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Esercizi di retorica sul DEF: dal pareggio (di bilancio) allo spareggio


Il travestimento circa la natura del DEF comincia dal nome, come è giusto che sia in un esercizio di retorica.

Il Documento di economia e finanza, però, svela la sua vocazione autentica quando inizia  a sostanziare i suoi effetti, manifestandoli. E sono eminentemente politici.

Nel nostro caso coincidono con la lettera del MEF a Bruxelles con la quale il governo chiede un anno di deroga per arrivare al pareggio del deficit strutturale.

Se ne è parlato in lungo e largo, evitando magari di sottolineare quanto sia convenzionale, e quindi discutibile, la definizione stessa di deficit strutturale alla quale dovremmo impiccarci. E si è anche ricordato che per rendere sostanziale tale deroga è servito un voto a maggioranza assoluta del nostro Parlamento, cui dovrà seguire il placet delle autorità europee. Le stesse che dovranno pronunciarsi molto presto sui nostri squilibri macroeconomici, già giudicati eccessivi e quindi forieri di ulteriori interferenze europee nelle nostre politiche fiscali.

Ecco perciò che un numero immaginario, il famoso disavanzo strutturale, diventa il fatto politico di rilievo che origina azioni politiche assai rilevanti.

Da Bruxelles si sono affrettati a rispondere alla lettera di Padoan che “valuteranno il percorso di rientro italiano”, come peraltro è scritto nelle stesse regole che chiediamo di derogare. Che significa tutto e niente. O soltanto che, come al solito siamo sorvegliati speciali.

Il caso italiano ha l’aggravante di avere tutti i numeri contro. Gli unici indicatori positivi sono l’avanzo primario, che però nell’immediato è previsto in calo, il livello di deficit, che rimarrà sotto il 3%, sempre nell’immediato, e il saldo del conto corrente, di recente tornato in attivo, che però sconta il previsto calo dell’export netto, che rischia di farci ripiombare nel deficit.

In questa situazione, le regole di bilancio, che molto opportunamente Bankitalia ha ricordato nella sua audizione sul DEF pesano come macigni.

Per chi non lo ricordasse, con l’approvazione in Costituzione, nel 2012, abbiamo accettato di avere regole di bilancio europee sull’indebitamento netto, la spesa pubblica e il debito. Il famoso fiscal compact di cui si fa grande uso nei talk show, sempre retoricamente in funzione di spauracchio.

La questione merita un approfondimento.

La regola dell’indebitamento netto implica che per i paesi non soggetti a procedura per disavanzo eccessivo (ne siamo usciti da poco) il famoso disavanzo strutturale debba essere inferiore o uguale all’obiettivo di medio termine (OMT) fissato per il paese. Se il disavanzo eccede tale obiettivo, deve essere ridotto di almeno dello 0,5% del Pil l’anno.

Per l’Italia l’OMT è il mitico pareggio di bilancio. “Nel 2014 – dice Bankitalia – gli andamenti tendenziali indicano una riduzione del disavanzo strutturale pari allo 0,2% del Pil. Sarebbe richiesto quindi un ulteriore aggiustamento di circa lo 0,3%”, per arrivare a un indebitamento strutturale pari a meno -o,1% del Pil nel 2015.

Ciò spiega perché il governo, adducendo le famose circostanze eccezionali (fra le altre cose il pagamento dei debiti della PA) ha chiesto la deroga, affiancandole un piano di rientro che prevede un aggiustamento strutturale del famoso disavanzo pari allo 0,5% del Pil nel 2015, anziché doversi fare carico di un aggiustamento dello 0,3% quest’anno. Parliamo di circa 4,5 miliardi. In sostanza si rimanda a domani quel si dovrebbe fare oggi, come peraltro noi italiani siamo maestri nel fare, sperando che la ripresa e la ventata riformista del governo dia una mano dal versante della crescita.

Su questa strategia, la Corte dei conti, che pure mostra di comprendere il momento, osserva che sarebbe buona norma fare le correzione (quindi i tagli) quando c’è la ripresa piuttosto che quando c’è crisi. Ma il momento, appunto, è topico.

Sostanzialmente ci stiamo giocando il tutto per tutto.

La regola della spesa prevede invece che per i paesi che non hanno ancora raggiunto il proprio OMT, quindi anche noi, la crescita annua della spesa pubblica, al netto delle componenti fuori dall’azione del governo (vai a capire come si calcolano), debba essere inferiore a quella di medio periodo del Pil potenziale (altra variabile immaginaria). L’entità dello scarto deve garantire un saldo strutturale di almeno lo 0,5% del Pil, con l’avvertenza che una crescita della spesa superiore non è interpretata come una violazione se è compensata da aumenti discrezionali delle entrate.

Che significa?

Ecco, già il fatto che qualcuno debba spiegarlo sostanzia il cuore del problema. Uno dei trucchi dei retori è spiazzare l’interlocutore con preposizioni astruse dall’aria seria e credibile. Apodittiche, si dice. E cosa c’è di più apodittico di un regola costitituzionale?

Bankitalia ci dice che “nel triennio 2011-13 la dinamica della spesa è stata ampiamente al di sotto del limite prescritto dalle regole europee. Per il triennio 2014-16, il limite superiore calcolato dalla Commissione per l’Italia è pari a -1,07 per cento in termini reali; nelle proiezioni elaborate dal Governo sotto l’ipotesi di invarianza delle politiche di bilancio, la dinamica della spesa sarebbe significativamente superiore”.

Ricordatevi queste parole: proiezioni, ipotesi di invarianza, sarebbe superiore, limite superiore calcolato (non sappiamo come). Come vedete nulla di reale: solo congetture. Ma terribilmente cogenti.

