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La metamorfosi del lavoro che fa aumentare la disuguaglianza


Nel gran dibattere sulla disuguaglianza cui di recente ha contribuito l’Ocse con il suo ultimo rapporto “In It Together: Why Less Inequality Benefits All” si tende a trascurare un elemento. Ossia che non è, o almeno non più, solo una questione fra ricchi e poveri.

L’aumentata disuguaglianza, infatti, non è solo questione di reddito, pure se il reddito e la ricchezza sono gli elementi distintivi di questo tipo di conteggi. Ormai a fare la differenza, e di conseguenza il reddito, sono l’età e le condizioni di lavoro.

Le autentiche novità che il rapporto fotografa con chiarezza sono essenzialmente due: dagli anni ’80 a oggi è cambiato il modo di lavorare, con la conseguenza che i lavori atipici hanno rappresentato oltre la metà dei nuovi posti di lavoro creati dalla seconda metà dei ’90, e che ciò che una volta era la categoria svantaggiata, ossia gli anziani, oggi hanno ceduto il posto ai giovani: sono loro quelli che oggi subiscono gli effetti deleteri dell’aumentata disuguaglianza.

E ciò solleva un inquietante interrogativo sul loro futuro. Che anziani saranno domani i giovani di oggi?

Che la metamorfosi del lavoro abbia contribuito a questa evoluzione l’Ocse non sembra dubitarne.

Ciò che stupisce, ma forse non dovrebbe, è la magnitudo delle conseguenze che l’oscillazione del pendolo dal lavoro al capitale, per usare una vecchia terminologia, ha determinato sul tessuto sociale.

I dati aggregati testimoniano di questa evoluzione meglio di ogni ragionamento. In molti paesi il gap fra ricchi e poveri è al suo livello più alto degli ultimi 30 anni. Nei paesi Ocse il 10% più ricco della popolazione guadagna in media 9,6 quello che guadagna il 10% più povero, quando nel 1980 non arriva a guadagnare sette volte.

Da lì in poi c’è stato un costante peggioramento. Il rapporto sale a 8 volte nel 1990, a nove nel 2000 per arrivare al 9,6 dei nostri giorni. E come correttamente nota Ocse, più che concentrarci su quanto siano diventati più ricchi i ricchi, è interessante notare quanto siano diventati più poveri i poveri, non soltanto quel 10% più povero, ma il 40%, dentro il quale ci stanno moltissimi che prima non c’erano. E che adesso vedono ampliarsi il solco fra loro e il resto della popolazione.

Il rapporto esordisce notando come ormai i lavori temporanei, parti time o self-employed pesino circa un terzo del totale dei posti di lavoro nei paesi dell’area, sottolineando come “più della metà di tutti i posti di lavoro creati dalla metà degli anni ’90” sono di questo tipo (cd non standard). Con l’aggravante che i giovani, che in gran parte vengono impiegati con tali modalità, sono quelli che hanno “una probabilità più bassa di spostarsi lungo un percorso di carriera più stabile”.

I più penalizzati da quest’andazzo sono i lavoratori poco qualificati (low skilled) che registrano maggiori tassi di povertà (+22%), e questo è stato uno dei driver dell’aumento dell’ineguaglianza. Forse il principale. E poi l’aumentata partecipazione delle donne al lavoro, che porta con sé anche la spiacevole caratteristica di retribuzioni parecchio più basse di quelle maschili.

Il combinato disposto ha fatto salire di un punto l’indice di Gini medio dell’area, che è un indicatore che misura la diseguaglianza in un range da 0, massima uguaglianza, a 1, massima diseguaglianza.

Se questo è il quadro, è interessante vedere cosa sia successo nel nostro Paese, che certo non sfugge alla tendenza generale e anzi, per certi versi, la esaspera.

