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Arriva il ministero ombra delle finanze europee


Come sempre accade quando si muove qualcosa ai piani alti della burocrazia europea, la creazione del Comitato europeo per le finanze pubbliche, decisa lo scorso ottobre, è stata accompagnata da un fragoroso silenzio. E non tanto perché non ce lo dicano: i documenti che istituiscono questo organismo sono tradotti in svariate lingue. E c’è anche un’ampia relazione che accompagna questa decisione che in qualche modo ha una portata storica.

Il silenzio dipende dal fatto che questa materia è terribilmente noiosa. La visione europea corrente è infarcita di tecnicismi, giuridici  economici, e finisce che uno, che pure abbia voglia di leggere questa roba, si perda nei codici e nei codicilli, oltre che finire stordito da una narrazione assai poco entusiasmante.

Il potere soporifero dei documenti pubblici europei è un ottimo anestetico per la nostra capacità di comprendere. Sicché mi sono imposto una doppia razione di caffè e ho passato un paio d’ore a leggere il malloppo, anche incoraggiato dal fatto che persino la Bce ne abbia fatto menzione nel suo ultimo bollettino economico.

La prima informazione che ne è ho tratto è che, nel silenzio più o meno disinteressato delle opinioni pubbliche, le autorità europee stanno procedendo con passo lento ma fermo verso l’integrazione dell’UEM , ossia l’unione economica e monetaria. L’ultimo aggiornamento del rapporto dei cinque presidenti, che sono quello della Commissione europea, del Consiglio europeo, dell’Eurogruppo, della Bce e del Parlamento, risale a giugno di quest’anno e si propone di arrivare all’inizio del 2017 con un consistente bottino di innovazioni istituzionali.

Staremo a vedere. Intanto però l’approvazione del Comitato europeo per le finanze pubbliche va proprio nella direzione di una maggiore integrazione e sul lato più sensibile dell’UEM: quello fiscale.

E qui il discorso si fa particolarmente noioso. Ricorderete che ormai da alcuni anni l’EZ si è dotata di strumenti di controllo indiretto delle finanze pubbliche dei paesi dell’area, a cominciare dal patto di stabilità e di crescita, per finire con il two pack e il six pack. Questi strumenti giuridici costruiscono un apparato alquanto cervellotico di norme e procedure che dovrebbero servire (e mai condizionale fu più d’obbligo) a garantire un certo equilibrio fiscale ai singoli paesi e all’area.

Bene. Il Comitato europeo è la prima conseguenza immediata dell’aggiornamento del piano dei cinque presidenti che fra le altre cose si propone di “rafforzare l’attuale quadro di governance economica” con questa nuova istituzione che “dovrebbe contribuire, a titolo consultivo, all’esercizio delle funzioni della Commissione nella sorveglianza multilaterale della zona euro, fatte salve le competenze della Commissione sancite dai trattati”.

Quindi dovrebbe somigliare a una sorta di superconsulente della Commissione, a cui dovrebbe fornire “una valutazione dell’attuazione del quadro di bilancio dell’UE, in particolare per quanto riguarda la coerenza orizzontale delle decisioni e l’attuazione della sorveglianza di bilancio, i casi particolarmente gravi di inosservanza delle norme e l’adeguatezza dell’effettivo orientamento di bilancio a livello nazionale e della zona euro”.

Non finisce qui. “Poiché il patto di stabilità e crescita è incentrato sui bilanci nazionali e non specifica l’orientamento di bilancio aggregato, il Comitato dovrebbe contribuire anche a una discussione più circostanziata all’interno della Commissione sulle implicazioni globali delle politiche di bilancio a livello nazionale e della zona euro, al fine di conseguire un orientamento di bilancio adeguato per la zona euro, nel rispetto delle regole del patto di stabilità e crescita”. Quindi in sostanza questa entità sarà chiamata a valutare non soltanto la coerenza dei programmi nazionali di bilancio con quanto previsto dai vari trattati ma anche la coerenza stessa delle decisioni di bilancio della zona euro nel suo complesso.

Per svolgere questa attività “dovrebbe svolgere i propri compiti in maniera indipendente ed elaborare pareri in autonomia rispetto a qualsiasi istituzione, organo, ufficio o agenzia nazionale o europea”. E’ previsto che il Comitato collabori con entità simili già previste a livello nazionale, rimanendo tuttavia autonomo rispetto ad esse e quindi assolutamente sovraordinato. Non “chiede né riceve istruzioni da parte di istituzioni o organi dell’Unione, governi degli Stati membri o altri soggetti pubblici o privati”. Insomma: agisce in splendida solitudine.

