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Le metamorfosi dell’economia: Economia 2.0


Vale, o dovrebbe valere per l’economia, la massima che chiudeva esemplarmente il Tractatus di Wittgenstein esortando a tacere di ciò di cui non si può parlare. L’economia, infatti, è logos silenzioso, azione umana che quindi contiene il nostro essere persone, che vuol dire insieme appetito, emozione e calcolo. L’uomo come se lo immaginavano gli antichi, mixtione esemplare di stomaco, cuore e cervello.

E in effetti, se ci pensate, l’economia nasce per soddisfare i nostri bisogni, che si rivolgono a ognuna di queste tre componenti del nostro animo, quindi del nostro essere uomini. Abbiamo fame e quindi cerchiamo il cibo per soddisfare il nostro stomaco. Soddisfiamo il nostro cuore quando lo condividiamo con qualcuno che amiamo e calcoliamo con la testa come procurarcene altro, usando quindi il nostro tempo per anticipare il tempo futuro. Che altro c’è da dire?

E tuttavia la storia ci mostra che negli ultimi tre secoli le società umane hanno sviluppato un disperato bisogno di parlare di economia e per i più svariati motivi. Il logos silenzioso è diventato discorso pubblico. Tale tendenza era già emersa anche in alcune società antiche, nelle polis greche di Platone e Aristotele o nella Roma dei cesari, in particolare collegandosi allo sviluppo sociale.

Quest’ultimo perciò, potremmo dire semplificando, è l’acceleratore che motiva alcuni a discorrere di economia strappandola dal suo stato di pratica silenziosa e così facendo la trasforma: diventa teoria economica.

L’economia sta alla teoria economica come un’azione umana sta alla sua riproduzione robotica. Quindi si basa sulla verosimiglianza. Per dirla in altro modo forse più intuitivo, l’economia è analogica quanto la teoria economica è digitale. La prima vive nello spazio fra zero e uno. La seconda concepisce solo zero e uno.

Sviluppando tale analogia, potremmo dire che la teoria economica è sostanzialmente un software sociale. Un codice fatto di idee più o meno condivise, perché consolidate nel tempo, che diventano il linguaggio di programmazione dell’azione umana. In tal modo si cerca di replicarla in una catena logica di cause ed effetti al fine evidente di modificare la realtà. Se ho poca domanda aumento la spesa pubblica, eccetera, eccetera.

Ciò origina un problema. Come tutti i codici, è impossibile che la teoria economica restituisca la ricchezza dell’economia quando elabora le sue rappresentazioni sociali. Poiché concepisce solo il calcolo, applicando concetti matematici all’analisi dei bisogni, tutto ciò che riesce a dirci è cosa si dovrebbe fare se le cose fossero in un certo modo. Che può anche essere una finzione utile, ma purché ci si ricordi che è solo una finzione.

Per dirla in altro modo, la teoria economica rappresenta un’economia dove il cuore non ha diritto di cittadinanza, sfuggendo costui a qualunque ragione matematica, sebbene anche il cuore calcoli insieme con tutto il resto delle nostre facoltà. Distinguere il calcolo economico da quello matematico viene considerato infatti esercizio da stravaganti perché la nostra cultura assimila il calcolo esclusivamente a quello matematico. Come se fossimo solo testa.

La narrazione ormai secolare del soggetto economico razionale, che massimizza le sue utilità, altro non è che la riduzione digitale dell’uomo economico analogico. Chiaro che nel tempo tale parodia, magnificamente esemplificata dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe scritto agli albori del pensiero economico moderno, abbia originato così tante ironie, senza che ciò abbia impedito che l’ego digitale si sia incistato nelle nostre società come un cancro silenzioso. Ne troviamo tracce ovunque: negli algortimi dei motori di ricerca, nella teoria dei giochi che di tali algoritmi è la matrice filosofica, nelle strategie di trading finanziario che potentissimi calcolatori attivano ventiquattro ore al giorno, nei modelli matematici sulla base dei quali vengono svolte le previsioni delle istituzioni economiche. Questo fantasma agisce inosservato e non conosciuto. Tanto è stato screditato nella teoria, il soggetto economico razionale, quanto è stato accreditato nella pratica, forte del fatto che costui trova nel mondo dei computer, che concepiscono solo zero e uno, il suo perfetto paradiso artificiale.

