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Cronicario: La flat tax del Renzi bis


Proverbio del 4 giugno Chi non capisce quando ha abbastanza rimane povero

Numero del giorno: -1,2 Calo % prezzi abitazioni Italia secondo Fimaa nel IQ 2018

Mi sveglio un lunedì nel paese del governo del cambiamento e mi ritrovo nel Renzi bis. Per dire, sento l’occhiutissimo ministro dell’interno dire che il suo predecessore ha fatto un discreto lavoro per cui “non smonteremo nulla di ciò di positivo che è stato realizzato”. La qualcosa mi sembra straordinariamente intelligente, alla faccia del cambiamento. Poi leggo su un giornale di un altro esperto, in odore di incarico ministeriale, che discorre di previdenza e della mitologica separazione fra previdenza e assistenza per pagare le pensioni a quota 100 dopo aver tagliato qua e là dove non serve, e ho la conferma che l’ossessione pensionistica che ci ha inflitto gravi scocciature nell’ultimo quinquennio (e vi faccio grazia per i quaranta prima) è ben lungi dall’esser terminata. Al tempo stesso il nostro cervellone osserva che per sostenere il reddito di cittadinanza verranno riordinati “gli ammortizzatori sociali introdotti col jobs act”. “Inutile tenere in piedi Naspi, Discoll, Asdi, reddito di inserimento. Della Naspi manterrei solo il décalage e lo applicherei al Reddito di cittadinanza. Per spronare chi lo riceve ad attivarsi per un lavoro”. D’altronde Reddito di cittadinanza suona meglio di Naspi, ne converrete.

Ma nulla di fronte al vero colpo di teatro recitato a soggetto da un’altra testa d’uovo nonché potenziale punta di lancia del governo del cambiamento al ministero dell’Economia, un gradino sotto al ministro, che durante una trasmissione televisiva dice che c’è “un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo, poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”.

Apriti cielo. Passi che m’ero addormentato venerdì con un ministro che diceva di voler fare subito la flat tax per le famiglie con più di tre figli, e ci avevo talmente creduto da portare la famiglia a cena fuori. Ma soprattutto mi ha guastato la digestione leggere quelli di prima che ci hanno consegnato al governo del cambiamento rampognare il probabile esponente del governo suddetto ricordandogli che la flat tax per le imprese c’è già e si chiama Ires, mentre quella sulle società di persone si chiama Iri. Dimostrando con ciò di non capire, questi illustri sconfitti, lo spirito profondo del governo del cambiamento, ossia la circostanza che Flat tax sulle imprese suoni meglio di Ires.

Peraltro il governo che non c’è più le aveva pure ridotte, le tasse alle imprese. E infatti siamo quasi al livello della Spagna.

Che se poi volessimo dare un’occhiata più approfondita, non siamo proprio messi malissimo in Europa se uno dà retta ai calcoli che fa la Banca mondiale.

Ma non è questo il punto. A parte che Flat tax alle imprese suona meglio di Ires, proprio come Reddito di cittadinanza suona meglio di Naspi, rimane il fatto che il governo del cambiamento prosegue una tendenza iniziata nel 2003 dando priorità fiscale alle imprese piuttosto che alle famiglie, che probabilmente hanno la fastidiosa controindicazione di costare troppo. Almeno per quest’anno. Il prossimo si vedrà. Ma poiché oggi è solo lunedì e ancora il governo del cambiamento deve avere la fiducia, non scoraggiamoci.

Anche l’aumento dell’Iva, state sereni, non passerà. L’ha detto sempre la testa d’uovo con una fermezza che neanche l’ex ministro Padoan. Se poi a fronte di tutto ciò avete la sensazione che il governo del cambiamento sembri un Renzi bis, dipende dal fatto che siete prevenuti e distratti. Anche perché Conte suona meglio di Renzi.

A domani.