Il Comitato per adesso elargisce solo consigli alla Commissione, però è previsto che elabori un rapporto annuale e che agisca in maniera trasparente circa prese di posizioni e motivazioni. Insomma: non governa, ma crea opinione. E’ un perfetto ministero ombra delle finanze europee.

In attesa di quello vero.

 

Verso la legge di stabilità: scatta l’eurotagliola


Per aggiungere tormenti al già tormentato futuro che si prospetta per la nostra contabilità pubblica bisogna ricordare che nel 2015 sarà pienamente a regime la regola del debito europeo prevista dai trattati del six pack. Ricordo che tale normativa prevedeva che, tre anni dopo la chiusura della procedura per deficit eccessivo, avvenuta nel 2012, il nostro Paese dovesse dar seguito ai comandamenti contenuti nei trattati.

L’aprile scorso, quando fu approvato il Def, la scadenza imminente era già illustrata nei documenti governativi e commentata dagli esperti di tale astrusissima materia, che, sebbene vagamente campata in aria, ha un notevole potere coattivo sui nostri destini nazionali, potendo provocare, la sua disattesa, notevoli sanzioni con relativi danni finanziari e di immagine, essendo questi ultimi possibilmente gravidi di conseguenza anche peggiori.

Rileggere il Def, partendo sempre dalla nota di aggiornamento del settembre scorso, quindi è un’ottima occasione per ricordare a tutti noi cosa ci aspetta l’anno che verrà.

Ricordo a tutti che siamo tenuti, come Paese, ad osservare una regola della spesa, che riguarda il livello dell’indebitamento netto, e una regola del debito, che riguarda il livello debito/pil.

La regola della spesa si estrinseca in un obiettivo di medio termine che, nel caso nostro, è stato fissato nell’azzeramento del deficit strutturale, ossia dell’indebitamento netto depurato del ciclo, che dovrebbe condurci all’agognato pareggio di bilancio, e che il governo ha già chiesto di poter derogare al 2017, visto che nel 2015, quando avrebbe dovuto essere raggiunto tale obiettivo e nel 2016 non ci siamo riusciti.

La regola del debito che siamo tenuti ad osservare prevede che per assicurare la riduzione a un ritmo adeguato del rapporto debito/pil verso la soglia del 60%, siano rispettato il più vantaggioso di tre criteri:

1) Che nei tre anni precedenti al 2015 la distanza del rapporto debito/pil rispetto alla soglia di riferimento, si riduca in media di un ventesimo (benchmark backward looking);

2) che al netto del ciclo economico dei tre anni precedenti al 2015, il debito Pil del 2015 sia inferiore al benchmark backward looking;

3) che nei tre anni precedenti al 2017, sulla base delle previsioni della Commissione europea, la distanza del rapporto debito/pil rispetto alla soglia si riduca, in media, di un ventesimo.

La regola prevedeva pure che nel triennio 2013-15 il governo raggiungesse un ulteriore aggiustamento, il cosìddetto MLSA, che sta per minimun linear structural adjustment, ossia un ulteriore taglio di bilancio capace di far convergere il debito pubblico italiano, già l’anno prossimo, verso uno dei tre obiettivi che abbiamo visto prima.

Ebbene: abbiamo già visto che per la regola della spesa abbiamo chiesto una deroga. Rimane da vedere a che punti siamo con quella debito.

Nel Def dell’aprile scorso si stimava che servisse un aggiustamento minimo dello 0,9% del Pil, circa 15 miliardi, per rispettare la regola del debito nel 2015. Il governo, per riuscire, mise sul piatto un piano di privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil l’anno, circa 10 miliardi, da attuare fra il 2014 e il 2017 che, raffrontandolo alle previsioni economiche di aprile (quando si prevedeva un pil in crescita) avrebbe assicurato il rispetto della regola del debito.

Ve la faccio semplice: la regola del debito non l’abbiamo rispettata. Il governo sostanzialmente prevede che inizierà a rispettarla dal 2016 e conta sulla comprensione delle autorità europee, oltre che di quelle nazionali, visto che la deviazione dovrà essere approvata dal Parlamento, dalla Commissione Ue e dal Consiglio europeo, dovendo nel frattempo fare i conti con un aumento del debito.