Se la teoria economica è un software sociale, si potrebbe dire che la sua prima release è stata codificata sul finire del XVIII secolo. Il primo programmatore riconosciuto, Adam Smith, ha iniziato la scrittura di un software che si è evoluto lungo tutto il XIX secolo, raffinandosi sempre più mano a mano che aumentavano i partecipanti. L’Economia 1.0 è stato un codice open source. La proliferazione di libri sui “principi economici” a cui si è assistito fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ha pochi precedenti in altre discipline. Tale proliferazione è durata per tutto il XIX secolo, man mano che gli sviluppi sociali richiedevano teorie capaci di legittimarli. Valga come esempio l’incredibile evoluzione della teoria delle banche centrali raccontata da Vera Smith nel suo The rationale of central banking del 1936.

Proprio negli anni ’30 del secolo scorso il codice ha conosciuto una seconda release principalmente in seguito agli scritti di J.M. Keynes il quale, muovendosi all’interno del paradigma funzionale dell’Economia 1.0 ha aggiunto una stringa di codice nella forma della teoria della domanda effettiva e nel suo presupposto: la piena occupazione. La ragione di questa evoluzione, che potremmo definire Economia 1.1, è nota: la necessità di uscire dalla crisi devastante degli anni ’30, il cui ricordo conforma ancora la nostra riflessione economica come la recente crisi del 2008 ha mostrato. Oggi sono tornati alla ribalta pensieri economici vetusti nel tentativo di comprendere il presente facendo leva sull’esperienza – unica nel suo genere – di quel tempo tormentato. Valga come esempio l’idea della stagnazione secolare, oggi molto discussa, che Alvin Hansen teorizzò nel 1937.

La release economica keynesiana propagandata dai suoi numerosi seguaci ne ha generata, a cominciare dal dopoguerra, un’altra, favorita stavolta dallo sviluppo matematico e da quello informatico. Tale passaggio è raccontato con estrema chiarezza nella testimonianza di chi l’ha vissuta. Fra i tanti vale la pena ricordare J.K Galbraith e la sua Storia dell’economia.

Nei prosperi 25 anni successivi al secondo dopoguerra, scrisse, “si sviluppò anche la formulazione matematica di rapporti economici (..). Ci fu anche una discussione continua circa l’utilità dell’economia matematica, spesso chiamata teoria matematica, discussione nella quale coloro che erano bravi nella scienza dei numeri adottarono un’opinione favorevole, mentre coloro che non avevano altrettanto talento abbracciarono un’opinione prudentemente sfavorevole verso ciò che non capivano. L’abilità matematica conseguì un certo valore obiettivo come condizione di ammissione alla professione di economista, un mezzo per escludere coloro che avevano solo un talento puramente verbale (…). Le formulazioni sempre più tecniche e la loro discussione sulla loro validità e precisione fornirono lavoro a molte migliaia di economisti, di cui ora c’era bisogno per insegnare l’economia in università e istituti secondari in tutto il mondo (..). L’economia matematica diede all’economia anche un aspetto professionalmente gratificante di certezza scientifica e di precisione, contribuendo utilmente al prestigio degli economisti accademici (..) Uno dei costi di questi vari servizi fu però l’allontamento di vari passi di questa disciplina dalla realtà. (..) Non tutti ma una gran parte degli esercizi matematici cominciavano con le parole: “supponendo una concorrenza perfetta” (..). Il secondo sviluppo di questi anni, un po’ posteriore e connesso al primo furono i modelli econometrici, un prodotto dei grandi progressi nelle tecniche di memorizzazione ed elaborazione dei dati (..) nessun altro sforzo economico, si può aggiungere, fu mai commercialmente così redditizio (..) La nuova fede nella previsione si diffuse però molto oltre i modelli econometrici (..) In quegli anni di prosperità si pensava che gli economisti fossero degni di fiducia (..) raramente nella storia erano state offerte con tanta sicurezza informazioni così discutibili. Le previsioni sono in realtà intrinsecamente inattendibili (..) le equazioni che connettono le variazioni al risultato si fondano su giudizi umani sostenuti dalla conoscenza statistica di rapporti del passato, inoltre molte fra le forze che danno l’avvio al cambiamento non possono essere previste (..)nondimeno a sostegno delle previsioni rimane la circostanza che aiutano a stabilire probabili grandezze a prendere decisioni entro l’ambito della plausibilità (..) una protezione significativa in un mondo di intensi conflitti burocratici”.