Forte di tanta apodittica indimostrabile, il novello retore (nel caso specifico la Commissione Ue, ma vale per l’economia applicata) detta la sua regola normativa. E quindi fa politica.

Provo a tradurre il commento di Bankitalia in parole comprensibili: prima non abbiamo sforato, ma sforeremo dopo, secondo quanto si può ipotizzare.

Il che ci mette nella difficile posizione di interlocutori poco credibili.

Screditare l’interlocutore è un altro caposaldo del dibattere retorico.

Attenzione: la regola della spesa vale solo se falliamo l’obbiettivo di medio termine, ossia sempre il solito pareggio.

Non finisce qui. C’è anche la regola del debito.

Il six pack prevede che nei paesi il cui il rapporto da debito e prodotto ecceda il 60%, tale differenza debba diminuire di un ventesimo l’anno nella media di un triennio. Per l’Italia, che era sottoposta a procedura di infrazione nel 2011, è stato previsto un periodo di tre anni di transizione dal momento in cui la procedura viene chiusa, ossia dal 2013.

“In tale periodo – spiega Bankitalia – la regola del debito si ritiene soddisfatta se lo stato membro consegue una riduzione annua minima del disavanzo strutturale (minimum linear structural adjustement, MLSA) calcolata dalla Commissione UE”.

Ricordo a tutti che il disavanzo strutturale è una variabile che la Corte dei Conti ha definito impossibile da osservare. E sottolineo che, ancora una volta la commissione calcola (non sappiamo come) un dato che diventa un obiettivo politico.

Ebbene, “lo scorso novembre – dice Bankitalia – la Commissione ha indicato che il MLSA per l’Italia è definito da una riduzione del disavanzo strutturale (sempre lui, ndr) di almeno 1,32 punti percentuali del PIL nel complesso del biennio 2014-15. La riduzione prevista nel DEF è di 0,7 punti. Va rilevato tuttavia che la Commissione potrebbe rivedere al ribasso l’MLSA tenendo conto degli introiti delle dismissioni programmate”.

Notate la finezza: 1,32% del Pil. Chi dubiterebbe dell’accuratezza del calcolo a questo livello di dettaglio?

Un altro espediente del retore è far credere che le sue informazioni siano sempre accurate.

Comunque, stando a quanto dice Bankitalia, siamo fuori anche dalla regola anche nel periodo di transizione.

E dopo? “La regola dovrà essere rispettata con riferimento alla variazione del debito nel triennio 2013-15 (versione backward looking, con e senza correzione per l’impatto del ciclo economico) oppure nel triennio 2015-17 (versione forward looking). Il quadro programmatico del DEF rispetta la regola sul debito nella versione forward looking. Se gli andamenti macroeconomici dovessero discostarsi, anche di poco, dalle previsioni contenute nel DEF, o se non si realizzassero integralmente le dismissioni programmate, il rispetto della regola sarebbe messo a repentaglio”.

Insomma: rischiamo di fare un altro botto.

“Le regole di bilancio europee – conclude comprensiva Bankitalia – possono apparire complesse e, pur con i loro margini di flessibilità, stringenti, ma esse rispondono all’esigenza di assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e ricondurle all’equilibrio. Occorre inoltre ricordare che esse appaiono oggi vincolanti anche perché abbiamo lasciato crescere in passato, senza sufficiente controllo, la spesa e il debito pubblico”.

Anche qui, appartiene al discorrere retorico trovare sempre una morale nella storiella.

Poiché sono appassionato di retorica, l’avrete capito, ovvero di quello che gli antichi chiamavano l’arte del discorrere e del persuadere, ho pensato di sintetizzare questa noiosa cavalcata fra le regole europee sulla finanza pubblica trasformandola in un’altra storiella, che sarà magari meno istruttiva, ma certamente non meno realistica di quella che ci ha raccontato Bankitalia.

Un bel giorno in Italia, squadra con evidenti difficoltà e a rischio retrocessione, arriva un nuovo capitano che, forte del suo giovanile entusiasmo e del desiderio di speranza dei suoi giocatori lancia il cuore oltre l’ostacolo e decide di giocarsi la sua partita della vita, che incidentalmente è anche la nostra.

La squadra del premier scende in campo contro la squadra avversaria, l’Europa, agguerritissima, composta da bomber stranieri, per lo più nordeuropei, temutissimi per la loro capacità di fare gol e grandi praticanti dell’astruso gioco a schemi.

Ma la strategia del premier spiazza l’avversario. Portato all’attacco da ali di folla speranzosa, il premier parte in contropiede e segna un spettacolare gol in rovesciata.

GOL: urla l’Italia. La speranza arride a molti, cui viene promesso una goleada.

Ma l’Europa ha dalla sua terribili regole di gioco, che prevedono che ogni giocatore non possa calpestare durante la corsa un valore presunto di fili d’erba superiore allo scarto medio quadratico del flusso tendenziale delle ricrescita prevista, e che, nel caso, debba rientrare precipitosamente in area seguendo il fischio dell’arbitro.

Che infatti fischia.

Il quarto uomo agita la bandierina, gli arbitri si riuniscono in conventicola, incuranti delle proteste del pubblico da casa, mentre i giocatori italiani assicurano che un loro personalissimo algoritmo assicurerà la ricrescita dell’erba nei tempi stabiliti. Ma molti osservano che la squadra italiana non è nuova a questi espedienti e che, dati alla mano, non è molto credibile.

La partita riprende con gli italiani impegnati a fare quello che fanno meglio: litigano fra loro. Così la squadra avversaria approfitta e affonda in campo.

Il temibile numero 10 dell’Europa, biondo e azzurro d’occhio, segna e chiude la partita in parità.

