Lezione norvegese sulla sovranità


I sovranisti nostrani, nostalgici ormai residuali di qualcosa che non abbiamo mai davvero conosciuto, dovrebbero guardare alla Norvegia quale esempio preclaro di come un piccolo paese possa cavarsela assai bene nel difficile mondo globale, avendo dalla sua risorse naturali e una classe dirigente degna di questo nome.

Diranno, i nostri sovranisti, che il nostro paese, pur difettando di petrolio e gas, di cui invece abbonda la Norvegia, avrebbe pure tante altre risorse a cui attingere. E che il problema nostro, a ben vedere, è la classe dirigente, a cominciare dai politici.

Il problema però è che una classe dirigente non si improvvisa, ma è un retaggio della storia. Né tantomeno si seleziona col suffragio, come dimostrano le nostre terribili cronache politiche. La Norvegia, per arrivare al punto in cui è ci ha messo duecento anni, e non è stato un percorso facile. Vale la pena raccontarlo in breve attingendo da un discorso tenuto da Øystein Olsen, governatore della Banca centrale norvegese, tenuto in occasione del bicentenario della costituzione nazionale.

Nel 1799, quando Malthus si trovò a viaggiare in Norvegia, registrò nel suo diario una società pressoché agricola, dove la popolazione sopravviveva combattendo ogni giorno con la fame, mentre i ricchi lamentavano l’alto costo dei beni che dovevano importare per condurre una vita rispettabile. Quando poi, all’inizio del secolo XIX, scoppiarono le guerre napoleoniche, andò ancora peggio: il paese fu sottoposto a un blocco navale, subì carestie ed epidemie, col risultato che fra il 1809 e il 1813 la fame divenne un’emergenza tanto pressante che il numero della popolazione diminuì.

Successe allora che il re Federico VI fece quello che si prova a fare di solito quando finiscono i soldi: si stampano. Per sostenere la spesa pubblica diede lavoro ai torchi, il che, combinandosi con la scarsità materiali dei beni acquistabili provocò la prima grande iperinflazione della storia norvegese. Nel 1813 la moneta nazionale arrivò a svalutarsi di quasi il 90% rispetto alle valute principali del tempo.

I torbidi che ne seguirono, condussero alla convocazione della prima assemblea nazionale nella cittadina di Eidsvoll, dove i 112 rappresentanti di un popolo alla fame scrissero la nuova Costituzione che l’Assemblea approvò nella primavera del 1814. Che poi è rimasta la stessa di oggi.

In una temperie densa di grande speranze a voglia di libertà, il popolo si riappropriò del suo diritto all’autodeterminazione, forte delle influenze che i 112 legislatori avevano tratto dai loro viaggi all’estero, dove avevano appreso i rudimenti della filosofia inglese e delle recenti rivoluzioni americane e francesi.

Il risultato fu la fine della monarchia assoluta e l’introduzione della separazione dei poteri, a cominciare da quelli sulla moneta. Christian Magnus Falsen, uno dei costituenti più in vista a quel tempo, disse che non poteva esistere Stato che non contemplasse un sistema monetario funzionante. Un altro, Wedel Jarlsberg, convinse i costituenti sull’importanza che una nazione abbia la sua banca nazionale.

Così si arrivò alla formulazione dell’articolo 75 della Costituzione che affidò al Parlamento norvegese “la responsabilità di supervisionare gli affari monetari del Reame”. E questo spiega bene perché la Norvegia sia fuori dall’euro.

Lo Storting, il parlamento norvegese, delegò alla banca centrale tale supervisione nel 1816. Col che si sottrasse al Re il potere di decidere le sorti della moneta. E, per rimarcare la separazione dal potere politico, la sede della banca centrale fu fissata a Trondheim, ben lontano dal governo di Christiania. La valuta fu stabilizzata agganciandola a uno stock di argento. E tuttavia ci vollero anni prima di tornare alla normalità. Solo nel 1842 furono emesse le prime banconte pienamente convertibili in argento. Nel frattempo, intorno al 1825, ci fu anche un periodo di significativa deflazione.