La teoria economica, in sostanza, si offrì come il migliore strumento predittivo al servizio del potere di turno apponendo il sigillo della scienza alle decisioni che incoraggiava a prendere. L’ennesimo tradimento dei chierici della ragione.

Il tutto maturò nel “crescente divorzio dell’economia dalla politica”. “Quella che nell’ultimo secolo era stata chiamata economia politica – aggiunge – fu chiamata dopo Marshall economia o dottrina economica e, nella ricerca di una reputazione seriamente perseguita come scienza, insegnamento economico e consulenza sulla politica economica furono separati sempre più gravemente dai controlli politici”.

Sul finire della sua lunga narrazione Galbraith notava (era la fine degli anni ’80) che “l’economia come disciplina ha un valore di sopravvivenza che non è connesso all’urgenza del problema economico. L’interesse egoistico accademico ed economico in senso più largo è intervenuto a sostenerne la forma tradizionale o classica e la sua apparente pertinenza (..) L’economia viene mantenuta nella tradizione classica o neoclassica prima di tutto dall’impegno intellettuale verso le idee stabilite. Questa è una costrizione molto forte. Ben pochi economisti sono disposti a rifiutare ciò che hanno accettato nella loro formazione (..) la resistenza è dovuta anche, come in passato, al desiderio di considerare l’economia come una scienza e in questo modo condanna l’economia all’obsolescenza (..) la fuga tecnica dalla realtà (..) da questo esercizio intellettuale chiuso sono esclusi intrusi e critici e, cosa più significativa, è esclusa anche la realtà della vita economica che non si presta ad essere replicata con gli strumenti della matematica (..) là dove è implicata l’economia, la storia è altamente funzionale. Non si può intendere il presente ignorando il passato”.

Questa lunga citazione, che credo riepiloghi seppure sommariamente l’epopea della teoria economica degli ultimi decenni ci fa capire che la release Economia 1.1 è arrivata alla sua versione 1.11. Non una vera e propria nuova release, non è stata pensata nessuna nuova idea sull’organizzazione sociale dagli anni ’30 – si pensi al perdurare della diatriba da liberalismo e socialismo – quanto piuttosto un suo affinamento funzionale a scopi intrinseci. La tecnica, anzi la congiura dei tecnici, ci ha consegnato una visione economica algoritmica che è sostanzialmente funzionale a qualunque disegno politico. Il potere, chiunque sia l’entità che lo incarni, troverà sempre un modello economico e un economista che sosterrà le sue tesi.

Detto ciò, questo software sociale non è ineludibile né immodificabile. Il codice, però, non è più open source come in passato. La congiura dei tecnici l’ha reso un software proprietario rendendolo incomprensibile, e quindi inaccessibile, a chi non appartenga alla congrega dei chierici. Quindi il nuovo software sociale, l’economia 2.0, dovremo iniziare a scrivercelo da soli, partendo dall’unica semplice domanda alla quale l’economia è chiamata a rispondere: come si può assicurare il benessere a una popolazione?

La risposta, altrettanto semplice, è: fornendo un potere d’acquisto alle milioni di persone che rischiano di non trovare lavoro sul mercato nei prossimi dieci-venti anni.

A questo problema gli economisti di professione rispondono come sanno: interrogando i loro oracoli informatici che incorporano decenni di teorie, ossia opinioni passate, e di statistiche, che sono per natura bugiarde. Quindi questi moderni chierici non hanno una risposta autentica: si limitano a ricombinare risposte vecchie a problemi nuovi. In fin dei conti solo sono dei portavoce del mostro che hanno generato.

Quest’ultimo, il mostro, era sorto per difenderci, ma adesso sentiamo che ci odia. Ricorda un mostro vecchio di secoli, anch’esso evocato da un sedicente sapiente per la protezione del suo popolo: il Golem.

E’ il caso di conoscerlo meglio.