La squadra italiana festeggia: le hanno sempre detto che bastava il pareggio per salvarsi.

Ma invece viene fuori che c”è sempre dell’altro di cui dover tener conto, scritto in piccolo nel manuale delle regole di gioco.

Conclusione. Il salvataggio torna incerto. Il pareggio non basta.

Serve uno spareggio.

(3/fine)

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Viaggio in Italia: fuori dal tunnel dell’eurodebito


Capita, viaggiando in Italia, di infilarsi in lunghissimi tunnel che attraversano ora l’Appennino, ora l’arco dei confini alpini, ora alcune collinose giunzioni fra le nostre belle regioni. Talché, sempre viaggiando, l’osservatore viene talvolta turbato dall’oscurità di questi anfratti che sembrano infiniti, misurandosi nella percezione non più col metro oggettivo della distanza, ma con quello assai più sfumato della sensazione.

In alcuni di questi tunnel poi, dove la manutenzione scarseggia malgrado i miracoli promessi dalle privatizzazioni, la luce è risorsa scarsa e i pochi neon bastano appena a celare muri scrostati e fili penduli, gettando sempre il nostro povero osservatore in uno sconforto cupo. Sarà capitato anche voi, che siete viaggiatori come tutti gli italiani, di chiedervi: ma quando finisce questo tunnel?

Ecco, questa domanda io me la faccio da un trentennio. Ossia da quando, giovane speranzoso, ancora studente ma già curioso osservatore, sentivo risuonare nelle mie orecchie i preoccupati allarmi di barbuti soloni agghindati in doppio petto e cresciuti all’ombra della spesa pubblica sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. E la spesa corrente, e la spesa per interessi, e i tagli e i ritagli, e la spesa improduttiva e i clientelismi, blablabla.

Sono cresciuto a pane e rigorismo chiacchierone. Col risultato che ormai che si riesca a uscire dal tunnel del debito pubblico non ci credo più. Vivo una condizione psicologica, credo comune a tanti, di strutturalità della crisi del bilancio pubblico. E come tanti sospetto che servirà un ventennio almeno di spremitura sociale per rimediare ai guasti degli ultimi quaranta anni. Che sono una nostra precisa responsabilità, è bene ricordarlo.

Detto ciò, peggio del tunnel del debito pubblico italiano, c’è solo quello dell’eurodebito pubblico nel quale ci siamo cacciati.

Ricordo bene che negli anni ’90 i tanti entusiasti dell’unione monetaria dicevano che l’ingresso nell’euro avrebbe segnato un nuovo rigorismo, e finalmente risanatore.

Ricordo bene.

E me lo ricordo ancor meglio, indeciso se ridere o arrabbiarmi, quando leggo la parte dell’ultimo report europeo sull’Italia dedicato al nostro squilibrio finanziario principe: ossia il debito pubblico, che insieme alla scarsa produttività, dicono i tecnici di Bruxelles, è la radice della nostra stanca italianità.

Bene, la Commissione sottolinea che il debito affossa il nostro paese per almeno cinque motivi:

1) Serve un alto livello di tassazione per racimolare la somma necessaria a pagare gli interessi sul debito. Per la cronaca sono oltre 80 miliardi nel 2013. “In particolare, l’alta tassazione sul lavoro e sul capitale pesa significativamente sulla crescita”.

2) L’alta spesa per interessi, il 5,3% del Pil nel 2013, “limita lo spazio di manovra per la spesa pubblica produttiva”.

3) “L’alto debito pubblico rende l’Italia più vulnerabile agli shock economici”.

4) “L’alto debito del governo rende l’Italia più esposta agli aumenti dei rendimenti e alla volatilità finanziaria”.

5) “Le elevate esigenze di roll-over del debito, circa il 25% del Pil l’anno, espone l’Italia a un sostanziale rischio di rifinanziamento, in particolare nei periodi di avversione al rischio”.

Difficile trovare qualcuno che, pur nei distinguo, non sarebbe d’accordo con queste osservazioni. Però, vedete, bisogna sempre intendersi sul significato delle parole. Per una questione di ordine, quindi, credo sia utile approfondire almeno i primi due punti, visto che gli altri tre sono una sostanziale ripetizione.

1) Non c’è dubbio che serva un’alta tassazione per recuperare i denari necessari a pagare (anche) gli interessi sul debito. Ma ricordo che abbiamo già visto come l’alta tassazione sul lavoro, ossia il cosiddetto cuneo fiscale, serva innanzitutto a finanziare la ripartizione pensionistica, e neanche basta, visto che la previdenza è in deficit strutturale. Quindi se volessimo dirla tutta, dovremmo dire che serve un alto livello di tassazione per pagare intanto gli interessi sul debito e il costo della previdenza. Ossia per remunerare la rendita finanziaria e quella previdenziale.

2) Ho fatto un salto sulla sedia, quando ho letto che esiste una spesa pubblica produttiva dopo una vita passata a leggere di spesa pubblica improduttiva. Ma a parte questa facezie, vala la pena approfondire, per capire bene perché una quota così elevata di interessi sul Pil ci stia strozzando. I cultori della materia ricorderanno quando nei miracolosi anni ’90 gli interessi sul debito pesavano quasi il doppio di oggi sul Pil. Nella seconda metà degli anni ’90, ci ricorda opportunamente un grafico della Commissione, erano intorno al 10%. Eppure nel ’97 entrammo nell’euro. Perché?