Dal 1980 al 2013 infatti l’indice di Gini nel nostro Paese è cresciuto parecchio. Da circa 0,30 siamo arrivati a 0,313 nel 2007 e nel 2013 viaggiavamo intorno a 0,327, che vuol dire un peggioramento del 9%. Nel 2013 il 10% più ricco deteneva una quota del 24,7 del reddito nazionale a fronte del 2,2% del 10% più povero, quindi dieci volte tanto, ma è sui valori mediani che spicca la differenza. il 40% più povero, infatti,  ha una quota del 19,7% del reddito nazionale a fronte del 62,8% del 40% più ricco, mentre il 20% più ricco arriva al 39,7%.

Se guardiamo ai tassi di povertà, osserviamo che quello dei giovani (18-25 anni) è del 14,7%, quello dei “maturi” (26-65 anni) del 12,1, mentre quello degli over 65 del 9,3%. Un dato che non dovrebbe sorprendere, solo che si ricordi l‘andamento del reddito equivalente in Italia nell’ultimo ventennio.

Il succo è che ci sono più poveri fra i giovani che fra gli anziani, e anche questa è una curiosa evoluzione del tessuto sociale, come la stessa Ocse rileva.

Se poi guardiamo alla quantità di lavori atipici creati in Italia, notiamo la straordinaria crescita fra il 1995 e il 2007, rispetto a quelli normali cui ha fatto seguito, nel periodo 2007-2013 una robusta perdita di lavoro normali e un minimo guadagno di quelli atipici.

Tutto ciò è più che sufficiente a spiegare perché sia aumentata la diseguaglianza.

Meno a capire chi subirà i danni che ciò può provocare e sui quali l’Ocse disserta a lungo.

Ma non servono tante parole per capirlo. Ne bastano due.

Il futuro.

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Gli anziani gonfiano il mercato del lavoro europeo


M’inerpico sprovveduto lungo i pendii statistici elaborati dalla Bce nell’ultimo bollettino, dove un riquadro discorre degli andamenti recenti della partecipazione al mercato del lavoro nell’eurozona. E scopro con divertito stupore che “malgrado i periodi di severa recessione che hanno colpito lʼarea dellʼeuro negli ultimi anni, il tasso di partecipazione alla forza lavoro nellʼarea ha evidenziato andamenti (atipicamente) positivi”.

Quell'”atipicamente” mi attrae come una calamita e capisco, leggendo oltre, che come sempre quando si tratta di statistica è tutta una questione di definizioni.

Già, perché la Bce per calcolare il suo tasso di partecipazione fa riferimento alla popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni, quando di solito si usa la classe 15-64 anni per definire la popolazione attiva. E poiché la stessa Bce nota che “lʼaumento del tasso aggregato di partecipazione è stato trainato soprattutto dalla crescita della partecipazione dei gruppi di età più avanzata (55-74), mentre la partecipazione giovanile (15-24) è andata calando”, se ne può dedurre agevolmente che sono gli anziani a trainare l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro.

Che significa?

In pratica ciò evidenzia il crescente aumento del peso relativo dei fattori demografici sul mercato del lavoro rispetto ai fattori ciclici e strutturali.

Faccio un passo indietro.

Ricordo che il tasso di partecipazione misura la percentuale di coloro che sono occupati o cercano attivamente lavoro sul totale della forza lavoro, che, nel caso monitorato dalla Bce, dovremmo definire come il totale della popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni.

Ebbene, il tasso di partecipazione nell’euroarea ha seguito un trend ascendente dal 2000 al 2012, collocandosi intorno al 64% nel 2014.

Il fatto che ciò sia accaduto durante un periodo in cui la disoccupazione aumentava non deve stupire, visto che, come ho detto, la partecipazione misura il totale di coloro che lavorano e coloro che cercano lavoro. Quindi in questo senso l’aumento dei disoccupati può far crescere il tasso di partecipazione se costoro continuano attivamente a cercare lavoro.