Spending review? Prima serve la spending preview


Cosa sappiamo del bilancio dello Stato? In tempi in cui si parla ossessivamente di spending review finisce che tutti insistono sulla necessità di tagliare la spesa pubblica, dando per scontato che si sappia come lo Stato spende i suoi soldi. Ma è davvero così?  Prima di reclamare un taglio delle spese pubbliche sarebbe meglio perdere qualche ora per conoscerle. Sennò, come si fa a decidere?

Prima di fare una spending review, insomma, serve una chiara spendig preview.

Per contribuire a questa opera di illustrazione, ci siamo serviti di due documenti. Il primo è la relazione sul conto consolidato di cassa delle amministrazioni pubbliche aggiornata al 30 giugno 2012, che monitora l’andamento delle uscite pubbliche nei semestri gennaio-giugno negli anni 2010-12. E poi il Rapporto sulla spesa dello Stato, pubblicato nell’agosto 2012, che fa una ricognizione ancora più ampia, addirittura dagli anni ’90, della contabilità pubblica.

Nei primi dieci anni del Duemila la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito (vero problema nostrano) è stata fra le più basse dei principali paesi europei. Meglio di noi (e figurarsi) ha fatto solo la Germania.

Da 1990 al 2010 sono aumentate in maniera significativa le spese per protezione sociale e servizi generali. Per converso sono diminuite le uscite per gli affari economici, l’abitazione, l’assetto del territorio, le attività ricreative e, in minor misura, quelle relative a istruzione, ordine pubblico e sicurezza e protezione dell’ambiente.

In particolare, sempre dal 1990 al 2010, le prestazioni sociali, quindi il welfare, sono aumentate del 190%, i consumi intermedi del 160%, mentre i redditi dei dipendenti pubblici del 100% e i contributi alla produzione di appena  il 30%. Già questi dati illustrano chiaramente cosa è successo in Italia: abbiamo speso per i consumi più che gli investimenti.

Se scendiamo nella concretezza dei numeri, impariamo anche altre cose. Dal 1980 al 2011 la spesa pubblica è decuplicata, passando da circa 85 miliardi a 800, miliardo più miliardo meno. Se da questo totale scorporiamo gli interessi sul debito, si passa dai 75 miliardi del 1980 ai 720 miliardi del 2011, ossia il 45,6% del Pil.

La spesa primaria corrente, nei trent’anni, è aumentata di dieci punti di Pil, arrivando al 42,6%, mentre gli investimenti rosicchiano appena il 3%. Ciò malgrado la spesa primaria italiana, in relazione al Pil, è più bassa di quella di Francia e Gran Bretagna. Chi dice che l’incremento della spesa primaria è un problema europeo non è lontano dal vero.

Interessante anche il confronto negli anni (1995-2010) sulla spesa per funzioni. Diminuisce la spesa per i servizi generali (dal 14,1 all’8,3% del Pil) e aumentano significativamente quella per Sanità (dal 5,3 al 7,6% del Pil) e per la protezione sociale (dal 18,3 al 20,4% del Pil). Quest’ultima voce, nel 2010, è comunque più bassa di quella della Francia (22,3% del Pil) e appena sopra quella tedesca (20,3% del Pil). Non siamo poi così diversi dagli altri.

Ricapitolando, quindi, il grosso di incremento della spesa pubblica se ne va in pensioni, sanità e servizi generali, a cominciare da quello del debito. L’incidenza della spesa per i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, che oggi rappresenta circa il 18,8% delle spese correnti, è diminuita dal 12,2% del Pil del 1990 al 10,8% del 2011. C’è stata una consistente riduzione della spesa per istruzione, per la cura del territorio, delle abitazioni e della difesa civile. Sono crollati gli investimenti.

Si potrebbe anche dire che siamo un paese che vuole bene più ai suoi anziani, ai quali dedica corpose risorse sotto forma di pensioni e assistenza sanitaria frutto delle scelte degli anni ’70, che non agli ultimi arrivati.