Serve una piccola digressione tecnica, per la quale mi scuserete. Per valutare la sostenibilità di un debito, pubblico o privato che sia, bisogna conoscere il tasso di interesse nominale implicito. Questa variabile si può definire come il rapporto tra la spesa per interessi di un certo anno e lo stock di debito  accumulato al 31 dicembre dell’anno precedente. Quindi si prende lo stock di debito si divide per la spesa per interessi e si ottiene il tasso.

La Commissione europea ci dice che nel 2013, per il debito pubblico italiano, tale tasso è stato del 4%.

Trattandosi di tasso nominale, è utile però conoscere il tasso implicito reale, ossia al netto dell’inflazione. Ciò consente di capire il peso effettivo di questa spesa per interessi. E’ chiaro che più è alta l’inflazione, più il tasso implicito nominale si abbassa. E più si abbassa meno impatta la spesa per interessi sulla sostenibilità del debito. Se l’inflazione, per dire, del 2013 fosse stata del 4%, il tasso implicito reale sarebbe stato zero. E se avessimo avuto anche un po’ di crescita del Pil e l’avanzo primario (quello in effetti ce l’abbiamo avuto, anche se in calo), allora gli interessi sarebbero stati negativi e quindi il debito reale sarebbe diminuito.

Nei meravigliosi anni ’90, quelli dell’euforia europea, avevamo tassi impliciti nominali che sfioravano il 10%. Ma avevamo un paio di punti di crescita del Pil, un ottimo avanzo primario (arrivato al 6,5% del Pil proprio nel ’97) e poi una sana inflazione. Alla fine i tassi reali risultavano negativi. E infatti nell’utilissimo grafico elaborato dalla Commissione si vede che il cambiamento annuale del debito/pil, fra il 1995 e il 1998, è stato negativo. Detto in altre parole, il debito calava.

Fra il 1999 e il 2007, quindi agli albori dell’età dell’euro, la spesa per interessi si dimezza. Il miracolo dell’euro, ossia i tassi bassi per tutti, la portano a circa il 5% del Pil, un po’ meno di quella attuale. Ma allo stesso tempo diminuiscono l’avanzo primario, la crescita e l’inflazione.

Questa è l’altra faccia del miracolo dell’euro. E se non aver mantenuto un robusto avanzo primario è di sicuro una nostra responsabilità (il famoso dividendo dell’euro perduto), su crescita e inflazione è ragionevole parlare di responsabilità comune, visto che ormai siamo una comunità di stati.

Mi chiedo peraltro come mai avrebbe potuto dar prova di responsabilità, cumulando avanzi primari, un paese come il nostro cresciuto all’ombra della spesa pubblica. E mi chiedo altresì se, al contrario, poter contare su tassi bassi non sia stato un terribile incentivo a fare quello che abbiamo fatto: ossia indebitarci a rotta di collo, non solo a livello pubblico, ma anche privato. Il nostro personale dividendo dell’euro è stato un aumento dei debiti, non una diminuizione.

Malgrado tutto, però, in quel periodo l’impatto della spesa per interessi sulla crescita del debito rimane negativa. Un po’ meno negativa di prima, ma sempre sostenibilissima.

I guai cominciano nel triennio 2008-10. L’avanzo primario quasi scompare, l’inflazione diminuisce ancora e per giunta la crescita diventa decrescita. Il risultato è devastante: la spesa per interessi rimane sempre intorno al 5% del Pil, ma il peso degli interessi nominali non viene quasi per nulla neutralizzato. Il risultato è che il debito aumenta. Lo scenario è simile a quello del trienni 2011-2013. L’unica differenza è che abbiamo un po’ di avanzo primario, e quindi il peso degli interessi sulla sostenibilità del debito si alleggerisce un po’.

Stante questa situazione, la Commissione non ha dubbi: non basta avere un avanzo primario del 3% fino al 2020 per uscire dal tunnel dell’eurodebito. Ne servirebbe uno di almeno il 5% per non far sorgere dubbi sulla sua sostenibilità. Come ha fatto il Belgio, che fra il 1999 e il 2007 ha tenuto un avanzo primario fisso al 5% del Pil. Risultato: il Belgio ha abbattuto il suo debito dal 117% del ’97 all’84% del 2007.

Noi no. Anzi. Ormai veleggiamo verso il 134%, anche grazie ai corposi contributi che abbiamo versato all’Europa per sostenere i paesi in crisi. Col risultato che dobbiamo fare almeno 80 miliardi l’anno di avanzo primario se vogliamo star sicuri. Anche perché sull’inflazione non c’è da contarci. Anzi. C’è il rischio che i prezzi calino, nella parti basse dell’Europa.

Mentre passeggio dentro il tunnel dell’eurodebito, che mi sembra assai più oscuro e minaccioso del vecchio debito in lire, mi smarrisco in suggestioni ucroniche, laddove accade che nel lontano ’97 i nostri governanti, anziché farci pagare l’eurotassa, dicono: sapete che c’è: per adesso non ci entriamo, in questo benedetto euro. E sapete perché? Perché stiamo andando bene: abbiamo uno straordinario avanzo primario, il nostro debito pubblico è in gran parte in mano ai residenti, e abbiamo anche una sana inflazione che ce lo fa dimagrire ogni anno. Per adesso stiamo bene così. Ne riparliamo fra dieci anni. Magari se ci tenevamo la lira eravamo “costretti” a fare le riforme che con l’euro non abbiamo fatto. E questa è la beffa più dolente: ci hanno detto che con l’euro ci avrebbero raddrizzato la schiena. E invece bastava lasciarci la lira.

La fiamma della mia fantasia dura solo lo spazio di un respiro. Riapro gli occhi e mi rivedo nel tunnel, sempre più buio e minaccioso, rappresentato da una curva che rappresenta uno scenario secondo il quale nel 2020, se siamo bravissimi e superiamo il 5% di avanzo primario (cioé risparmiamo fino alla morte) il nostro debito arriverebbe al 120% del Pil. E sempre se riusciamo a fare una crescita discreta.

