Se le borse cadono è colpa della pioggia


Così siamo arrivati al punto che gli osservatori esperti delle traversie del nostro sistema economico guardano ai cambiamenti climatici come a uno dei nuovi e più potenti driver dell’instabilità finanziaria. E non so bene se ridere, notando come l’intrusione dell’economia reale nel ciclo finanziario avvenga oggi tramite il canale della pioggia, o prendere sul serio questa preoccupazione.

Non bastassero i rischi provocati dal diluvio di liquidità, ora ci si mette anche Giove pluvio a terremotare le borse?

Rimane il fatto che in questi giorni sono usciti due documenti che mi costringono a propendere per la serietà: il maltempo, oltre a tutto il resto, fa male anche alla finanza e per i più svariati motivi.

Il primo che illustra questi rischi è Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, che ha recitato un pregevole speech alla sede dei Lloyd’s di Londra il 29 settembre scorso (“Breaking the tragedy of the horizon – climate change and financial stability”). Che un banchiere centrale, incidentalmente anche chairman del financial stability board della BoE, parli dei rischi derivanti dal maltempo per le assicurazioni non è certo una coincidenza. Le assicurazioni infatti sono una delle architravi del sistema finanziario, e quelle inglesi in particolare, come lo stesso Carney ci ricorda in apertura del suo intervento.

Pensate che i Lloyd’s da soli pagano 300 mila stipendi e pesano 25 miliardi di Pil. E certo non è solo in questi due numeri che si può esaurire il peso e l’importanza di una compagnia di assicurazioni, che ha relazioni finanziarie con le famiglie, le imprese e gli investitori.

Ciò spiega bene, pure se per sommicapi, perché il cambiamento climatico sia finito nell’agenda dei regolatori finanziari. Costoro, che si guardano bene dal prendere posizione sulla diatriba scientifica fra chi ci crede e chi no, si limitano ad osservare alcuni fatti assai concreti “Dal 1980 – spiega Carney – il numero di eventi che hanno condotto a perdite legati al clima sono triplicati, e la perdite reale per le assicurazioni sono passate da una media annuale di 10 miliardi di dollari degli anni ’80 fino ai 50 miliardi dell’ultimo decennio”. Con l’aggravante che “le sfide di fronte alle quali ci troviamo oggi di fronte impallidiscono davanti a quelle che può riservarci il futuro”. Il cambiamento climatico, perciò “è una tragedia all’orizzonte”.

Il banchiere apocalittico, versione economicizzata del profeta di sventura, trae le proprie convinzioni innanzitutto dalla circostanza che l’arco di intervento dei policy maker che fanno girare l’economia è sostanzialmente più breve di quello geologico del clima. I signori del denaro ragionano su periodi di qualche anno, il clima cambia lungo i decenni. E già basta solo questo a sollevare il timore che quando il diluvio arriverà non saremo, semplicemente, pronti.

In questo spread temporale, chiamiamolo così, si addensano varie tipologie di rischio, che vanno da quelli provocati dal costo dei danneggiamenti, che le assicurazioni devono ripagare, ai debiti futuri che tali problemi possono causare, fino ad arrivare ai rischi causati dal cambiamento di tecnologie: “Un’azione politica orientata a promuovere un’economia con meno emissioni può condurre a una reassesment fondamentale”.

Il perché è presto detto: il 19% delle compagnie quotate nel FTSE lavorano nel settore energetico e un altro 11% lavorano in settori in qualche modo ad esso collegati (chimica, costruzioni, eccetera). Quindi la rivoluzione ecologica, che molti reputano necessaria per “riparare” il clima, impatta direttamente sul sistema finanziario. E quindi sugli investitori inglesi, comprese le compagnie assicurative, esposti a vari livelli verso queste compagnie.

Insomma, per dirla con le parole di Cairns, “il cambiamento climatico può minacciare la resilienza del sistema finanziario e la prosperità di lungo termine”

Tale visione si arricchisce leggendo un paper del NBER (“Modelling uncertainity in climate change, a multi-model comparaison”) grazie al quale scopro una nuova branca dell’economia che sfuggiva alla mia attenzione: l’economia dei cambiamenti climatici. Aldilà della ricognizione tecnica, che qui poco rileva, è il fatto stesso che si stia iniziando a modellizzare l’impatto dei cambiamenti climatici sul tessuto economico che trovo interessante. Niente sfugge all’abbraccio preoccupato dell’economia. Neanche il clima.

Ne abbiamo fatta di strada, dai tempi di “Piove, governo ladro”.

 

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