Come se non bastasse, il degradarsi delle condizioni dell’economia ha pure peggiorato, a legislazione vigente, il livello del MLSA necessario per garantire il rispetto della regola che sarà operativo dal prossimo anno, che adesso vale l’1,4% del Pil, ossia lo 0,5% in più. “Ne deriva – scrive il governo nella nota di aggiornamento – che in assenza di interventi, il saldo strutturale del 2015 dovrebbe essere corretto di quasi 3 punti di pil per consentire al debito/pil di convergere verso il 126% nel 2017”.

Ve la faccio ancora più semplice: il governo dovrebbe recuperare il 3% di Pil, una robetta da quasi 48 miliardi, eguale peraltro al deficit previsto per quest’anno e il prossimo, per rispettare la regola del debito casualmente scritta in costituzione.

Cosa pensa di fare il governo?

Della regola della spesa abbiamo già detto, ossia ha chiesto di derogare al 2017. Per la regola del debito, anche questa sostanzialmente rimandata, il piano è elaborare, nell’ambito della legge di stabilità, “una manovra fiscale non restrittiva e volta a finanziare interventi di natura strutturale allo scopo di sostenere la crescita economica e quindi rafforzare la sostenibilità del rapporto debito/pil”. Ossia agire sul denominatore più che sul numeratore.

Ma poiché anche il numerato conta, eccome, ecco che viene confermato il piano di privatizzazioni, spostandolo però di un anno, ossia dal 2015 al 2018, visto che nel 2014 non si è venduto granché.

Se poi dallo scenario a legislazione vigente guardiamo a quello programmatico, scopriamo che comunque dovremmo migliorare il saldo strutturale, sempre nel 2015, di 2,2% di Pil, oltre 30 miliardi, per consentire al debito di convergere verso l’obiettivo programmatico, che era del 125,3% del Pil entro il 2017, “correzione – scrive il governo – che è giudicata né fattibile, né auspicabile”. Ciò in quanto, scrivono, un miglioramento del saldo strutturale dell’1% è capace di generare effetti regressivi sul Pil nell’ordine dello 0,5-1,5%. Perciò se rispettiamo le regole finiamo in definitiva depressione.

Insomma: anche della regola del debito siamo costretti a infischiarcene.

Cosa succederà di conseguenza?

I trattati dicono che sta nella facoltà della Commissione europa valutare qualitativamente, qualora si sfori l’obiettivo, circa i “fattori rilevanti” in grado di giustificare lo scostamento.

Inutile che stia a tediarvi con l’analisi di questi fattori o che vi elenchi la lunga dissertazione del governo su quanto siano stati rilevanti nel nostro caso. Perché se non rispetteremo l’obiettivo, aldilà di quanto la Commissione si dimostrerà flessibile, scatterà implacabile la market discipline. La Commissione può anche concederci il beneficio del dubbio. I mercati esteri, che tengono in pancia oltre 600 miliardi di debito pubblico italiano, se ne possono tranquillamente infischiare. Per la cronaca, il 90% delle nostre obbligazione pubbliche, scrive il governo, sta in Europa.

Morale della favola: Nel 2015 scatterà anche l’eurotagliola.

In un modo o nell’altro.

(2/segue)

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Verso la legge di stabilità: i tormenti del 2015


Se il 2014 vi è sembrato un anno orribile per la nostra finanza pubblica, e di sicuro finora lo è stato, potete consolarvi pensando che il 2015 sarà peggio. A meno di miracolistiche quanto improvvise crescite del Pil, il nostro Paese dovrà far fronte alle scadenze impegnative che richiedono le regole della spesa e del debito europeo che dovrebbero obbligarci – e mai condizionale fu più d’obbligo – a importanti correzioni fiscali per rientrare nei dettami europei.

Ora, per non rischiare di essere iscritto d’ufficio al partito dei gufi (splendidi animali, fra l’altro), dico subito che dati e parole di questo post sono estratti esclusivamente dalla nota di aggiornamento al Def che il governo ha presentato poche settimane fa e che sospetto pochi abbiano letto interamente, perdendosi così una splendida lezione di finanza pubblica. Al contrario, io mi sono abbeverato alla fonte di tanta conoscenza, e seppure il retrogusto sia vagamente amarognolo, non può dirsi sia stata fatica sprecata. Al contrario. E’ stata una prolusione all’ampio dibattito che comincerà questa settimana sulla futura legge di stabilità, utile anche a capire chi parla sapendo quello che dice e chi no.

