale, Richard Stone e James Meade, contribuirono, meritandosi per l’occasione un Nobel qualche decennio dopo, a un testo fondamentale pubblicato dal Tesoro inglese (guarda il caso). Il libro si intitolava “An analysis of the source of war finance and an estimate of the national income and expenditure in 1938 and 1940”.

La novità di quel testo fu che per la prima volta il bilancio statale entrò a far parte della contabilità nazionale.

Ecco l’economia di guerra che genera l’economia del dopoguerra che così tanta fortuna ha portato ai politici europei, a cui fu finalmente concesso di distribuire i soldi delle tasse secondo personalissime visioni del mondo.

Fino a quando l’economia del  dopoguerra degenera in una nuova economia di guerra, ossia basata su un indebitamento crescente che finisce con lo scaricarsi sui bilanci statali direttamente o per il tramite delle banche centrali. Ma questa è già cronaca.

Prima di arrivarci è utile ricordare che è l’eredità keynesiana a generare il sistema normalizzato della contabilità nazionale. Il lavoro di Stone è la base del national account americano.

Secondo questa visione del mondo alla crescita del prodotto contribuiscono le imprese, le famiglie, la pubblica amministrazione e il resto del mondo.

Gli economisti costruiscono lo strumento, il politico lo suona e la statistica scrive lo spartito. Inizia il concerto della contabilità nazionale che, per funzionare, come abbiamo visto, deve essere quanto più internazionale possibile. La parzialità mal si addice a chi tenda all’assoluto.

Nel 1953 viene pubblicata la prima versione del System of national account, che l’Onu pubblico in versione finale nel 1968. Per colmo di ironia, nell’anno della sedicente grande rivoluzione, si aggiornava il sistema della grande omologazione: la contabilità nazionale dei paesi del blocco occidentale.

Sette anni dopo , nel 1975, fu codificato dall’ufficio statistico dell’Onu il Sistema di statistiche demografiche e sociali, sempre grazie al determinante contributo di Stone, che si vide assegnare il Nobel nel 1984.

Più tardi, nel 1993, quando ormai il processo di omologazione era in fase di avanzato consolidamento un trust di cervelloni dell’Onu, del Fmi, dell’Ue dell’Ocse e del Wto, aggiornò il sistema di contabilità nazionale.

E così arriviamo all’alveare statistico dei giorni nostri che tutti abitano senza neanche saperlo né conoscerlo, celebrando il trionfo della volontà.

Statale.

(2/segue)

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Per salvare il mattone basta controllare il costo degli affitti


Dicono tutti che servono idee nuove a costo zero per far ripartire la crescita. E molti di costoro puntano l’indice sul mercato immobiliare, visto il suo peso specifico sul Pil e i rischi che comporta per la nostra stabilità finanziaria.

Senonché di idee nuove non si vede neanche l’ombra nel nostro dibattito politico che si è impantanato sull’Imu, come se davvero una mancia di qualche centinaio di euro elargita (con l’elastico) alle famiglie possa risolvere i nostri problemi.

Invece le idee ci sono, a cercarle.

Prima di illustrarle però vale la pena vedere da dove partiamo.

Di recente Bankitalia ha rilasciato il suo ultimo sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni in Italia relativo al terzo trimestre 2013, dal quale si evince che, pur proseguendo, si sono attenuati i segnali di debolezza del mercato. Il sondaggio, che fa la sintesi di una rilevazione condotta presso gli agenti immobiliari, nota che sono diminuiti i giudizi che prevedono un ulteriore calo dei prezzi (dal 76,8% al 68,2%) mentre è aumentata la percentuale di coloro che prevedono prezzi stabili nel prossimo futuro (il 31% dal 23,1%).

Ma a parte questo lieve ottimismo, l’indagine rileva che la quota di agenti che ha venduto almeno un’abitazione si è ridotta al 59,8% dal 63,6 di luglio, anche se è migliorata rispetto al 55,7% del terzo trimestre 2012. Invariato lo sconto sull’acquisto, che quota il 15,7%, mentre aumenta il tempo della trattativa.

Interessante il dato sulle locazioni. Il numero delle agenzie che ha affittato almeno un immobile è aumentato dall’80% all’81,2%, e il 57,2% degli agenti ha registrato una calo dei canoni rispetto al trimestre precedente anche se una quota maggiore di prima (il 40,3% rispetto al 37,9%) vede canoni stabili per il futuro immediato.

Cosa ci dice questo sondaggio? In pratica che gli agenti sono leggermente più ottimisti, ma prevedono prezzi stabili o in calo contenuto, sia sul versante delle compravendite che degli affitti, che si prevede aumentino di numero. 