E di fronte a tutto questo sento un profluvio di chiacchiere su come distribuire una manciata di miliardi al popolo presi chissà dove. Sento parlare di cuneo fiscale senza parlare di quello previdenziale, e di una spending review che promette bruscolini per oggi e miracoli per domani.

Capisco allora che dal tunnel non usciremo più. Ormai siamo entrati di fatto e di diritto fra i paesi eternamenti debitori. Alla stregua di un paese emergente pagheremo sempre più rendite all’estero, visto che dobbiamo pur piazzarlo da qualche parte questo debito, e dovremo vivere delle nostre risorse naturali, ossia turismo e cultura, ammesso che riusciamo a valorizzarle.

Per un attimo ho quasi paura.

Poi però continuo a leggere il rapporto della commissione e capisco una cosa evidente: sono loro, i commissari di Bruxelles, ad avere paura. Hanno paura dei guasti che noi italiani potremmo provocare se facessimo qualche colpo di testa per uscire dal tunnel dell’eurodebito.

E infatti si premurano di elencare in lungo e largo le nostre connessioni commerciali, economiche e finanziarie con l’eurozona, spiegando che il nostro peso specifico è capace di fare inabissare qualunque progetto comune europeo.

Hanno paura, è evidente.

E fanno bene.

(4/segue)

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Lezione norvegese sulla sovranità


I sovranisti nostrani, nostalgici ormai residuali di qualcosa che non abbiamo mai davvero conosciuto, dovrebbero guardare alla Norvegia quale esempio preclaro di come un piccolo paese possa cavarsela assai bene nel difficile mondo globale, avendo dalla sua risorse naturali e una classe dirigente degna di questo nome.

Diranno, i nostri sovranisti, che il nostro paese, pur difettando di petrolio e gas, di cui invece abbonda la Norvegia, avrebbe pure tante altre risorse a cui attingere. E che il problema nostro, a ben vedere, è la classe dirigente, a cominciare dai politici.

Il problema però è che una classe dirigente non si improvvisa, ma è un retaggio della storia. Né tantomeno si seleziona col suffragio, come dimostrano le nostre terribili cronache politiche. La Norvegia, per arrivare al punto in cui è ci ha messo duecento anni, e non è stato un percorso facile. Vale la pena raccontarlo in breve attingendo da un discorso tenuto da Øystein Olsen, governatore della Banca centrale norvegese, tenuto in occasione del bicentenario della costituzione nazionale.

Nel 1799, quando Malthus si trovò a viaggiare in Norvegia, registrò nel suo diario una società pressoché agricola, dove la popolazione sopravviveva combattendo ogni giorno con la fame, mentre i ricchi lamentavano l’alto costo dei beni che dovevano importare per condurre una vita rispettabile. Quando poi, all’inizio del secolo XIX, scoppiarono le guerre napoleoniche, andò ancora peggio: il paese fu sottoposto a un blocco navale, subì carestie ed epidemie, col risultato che fra il 1809 e il 1813 la fame divenne un’emergenza tanto pressante che il numero della popolazione diminuì.

Successe allora che il re Federico VI fece quello che si prova a fare di solito quando finiscono i soldi: si stampano. Per sostenere la spesa pubblica diede lavoro ai torchi, il che, combinandosi con la scarsità materiali dei beni acquistabili provocò la prima grande iperinflazione della storia norvegese. Nel 1813 la moneta nazionale arrivò a svalutarsi di quasi il 90% rispetto alle valute principali del tempo.

I torbidi che ne seguirono, condussero alla convocazione della prima assemblea nazionale nella cittadina di Eidsvoll, dove i 112 rappresentanti di un popolo alla fame scrissero la nuova Costituzione che l’Assemblea approvò nella primavera del 1814. Che poi è rimasta la stessa di oggi.

In una temperie densa di grande speranze a voglia di libertà, il popolo si riappropriò del suo diritto all’autodeterminazione, forte delle influenze che i 112 legislatori avevano tratto dai loro viaggi all’estero, dove avevano appreso i rudimenti della filosofia inglese e delle recenti rivoluzioni americane e francesi.

Il risultato fu la fine della monarchia assoluta e l’introduzione della separazione dei poteri, a cominciare da quelli sulla moneta. Christian Magnus Falsen, uno dei costituenti più in vista a quel tempo, disse che non poteva esistere Stato che non contemplasse un sistema monetario funzionante. Un altro, Wedel Jarlsberg, convinse i costituenti sull’importanza che una nazione abbia la sua banca nazionale.

Così si arrivò alla formulazione dell’articolo 75 della Costituzione che affidò al Parlamento norvegese “la responsabilità di supervisionare gli affari monetari del Reame”. E questo spiega bene perché la Norvegia sia fuori dall’euro.

Lo Storting, il parlamento norvegese, delegò alla banca centrale tale supervisione nel 1816. Col che si sottrasse al Re il potere di decidere le sorti della moneta. E, per rimarcare la separazione dal potere politico, la sede della banca centrale fu fissata a Trondheim, ben lontano dal governo di Christiania. La valuta fu stabilizzata agganciandola a uno stock di argento. E tuttavia ci vollero anni prima di tornare alla normalità. Solo nel 1842 furono emesse le prime banconte pienamente convertibili in argento. Nel frattempo, intorno al 1825, ci fu anche un periodo di significativa deflazione.

