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La bellezza del Demanio


Mi succede che stamattina all’alba leggo sul Corriere della Sera che il governo vuole ricavare almeno sei miliardi di euro dai propri immobili inutilizzati, creando un fondo di fondi dove far affondare una marea di mattone pubblico inutilizzato: caserme, scuole, ospedali, case degli enti.

Mi leggo tutta la paginata e mi ritorna in mente che sei miliardi il governo non li ha fatti nemmeno in un ventennio di alienazioni immobiliari pubbliche, e anzi è probabile che ci abbia pure perduto parecchio.

Allora mi propongo di approfondire, cercare documenti, analizzare norme, dire con chiarezza perché e percome. L’opinione pubblica deve sapere, perbacco!

Poi per fortuna si fa ora di uscire e inizio la mia camminata verso dove devo andare. Passo vicino a quel palazzo fino ottocento che insiste fra casa mia e il parcheggio, che, come succede da un decennio almeno, è chiuso e abbandonato.

Allora mi torna in mente questa storiella che credo dica più di mille inchieste e tanti numeri sul patrimonio pubblico.

Qualche tempo fa, mentre passavo per quella strada, mi sorse in mente una semplice domanda: ma perché un palazzo così bello, al centro della città, è abbandonato? Ma di chi sarà mai?

Approfittai della cortesia di un conoscente per fare una visura al catasto e scoprii che quel palazzo di cinque piani, con dependance e giardino nel cuore più urbanizzato della città apparteneva al Demanio. Lo stesso Demanio che prendeva in affitto in un’altra stradina lì vicino un’intera villa Liberty per una non meglio precisata scuola superiore di economia politica, più tardi chiusa.

I soliti sprechi, direte voi.

Non sto a giudicare. Sono un tipo propositivo.

Leggendo la visura scopro che il palazzo dispone di un seminterrato e un piano terra accatastati come palestra e allora mi viene un’idea: prendere in affitto dal Demanio al prezzo che il Demanio riterrà opportuno questo spazio e aprire una palestra per bambini, visto che nel mio quartiere manca qualsiasi attività per i più piccoli, per fare magari yoga o arti marziali.

Vado da un amico avvocato e fondo subito l’associazione culturale “Kung Fu Panda”. Comincio a contattare insegnanti e a fare programmi, pensando pure a come far girare un po’ di investimenti.

Dopodiché mi accorgo che devo ancora fare i conti col Demanio.

Ho un brivido.

Nella mia imperitura ingenuità, mi dico che in fondo è una vita che si dice che si vuole valorizzare il patrimonio pubblico. E disponendo io di una buona idea imprenditoriale, di tanta buona volontà e di un po’ di denaro da investire nell’economia reale, dovrei essere la persona più adatta alla quale affidare un progetto di valorizzazione.

Allora prendo carta e penna e scrivo la mia bella proposta. Quindi chiamo la mia sede demaniale cittadina e chiedo istruzioni per depositare un’istanza di locazione. A pagamento, sottolineo.

Consegno a mano la mia istanza nella bella sede del Demanio, nel cuore della città. La segretaria che la riceve mi guarda stupita. E ancor di più sgrana gli occhi quando le chiedo quali siano i tempi di risposta.

Passano un paio di settimane e, incredibilmente, ricevo una mail all’indirizzo che avevo dato, che mi comunica che a mia pratica è stata assegnata all’avvocato tal dei tali.

Aspetto ancora un paio di settimane, ma non mi chiama nessuno.

Allora decido di farmi sotto e chiamo io.

La gentile avvocatessa mi spiega che sì, la mia istanza è arrivata e che il suo compito si esaurisce nella ricognizione dell’immobile e sulla sua eventuale disponibilità.

E’ libero e abbandonato, sottolineo io.

Si ma non è questo il punto, mi spiega.

Il fatto, mi spiega, è che il Demanio gestisce un patrimonio disponibile e un altro indisponibile. Il primo si può valorizzare, il secondo è a disposizione delle amministrazioni dello stato che ne fanno richiesta.

La sfortuna vuole che il mio immobile faccia parte di questa seconda categoria. Ma anche se fosse appartenuta alla prima, aggiunge l’avvocatessa, non è che lei fa domanda e noi glielo diamo.

Ah no?

E no: deve aspettare che esca un bando dove sia incluso e poi può fare la sua offerta.

Ah, dico. E quando esce il prossimo bando?

Mah, forse a dicembre (era il 2012, e si era intorno a luglio).

Forse.

Provo a perorare la mia causa: non cerco favori, vorrei investire per valorizzare un bene pubblico, nel mio quartiere i bambini si impiccano al Nintendo perché non hanno nulla da fare e cose così.

Inutilmente.

L’avvocata mi promette che si farà viva con una risposta ufficiale. Ma non succede.

Succede invece che mi richiama un’altra gentile impiegata del Demanio che mi dice che ha letto la mia istanza e che è stata incaricata di darmi una risposta, anche se non sa se deve darmela al telefono o per iscritto e che si deve consultare con i suoi capi.

Mi dica, la esorto, per un attimo speranzoso.

No guardi il palazzo di cui lei parla è assegnato come patrimonio indisponibile a un’altra amministrazione dello Stato.

Ma se è vuota da dieci anni, dico io pensando alla quantità di tasse che pago.

Dovrebbe dirlo a loro, sussurra.

A loro chi? Chiedo indignato.

Non posso dirglielo.

La blandisco mezzo minuto e poi cede: è stato assegnato al ministero della Difesa, dice.

Ah bene, dico, e perché non li contattate e dite loro che un cittadino vorrebbe pagare un affitto per un bene a loro intestato che non usano da dieci anni?

Impossibile, dice lei, può provare lei a chiamarli.

Ah, dico. E chi dovrei chiamare?

Mah, non saprei, forse la direzione infrastrutture.

Mi immagino per un momento alle prese col telefono mentre un maresciallo o chi per lui mi porta a spasso lungo il centralino del ministero della difesa. La voglia di continuare questa battaglia per la valorizzazione a scopo sociale di un bene pubblico mi passa improvvisamente.

Che marcisca, il bel palazzo abbandonato.

E che si ingozzino di videogiochi, i bambini del quartiere.

Il progetto prevedeva la creazione di almeno quattro posti di lavoro fissi e vari avventizi, che ovviamente rimangono sulla carta.

Poi uno si lamenta che il Pil non cresce e la disoccupazione sale.

Ovviamente dal Demanio non mi è arrivata nessuna risposta ufficiale, né scritta e manco orale.

Prima di salire a bordo del mezzo che mi avrebbe portato al lavoro ho lanciato un’occhiata al bel palazzo tuttora abbandonato e fatiscente. Finirà in un fondo di fondi, ammesso che il Demanio convinca il ministero della Difesa, che pure non ci fa nulla, a mollare l’osso e verrà comprato da qualche emirato arabo che lo userà per chissà cosa. O, peggio ancora, rimarrà lì a fare calcinacci e sterpaglie e a gravare sul bilancio dello Stato.

Il Demanio ha fatto uno splendido lavoro negli anni ’70 comprando chissà perché quel palazzo da un privato. Il palazzo è un ottimo asset, per posizione e cubatura. E tuttavia nessuno ci fa niente.

Tutto il patrimonio pubblico, ormai, assomiglia sempre più al latifondo meridionale dell’Ottocento.

Bello e inutile.

Il bene immobile è diventato un male immobilizzato.

La bellezza del Demanio.