Ciò non toglie che il tasso di partecipazione avrebbe potuto essere più alto, se non fosse aumentata la disoccupazione, visto che “i cambiamenti nella distribuzione della popolazione hanno esercitato pressioni al ribasso sulla partecipazione al mercato del lavoro. Ciò si deve alla crescita delle fasce di popolazione con i tassi di partecipazione più bassi (quelle di età compresa fra i 55 e i 74 anni) e alla concomitante riduzione delle fasce con i tassi di partecipazione più elevati (principalmente la popolazione di età adulta)”.

Osservando i grafici prodotti nel riquadro appare di tutta evidenza che rispetto al terzo trimestre 2007 è notevolmente diminuito il tasso di partecipazione dei 15-24enni, quello della classe 25.54 è sostanzialmente stabile, mentre è aumentato significativamente quello della classe 55-64enni e risulta in crescita anche quello dei 65-74enni. In pratica, lo coorti più anziane sono quelle che hanno visto aumentare il tasso di partecipazione. E leggo questa indicazione come un chiaro segno del destino che attende le popolazioni europee: lavorare fino a un’età sempre più avanzata.

L’analisi si fa ancora più interessante se il dato viene disaggregato nei quattro paesi principali che compongono l’area, ossia Germania, Italia, Francia e Spagna.

L’incremento più evidente del tasso di partecipazione si è registrato in Germania dove l’indice, fatto 100 il livello del 2008, è arrivato a sfiorare 105 nel 2014. Italia e Spagna convergono verso 101, mentre la Francia è di poco sopra 100, ossia lo stesso livello del 2008.

La performance della Germania, spiega la Bce, “è dipeso in gran parte da variazioni della partecipazione nelle diverse fasce
dʼetà, in particolare quella dei lavoratori più anziani, forse dovute allʼattuazione delle riforme Hartz e alla progressiva eliminazione
delle opzioni di pensionamento anticipato fra il 2006 e il 2010. Dal 2009 i tassi di partecipazione hanno altresì beneficiato di un
aumento dellʼimmigrazione netta verso la Germania”.

In Francia “il modesto aumento del tasso di partecipazione è principalmente attribuibile a un incremento di quello delle fasce
di età più avanzata (dovuto a un aumento dellʼetà pensionabile)”.

In Spagna “la crescita della partecipazione fino al 2012 è imputabile soprattutto a cambiamenti positivi nelle decisioni di partecipazione (principalmente fra le persone di età compresa fra i 40 e i 64 anni)”. C’è da dire che dal 2013 il tasso spagnolo è notevolmente diminuito “in parte per l’uscita dei lavoratori stranieri”.

In Italia, dopo la contrazione registrata a partire dal 2008 per l’aumento dei lavoratori scoraggiati, che hanno di conseguenza ingrossato la classe degli inattivi,  ossia coloro che non studiano né lavorano, “a partire dal 2012 a partecipazione ha ripreso a salire, in parte per effetto della riforma pensionistica”.

Come si può notare le modifiche del welfare hanno impatti diretti sulla durata della vita lavorativa e, di conseguenza, sui tassi di partecipazione. Se vado in pensione pià tardi devo cercare lavoro anche a sessant’anni. E se ho una pensione bassa, o sussidi ridotti, pure a settanta.

Tutto ciò si intreccia con l’evoluzione demografica dell’eurozona, dove “la quota delle fasce di età più avanzata (caratterizzate da tassi di partecipazione inferiori) è destinata ad aumentare”.

Insomma, sempre più persone coi capelli bianchi, e sempre alla ricerca di un lavoro per sbarcare il lunario.

Così magari si sentono giovani.

 

 

Lavoro. E’ qui la festa?


Mi succede che come ogni anno ricevo nella buca delle lettere, di solito affollata di bollette o pubblicità, un pregevole cartoncino d’invito dove c’è scritto: La S.V. è invitata alla Grande Festa del Lavoro che si svolgerà il prossimo primo Maggio. Augurandole buona festa, la salutiamo cordialmente.

E basta.

Niente mittente. Niente specifiche.

E così, come ogni anno, mi chiedo: ma dov’è la festa?