Dalla metà del XIX secolo la moneta norvegese conobbe una certa stabilità, salvo che nel periodo della Grande Guerra, che tale è rimasta fino ai nostri giorni, malgrado lo scenario internazionale sia sostanzialmente mutato. Nel 1814, ricorda il nostro banchiere, l’Europa dominava il commercio, oggi il baricentro si è spostato in Asia, con la Cina che ha superato gli Stati Uniti per quota di bene commerciati con l’estero. Ciò malgrado la Norvegia rimane un paese monetariamente stabile e fiscalmente responsabile.

Dalla sua la Norvegia ha la fortuna di galleggiare su un mare di petrolio e gas. Ma anche su questo, la classe dirigente fa la differenza.

I politici norvegesi, infatti, sono riusciti a mettere a valore le loro risorse naturali, destinandone i proventi a un fondo pubblico (Government Pension Fund Global (GPFG) ) i cui rendimenti vengono utilizzati per stabilizzare la spesa pubblica quando necessario. Dopo la crisi del 2008, fra il 2009 e il 2010 ad esempio, il governo ha attinto ai rendimenti del fondo per fare spesa pubblica senza gravare sul deficit. Ma già nel 2011 la spesa finanziata dai rendimenti del fondo è scesa sotto il totale del cash flow ottenuto dagli investimenti.

Ma tale circostanza era accaduta anche in passato. Dai dati presentati dal banchiere centrale si evince che dalla fine degli anni ’90 fino al 2005 la spesa attinta dal fondo è stata sempre superiore ai rendimenti. Solo nel 2006 la massa critica di risorse gestita dal fondo, di cui si occupa la Banca centrale, ha orginato rendimenti superiori alla spesa, consentendo perciò una sua rapida e notevole capitalizzazione. Sicché, nel 2013, il fondo capitalizzava oltre 5 trilioni di corone dalle poche centinaia di miliardi del 1998.

Interessante anche notare come il rendimento del fondo sia notevolmente cresciuto dall’esplodere della crisi finanziaria. E l’andamento stabile della corona ha pure consentito di eliminare le perdite derivante dal cambio. Nell’ultimo quarto del 2013 il rendimenti cumulati hanno superano i 1.800 miliardi di corone. Il grosso degli asset è investito sul lungo periodo, su carta e sempre più in mattone.

I nostri sovranisti, insomma, troveranno di che argomentare, studiando il caso norvegese, dimostrazione chiara di come una gestione assennata del bene pubblico sia persino capace di creare giovamento alla popolazione. Ma dovrebbero ricordare che una classe dirigente ha molto a che fare con la popolazione che la esprime.

Guardiamo le banche. All’epoca della costituzione di Eidsvoll non c’erano banche private in Norvegia, col risultato che gli uomini d’affari dovevano andare in Danimarca o in Germania per procacciarsi i prestiti di cui avevano bisogno. I costituenti allora incaricarono la Norges Bank, ossia la banca centrale, che divenne la fonte primaria di erogazione creditizia fino a quando, nella seconda metà del XIX secolo non si tramutò in prestatore di ultimo istanza del neonato sistema bancario privato.

L’innovazione ebbe conseguenze. Le banche private iniziarono a far circolare allgramente il credito (la storia è sempre la stessa) fino a che non si creò un’enorme bolla sul mercato immobiliare. Il risultato fu una crisi bancaria, che nel 1899 esplose con tutta la sua virulenza nella capitale. Per capire la gravità dell’accaduto, basti sapere che ci vollero più di cento anni perché i prezzi reali delle casi di Oslo tornassero ai livelli pre-crisi. E sappiamo già che tali livelli non sono rassicuranti neanche adesso.

Adesso la Norvegia sta lavorando sul versante della regolazione e della risoluzione ordinata dei fallimenti bancari, sul modello di quanto sta faticosamente tentando l’eurozona. E i precedenti non lasciano immaginare che facilmente questi uomini del Nord si faranno convincere a entrare nella nostra unione bancaria.

La storia, come vedete, dimostra che da soli si può far bene in economia, e anche meglio degli altri, a dispetto di chi dice che servono grandi aggregati territoriali per competere nella globalizzazione.

A patto però di esserne capaci.

Spending review? Prima serve la spending preview


Cosa sappiamo del bilancio dello Stato? In tempi in cui si parla ossessivamente di spending review finisce che tutti insistono sulla necessità di tagliare la spesa pubblica, dando per scontato che si sappia come lo Stato spende i suoi soldi. Ma è davvero così?  Prima di reclamare un taglio delle spese pubbliche sarebbe meglio perdere qualche ora per conoscerle. Sennò, come si fa a decidere?

Prima di fare una spending review, insomma, serve una chiara spendig preview.

Per contribuire a questa opera di illustrazione, ci siamo serviti di due documenti. Il primo è la relazione sul conto consolidato di cassa delle amministrazioni pubbliche aggiornata al 30 giugno 2012, che monitora l’andamento delle uscite pubbliche nei semestri gennaio-giugno negli anni 2010-12. E poi il Rapporto sulla spesa dello Stato, pubblicato nell’agosto 2012, che fa una ricognizione ancora più ampia, addirittura dagli anni ’90, della contabilità pubblica.

Nei primi dieci anni del Duemila la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito (vero problema nostrano) è stata fra le più basse dei principali paesi europei. Meglio di noi (e figurarsi) ha fatto solo la Germania.

Da 1990 al 2010 sono aumentate in maniera significativa le spese per protezione sociale e servizi generali. Per converso sono diminuite le uscite per gli affari economici, l’abitazione, l’assetto del territorio, le attività ricreative e, in minor misura, quelle relative a istruzione, ordine pubblico e sicurezza e protezione dell’ambiente.