L’analisi non può che iniziare scorrendo la tabella degli indicatori di finanza pubblica che sommarizza i dati facendo riferimento al quadro tendenziale e a quello programmatico, confrontandolo con quello di aprile, quando il Def fu approvato.

La variabile strategica che regge tutto l’argomentare è senza dubbio il saldo primario, ossia la differenza fra entrate e spese del governo, al netto di quella per interessi. Ricordo che sommando il saldo primario, che nel caso italiano è un avanzo, al deficit (indebitamento netto) otteniamo il totale della somma pagata per gli interessi sul debito.

Bene, il quadro tendenziale e quello programmatico, per il 2014, individuano un avanzo primario pari all’1,7% del Pil, in calo dello 0,3% rispetto al 2013, quando invece il Def di aprile ipotizzava un avanzo primario del 2,6% . Ciò malgrado il calo della spesa per interessi, che, nel 2014, non dovrebbe superare il 4,7% del Pil, a fronte del 5,2% ipotizzato in primavera. Ebbene, il risparmio dovuto al calo dei tassi, dello 0,5% del Pil, non ha impedito il ridursi dell’avanzo primario. Ciò implica che siano aumentate le spese o che siano diminuite le entrate.

Per capirlo vado a vedere il conto della PA a legislazione vigente, dove leggo che rispetto al 2013 le spese finali, al netto degli interessi sul debito (passate da 78,2 mld a 76,6) , sono passate da 748,9 miliardi a 758,6, mentre le entrate finali sono passate sono passate da 781,8 a 786. Quindi l’aumento delle entrate e la diminuzione degli interessi, non sono bastati a compensare l’aumento delle spese. Con la conseguenza che il deficit (indebitamento netto) è peggiorato dal 2,8% del 2013 al 3%.

Sottolineo che l’aumento delle spese è dovuto in gran parte al costo delle prestazioni sociali, passate dai 319 miliardi del 2013 ai 332 del 2014, pesando l’aumento per un terzo per maggiori pensioni e per il resto da altre prestazioni sociali. La spesa per i redditi da lavoro dipendente, infatti, è diminuita di oltre un miliardo.

La seconda variabile, legata ai nostri impegni in sede europea, è l’indebitamento netto strutturale, quindi il deficit depurato dagli effetti del ciclo e dai contributi straordinari. Nel quadro tendenziale leggo che è peggiorato da -0,9% del 2013 a -1,2% del 2014, laddove nel Def di aprile si ipotizzava che quest’anno avremmo prodotto un deficit strutturale solo dello 0,6%.

Tale differenza è la causa principale dello spostamento del pareggio di bilancio, cui ci obbligava la regola della spesa, essendo il pareggio il nostro obiettivo di medio termine (OMT), che il governo ha annunciato per il 2017, dopo che ad aprile aveva previsto per il 2016.

Rilevo inoltre che il surplus di bilancio, pari allo 0,3% del Pil, che il governo aveva previsto ad aprile per il 2018 è stato sostituito nel quadro tendenziale con un deficit dello 0,8% ancora nel 2018,. Neanche per allora, quindi, l’avanzo primario sarà sufficiente a coprire la spesa per interessi. Tale deficit si abbassa allo 0,2% nel quadro programmatico che, depurato dagli effetti del ciclo dovrebbe corrispondere a un deficit strutturale nullo, come nel 2017. Ma visto l’esito degli ultimi documenti programmatici, non c’è da scommetterci.

Per concludere questa prima ricognizione, vale la pena descrivere quello che il governo si aspetta per il 2015.

Nel quadro tendenziale leggo che l’avanzo primario dovrebbe aumentare dall’1,7% di quest’anno al 2,3% nel 2015, con una spesa per gli interessi in calo al 4,5%. Ciò dovrebbe portare l’indebitamento netto al 2,2%. Ma è il quadro programmatico quello che ci dice della visione del governo.

Qui leggo che nel 2015 il deficit rimarrà inchiodato al 2,9%, con un saldo primario ancora in calo all’1,6%, quando ad aprile lo stesso quadro ipotizzava un deficit in calo all’1,8% e un saldo primario del 3,3%, malgrado una spesa per interessi prevista al 5,1% del pil a fronte del 4,5 di settembre.