Corro a casa a vedere i telegiornali e mi arriva la notizia di un concerto intitolato al primo maggio. Ma che c’entra un concerto col lavoro? C’entra con la festa, di sicuro, ma il lavoro? A meno che non si riferisca a quello degli attrezzisti, che hanno montano il palco, o a quelli che vi sgambetteranno sopra, io di lavoro qui non ci vedo neanche l’ombra. Ci vedo solo la sua controparte: l’ozio più o meno festoso.

Mi chiedo se celebrare il lavoro con l’ozio non sia uno squisito paradosso.

Prima di rispondermi mi passa davanti la notizia  di non so quale corteo durante il quale non so chi sfilerà per il lavoro.

Ne deduco, per mia somma insipienza, che debba essere lì la festa. Ma poi sento facce tristi che parlano di emergenza, crisi, disoccupazione, tragedie umane. Un terribile mortorio sembra, altro che una festa.

Capisco di essere vittima di un fraitendimento. Il corteo di sicuro servirà al lavoro, ma non c’entra niente con la festa.

Riepilogo confuso, mentre m’inizia una lieve emicrania. Da una parte la festa senza lavoro, dall’altra il lavoro senza festa.

Giro e rigiro il cartoncino, ma quello, reticente, nega l’informazione. Mi chiedo chi lo abbia spedito.

Intanto sul cellulare cominciano ad arrivarmi messaggi di auguri: buona festa del lavoro. Auguri, lavoratore! Tanti auguri.

Allora mi sorge il sospetto che lo scopo della festa del lavoro sia augurarsi di averne sempre uno, di lavoro, che di questi tempi è cosa sacrosanta.

Ma se così fosse non dovrebbe chiamarsi festa del lavoro: dovrebbe essere la festa dell’impiego.

Poiché non ne vengo a capo, decido di fare come fanno tutti: invece di festeggiare il lavoro mi godo il giorno di vacanza, e anzi: faccio pure il ponte. Altro che festa: faccio un festone. Non faccio nulla fino a lunedì prossimo.

Poi com’è, come non è, mi accorgo che ho quattro giorni senza lavoro e quindi di tempo per finire quel libro….quello strano… quello che parla proprio del lavoro. C’è addirittura un capitolo che si intitola “L’invenzione del lavoro nell’immaginario sociale”, minacciosamente sociologico all’inizio, però poi….che strano.

Leggendolo mi viene da pensare che il Lavoro che festeggiamo non abbia nulla a che fare con la vacanza. Al contrario: la vacanza serve a celebrarlo come una volta si faceva col dio Sole.

Il Lavoro è un’entità astratta: l’ennesima divinità economica del nostro tempo. Festeggiando la divinità con la vacanza la si onora, proprio come facciamo con Dio la domenica.

Esagero?

Il Lavoro è un’invenzione della modernità, dice il libro, lo strumento grazie al quale si celebra il trionfo dell’economico sull’umano. Della borghesia sull’aristocrazia. Dei moderni sugli antichi.

Scopro addirittura che nel tempo antico “l’occupazione principale del cittadino era la scholé o l’otium. L’a-scholia o il nec-otium, da cui abbiamo derivato il negozio, ossia il commercio, erano attività senza nome, inconfessabili e disprezzabili”.

Hai capito gli antichi: noi festeggiamo con l’ozio una volta l’anno il Lavoro che ci ha imprigionato. Loro festeggiavano tutto l’anno in ozio.

Mi sento sempre più inattuale, mentre continuo a leggere che “il notabile romano occupava il suo tempo libero scegliendo a volte una professione che forse lo assorbiva quanto un lavoratore, ma senza essere un lavoro”, nel senso che non veniva retribuito.

E improvvisamente mi sento meno solo. Non perché appartenga al notabilitato, tutt’altro. Ma perché il primo pensiero che mi è venuto in mente, è stato quello di raccontarvela questa storia, manco fosse questo il mio lavoro. Anche se confesso che preferirei stordirmi in un ozio pieno di rumori o di slogan.