In particolare, sempre dal 1990 al 2010, le prestazioni sociali, quindi il welfare, sono aumentate del 190%, i consumi intermedi del 160%, mentre i redditi dei dipendenti pubblici del 100% e i contributi alla produzione di appena  il 30%. Già questi dati illustrano chiaramente cosa è successo in Italia: abbiamo speso per i consumi più che gli investimenti.

Se scendiamo nella concretezza dei numeri, impariamo anche altre cose. Dal 1980 al 2011 la spesa pubblica è decuplicata, passando da circa 85 miliardi a 800, miliardo più miliardo meno. Se da questo totale scorporiamo gli interessi sul debito, si passa dai 75 miliardi del 1980 ai 720 miliardi del 2011, ossia il 45,6% del Pil.

La spesa primaria corrente, nei trent’anni, è aumentata di dieci punti di Pil, arrivando al 42,6%, mentre gli investimenti rosicchiano appena il 3%. Ciò malgrado la spesa primaria italiana, in relazione al Pil, è più bassa di quella di Francia e Gran Bretagna. Chi dice che l’incremento della spesa primaria è un problema europeo non è lontano dal vero.

Interessante anche il confronto negli anni (1995-2010) sulla spesa per funzioni. Diminuisce la spesa per i servizi generali (dal 14,1 all’8,3% del Pil) e aumentano significativamente quella per Sanità (dal 5,3 al 7,6% del Pil) e per la protezione sociale (dal 18,3 al 20,4% del Pil). Quest’ultima voce, nel 2010, è comunque più bassa di quella della Francia (22,3% del Pil) e appena sopra quella tedesca (20,3% del Pil). Non siamo poi così diversi dagli altri.

Ricapitolando, quindi, il grosso di incremento della spesa pubblica se ne va in pensioni, sanità e servizi generali, a cominciare da quello del debito. L’incidenza della spesa per i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, che oggi rappresenta circa il 18,8% delle spese correnti, è diminuita dal 12,2% del Pil del 1990 al 10,8% del 2011. C’è stata una consistente riduzione della spesa per istruzione, per la cura del territorio, delle abitazioni e della difesa civile. Sono crollati gli investimenti.

Si potrebbe anche dire che siamo un paese che vuole bene più ai suoi anziani, ai quali dedica corpose risorse sotto forma di pensioni e assistenza sanitaria frutto delle scelte degli anni ’70, che non agli ultimi arrivati.

Negli ultimi vent’anni l’Italia non è stato un paese per giovani. E a politiche di bilancio inerziali, non lo sarà neanche in futuro.

Se spostiamo la prospettiva sul lato delle entrate impariamo altre cose. Dal 2003 al 2011 le entrate complessive sono cresciute, passando da 419,507 miliardi a 521,742. Le entrate tributarie sono passate da 367,408 miliardi a 452,731, quelle extra-tributarie da 34,150 miliairdi a 65,698. La spesa per interessi ha avuto un picco in alto  di 79,869 miliardi nel 2008 e in basso, a 60,964 nel 2004. Nel 2011 la spesa per interessi è arrivata a 73,748 miliardi, ossia il 15,65% della spesa corrente del 2011 (471,5454 miliardi).

L’ammontare della spesa per interessi è stato sempre superiore, dal 2003 ad oggi, a quello della spesa per investimenti, che dai 61,912 miliardi del 2003 è scesa fino ai 47,830 del 2011. Il peso dei debiti, in pratica, schiaccia la possibilità di investire sul futuro. E anche questo è un chiaro indicatore di senescenza.

Dai dati desumiamo che la spesa per i dipendenti pubblici e la spesa per interessi impegnano da sole circa il 34,45% della spese corrente. E non parliamo ancora di pensioni e sanità. Queste ultime sono ricomprese nella voce “trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche” e nel 2011 valgono 220,795 miliardi (erano 159,535 nel 2003). In pratica tali trasferimenti pesano il 46,74% della spesa corrente.

Ricapitoliamo. Pensioni, sanità, dipendenti pubblici e interessi si sono mangiati, nel 2011, l’81,19% della spesa corrente (che era di 472,320 miliardi), ossia 383,47 miliardi.

In pratica, ciò che residua da questa idrovora sono circa 88 miliardi (dati 2011), sui quali si dovrebbe svolgere qualunque esercizio di spending review. Tenendo conto che per quasi la metà si tratta di poste correttive e compensative.

A meno che non si decida di tagliare su pensioni, sanità e dipendenti pubblici, visto che il debito è un macigno difficilmente erodibile. Ma questo significa mettere in campo politiche che, in qualche modo, tolgano risorse agli anziani per darlee ai giovani. E’ possibile?

Completiamo questa breve preview con un dato molto illuminante estratto dalla relazione di cassa. Nei primi sei mesi del 2012 la spesa per interessi è cresciuta di 3,930 miliardi rispetto al primo semestre 2011. Tanto ci è costata la crisi dello spread.

Questo a uso di chi dice che dello spread ci importa poco.

Le entrate tributarie, sempre nel secondo semestre 2012, sono cresciute di 3,679 miliardi. In pratica neanche coprono i maggiori interessi pagati sul debito.

Questo a uso di chi vuole sapere dove finiscono i soldi delle tasse.

Patrimoniale? Meglio un prestito “spintaneo”


Nell’estate del 2007, in appendice a un libro che stavo terminando, scrissi un capitolo che si intitolava “Ripatrimonializziamo la società”. Il succo di quel capitolo era che per il nostro Paese era sostanzialmente impossibile rientrare dal debito usando la logica dell’avanzo primario. Servivano, pensavo all’epoca, misure straordinarie.