(16/segue)

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All’origine del bad equilibrium: il mito della Produzione


Mentre sfoglio libri d’altri tempi e analisi di oggi, cercando di capire da dove sia iniziata la fine di questa storia, noto sorpreso che da qualunque lato lo si osservi, il nostro peregrinare ballerino conduce sempre nello stesso dove: la produzione. O, detto più comprensibilmente, la sua crescita. Nel nostro immaginario economico i due termini sono praticamente sinonimi, mentre gli statistici confezionano l’indice del prodotto interno lordo, e non a caso.

Crescere è il nostro imperativo categorico, che già denota un difetto nella costituzione dello spirito di questo tempo, giacché dovrebbe appartenere al normale svolgersi di una vita, la crescita, pur’anche di un organismo economico. E invece è un pensiero fisso, una malattia, che fatalmente ci ossessiona e chissà quanto ci impedisce di crescere sul serio. Intendo dire lungo una traiettoria più ampia, se non quantitativamente più alta, di quella espressa dagli indici del prodotto nazionale.

Al Prodotto, quindi, è stato assegnato per comune consenso un potere davvero demiurgico: quello di conformare la realtà. Muovendosi origina tutta la panoplia delle variabili che sono le maschere delle rappresentazioni confezionate dagli economisti nelle loro teorie. Se non ci fosse la produzione di qualcosa non ci sarebbero i salari per chi produce, i profitti per chi la intraprende, le rendite per chi affitta il capitale o gli strumenti. La produzione, perciò, generando i redditi delle comparse economiche, implica al suo interno la misteriosa alchimia dei prezzi, guidata dal gioco di domanda e offerta, che nella visione tradizionale degli economisti sono il giusto punto di equilibrio capace di soddisfare tutti: l’operaio, l’imprenditore e il rentier.

Da circa 80 anni lo Stato è diventato comprimario di questo teatro di marionette e anzi rivendicando ai privati il ruolo da protagonista, sedotto e mai abbandonato dalle provvidenziali “eresie” keynesiane pubblicate sempre circa 80 anni fa nell’intento disperato di uscire dal cono della depressione. Il risultato è che adesso i prezzi devono remunerare anche le imposte, ormai a un livello esorbitante, così come anche servire i debiti, anche essi a livelli inusitati. Ciò implica che il Prodotto debba crescere sempre di più per sostenere anche questa faticosa rappresentazione.

Su questo quadro sintetico s’innesta l’attualità. Oggi come ieri tutte le soluzioni proposte dai vari osservatori internazionali sono palesemente indirizzate a favorire la produzione, che già negli anni ’50 l’economista americano John K. Galbraith dipingeva come un mito in un celebre libro (La società opulenta) osservando con sapida arguzia il suo essere un cascame culturale del XIX secolo, quando i problemi della produzione erano al centro dell’attenzione degli economisti perché si ragionava su società autenticamente bisognose di tutto, a differenza di quella che lui osservava nel secondo dopoguerra, che già esibiva le distorsioni provocate dalla ricchezza. Galbraith ne deduceva – sintetizzo malamente – che una società opulenta dovrebbe spostare l’angolo visuale dalla produzione di beni materiali a quella di servizi pubblici. Per capirsi: è inutile, oltre che inflazionistico, continuare a produrre automobili se non ci sono strade sufficienti e sicure dove farle camminare.

Più di sessant’anni dopo ci troviamo esattamente allo stesso punto. L’oggetto del dibattere rimane la produzione. I disaccordi si generano all’interno di un recinto specialistico dove sedicenti esperti, quelli che Luigi Einaudi chiamava i periti, discettano se l’aumento della produzione debba derivare da politiche della domanda – meglio se pubblica e magari a deficit – o da politiche dell’offerta che vengono ammantate dietro la dizione generica di Riforme Strutturali, che è un modo educato e moderno di dire che dobbiamo essere sempre più bravi, istruiti, flessibili, competitivi cosicché i mercati possano provvedere a noi secondo il nostro merito. E poiché tutto il meccanismo economico si è conformato lungo le coordinate di questo dibattito favolistico non c’è più spazio per discorrere di altro.