E invece son qui.

A lavorare per niente in cambio.

Mi sento oltre che inattuale pure un po’ fesso. Finché scopro che “l’ideologia del non-lavoro, del tempo libero, della spesa festiva, del dono continuerà ad essere dominante fino all’era industriale”, osserva lo scrittore, che a questo punto mi ha pacificato.

“L’invenzione del lavoro implica gli stessi presupposti dell’economia politica: naturalismo, edonismo e individualismo”.

“Sulla parola lavoro aleggia ancora l’ombra della sua origine: tripaliare. Ossia torturare. Evoca sofferenza, fastidio prostazione e anche umiliazione”.

“La Riforma, soprattutto con Calvino, farà assurgere il riconoscimento del lavoro a valore universale”.

“Locke spiegherà che la sola fonte legittima della proprietà è il lavoro”.

“L’economia tenta di fare del lavoro la misura stessa del valore delle merci”.

“L’articolo 12 della costituzione sovietica del 1936 proclama che chi non lavora non mangia”.

“Diventando un diritto prima ancora che un dovere, per i cittadini il lavoro era essenzialmente la garanzia della “ciotola di riso”, come si diceva in Cina”.

Quindi quando festeggiamo il Lavoro, novella divinità del nostro tempo forgiato dall’economia, festeggiamo questa roba.

Ho preso il cartoncino con l’invito e l’ho guardato con sospetto.

E poi mi sono messo a scrivere.

Sarà mica qui la festa?

 

NB Il libro che ha ispirato questo post festivo è L’invenzione dell’economia, di Serge Latouche. Buona lettura

Patrimoniale? Meglio un prestito “spintaneo”


Nell’estate del 2007, in appendice a un libro che stavo terminando, scrissi un capitolo che si intitolava “Ripatrimonializziamo la società”. Il succo di quel capitolo era che per il nostro Paese era sostanzialmente impossibile rientrare dal debito usando la logica dell’avanzo primario. Servivano, pensavo all’epoca, misure straordinarie.

Sei anni dopo sono cambiate alcune cose:

1) Lo stock di debito pubblico accumulato era di circa 1.600 miliardi di euro nel 2007 (circa il 106% del Pil). Oggi abbiamo superato i 2.000 (120% del Pil, più o meno);

2) All’epoca la parola patrimoniale era totalmente (o quasi) assente dal dibattito pubblico. Oggi se fate una ricerca su Google news vengono fuori centinaia di record e sono state elaborate decine di proposte per operazioni straordinarie per abbattere il debito;

3) il nuovo governo qualcosa dovrà fare, visto i vincoli stringenti che si impone il fiscal compact e l’ineludibilità di alcune riforme strutturali, che inevitabilmente costano.

In questi sei anni sono cambiate tante cose e non sono più convinto che, stante il contesto attuale, la patrimoniale sia ancora un’idea valida. Non almeno nelle forme classiche alle quali si pensa di solito. L’idea che mi sono fatta è che sia più utile, e meno conflittuale dal punto di vista sociale, mobilitare la corposa quota di risparmio privato che ancora esiste in Italia per indirizzarlo verso progetti specifici, senza che però che i risparmiatori siano vessati, ma anzi premiati. Un prestito allo Stato che sia spontaneo e non obbligato. Al limite “spintaneo”.

In sostanza, dovremmo farci dei project bond nostrani.

Prima di spiegare meglio cosa intendo, serve una premessa. In tempi in cui la pressione fiscale è alta com’è adesso da noi, credo sia più razionale dal punto di vista economico per il singolo individuo puntare non su maggiori ricavi (che vengono ipertassati), ma su meno spese (quindi meno tasse, grazie ad esempio a uno sgravio). Quindi se il governo mi propone un titolo di stato a un tasso basso, mettiamo equivalente al tasso di sconto, ma mi compensa lo spread fra il mio rendimento e quello di un titolo di stato normale con uno sgravio fiscale almeno equivalente che valga per l’intera durata dell’obbligazione, come investitore non ci perdo nulla. Anziché incassare un cedola mettiamo di cento euro (sulla quale peraltro pago una ritenuta), ne incasso una di 30, e godo di una deduzione fiscale di 70. Finisce pure che ci guadagno.

