Viaggio in Italia: fuori dal tunnel dell’eurodebito


Capita, viaggiando in Italia, di infilarsi in lunghissimi tunnel che attraversano ora l’Appennino, ora l’arco dei confini alpini, ora alcune collinose giunzioni fra le nostre belle regioni. Talché, sempre viaggiando, l’osservatore viene talvolta turbato dall’oscurità di questi anfratti che sembrano infiniti, misurandosi nella percezione non più col metro oggettivo della distanza, ma con quello assai più sfumato della sensazione.

In alcuni di questi tunnel poi, dove la manutenzione scarseggia malgrado i miracoli promessi dalle privatizzazioni, la luce è risorsa scarsa e i pochi neon bastano appena a celare muri scrostati e fili penduli, gettando sempre il nostro povero osservatore in uno sconforto cupo. Sarà capitato anche voi, che siete viaggiatori come tutti gli italiani, di chiedervi: ma quando finisce questo tunnel?

Ecco, questa domanda io me la faccio da un trentennio. Ossia da quando, giovane speranzoso, ancora studente ma già curioso osservatore, sentivo risuonare nelle mie orecchie i preoccupati allarmi di barbuti soloni agghindati in doppio petto e cresciuti all’ombra della spesa pubblica sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. E la spesa corrente, e la spesa per interessi, e i tagli e i ritagli, e la spesa improduttiva e i clientelismi, blablabla.

Sono cresciuto a pane e rigorismo chiacchierone. Col risultato che ormai che si riesca a uscire dal tunnel del debito pubblico non ci credo più. Vivo una condizione psicologica, credo comune a tanti, di strutturalità della crisi del bilancio pubblico. E come tanti sospetto che servirà un ventennio almeno di spremitura sociale per rimediare ai guasti degli ultimi quaranta anni. Che sono una nostra precisa responsabilità, è bene ricordarlo.

Detto ciò, peggio del tunnel del debito pubblico italiano, c’è solo quello dell’eurodebito pubblico nel quale ci siamo cacciati.

Ricordo bene che negli anni ’90 i tanti entusiasti dell’unione monetaria dicevano che l’ingresso nell’euro avrebbe segnato un nuovo rigorismo, e finalmente risanatore.

Ricordo bene.

E me lo ricordo ancor meglio, indeciso se ridere o arrabbiarmi, quando leggo la parte dell’ultimo report europeo sull’Italia dedicato al nostro squilibrio finanziario principe: ossia il debito pubblico, che insieme alla scarsa produttività, dicono i tecnici di Bruxelles, è la radice della nostra stanca italianità.

Bene, la Commissione sottolinea che il debito affossa il nostro paese per almeno cinque motivi:

1) Serve un alto livello di tassazione per racimolare la somma necessaria a pagare gli interessi sul debito. Per la cronaca sono oltre 80 miliardi nel 2013. “In particolare, l’alta tassazione sul lavoro e sul capitale pesa significativamente sulla crescita”.

2) L’alta spesa per interessi, il 5,3% del Pil nel 2013, “limita lo spazio di manovra per la spesa pubblica produttiva”.

3) “L’alto debito pubblico rende l’Italia più vulnerabile agli shock economici”.

4) “L’alto debito del governo rende l’Italia più esposta agli aumenti dei rendimenti e alla volatilità finanziaria”.

5) “Le elevate esigenze di roll-over del debito, circa il 25% del Pil l’anno, espone l’Italia a un sostanziale rischio di rifinanziamento, in particolare nei periodi di avversione al rischio”.

Difficile trovare qualcuno che, pur nei distinguo, non sarebbe d’accordo con queste osservazioni. Però, vedete, bisogna sempre intendersi sul significato delle parole. Per una questione di ordine, quindi, credo sia utile approfondire almeno i primi due punti, visto che gli altri tre sono una sostanziale ripetizione.

1) Non c’è dubbio che serva un’alta tassazione per recuperare i denari necessari a pagare (anche) gli interessi sul debito. Ma ricordo che abbiamo già visto come l’alta tassazione sul lavoro, ossia il cosiddetto cuneo fiscale, serva innanzitutto a finanziare la ripartizione pensionistica, e neanche basta, visto che la previdenza è in deficit strutturale. Quindi se volessimo dirla tutta, dovremmo dire che serve un alto livello di tassazione per pagare intanto gli interessi sul debito e il costo della previdenza. Ossia per remunerare la rendita finanziaria e quella previdenziale.