Segno che la domanda è ancora debole, malgrado ciò contrasti con l’evidenza di una larga domanda insoddisfatta (basta pensare alle grandi città) che non riesce a trovare il modo di avere una casa perché per queste famiglie gli affitti sono ancora troppo alti e le case costano ancora troppo. E a fronte di ciò ci sono quote rilevanti di case nuove invendute o disabitate.

Un spreco, che è anche un disastro sociale.

Stando così le cose, un’idea a costo zero per le casse dello Stato potrebbe essere semplicemente quella di imporre un prezzo controllato sugli affitti,  il cui trend, secondo quanto stima Bankitalia, è in crescita.

Una sorta di nuovo equo canone, per le fasce più deboli ma non solo. 

In tal modo, paradossalmente, si finirebbe col favorire il mercato delle compravendite, fermando il calo dei prezzi, che ha un impatto rilevante sulla stabilità finanziaria di banche e famiglie, e sbloccando ingenti quantità di ricchezze finanziarie congelate nei conti correnti o chissà dove invece di essere impiegate nell’economia reale.

Penserete che si tratti di un’idea peregrina e forse è così.

Ma vi confesso che non ci avrei mai pensato se non mi fossi imbattuto in uno studio del Nber che racconta del prodigioso effetto che ebbe sul mercato immobiliare americano la decisione di mettere sotto controllo statale il costo degli affitti fra il 1940 e il 1945.

Lo studio si intitola “The home front: rent control and the rapid wartime increase in home ownership”, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti i teorici del libero mercato.

Vi do il dato più eclatante. Nei cinque anni considerati il numero dei proprietari di casa aumentò del 10%, circa la metà dell’intero incremento registrato in tutto il XX secolo. Persino più dell’incremento registrato nel periodo del boom, ossia dal 1945 al 1960.

Non servono i mutui subprime e la finanza creativa per far galoppare il mattone. Basta rendere conveniente l’acquisto, avere capacità di risparmio (quindi redditi adeguati) e un circuito bancario ragionevole che eroga credito.

Mentre oggi sta diventando conveniente (ma solo perché le famiglie non possono permettersi di comprare) la locazione. E dovrebbe essere chiaro a tutti che una famiglia in locazione è finanziariamente ed economicamente più fragile di una proprietaria. Il che ha un effetto diretto sulle sue possibilità di consumo, e quindi sul Pil nazionale.

La trovata intelligente, e forse casuale, fu che ad affitti sotto controllo si accoppiarono prezzi di vendita di mercato, quindi liberi. Con la conseguenza che al danno sofferto dai proprietari/locatari corrispose un guadagno dei proprietari/venditori allorquando gli inquilini comprarono, a prezzi di mercato, la casa che prima avevano preso in affitto a prezzo amministrato. La classica situazione win/win, ossia a somma positiva.

Un gioco cooperativo, quindi., non competitivo, che mostra meglio di ogni teoria che la salvezza dell’economia non arriverà (o almeno non solo) dal livello dei tassi, ma dalla capacità dell’economia reale di ripartire sulla base di uno scambio di beni.

La storia vale la pena raccontarla perché è molto istruttiva.

La guerra provocò una grande espansione della produzione nell’industria militare già dal 1940. Tale sviluppo funzionò da calamita nei confronti delle popolazioni rurali, attirate verso i centri urbani dalla promessa di un buon impiego. 

Si calcola che fra il 1940 e il 1945 la popolazione civile sia aumentata di più del doppio in alcune città.

L’aumento di domanda di locazioni che ne conseguì, provocò una brusca salita del costo degli affitti che attirò l’attenzione del governo federale (evidentemente erano poco liberali, all’epoca), preoccupato che l’aumento del costo degli affitti facesse diminuire i salari reali e, di conseguenza, l’attrattività dell’abitare in città. Il che avrebbe avuto un effetto deprimente sulla produzione industriale bellica.

Sicché, due anni dopo, nel 1942, l’OPA (office of price administration) fissò alcuni prezzi amministrati, fra i quali anche quelli degli affitti nelle aree di interesse della Difesa. Che ben presto divenne tutta l’America. I prezzi furono fissati al livello precedente all’incremento della attività industriali, quindi a prima del 1940. 

Alla faccia del mercato.

La tagliola dei prezzi amministrati, che doveva terminare con la fine della guerra, fece sentire i suoi effetti fino alla fine degli anni ’40. In tutto questo periodo il mercato immobiliare americano, afflitto peraltro da una mancanza di offerta di nuove costruzioni provocata dall’economia di guerra, mutò profondamente.