Negli ultimi vent’anni l’Italia non è stato un paese per giovani. E a politiche di bilancio inerziali, non lo sarà neanche in futuro.

Se spostiamo la prospettiva sul lato delle entrate impariamo altre cose. Dal 2003 al 2011 le entrate complessive sono cresciute, passando da 419,507 miliardi a 521,742. Le entrate tributarie sono passate da 367,408 miliardi a 452,731, quelle extra-tributarie da 34,150 miliairdi a 65,698. La spesa per interessi ha avuto un picco in alto  di 79,869 miliardi nel 2008 e in basso, a 60,964 nel 2004. Nel 2011 la spesa per interessi è arrivata a 73,748 miliardi, ossia il 15,65% della spesa corrente del 2011 (471,5454 miliardi).

L’ammontare della spesa per interessi è stato sempre superiore, dal 2003 ad oggi, a quello della spesa per investimenti, che dai 61,912 miliardi del 2003 è scesa fino ai 47,830 del 2011. Il peso dei debiti, in pratica, schiaccia la possibilità di investire sul futuro. E anche questo è un chiaro indicatore di senescenza.

Dai dati desumiamo che la spesa per i dipendenti pubblici e la spesa per interessi impegnano da sole circa il 34,45% della spese corrente. E non parliamo ancora di pensioni e sanità. Queste ultime sono ricomprese nella voce “trasferimenti correnti ad amministrazioni pubbliche” e nel 2011 valgono 220,795 miliardi (erano 159,535 nel 2003). In pratica tali trasferimenti pesano il 46,74% della spesa corrente.

Ricapitoliamo. Pensioni, sanità, dipendenti pubblici e interessi si sono mangiati, nel 2011, l’81,19% della spesa corrente (che era di 472,320 miliardi), ossia 383,47 miliardi.

In pratica, ciò che residua da questa idrovora sono circa 88 miliardi (dati 2011), sui quali si dovrebbe svolgere qualunque esercizio di spending review. Tenendo conto che per quasi la metà si tratta di poste correttive e compensative.

A meno che non si decida di tagliare su pensioni, sanità e dipendenti pubblici, visto che il debito è un macigno difficilmente erodibile. Ma questo significa mettere in campo politiche che, in qualche modo, tolgano risorse agli anziani per darlee ai giovani. E’ possibile?

Completiamo questa breve preview con un dato molto illuminante estratto dalla relazione di cassa. Nei primi sei mesi del 2012 la spesa per interessi è cresciuta di 3,930 miliardi rispetto al primo semestre 2011. Tanto ci è costata la crisi dello spread.

Questo a uso di chi dice che dello spread ci importa poco.

Le entrate tributarie, sempre nel secondo semestre 2012, sono cresciute di 3,679 miliardi. In pratica neanche coprono i maggiori interessi pagati sul debito.

Questo a uso di chi vuole sapere dove finiscono i soldi delle tasse.

L’insostenibile leggerezza della sostenibilità previdenziale


Fra le tante paroline magiche che popolano il nostro discorso pubblico, merita una menzione speciale il motto “sostenibilità”. Usualmente questa parola accompagna qualunque ragionamento che abbia a che fare con i debiti. Un debito è sostenibile quando possiamo permetterci di tenercelo sul groppone per un tempo più o meno lungo. Ed è tanto più sostenibile, quanto più noi siamo credibili. Quando si parla di pensioni, ad esempio, la sostenibilità è riferita alla capacità del sistema previdenziale di onorare i suoi impegni nel tempo. Quindi pagare le pensioni.

Ciò spiega perché il governo, nell’ultima riforma delle pensioni, abbia indicato la sostenibilità, addirittura per i prossimi 50 anni, fra i requisiti cui hanno dovuto adeguarsi le casse di previdenza private. Bilanci tecnico-attuari alla mano, le casse hanno dovuto dimostrare di essere in grado di pagare le pensioni fino al 2060 o giù di lì. Poi i ministeri vigilanti li hanno valutati e hanno concluso, nel novembre scorso, che sì: le casse private hanno una previdenza sostenibile. 

