Etichettato: carta di credito

Non credo più nel credito


Mi succede che a un certo punto decido di comprare un nuovo computer. Uno di quei così luccicanti che odorano di modernità, per dare la giusta requie al macinino che mi tiene compagnia da non ricordo quando, sembrandomi poi patriottico, visti i tempi grami, contribuire con i miei consumi a qualche infiniteso di Pil in più della ripresa nazionale.

Mi succede perciò che mi ritrovo in uno di quei negozi che promettono di farti felice solo che tu compri qualcosa che si alimenti di elettricità. Qualunque cosa: dalle macchinette del caffé con le capsule a televisioni parietali ultrapiatte che trasmettono in 3D.

Leggere le specifiche dei prodotti mi fa sentire improvvisamente vecchio.

Noto una fila sterminata e assortita al desk dei telefoni cellulari, e leggo, negli occhi di ognuno lo stesso cupo desiderio imbambolato.

Accanto, un lungo bancone esibisce un numero incredibile di tablet a disposizione di tutti coloro che vogliono sfiorarli, e anche qui, facce imbambolate e felici, che dialogano amorevolmente con la macchina, col broncio protruso e le rughe d’espressione tese allo spasimo, manco stessero salvando il mondo a colpi di polpastrelli.

Finalmente trovo i computer, e m’imbambolo anch’io. Un bellissimo schermo a 27 pollici mi introduce nello splendido mondo dei computer di ultima generazione, dove i colori sono più vividi, le prestazioni mirabolanti, lo spazio ridotto all’osso: non ci sono più neanche i cavi. E’ tutto wireless, mi dice il commesso che con raro istinto predatorio mi ha subito inquadrato.

Penso al viluppo di fili che accompagna da sempre le mie scorrerie informatiche e arrossisco.

Poi sbianco appena mi fa il prezzo: quasi duemila euro per la versione top. E d’altronde, che ci vieni a fare qui se non aspiri al top?

Spiego che mi servirebbe un doppio monitor, un hard disk esterno e altre cosette. Quello mi studia, valuta, calcola e spara: con tremila stiamo larghi.

Tremila, dico io.

Un affare, osserva lui.

Mi esibisco in un sorriso complice e dissimulatore mentre penso che tremila euri adesso proprio non ce li ho.

Poi mi viene in mente che neanche dopo ce li avrò.

Passo in rassegna la contabilità familiare del prossimo semestre e mi scopro incapiente: sono strozzato dagli impegni di spesa.

Lui mi guarda vagamente deluso: ha già capito. Per darmi un tono faccio finta di provare il gioiellino davanti a me e maledico la sorte ria che mi ha fatto nascere onesto e lavoratore dipendente.

Poi, improvvisa, la folgorazione.

Il mio desiderio di modernità si vaporizza in un fuoco d’artificio, che disegna i lineamenti di un volto molto ormai più che familiare:

Mario Draghi.

Mi ritorna in mente che qualche giorno fa il capo dell’eurozona ha detto che i tassi si abbasseranno quasi a zero, e che per costringere le banche cattive a dar credito ai poveracci come me, che vorrebbero consumare qualcosa di superfluo, e magari alle imprese che ‘sto superfluo lo producono, metterà sul piatto un diluvio di miliardi.

Più grana per tutti praticamente gratis: era ora perbacco.

Dio salvi il Re del Credito.

E se lo prendo a rate?, chiedo al commesso come se gli stessi facendo un piacere.

Quello mi dice: certo, che problema c’è. E mi chiede di aspettare.

Intanto che aspetto mi ricordo che il mio ultimo acquisto a credito risale al 2005. E ricordo con gioia che mi proposero un tasso zero con spese di pratica all’osso. Già mi faccio i conti: se c’erano i tassi a zero all’epoca, che drago Draghi ancora non c’era, figurati adesso: mi pregheranno di prendere a credito, visto che tanto poi scaricano tutto sulla Bce.

Mi autoconvinco che potrei fare in 20 mesi, a 150 euri al mese, comprese eventuali spese di pratica e la chiudo così. Poco ci manca, quando vedo tornare il commesso, che gli chieda di incartarmi il computer.

Invece quello ha un’aria triste.

Ci sarebbe, mi dice, la finanziaria tal dei tali, che lavora con noi.

Tasso zero, lo interrompo io col solito fare saputello.

Quello poco ci manca che mi rida in faccia.