2) Ho fatto un salto sulla sedia, quando ho letto che esiste una spesa pubblica produttiva dopo una vita passata a leggere di spesa pubblica improduttiva. Ma a parte questa facezie, vala la pena approfondire, per capire bene perché una quota così elevata di interessi sul Pil ci stia strozzando. I cultori della materia ricorderanno quando nei miracolosi anni ’90 gli interessi sul debito pesavano quasi il doppio di oggi sul Pil. Nella seconda metà degli anni ’90, ci ricorda opportunamente un grafico della Commissione, erano intorno al 10%. Eppure nel ’97 entrammo nell’euro. Perché?

Serve una piccola digressione tecnica, per la quale mi scuserete. Per valutare la sostenibilità di un debito, pubblico o privato che sia, bisogna conoscere il tasso di interesse nominale implicito. Questa variabile si può definire come il rapporto tra la spesa per interessi di un certo anno e lo stock di debito  accumulato al 31 dicembre dell’anno precedente. Quindi si prende lo stock di debito si divide per la spesa per interessi e si ottiene il tasso.

La Commissione europea ci dice che nel 2013, per il debito pubblico italiano, tale tasso è stato del 4%.

Trattandosi di tasso nominale, è utile però conoscere il tasso implicito reale, ossia al netto dell’inflazione. Ciò consente di capire il peso effettivo di questa spesa per interessi. E’ chiaro che più è alta l’inflazione, più il tasso implicito nominale si abbassa. E più si abbassa meno impatta la spesa per interessi sulla sostenibilità del debito. Se l’inflazione, per dire, del 2013 fosse stata del 4%, il tasso implicito reale sarebbe stato zero. E se avessimo avuto anche un po’ di crescita del Pil e l’avanzo primario (quello in effetti ce l’abbiamo avuto, anche se in calo), allora gli interessi sarebbero stati negativi e quindi il debito reale sarebbe diminuito.

Nei meravigliosi anni ’90, quelli dell’euforia europea, avevamo tassi impliciti nominali che sfioravano il 10%. Ma avevamo un paio di punti di crescita del Pil, un ottimo avanzo primario (arrivato al 6,5% del Pil proprio nel ’97) e poi una sana inflazione. Alla fine i tassi reali risultavano negativi. E infatti nell’utilissimo grafico elaborato dalla Commissione si vede che il cambiamento annuale del debito/pil, fra il 1995 e il 1998, è stato negativo. Detto in altre parole, il debito calava.

Fra il 1999 e il 2007, quindi agli albori dell’età dell’euro, la spesa per interessi si dimezza. Il miracolo dell’euro, ossia i tassi bassi per tutti, la portano a circa il 5% del Pil, un po’ meno di quella attuale. Ma allo stesso tempo diminuiscono l’avanzo primario, la crescita e l’inflazione.

Questa è l’altra faccia del miracolo dell’euro. E se non aver mantenuto un robusto avanzo primario è di sicuro una nostra responsabilità (il famoso dividendo dell’euro perduto), su crescita e inflazione è ragionevole parlare di responsabilità comune, visto che ormai siamo una comunità di stati.

Mi chiedo peraltro come mai avrebbe potuto dar prova di responsabilità, cumulando avanzi primari, un paese come il nostro cresciuto all’ombra della spesa pubblica. E mi chiedo altresì se, al contrario, poter contare su tassi bassi non sia stato un terribile incentivo a fare quello che abbiamo fatto: ossia indebitarci a rotta di collo, non solo a livello pubblico, ma anche privato. Il nostro personale dividendo dell’euro è stato un aumento dei debiti, non una diminuizione.

Malgrado tutto, però, in quel periodo l’impatto della spesa per interessi sulla crescita del debito rimane negativa. Un po’ meno negativa di prima, ma sempre sostenibilissima.