Per riportare in equilibrio i conti e arrivare al 2016 su un percorso discendente di indebitamento e debito, dovremmo innalzare l’avanzo primario al 2,7% e portare il deficit all’1,8% entro quell’anno. Ciò vuol dire che dovrebbero aumentare le entrate più di quanto aumentino le spese.

Se andiamo a vedere i conti della PA previsti per il 2015 leggiamo infatti che le spese correnti, al netto degli interessi, dovrebbero rimanere inchiodate ai 758 miliardi del 2014, malgrado un aumento delle prestazioni sociali di due miliardi che sostanzialmente dovrebbero essere coperte dal calo degli interessi sul debito. A fronte di tali spese, sempre l’anno prossimo, dovremmo avere entrate finali in aumento di dieci miliardi, da 786 a 796, in parte proveniente da maggiori entrate tributarie, compresi i contributi, in parte da entrate in conto capitale (circa 5,8 miliardi).

Quindi a fronte di tali previsioni, l’unica certezza che abbiamo è che l’anno prossimo dovremo essere in grado di tenere ferme le spese e aumentare le entrate per rispettare l’equilibrio di bilancio. Purtroppo l’esperienza ci mostra che le spese sono sempre certe, al contrario delle entrate.

Oltre a tutto ciò c’è un dettaglio che vale la pena approfondire: le regole europee del debito. Che dal 2015 in poi diverranno assai più stringenti.

Ma questa è un’altra storia.

(1/segue)

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Esercizi di retorica sul DEF: dal pareggio (di bilancio) allo spareggio


Il travestimento circa la natura del DEF comincia dal nome, come è giusto che sia in un esercizio di retorica.

Il Documento di economia e finanza, però, svela la sua vocazione autentica quando inizia  a sostanziare i suoi effetti, manifestandoli. E sono eminentemente politici.

Nel nostro caso coincidono con la lettera del MEF a Bruxelles con la quale il governo chiede un anno di deroga per arrivare al pareggio del deficit strutturale.

Se ne è parlato in lungo e largo, evitando magari di sottolineare quanto sia convenzionale, e quindi discutibile, la definizione stessa di deficit strutturale alla quale dovremmo impiccarci. E si è anche ricordato che per rendere sostanziale tale deroga è servito un voto a maggioranza assoluta del nostro Parlamento, cui dovrà seguire il placet delle autorità europee. Le stesse che dovranno pronunciarsi molto presto sui nostri squilibri macroeconomici, già giudicati eccessivi e quindi forieri di ulteriori interferenze europee nelle nostre politiche fiscali.

Ecco perciò che un numero immaginario, il famoso disavanzo strutturale, diventa il fatto politico di rilievo che origina azioni politiche assai rilevanti.

Da Bruxelles si sono affrettati a rispondere alla lettera di Padoan che “valuteranno il percorso di rientro italiano”, come peraltro è scritto nelle stesse regole che chiediamo di derogare. Che significa tutto e niente. O soltanto che, come al solito siamo sorvegliati speciali.

Il caso italiano ha l’aggravante di avere tutti i numeri contro. Gli unici indicatori positivi sono l’avanzo primario, che però nell’immediato è previsto in calo, il livello di deficit, che rimarrà sotto il 3%, sempre nell’immediato, e il saldo del conto corrente, di recente tornato in attivo, che però sconta il previsto calo dell’export netto, che rischia di farci ripiombare nel deficit.

In questa situazione, le regole di bilancio, che molto opportunamente Bankitalia ha ricordato nella sua audizione sul DEF pesano come macigni.

Per chi non lo ricordasse, con l’approvazione in Costituzione, nel 2012, abbiamo accettato di avere regole di bilancio europee sull’indebitamento netto, la spesa pubblica e il debito. Il famoso fiscal compact di cui si fa grande uso nei talk show, sempre retoricamente in funzione di spauracchio.

La questione merita un approfondimento.

La regola dell’indebitamento netto implica che per i paesi non soggetti a procedura per disavanzo eccessivo (ne siamo usciti da poco) il famoso disavanzo strutturale debba essere inferiore o uguale all’obiettivo di medio termine (OMT) fissato per il paese. Se il disavanzo eccede tale obiettivo, deve essere ridotto di almeno dello 0,5% del Pil l’anno.