Ciò ha evitato loro la tagliola del contributivo secco e del contributo di solidarietà previsto nel decreto Salva Italia (quello che decise l’ennesima riforma delle pensioni) per le casse che non soddisfacevano questo requisito. Tutti contenti, paura finita.

Senonché, come si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli. O, nel nostro caso, nei requisiti fissati dalla legge per ottenere il bollino blu della “sostenibilità”. Uno di questi, per esempio, è che il rendimento del patrimonio della cassa, sia mobiliare che immobiliare, sia fissato in via prudenziale al 3% l’anno. Poi ci sono l’andamento del Pil, il rapporto fra iscritti e contributori, quindi l’andamento del mercato occupazionale, e la variabile demografica.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che previsioni a così lungo termine su aspetti macroeconomici tanto rilevanti sono di per sé un azzardo. Per questo esistono gli attuari che, sulla base delle informazioni disponibili al momento, elaborano modelli matematico-statistici per redigere i bilanci tecnici. Quello che non è chiaro a tutti è che questi bilanci attuari non regalano certezze, ma solide probabilità.

In pratica, per compilarli, si usa quell’approccio stocastico che ha creato disastri inenarrabili nel settore finanziario. Ricordate le famose obbligazioni tripla A con dentro i mutui immobiliari? Bene, la valutazione delle agenzie di rating, in base alla quale si emetteva il merito di credito, era legata a un calcolo delle probabilità, ossia quella che una controparte facesse default. Più bassa era questa probabilità, più era alto il merito di credito.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il futuro non lo conosce nessuno. Eppure questi modelli probabilistici dissimulano tale incertezza con l’estrema sofisticazione, per cui è facile cascarci. Quello che non è chiaro a tutti è che la risposta più onesta alla domanda “è sostenibile il nostro sistema previdenziale da qui a 50 anni” è: forse.

O, meglio ancora: speriamo.

Già, perché c’è molta speranza nel sussumere un rendimento implicito di un patrimonio al 3% da qui a 50 anni, senza peraltro che la normativa abbia previsto la verifica a posteriori di tale ipotesi. La conseguenza è che nel successivo bilancio tecnico-attuariale si potranno utilizzare tali ipotesi di rendimento anche quando, alla prova dei fatti, si sono rivelate infondate. In tal modo si crea una realtà futura virtuale basata su tassi di rendimento che la realtà reale ha smentito.

Qual è la conseguenza? Che in pratica si creano aspettative previdenziali di un certo livello che poi si trasformano in diritti acquisiti immodificabili per gli iscritti alla cassa. Se tali aspettative, poi, non vengono coperti dai rendimenti previsti, come in passato è quasi sempre successo, la Cassa rischia il dissesto. E finisce che deve intervenire lo Stato.

E qui si apre il secondo capitolo. L’intervento dello Stato non fa altro che aumentare il deficit previdenziale, che è già un fardello non indifferente. La previdenza pubblica, secondo l’ultima relazione pubblicata dalla commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali il 21 dicembre scorso, ha un indice di copertura di circa il 73,07%.

Inps, Inpdap, Ipost ed Enpals (peraltro ormai tutti unificati dopo la riforma Fornero) hanno generato nel 2010 un flusso di entrate contributive di 207,874 miliardi di euro, a fronte di prestazioni pensionistiche per 284,459. Quindi lo Stato ha dovuto integrare la differenza con fondi propri (76,585 miliardi). E purtroppo tale deficit è aumentato nei due anni successivi.

Stando così le cose, il deficit previdenziale finisce con l’avere effetti diretti sul deficit pubblico. Attaccando con leggerezza l’etichetta di sostenibilità ai conti previdenziali si rischia di rendere insostenibile (rectius non credibile) il bilancio dello Stato.