I guai cominciano nel triennio 2008-10. L’avanzo primario quasi scompare, l’inflazione diminuisce ancora e per giunta la crescita diventa decrescita. Il risultato è devastante: la spesa per interessi rimane sempre intorno al 5% del Pil, ma il peso degli interessi nominali non viene quasi per nulla neutralizzato. Il risultato è che il debito aumenta. Lo scenario è simile a quello del trienni 2011-2013. L’unica differenza è che abbiamo un po’ di avanzo primario, e quindi il peso degli interessi sulla sostenibilità del debito si alleggerisce un po’.

Stante questa situazione, la Commissione non ha dubbi: non basta avere un avanzo primario del 3% fino al 2020 per uscire dal tunnel dell’eurodebito. Ne servirebbe uno di almeno il 5% per non far sorgere dubbi sulla sua sostenibilità. Come ha fatto il Belgio, che fra il 1999 e il 2007 ha tenuto un avanzo primario fisso al 5% del Pil. Risultato: il Belgio ha abbattuto il suo debito dal 117% del ’97 all’84% del 2007.

Noi no. Anzi. Ormai veleggiamo verso il 134%, anche grazie ai corposi contributi che abbiamo versato all’Europa per sostenere i paesi in crisi. Col risultato che dobbiamo fare almeno 80 miliardi l’anno di avanzo primario se vogliamo star sicuri. Anche perché sull’inflazione non c’è da contarci. Anzi. C’è il rischio che i prezzi calino, nella parti basse dell’Europa.

Mentre passeggio dentro il tunnel dell’eurodebito, che mi sembra assai più oscuro e minaccioso del vecchio debito in lire, mi smarrisco in suggestioni ucroniche, laddove accade che nel lontano ’97 i nostri governanti, anziché farci pagare l’eurotassa, dicono: sapete che c’è: per adesso non ci entriamo, in questo benedetto euro. E sapete perché? Perché stiamo andando bene: abbiamo uno straordinario avanzo primario, il nostro debito pubblico è in gran parte in mano ai residenti, e abbiamo anche una sana inflazione che ce lo fa dimagrire ogni anno. Per adesso stiamo bene così. Ne riparliamo fra dieci anni. Magari se ci tenevamo la lira eravamo “costretti” a fare le riforme che con l’euro non abbiamo fatto. E questa è la beffa più dolente: ci hanno detto che con l’euro ci avrebbero raddrizzato la schiena. E invece bastava lasciarci la lira.

La fiamma della mia fantasia dura solo lo spazio di un respiro. Riapro gli occhi e mi rivedo nel tunnel, sempre più buio e minaccioso, rappresentato da una curva che rappresenta uno scenario secondo il quale nel 2020, se siamo bravissimi e superiamo il 5% di avanzo primario (cioé risparmiamo fino alla morte) il nostro debito arriverebbe al 120% del Pil. E sempre se riusciamo a fare una crescita discreta.

E di fronte a tutto questo sento un profluvio di chiacchiere su come distribuire una manciata di miliardi al popolo presi chissà dove. Sento parlare di cuneo fiscale senza parlare di quello previdenziale, e di una spending review che promette bruscolini per oggi e miracoli per domani.

Capisco allora che dal tunnel non usciremo più. Ormai siamo entrati di fatto e di diritto fra i paesi eternamenti debitori. Alla stregua di un paese emergente pagheremo sempre più rendite all’estero, visto che dobbiamo pur piazzarlo da qualche parte questo debito, e dovremo vivere delle nostre risorse naturali, ossia turismo e cultura, ammesso che riusciamo a valorizzarle.

Per un attimo ho quasi paura.

Poi però continuo a leggere il rapporto della commissione e capisco una cosa evidente: sono loro, i commissari di Bruxelles, ad avere paura. Hanno paura dei guasti che noi italiani potremmo provocare se facessimo qualche colpo di testa per uscire dal tunnel dell’eurodebito.

E infatti si premurano di elencare in lungo e largo le nostre connessioni commerciali, economiche e finanziarie con l’eurozona, spiegando che il nostro peso specifico è capace di fare inabissare qualunque progetto comune europeo.

Hanno paura, è evidente.

E fanno bene.

(4/segue)

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