E’ interessante, tuttavia, seguendo sempre Galbraith, tornare all’origine di questa idea per provare a penetrarne il presupposto celato. A ben vedere il desidero di una produzione crescente altro non è che la mercificazione del nostro bisogno di sicurezza economica. Poiché dalla produzione si fa seguire l’occupazione e da quest’ultima la nostra capacità di stare al mondo, è giocoforza puntare sulla produzione per tenere in equilibrio le nostre società. Questo non è un fatto incidentale, ma una precisa scelta politica che il mondo occidentale ha fatto nel secondo dopoguerra.

Sempre Einaudi, nell’introduzione a un libro del 1948 (“La Germania ritorna sul mercato mondiale”) dove Ludwig Erhard spiegava le ragioni del nuovo miracolo tedesco, osservava con tono che a me pare dolente il sorgere di questa nuova ossessione che dominava la politica e faceva strame di antiche consuetudini e pudori ancor più remoti. “Qui non si vuole muovere critica a un atteggiamento politico, che probabilmente è fatale”, scrisse, ricordando “i sottili problemi posti dalla premessa della piena occupazione” che si sarebbero realizzati una volta che si fosse definitivamente superata la premessa sulla quale si era basata sino ad allora l’economia. “La premessa antica era che la politica monetaria e finanziaria fosse subordinata al mantenimento di un rapporto fisso della unità monetaria nazionale con un determinato peso di oro fino. La premessa moderna è che la politica monetaria debba essere subordinata all’osservanza del comandamento della piena occupazione (…). Che cosa significava l’antica premessa? Che un impegno deve essere osservato (..) oggi invece stati e privati sanno di non assumere più lo stesso obbligo quando contraggono obbligazioni (…). La domanda angosciosa è: i principi delle assicurazioni sociali, della piena occupazione e della uguaglianza delle fortune e dei redditi fino a che punto hanno prodotto risultati vantaggiosi alla collettività? Non si è già oltrepassato il punto critico, dimenticando i valori antichi della responsabilità individuale, della osservanza degli impegni assunti, dell’incentivo a innalzarsi nella scala gerarchica? Non siamo tornati troppo indietro abbandonando il tipo di società regolata da contratto liberamente negoziato a favore di una società basata sui regolamenti delle leggi?”. Indietro, notate bene, non avanti.

La piena occupazione, quindi, o quantomeno un livello soddisfacente di occupazione capace di garantire la sicurezza economica e quindi l’ordine sociale rimane, ieri come oggi, al centro dell’agenda politica internazionale. Come esempio basti soltanto ricordare che la Fed aveva messo un certo tasso disoccupazione fra i suoi target della sua politica di quantitative easing.

Il fatto che sessant’anni di politiche basate sull’idea della piena occupazione, e quindi della produzione, ci abbiano portati a una situazione di instabilità permanente alimentata da debiti crescenti ormai palesemente inesigibili non sembra turbare nessuno. Gli specialisti – i periti – continuano a dividersi sui rimedi e pochi si stupiscono  – anzi si dicono soddisfatti – che un solo stabilimento produca 100 mila automobili al giorno e dica di voler ancora aumentare la produttività sostanzialmente a scapito delle retribuzioni, che poi l’acquisto delle stesse auto dovrebbero garantire, mentre si assiste a una concentrazione della ricchezza di tipo ottocentesco.

L’esito di tutto ciò è che il desiderio di sicurezza, di cui la piena occupazione è la declinazione economicistica, ha costruito un mondo che invece alimenta l’insicurezza. Il mito della produzione genera il timore di una stagnazione secolare, che peraltro è una paura che risale sempre agli anni ’30, quando Alvin Hansen la teorizzò in un’opera del ’37.

Tale dilemma non potrà essere affrontato se non si cambierà il paradigma che sta alla base del nostro vivere sociale. I tre attori sociali che fanno l’economia reale, ossia i produttori, i consumatori e lo stato, devono elaborare uno schema di relazione che modifichi consuetudini ormai superate dalla storia, dando un significato diverso a parole antiche come lavoro, reddito, capitale, moneta.

Purtroppo questa riflessione non è neanche cominciata. I politici agitano ricette economiche che non comprendono, gli economisti s’impiccano e ci impiccano all’econometria, le persone alla paura del futuro, ossia ciò che origina il bisogno di sicurezza economica. E il girotondo ricomincia.

Ed è questa mancanza di riflessione la vera origine del nostro bad equilibrium.

(4/fine)

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