No, veramente sarebbe Tan 8.50, Taeg 10,90%. Sempre se accettano di darle il finanziamento. E mi tira fuori un preventivo da 140 euri al mese per 24 mesi.

Cribbio, penso: il 10% coi tassi Bce a zero e tutto il resto? Ma che cavolo scrivono i giornali?

Capisco, dico quasi offeso. Ma con chi credono di parlare? Adesso vado a casa e mi trovo un finanziamento a tasso zero.

Mi ricordo, sempre nel 2005, che ogni mese mi arrivava nella posta di casa una carta di credito di qualche finanziaria che mi diceva che potevo subito prelevare quei due-tremila euro, a tassi ridicoli.

Torno a casa e accendo il  macinino.

E mi accorgo che il mondo è davvero cambiato.

Navigo una mezza dozzina di finanziarie, oscillando fra prestiti personali e credito al consumo e non riesco a trovare nulla sotto il 7-8%. Di Tan. I Taeg viaggiano tutti ben sopra il 9% e spesso e volentieri superano il 10%.

L’immagine del mio nuovo computer sbiadisce, cancellata dal flusso numerario di un prestito che mi pare usuraio, a dire poco.

Mi sento vagamente derubato.

Per un attimo mi astraggo dai miei casi personali. Vado a compulsare l’ultima rilevazione della Banca d’Italia su moneta e credito e scopro un grafico che misura i tassi del credito al consumo dal 2004 in poi: incredibile: erano sempre all’8-10%.

Ma allora come facevano a darci la roba a tasso zero?

Mi rispondo ipotizzando che evidentemente pur di vendere i negozianti si caricavano l’interesse sostituendolo a un eventuale sconto e le finanziarie si affrettavano a concedere il credito. Tanto poi tutto finiva nel tricarne delle cartolarizzazioni che qualcuno vendeva a qualcun altro.

E infatti vendevano a rotta di collo. Computer e obbligazioni, intendo.

Oggi, che pure ne avrebbero bisogno, non lo fanno più. Sarà per questo che la Bce vuole rilanciare gli Abs, mi dico.

Mi chiedo perché invece non prestino i soldi direttamente a me. Sono scarso di collaterale, ma magari potrei mettere a garanzia il conto corrente.

Mi soffermo a riflettere qualche minuto sulle distonie della contemporaneità. E poi leggo che i prestiti alle famiglie sono diminuiti dell’1% ad aprile 2014 rispetto a un anno fa.

Le solite banche taccagne, penso in automatico all’inizio, influenzato come sono dal mainstream.

Ma poi ripenso al mio computer nuovo  e capisco un’altra cosa: non sono le banche a non voler prestare soldi alle famiglie. Sono le famiglie che non glieli chiedono.

A ‘sti tassi, vorrei vedere. Eravamo abituati troppo bene, per poter accettare che vada così male.

L’illuminazione mi suggerisce una soluzione al mio piccolo problema di approvvigionamento finanziario.

Decido di farmi un prestito da solo.

I 140 euri famosi, che avrei dovuto pagare per ventiquattro mesi, li faccio diventare 150, ma per venti mesi, esattamente come avrei voluto fare all’inizio. Solo che anziché darli a chissà chi, li do a me stesso. Compro un bel porcellino salvadanio e ce li infilo dentro, per venti mesi di fila.

Sono talmente generoso che me li presto a tasso zero.

Il mio pc-macinino, intanto che si ricalibra, adesso sembra avere un’aria felice. Passeremo insieme ancora più di un anno e mezzo. Avrà il tempo di arrivare esausto alla pensione, come d’altronde capiterà a me. E poi, penso, magari fra venti mesi il prezzo del computer calerà, e quindi finirà che spenderò pure meno.

Non lo immagino neanche, ma sono entrato nel meraviglioso spirito del nostro tempo. Per risparmiare contrarrò i consumi, e quindi darò il mio infinitesimale contributo alla spinta deflazionaria che non c’è ma che si vede. E in più tesaurizzerò i miei risparmi, contribuendo così infinitesimamente alla trappola della liquidità nella quale ci ha infilato la Bce, sperando ognuno di noi di poter comprare domani a prezzi più bassi di oggi.

Ma non sono io che penso queste cose, visto che di economia capisco poco o nulla. E’ il mainstream che parla attraverso me.

Io, di mio, so solo che non credo più nel credito.

Sono entrato nello stupefacente mondo della miscredenza finanziaria.

E così mi son salvato.

 

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