Ciò spiega perché la riforma delle pensioni sia tanto piaciuta ai nostri creditori internazionali. E spiega pure perché puntare sulla sostenibilità previdenziale giovi così tanto alla causa della credibilità dei nostri conti pubblici. Figuratevi che panico se le ipotesi tecniche messe nel bilancio attuario delle Casse private (che hanno una lunga storia problematica alle spalle) finiranno con l’essere smentite dai fatti. Dovremmo sommare il deficit previdenziale privato a quello pubblico. Già ci immaginiamo lo spread. Come minimo servirebbe un’altra riforma delle pensioni.

Peraltro è già successo. Negli ultimi vent’anni ci sono state una quindicina di sedicenti riforme delle pensioni, e ogni volta esperti, economisti, giornalisti, ci dicevano, salvo poi essere smentiti dai fatti, che il nostro era il sistema previdenziale più sostenibile del mondo.

E lo dicevano con la consueta, insostenibile, leggerezza.

Inps, ovvero l’Istituto nazionale pensione sociale


Ci siamo armati di pazienza e ci siamo letti il monumentale referto della Corte dei Conti sul bilancio 2011 dell’Inps. Una robetta di oltre duemilacinquecento pagine, fra referto e allegati, che illustra con dovizia di particolari lo stato di salute dell’Istituto dopo l’incorporazione dell’Inpdap. Un boccone indigesto che rischia di far saltare i conti già traballanti del colosso della previdenza italiana, alle prese con problemi sistemici rilevanti.

La Corte individua in apertura di referto i profili critici della previdenza italiana. Innanzitutto la longevità della popolazione, che se può far piacere da un lato, dall’altro apre inquietanti interrogativi sulla sostenibilità di lungo termine delle politiche previdenziali (per non parlare di quelle generali del welfare, sanità in testa). Tanto è vero che l’incidenza della spesa pensionista sul Pil rimane sopra il 14%, il doppio della media Ocse.

L’altro fattore critico è lo sviluppo delle varie forme di precarietà “che hanno riflessi sull’adeguatezza delle prestazioni e sulla sostenibilità sociale dell’intero sistema”. Il perché è facilmente intuibile: il lavoro precario genera contribuzione precaria, e di conseguenza rende difficoltoso cumulare la quota di contributi richiesta dalla legge per la pensione, oltre ad assottigliare le risorse generali del sistema.

Poi c’è l’andamento dell’economia. Crescite negative del Pil hanno effetti diretti sui livelli occupazionali e quindi, indirettamente, sulla provvista contributiva necessaria a garantire il flusso delle prestazioni. Il bilancio 2011 si è confrontato con una crescita negativa nel 2012 che si ripeterà anche quest’anno. Se la crescita non riparte i conti dell’Inps cominceranno a scricchiolare pericolosamente.

Last but not the least, l’andamento dei fondi pensione. “Il sistema della previdenza obbligatoria – scrive la Corte – è stato disegnato con il corollario del secondo pilastro, che però ha una modesta quota di adesioni, intorno al 27%”. In pratica, è chiaro a tutti che la previdenza obbligatoria garantirà rendite pensionistiche sempre più basse, più o meno la metà dell’ultima retribuzione. Se fallisce la riforma dei fondi pensione, perché pochi aderiscono, per i futuri pensionati italiani si apre uno scenario se non di povertà quantomeno di ristrettezze.

Aldilà delle questioni sistemiche, il referto analizza anche o stato di salute dell’Istituto. E anche qui non c’è granché da stare allegri: “L’incorporazione dell’Inpdap – scrive la Corte – è destinata a incidere significativamente sui conti generali dell’Inps, che nelle stime previsionali evidenziano pesanti disavanzi e una marcata flessione del netto patrimoniale”.