Sei anni dopo sono cambiate alcune cose:

1) Lo stock di debito pubblico accumulato era di circa 1.600 miliardi di euro nel 2007 (circa il 106% del Pil). Oggi abbiamo superato i 2.000 (120% del Pil, più o meno);

2) All’epoca la parola patrimoniale era totalmente (o quasi) assente dal dibattito pubblico. Oggi se fate una ricerca su Google news vengono fuori centinaia di record e sono state elaborate decine di proposte per operazioni straordinarie per abbattere il debito;

3) il nuovo governo qualcosa dovrà fare, visto i vincoli stringenti che si impone il fiscal compact e l’ineludibilità di alcune riforme strutturali, che inevitabilmente costano.

In questi sei anni sono cambiate tante cose e non sono più convinto che, stante il contesto attuale, la patrimoniale sia ancora un’idea valida. Non almeno nelle forme classiche alle quali si pensa di solito. L’idea che mi sono fatta è che sia più utile, e meno conflittuale dal punto di vista sociale, mobilitare la corposa quota di risparmio privato che ancora esiste in Italia per indirizzarlo verso progetti specifici, senza che però che i risparmiatori siano vessati, ma anzi premiati. Un prestito allo Stato che sia spontaneo e non obbligato. Al limite “spintaneo”.

In sostanza, dovremmo farci dei project bond nostrani.

Prima di spiegare meglio cosa intendo, serve una premessa. In tempi in cui la pressione fiscale è alta com’è adesso da noi, credo sia più razionale dal punto di vista economico per il singolo individuo puntare non su maggiori ricavi (che vengono ipertassati), ma su meno spese (quindi meno tasse, grazie ad esempio a uno sgravio). Quindi se il governo mi propone un titolo di stato a un tasso basso, mettiamo equivalente al tasso di sconto, ma mi compensa lo spread fra il mio rendimento e quello di un titolo di stato normale con uno sgravio fiscale almeno equivalente che valga per l’intera durata dell’obbligazione, come investitore non ci perdo nulla. Anziché incassare un cedola mettiamo di cento euro (sulla quale peraltro pago una ritenuta), ne incasso una di 30, e godo di una deduzione fiscale di 70. Finisce pure che ci guadagno.

Al di là dell’esempio, che è tecnicamente semplicistico, quel che conta è il principio. La domanda che dobbiamo porci è: se lo Stato mi proponesse uno scambio che prevede meno tasse (e quindi più reddito disponibile in tasca per me) in cambio di un prestito a lungo termine, accetterei o no?

Personalmente me la sono posta qualche giorno fa, quando mi sono trovato a decidere cosa fare del misero gruzzoletto che tengo da conto per le emergenze, e che quindi voglio solo difendere dall’inflazione avendo smesso da tempo di pensare che possa crescere. Apro il solito conto deposito? Mi compro un Bot o un Btp? O magari un Bund? I tassi sono in calo, e quindi è già difficile riuscire a recuperare il potere d’acquisto che si perde ogni anno. Se potessi impiegarlo in qualcosa di utile per il Paese (che non sia alimentare semplicemente il Moloch della Spesa Pubblica), che magari mi consente di pagare meno tasse ogni mese, e quindi avere qualche euro in più per i consumi, credo che ci penserei sopra molto accuratamente.

Faccio due esempi. Nei mesi scorsi sono finite sul tappeto un paio di questioni sociali di peso, per le quali si stenta a trovare una soluzione. La questione degli esodati e quella della riforma del mercato del lavoro. La prima ha richiesto, e richiederà in futuro, risorse ingenti per essere risolta. La seconda pure di più. Quando il Parlamento provò a riesumare le pensioni di anzianità, lo ricorderete, con un emendamento in commissione, la Ragioneria dello Stato fece due conti e bloccò il tutto: servivano almeno 10 miliardi per cominciare. Per capire quanto potrebbe costare la riforma del lavoro, guardiamo al caso tedesco. Fra il 2000 e il 2005 la Germania, ha visto crescere il suo debito sul Pil dell’8,3%. gli economisti calcolano che la Germania abbia speso circa 90 miliardi di euro (da qui l’aumento del debito) per politiche attive di sostegno nei confronti delle imprese e del lavoro. In pratica la Germania ha finanziato a debito la famosa flexsecurity, che poi le ha consentito, nel giro di pochi anni, di avere un mercato del lavoro efficiente e un sistema produttivo assai più performante di prima, con grande giovamento per l’export.

Torniamo a noi. Se il governo proponesse dei project bond alle condizioni che ho detto prima per finanziare una revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sareste interessati a considerare la proposta? Probabilmente tale domanda se la porrebbero anche molti pensionandi, o molti lavoratori che magari pure loro, come il sottoscritto, hanno qualche miseria da parte per le emergenze e non sanno più cosa farne. Magari l’idea di investire su qualcosa che li riguarda potrebbe persino interessargli. E potrebbe anche interessare gli imprenditori, e persino quei ricchi che molti esecrano ma che probabilmente sono meno cattivi di quanto si pensi, purché non li si spinga a fuggire in Svizzera (visto che sono gli unici che possono permetterselo).

Ovvio che quest’idea ha come premessa che lo Stato si comporti seriamente. Che i soldi raccolti finiscano in un capitolo di bilancio creato alla bisogna e non nel mare (magna) magnum del bilancio pubblico.

Ovvia anche un’altra cosa, per creare i nostri project bond serve un’inversione culturale. Capire che lo scopo dell’investimento non è il massimo profitto, ma la massima utilità (e non sempre le due cose coincidono). Swappare tasse e prestiti segnerebbe un’evoluzione nel nostro comportamento economico credo senza precedenti.

Una volta tanto potremmo dar prova di quella qualità che molti ci riconoscono, ma che scarseggia nel dibattito politico: la fantasia.