Per l’Italia l’OMT è il mitico pareggio di bilancio. “Nel 2014 – dice Bankitalia – gli andamenti tendenziali indicano una riduzione del disavanzo strutturale pari allo 0,2% del Pil. Sarebbe richiesto quindi un ulteriore aggiustamento di circa lo 0,3%”, per arrivare a un indebitamento strutturale pari a meno -o,1% del Pil nel 2015.

Ciò spiega perché il governo, adducendo le famose circostanze eccezionali (fra le altre cose il pagamento dei debiti della PA) ha chiesto la deroga, affiancandole un piano di rientro che prevede un aggiustamento strutturale del famoso disavanzo pari allo 0,5% del Pil nel 2015, anziché doversi fare carico di un aggiustamento dello 0,3% quest’anno. Parliamo di circa 4,5 miliardi. In sostanza si rimanda a domani quel si dovrebbe fare oggi, come peraltro noi italiani siamo maestri nel fare, sperando che la ripresa e la ventata riformista del governo dia una mano dal versante della crescita.

Su questa strategia, la Corte dei conti, che pure mostra di comprendere il momento, osserva che sarebbe buona norma fare le correzione (quindi i tagli) quando c’è la ripresa piuttosto che quando c’è crisi. Ma il momento, appunto, è topico.

Sostanzialmente ci stiamo giocando il tutto per tutto.

La regola della spesa prevede invece che per i paesi che non hanno ancora raggiunto il proprio OMT, quindi anche noi, la crescita annua della spesa pubblica, al netto delle componenti fuori dall’azione del governo (vai a capire come si calcolano), debba essere inferiore a quella di medio periodo del Pil potenziale (altra variabile immaginaria). L’entità dello scarto deve garantire un saldo strutturale di almeno lo 0,5% del Pil, con l’avvertenza che una crescita della spesa superiore non è interpretata come una violazione se è compensata da aumenti discrezionali delle entrate.

Che significa?

Ecco, già il fatto che qualcuno debba spiegarlo sostanzia il cuore del problema. Uno dei trucchi dei retori è spiazzare l’interlocutore con preposizioni astruse dall’aria seria e credibile. Apodittiche, si dice. E cosa c’è di più apodittico di un regola costitituzionale?

Bankitalia ci dice che “nel triennio 2011-13 la dinamica della spesa è stata ampiamente al di sotto del limite prescritto dalle regole europee. Per il triennio 2014-16, il limite superiore calcolato dalla Commissione per l’Italia è pari a -1,07 per cento in termini reali; nelle proiezioni elaborate dal Governo sotto l’ipotesi di invarianza delle politiche di bilancio, la dinamica della spesa sarebbe significativamente superiore”.

Ricordatevi queste parole: proiezioni, ipotesi di invarianza, sarebbe superiore, limite superiore calcolato (non sappiamo come). Come vedete nulla di reale: solo congetture. Ma terribilmente cogenti.

Forte di tanta apodittica indimostrabile, il novello retore (nel caso specifico la Commissione Ue, ma vale per l’economia applicata) detta la sua regola normativa. E quindi fa politica.

Provo a tradurre il commento di Bankitalia in parole comprensibili: prima non abbiamo sforato, ma sforeremo dopo, secondo quanto si può ipotizzare.

Il che ci mette nella difficile posizione di interlocutori poco credibili.

Screditare l’interlocutore è un altro caposaldo del dibattere retorico.

Attenzione: la regola della spesa vale solo se falliamo l’obbiettivo di medio termine, ossia sempre il solito pareggio.

Non finisce qui. C’è anche la regola del debito.

Il six pack prevede che nei paesi il cui il rapporto da debito e prodotto ecceda il 60%, tale differenza debba diminuire di un ventesimo l’anno nella media di un triennio. Per l’Italia, che era sottoposta a procedura di infrazione nel 2011, è stato previsto un periodo di tre anni di transizione dal momento in cui la procedura viene chiusa, ossia dal 2013.

“In tale periodo – spiega Bankitalia – la regola del debito si ritiene soddisfatta se lo stato membro consegue una riduzione annua minima del disavanzo strutturale (minimum linear structural adjustement, MLSA) calcolata dalla Commissione UE”.

Ricordo a tutti che il disavanzo strutturale è una variabile che la Corte dei Conti ha definito impossibile da osservare. E sottolineo che, ancora una volta la commissione calcola (non sappiamo come) un dato che diventa un obiettivo politico.