Al di là dell’esempio, che è tecnicamente semplicistico, quel che conta è il principio. La domanda che dobbiamo porci è: se lo Stato mi proponesse uno scambio che prevede meno tasse (e quindi più reddito disponibile in tasca per me) in cambio di un prestito a lungo termine, accetterei o no?

Personalmente me la sono posta qualche giorno fa, quando mi sono trovato a decidere cosa fare del misero gruzzoletto che tengo da conto per le emergenze, e che quindi voglio solo difendere dall’inflazione avendo smesso da tempo di pensare che possa crescere. Apro il solito conto deposito? Mi compro un Bot o un Btp? O magari un Bund? I tassi sono in calo, e quindi è già difficile riuscire a recuperare il potere d’acquisto che si perde ogni anno. Se potessi impiegarlo in qualcosa di utile per il Paese (che non sia alimentare semplicemente il Moloch della Spesa Pubblica), che magari mi consente di pagare meno tasse ogni mese, e quindi avere qualche euro in più per i consumi, credo che ci penserei sopra molto accuratamente.

Faccio due esempi. Nei mesi scorsi sono finite sul tappeto un paio di questioni sociali di peso, per le quali si stenta a trovare una soluzione. La questione degli esodati e quella della riforma del mercato del lavoro. La prima ha richiesto, e richiederà in futuro, risorse ingenti per essere risolta. La seconda pure di più. Quando il Parlamento provò a riesumare le pensioni di anzianità, lo ricorderete, con un emendamento in commissione, la Ragioneria dello Stato fece due conti e bloccò il tutto: servivano almeno 10 miliardi per cominciare. Per capire quanto potrebbe costare la riforma del lavoro, guardiamo al caso tedesco. Fra il 2000 e il 2005 la Germania, ha visto crescere il suo debito sul Pil dell’8,3%. gli economisti calcolano che la Germania abbia speso circa 90 miliardi di euro (da qui l’aumento del debito) per politiche attive di sostegno nei confronti delle imprese e del lavoro. In pratica la Germania ha finanziato a debito la famosa flexsecurity, che poi le ha consentito, nel giro di pochi anni, di avere un mercato del lavoro efficiente e un sistema produttivo assai più performante di prima, con grande giovamento per l’export.

Torniamo a noi. Se il governo proponesse dei project bond alle condizioni che ho detto prima per finanziare una revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sareste interessati a considerare la proposta? Probabilmente tale domanda se la porrebbero anche molti pensionandi, o molti lavoratori che magari pure loro, come il sottoscritto, hanno qualche miseria da parte per le emergenze e non sanno più cosa farne. Magari l’idea di investire su qualcosa che li riguarda potrebbe persino interessargli. E potrebbe anche interessare gli imprenditori, e persino quei ricchi che molti esecrano ma che probabilmente sono meno cattivi di quanto si pensi, purché non li si spinga a fuggire in Svizzera (visto che sono gli unici che possono permetterselo).

Ovvio che quest’idea ha come premessa che lo Stato si comporti seriamente. Che i soldi raccolti finiscano in un capitolo di bilancio creato alla bisogna e non nel mare (magna) magnum del bilancio pubblico.

Ovvia anche un’altra cosa, per creare i nostri project bond serve un’inversione culturale. Capire che lo scopo dell’investimento non è il massimo profitto, ma la massima utilità (e non sempre le due cose coincidono). Swappare tasse e prestiti segnerebbe un’evoluzione nel nostro comportamento economico credo senza precedenti.

Una volta tanto potremmo dar prova di quella qualità che molti ci riconoscono, ma che scarseggia nel dibattito politico: la fantasia.