Dalla metà del XIX secolo la moneta norvegese conobbe una certa stabilità, salvo che nel periodo della Grande Guerra, che tale è rimasta fino ai nostri giorni, malgrado lo scenario internazionale sia sostanzialmente mutato. Nel 1814, ricorda il nostro banchiere, l’Europa dominava il commercio, oggi il baricentro si è spostato in Asia, con la Cina che ha superato gli Stati Uniti per quota di bene commerciati con l’estero. Ciò malgrado la Norvegia rimane un paese monetariamente stabile e fiscalmente responsabile.

Dalla sua la Norvegia ha la fortuna di galleggiare su un mare di petrolio e gas. Ma anche su questo, la classe dirigente fa la differenza.

I politici norvegesi, infatti, sono riusciti a mettere a valore le loro risorse naturali, destinandone i proventi a un fondo pubblico (Government Pension Fund Global (GPFG) ) i cui rendimenti vengono utilizzati per stabilizzare la spesa pubblica quando necessario. Dopo la crisi del 2008, fra il 2009 e il 2010 ad esempio, il governo ha attinto ai rendimenti del fondo per fare spesa pubblica senza gravare sul deficit. Ma già nel 2011 la spesa finanziata dai rendimenti del fondo è scesa sotto il totale del cash flow ottenuto dagli investimenti.

Ma tale circostanza era accaduta anche in passato. Dai dati presentati dal banchiere centrale si evince che dalla fine degli anni ’90 fino al 2005 la spesa attinta dal fondo è stata sempre superiore ai rendimenti. Solo nel 2006 la massa critica di risorse gestita dal fondo, di cui si occupa la Banca centrale, ha orginato rendimenti superiori alla spesa, consentendo perciò una sua rapida e notevole capitalizzazione. Sicché, nel 2013, il fondo capitalizzava oltre 5 trilioni di corone dalle poche centinaia di miliardi del 1998.

Interessante anche notare come il rendimento del fondo sia notevolmente cresciuto dall’esplodere della crisi finanziaria. E l’andamento stabile della corona ha pure consentito di eliminare le perdite derivante dal cambio. Nell’ultimo quarto del 2013 il rendimenti cumulati hanno superano i 1.800 miliardi di corone. Il grosso degli asset è investito sul lungo periodo, su carta e sempre più in mattone.

I nostri sovranisti, insomma, troveranno di che argomentare, studiando il caso norvegese, dimostrazione chiara di come una gestione assennata del bene pubblico sia persino capace di creare giovamento alla popolazione. Ma dovrebbero ricordare che una classe dirigente ha molto a che fare con la popolazione che la esprime.

Guardiamo le banche. All’epoca della costituzione di Eidsvoll non c’erano banche private in Norvegia, col risultato che gli uomini d’affari dovevano andare in Danimarca o in Germania per procacciarsi i prestiti di cui avevano bisogno. I costituenti allora incaricarono la Norges Bank, ossia la banca centrale, che divenne la fonte primaria di erogazione creditizia fino a quando, nella seconda metà del XIX secolo non si tramutò in prestatore di ultimo istanza del neonato sistema bancario privato.

L’innovazione ebbe conseguenze. Le banche private iniziarono a far circolare allgramente il credito (la storia è sempre la stessa) fino a che non si creò un’enorme bolla sul mercato immobiliare. Il risultato fu una crisi bancaria, che nel 1899 esplose con tutta la sua virulenza nella capitale. Per capire la gravità dell’accaduto, basti sapere che ci vollero più di cento anni perché i prezzi reali delle casi di Oslo tornassero ai livelli pre-crisi. E sappiamo già che tali livelli non sono rassicuranti neanche adesso.

Adesso la Norvegia sta lavorando sul versante della regolazione e della risoluzione ordinata dei fallimenti bancari, sul modello di quanto sta faticosamente tentando l’eurozona. E i precedenti non lasciano immaginare che facilmente questi uomini del Nord si faranno convincere a entrare nella nostra unione bancaria.

La storia, come vedete, dimostra che da soli si può far bene in economia, e anche meglio degli altri, a dispetto di chi dice che servono grandi aggregati territoriali per competere nella globalizzazione.

A patto però di esserne capaci.

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