Gli economisti trovano l’elisir di giovinezza


Mi affascina scoprire ogni giorno quanto pervasiva sia diventata la seduzione del denaro nelle nostre società. Questo dio del Secolo, del quale gli economisti sono gli assai celebrati sacerdoti, si rivela nei loro studi che lentamente percolano sulle nostre coscienze, convincendoci, poco a poco, che nel denaro, tanto osservato quanto mal compreso, sia nascosto il balsamo capace di lenire ogni nostra inquietudine.

In uno di questi studi, pubblicato qualche tempo fa dal Nber (The impact of social security income on cognitive function at older age), ho scoperto un’altra qualità del denaro che ignoravo e che mi sembra utile condividere con voi: quella taumaturgica. Il denaro insomma, fra le altre cose è capace di donarci una migliore salute e addirittura rallentare la degenerazione prodotta dall’invecchiamento, che sovente coincide con l’emergere di deficit cognitivi.

Senza bisogno di scomodare un comico celebre qualche tempo fa, potremmo dire che è meglio essere vecchi ma ricchi, piuttosto che vecchi ma poveri. Ma in questa fiera dell’ovvio si rischia di smarrire la sottotraccia del discorso economico contemporaneo. Ossia che il denaro, piuttosto che la bellezza, come sosteneva un celebre scrittore russo, salverà il mondo. E’ in questa dannazione che la scienza triste ha racchiuso la nostra epopea sociale.

Come al solito, però, tale esito viene celato dall’argomentare astruso e specialistico, furbo travestimento di questi moderni chierici, e dai numerosi caveat che infarciscono lo studio. Che però vale la pena scorrere perché conduce a risultati quantitativi, e quindi a considerazioni qualitative, che gli autori molto generosamente mettono a disposizione delle autorità e che perciò serviranno (o dovrebbero servire) a orientarne le scelte future. I paper economici sono un ottimo oroscopo delle decisioni politiche, al nostro tempo.

Il ragionamento si basa sull’ipotesi che una maggiore disponibilità di redditi nella quarta età serva a prevenire alcune malattie degenerative come l’Alzheimer o la demenza. E si basa su alcuni dati estratti dai database della Social security Usa degli anni ’70.

La scelta di quel periodo ha un motivo preciso. Nel 1972 la legge a base della Social security fu emendata per consentire un adeguamento automatico delle pensioni pagate dall’ente che, prima di allora, venivano aumentate una tantum alla volta dal Congresso. Senonché l’algoritmo utilizzato per l’indicizzazione si dimostrò troppo generoso per i lavoratori nati dopo il 1910: l’aumento dei pagamenti superò di parecchio il tasso di inflazione.

Sicché si arrivò, nel 1977, a emendare nuovamente la norma, conducendo a una riduzione dei benefit erogati per i nati dopo il 1917. Per evitare scossoni si delineò anche un periodo di transizione di cinque anni, durante il quale i sovra benefici erogati in virtù della norma precedente venivano lentamente diluiti.

A conti fatti ne risultò che alcune coorti avevano ricevuto maggiori benefit rispetto ad altre con le stesse storia lavorativa, che alcune clausole di salvaguardia resero di fatto permanenti. Buon per loro, viene da dire.

Questo panel di dati ha consentito ai nostri economisti di paragonare la risposta fisica di coorti anagrafiche simili a diversi livelli di reddito, arrivando alla conclusione che “un migliaio di dollari (a valori del 1993, ndr) di incremento permanente di reddito annuo conduce a un miglioramento del 2,2% della memoria e a un aumento dell’1,1% del linguaggio, della conoscenza e dell’orientamento”. Inoltre, “c’è anche un miglioramento dell’1,4% nelle capacità cognitive generali” ed è stato riscontrato una diminuzione dell’1,9% del tasso di demenze”.

Se questi incrementi vi sembrano poca cosa, considerate che gli specialisti della quarta età li considerano come un grande risultato. Fra le altre cose, dicono, spendere di più in pensione farebbe anche risparmiare in sanità, visto che l’anziano benestante invecchia meglio.

Insomma: il denaro funziona come un elisir di giovinezza. Oltre a consentire costosi interventi estetici, previene pure il rimbambimento.

Chiaro che se ne desideri sempre di più.

Fra le righe dello studio scorgo però un’altra via, che gli autori ricordano più volte. E’ stato notato, spiegano, che un declino dell’attività cognitiva spesso è, fra l’altro, conseguenza della fine dell’età lavorativa. Aumentare le provvidenza per l’anziano pensionato, dicono, “può parzialmente compensare questo declino cognitivo”. Quindi il denaro cura anche la depressione post-pensionamento (ammesso che esista per davvero).

In alternativa, pare di capire, se cioé il governo non vuole o non può aumentare i benefit, c’è sempre la strada maestra per prevenire il declino cognitivo: che gli anziani continuino a lavorare, come tutta la storia del nostro tempo sembra complottare.

Insomma, cari anziani: che sia il denaro aumentato delle vostre pensioni, o sia il lavoro, prolungato più che si possa, state sereni.

Il dio dell’economia baderà a voi.

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