L’OPA, infatti, non aveva alcuna autorità sui prezzi di vendita degli immobili, che aumentarono notevolmente durante la guerra. Ciò costituì un notevole incentivo per i proprietari a disfarsi di immobili che rendevano poco ritirandoli dal mercato degli affitti e rendendoli disponibili per la vendita a coloro che erano già inquilini.

L’OPA provò a frenare questa deriva imponendo restrizione agli sfratti di coloro che non volevano comprare. Ma l’intesa fra proprietari e inquilini fece sfumare le intenzioni del governo. I primi iniziarono ad accettare piccoli anticipi, accoppiato a regolari pagamenti che andavano a coprire il prezzo della vendita, in cambio dell’acquisto delle case.

L’OPA ancora una volta provò ad opporsi, arrivando a fissare in almeno un terzo del totale della compravendita l’anticipo minimo per cedere una proprietà (poi portata a un quinto). Ciò malgrado la trasformazione di inquilini in proprietari era ormai un processo irrefrenabile.

Molti osservatori, fra i quali Friedman, nel dopoguerra ne dedussero che il controllo degli affitti genera un alto tasso di proprietari per diverse ragioni.

I dati raccolti nello studio confermano questa teoria. “Non solo l’incremento di proprietari è rimarchevole per la sua entità – scrive l’autore – ma anche per il fatto che sia avvenuto in un breve lasso di tempo”.

La crescita del numero di proprietari fra il 1947 e il 1950, infatti, fu relativamente molto modesta rispetto a quella registrata nella prima metà del decennio”.

Dai dati, inoltre, si deduce che il grosso di questo incremento avvenne proprio a causa degli accordi “affitto e compro”, talmente ventaggiosi per inquilini e proprietari che neanche la buona volontà del governo riuscì a impedirli.

Il mercato, quello reale, trova sempre la strada, a differenza di quello del capitale, che alla fine senza il supporto dello stato (leggi: banche centrali o bail out) non si regge in piedi.

Infatti mentre il numero degli inquilini-proprietari cresceva di ben 4,8 milioni fra il 1940 e il 1945, quello degli inquilini semplici a fitto amministrato calava di oltre due milioni nel periodo considerato. Questo mentre i prezzi nominali delle case in 35 città crescevano, sempre nel periodo, in media del 56%.

Tutto questo in un contesto di redditi crescenti per le famiglie e credito bancario stabile, visto che i prestiti al settore immobiliare si spostarono dal settore delle imprese di costruzioni, praticamente congelato dalla guerra, a quello delle famiglie che compravano casa.

“Mentre gli altri periodi di aumento del numero dei proprietari hanno sempre coinciso con un aumento del numero delle costruzioni – nota l’autore – il numero estremamente limitato di nuove costruzioni durante la guerra ha determinato una creazione di nuovi proprietari sulla base delle case esistenti”.

Non è una differenza da poco. 

In pratica, un ceto limitassimo di persone, ossia i pochi proprietari che possedevano grandi quantità di immobili, sono stati “invitati” a venderli.  Si fece pressione su un pugno di rentier, per dirla con Keynes, e così facendo si mise in moto un meccanismo di economia reale che ha cambiato il mercato immobiliare a vantaggio di tutti, rentier compresi, che hanno spuntato prezzi di vendita assai vantaggiosi.

L’economia funziona quando c’è scambio di beni o servizi, dovremmo ricordarcelo. Non quando tutti vogliono vivere di rendita, immobiliare o finanziaria che sia.

Secondo le stime dell’autore tale politica di affitti controllati spiega almeno il 65% di incremento di proprietari nella prima metà degli annni ’40. E soprattutto, conclude, “la rapida creazione di un grande nuovo gruppo di proprietari di casa ha esercitato una notevole influenza nelle decisioni politiche del dopoguerra”.

E’ la nascita ufficiale del ceto medio.

Lo stesso che si sta sgretolando adesso.

Se torniamo a noi e al nostro tempo, l’insegnamento di questa storia è più che eloquente.

Una politica lungumirante dovrebbe scoraggiare la rendita, in questo caso immobiliare, imponendo prezzi controllati sugli affitti ed elaborando opportuni strumenti, fiscali o creditizi, per favorire contestualmente l’acquisto delle case prese in locazione. In questo modo si arriverebbe a scoraggiare anche la rendita finanziaria, che è altrettanto perniciosa per l’economia reale.

La lezione è chiara, insomma.

Ma nessuno la ascolta.