A tal proposito la Corte rileva preoccupata che il patrimonio netto dell’Istituto è sceso dai 43,6 miliardi di euro del 2010 alla previsione assestata di +25,2 miliardi del 2012. “Le stime assestate dei disavanzi economico e finanziari appaiono suscettibili di condurre all’azzeramento dell’avanzo patrimoniale in un triennio e incidere sulla liquidità indispensabile a garantire la correttezza delle prestazioni”.

Visti nel dettaglio, i conti delle singole gestioni mostrano squilibri difficile da correggere. Dando per scontato che “conserva un ruolo decisivo il finanziamento statale”, si osserva che il saldo delle 40 gestioni amministrate registra una seconda e più pesante perdita dopo quella del 2010: da -1,4 miliardi a -2,3. A mitigare l’emorragia ci pensa il saldo attivo della gestione dei lavoratori parasubordinati (+7,1 miliardi) e quello delle prestazioni temporanee (+2 miliardi). Il netto patrimoniale di queste due gestioni, pari a un attivo di 251,2 miliardi, serve a tenere a galla i passivi patrimoniali di tutte le altre gestioni, negative per 215 miliardi.

Andando ancor più nel dettaglio, vediamo che il saldo attivo delle prestazioni temporanee ripiana, anche se di poco, il grave sbilancio del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (deficit patrimoniale a -117,9 miliardi), ossia dove si concentra il grosso dei lavoratori italiani.

Allo stesso modo, gli attivi della gestione dei parasubordinati (i cosiddetti precari)  riempie in parte il buco della gestione dei lavoratori autonomi: commercianti, artigiani e agricoltori. In particolare, l’attivo patrimoniale dei subordinati (+71,8 miliardi) rende meno grave la voragine degli altri (-97,3 miliardi).

Per tenere in piedi queste gestioni l’Inps presta gratuitamente (per il lavoro dipendente) i soldi delle gestioni attive a quelle passive. Un po’ come fa con i soldi del Tfr dei lavoratori che non hanno aderito ai fondi pensione, che finiscono praticamente gratis allo Stato “senza idonee garanzie sulla loro destinazione”.

Nei prossimi post approfondiremo alcuni aspetti specifici del bilancio. Intanto si può delineare una prima conclusione: dopo vent’anni di riforme previdenziali siamo tornati a un’incidenza della spesa pensionistica sul Pil uguale, se non peggiore a quella dei primi anni ’90.

Il punto importante, spiegano gli esperti, è la sostenibilità. Ma che vuol dire? Vuol dire che da qui al 2050,a meno di catastrofi, il sistema garantisce il pagamento delle pensioni. Ma quando aumenta la longevità, e quindi col sistema contributivo o aumenta l’età pensionabile o diminuisce la rendita, calano i tassi di sostituzione, e una grossa parte della contabilità previdenziale si salva grazie ai precari, che tipo di pensione erogherà l’Inps a coloro che avranno la fortuna di prenderla? E’ chiaro a tutti che assomiglierà più una pensione di assistenza che di previdenza.

Ma forse la soluzione è più semplice di quanto si pensi. Basta cambiare nome all’Inps. Invece di Istituto nazionale previdenza sociale, nel 2050 si chiamerà Istituto nazionale pensioni sociali.

Nome omen.

I futuri pensionati si preoccupano, ma non abbastanza


Chi dice che sulla questione previdenziale nel nostro Paese ci sia una diffusa incosapevolezza è male informato. Una recente indagine del Censis, commissionata dalla Covip, la commissione che vigila sui fondi pensione, dimostra tutto il contrario.

I lavoratori italiani non si aspettano granché dal proprio futuro pensionistico. Sanno già che la loro pensione sarà bassa e che non potranno lasciare il lavoro se non in età avanzata. Quello che stupisce, leggendo i dati della rilevazione, è che sembrano rassegnati al loro futuro di sostanziale povertà. Tutt’al più sperano di cavarsela.

L’indagine campionaria è stata fatta ascoltando 2.400 lavoratori, equamente suddivisi fra il settore pubblico, privato e autonomo. Il 45,8% è convinto la la sua sarà una vecchiaia di ristrettezze, e solo l’8,2% è covinto che potrà godersi un po’ di serenità grazie ai redditi previdenziali. Il 24,5% si accontenterà di “togliersi qualche sfizio”.

Vediamo perché. La soglia media di pensione che il campione di aspetta di ricevere sarà pari al 55% dell’ultimo stipendio. Questo, mentre si aspetta di lavorare oltre i 70 anni il 14,5% dei dipendenti pubblici, a fronte del 23,4% dei privati e del 33,8% degli autonomi. Il Censis calcola che solo il 23,5% dei lavoratori andrà in pensione all’età desiderata. Quindi più vecchi e più poveri. Con l’aggravante che l’84% è convinto che le regole cambieranno ancora in futuro, presumibilmente in peggio.

In più, il 34,1% teme sopra ogni altra cosa di perdere il lavoro e di non riuscire quindi a maturare la contribuzione per prendere la pensione, sebbene bassa e in tarda età. Percentuale alla quale bisognerebbe aggiungere quel 24,9% che, a causa della precarietà, è seriamente a rischio di contribuzione. Per costoro, in caso non riescano a raggiungere la quota contributiva prevista per andare in pensione, rimarrà solo la pensione di vecchiaia, l’attuale pensione sociale. Ovviamente tale paura si concentra nella fascia più giovane del campione, i soggetti fino a 34 anni.

Interessante anche leggere come tali soggetti pensano di affrontare una vecchiaia siffatta. I dipendenti pubblici pensano di salvarsi grazie ai propri risparmi (45,4%) e al proprio patrimonio immobiliare (17,3%); per i privati tali percentuali passano rispettivamente al 38,1% e al 18%; per gli autonomi al 41,5% e al 21,4%.

In totale (e in media) il 58,6% del campione riserva alla propria ricchezza privata (risparmi+mattone) il compito di difendersi dalla miseria senile, a fronte di un 16,5% che si affida ai fondi pensione. Il che fa sorridere: in un paese dove il Censis e la Covip stimano 11 milioni di analfabeti finanziari, viene fuori che il 58,6% dei lavoratori conta di cavarsela in vecchiaia investendo in finanza o nel mattone. Ma fa anche riflettere: questi lavoratori contano di riuscire a poter contare su una quota significativa di risparmi e di patrimonio, malgrado i redditi reali medi non crescano da anni.

Ma questa forse è solo un’eredità culturale, più che un calcolo economico razionale. Per 50 anni il popolo italiano ha imparato che si andava in pensione con l’80-100% dell’ultimo stipendio e con una liquidazione, con la quale comprava titoli di stato al 10-15% (ignorando la tassa dell’inflazione) o si comprava una casa. Questi redditi integrativi assicuravano un livello di vita, anche perché si andava in pensione giovani, spesso superiore a quello di fine carriera.

Speriamo che non servano altri 50 anni per capire che non è più così.

La scommessa (persa) per una pensione “normale”


Negli ultimi undici anni i rendimenti totali dei fondi pensione negoziali sono stati di nove punti sotto quello del Tfr. Per la precisione, 30,3% per i fondi, 39,5% per il Tfr. Il dato è contenuto nell’ultima relazione annuale della Covip, la commissione che vigila sui fondi pensione, dove si legge pure che “il rendimento conseguito nello stesso temporale dai fondi pensione aperti, caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria, è stato del 3,1%”.

Stando così le cose si capisce perché la previdenza integrativa, della quale la creazione dei fondi pensione negoziali è stato il momento saliente, soffra ancora in Italia. Gli iscritti sono poco meno del 25% del totale dei lavoratori e le masse gestite si collocano intorno ai 94 miliardi, e se il trend delle iscrizioni è in crescita costante, cresce anche la percentuale di sospensione della contribuzione, che nel 2011 si è collocata intorno al 20% del totale.

La montagna, insomma, ha partorito il classico topolino, mancando due dei principali obiettivi per i quali è stata costruita e realizzata la riforma dei fondi pensione: assicurare un’integrazione significativa alla previdenza obbligatoria dei lavoratori e mettere linfa vitale nei mercati finanziari, nella presunzione che costoro siano più efficienti nell’allocazione del risparmio.

A conti fatti, finora ci hanno guadagnato solo i gestori, non certo le imprese, che usavano il Tfr per finanziarsi, o i lavoratori, che subiscono un dimagrimento certo (il Tfr) a fronte di un rendimento incerto (la rendita previdenziale integrativa). A ben vedere, ci ha guadagnato il Tesoro, che preleva ogni anno dall’Inps a costo zero la quota del Tfr versato da chi ha scelto di non aderire.

Se si guardano i rendimenti dal 2005 al 2011, nel periodo in cui la riforma dei fondi pensione si è incardinata  e diffusa, il risultato cambia poco. I fondi negoziali hanno reso il 18,7% e i fondi aperti il 12,6, a fronte del 18,9 ottenuto dal Tfr. Se poi si approfondisce l’analisi, si scopre che i fondi negoziali gestiti con l’obbligazionario puro, la forma più sicura e quindi in quale modo assimilabile al Tfr, hanno spuntato un rendimento complessivo del 13,5%. E’ più che legittimo, perciò, porsi una domanda: ma se invece di versare tutto il proprio Tfr nei fondi pensione, un lavoratore se lo tiene e, una volta incassato, lo investe in un titolo di Stato, avrà una rendita maggiore o minore di quanto gli garantisce un fondo pensione?

Tentare una stima è alquanto avventuroso, anche a causa delle pluralità delle numerose situazioni previdenziali. Alcune simulazioni calcolano che l’incidenza della previdenza obbligatoria sul totale della prestazione pensionistica erogata si colloca fra il 10 e il 20% dell’ultima retribuzione, che si va a sommare quindi al circa 50% garantito dalla previdenza obbligatoria, che è più o meno quanto andrà a incassare di pensione un lavoratore interamente a regime contributivo con gli attuali tassi di sostituzione.

A rendere incerto il quadro è anche il regime dei fondi pensione, che sono a contribuzione definita e non a prestazione definita. Quindi si conosce l’entità del versamento, ma non della rendita finale, essendo quest’ultima notevolmente influenzata dall’andamento dei mercati finanziari. Ora, è pur vero, come rileva la Covip, che gli scarsi rendimenti ottenuti dai fondi pensione dal 2000 in poi sono influenzati “dalle numerose turbolenze provocate prima dalla bolla dei titoli internet e poi dalla crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti fra il 2007 e il 2008”. Ma forse bisognerebbe iniziare a pensare che tali turbolenze non sono l’eccezione, nei mercati finanziari, ma la regola.

Uno studio pubblicato su Nber nell’aprile del 2008, che ha monitorato l’andamento delle crisi macroeconomiche nel mondo dal 1870 al 2008, ha individuato 87 episodi di crisi che hanno colpito gravemente i consumi e 148 crisi che hanno avuto impatti importanti sul Pil, arrivando a stimare la probabilità di una crisi macroeconomica al 3,6% l’anno. Considerando che la vita lavorativa oggi deve durare almeno 40 anni, chiunque può capire quanto siano alte le probabilità di incappare in uno scompenso previdenziale. Specie in un mondo fortemente globalizzato come il nostro.

Ce n’è abbastanza per dire che la scommessa per avere una pensione “normale”, capace cioé di garantire una vita post-lavorativa dignitosa, si rischia di perderla. Tutti.