Ebbene, “lo scorso novembre – dice Bankitalia – la Commissione ha indicato che il MLSA per l’Italia è definito da una riduzione del disavanzo strutturale (sempre lui, ndr) di almeno 1,32 punti percentuali del PIL nel complesso del biennio 2014-15. La riduzione prevista nel DEF è di 0,7 punti. Va rilevato tuttavia che la Commissione potrebbe rivedere al ribasso l’MLSA tenendo conto degli introiti delle dismissioni programmate”.

Notate la finezza: 1,32% del Pil. Chi dubiterebbe dell’accuratezza del calcolo a questo livello di dettaglio?

Un altro espediente del retore è far credere che le sue informazioni siano sempre accurate.

Comunque, stando a quanto dice Bankitalia, siamo fuori anche dalla regola anche nel periodo di transizione.

E dopo? “La regola dovrà essere rispettata con riferimento alla variazione del debito nel triennio 2013-15 (versione backward looking, con e senza correzione per l’impatto del ciclo economico) oppure nel triennio 2015-17 (versione forward looking). Il quadro programmatico del DEF rispetta la regola sul debito nella versione forward looking. Se gli andamenti macroeconomici dovessero discostarsi, anche di poco, dalle previsioni contenute nel DEF, o se non si realizzassero integralmente le dismissioni programmate, il rispetto della regola sarebbe messo a repentaglio”.

Insomma: rischiamo di fare un altro botto.

“Le regole di bilancio europee – conclude comprensiva Bankitalia – possono apparire complesse e, pur con i loro margini di flessibilità, stringenti, ma esse rispondono all’esigenza di assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e ricondurle all’equilibrio. Occorre inoltre ricordare che esse appaiono oggi vincolanti anche perché abbiamo lasciato crescere in passato, senza sufficiente controllo, la spesa e il debito pubblico”.

Anche qui, appartiene al discorrere retorico trovare sempre una morale nella storiella.

Poiché sono appassionato di retorica, l’avrete capito, ovvero di quello che gli antichi chiamavano l’arte del discorrere e del persuadere, ho pensato di sintetizzare questa noiosa cavalcata fra le regole europee sulla finanza pubblica trasformandola in un’altra storiella, che sarà magari meno istruttiva, ma certamente non meno realistica di quella che ci ha raccontato Bankitalia.

Un bel giorno in Italia, squadra con evidenti difficoltà e a rischio retrocessione, arriva un nuovo capitano che, forte del suo giovanile entusiasmo e del desiderio di speranza dei suoi giocatori lancia il cuore oltre l’ostacolo e decide di giocarsi la sua partita della vita, che incidentalmente è anche la nostra.

La squadra del premier scende in campo contro la squadra avversaria, l’Europa, agguerritissima, composta da bomber stranieri, per lo più nordeuropei, temutissimi per la loro capacità di fare gol e grandi praticanti dell’astruso gioco a schemi.

Ma la strategia del premier spiazza l’avversario. Portato all’attacco da ali di folla speranzosa, il premier parte in contropiede e segna un spettacolare gol in rovesciata.

GOL: urla l’Italia. La speranza arride a molti, cui viene promesso una goleada.

Ma l’Europa ha dalla sua terribili regole di gioco, che prevedono che ogni giocatore non possa calpestare durante la corsa un valore presunto di fili d’erba superiore allo scarto medio quadratico del flusso tendenziale delle ricrescita prevista, e che, nel caso, debba rientrare precipitosamente in area seguendo il fischio dell’arbitro.

Che infatti fischia.

Il quarto uomo agita la bandierina, gli arbitri si riuniscono in conventicola, incuranti delle proteste del pubblico da casa, mentre i giocatori italiani assicurano che un loro personalissimo algoritmo assicurerà la ricrescita dell’erba nei tempi stabiliti. Ma molti osservano che la squadra italiana non è nuova a questi espedienti e che, dati alla mano, non è molto credibile.

La partita riprende con gli italiani impegnati a fare quello che fanno meglio: litigano fra loro. Così la squadra avversaria approfitta e affonda in campo.

Il temibile numero 10 dell’Europa, biondo e azzurro d’occhio, segna e chiude la partita in parità.

La squadra italiana festeggia: le hanno sempre detto che bastava il pareggio per salvarsi.

Ma invece viene fuori che c”è sempre dell’altro di cui dover tener conto, scritto in piccolo nel manuale delle regole di gioco.

Conclusione. Il salvataggio torna incerto. Il pareggio non basta.

Serve uno spareggio.

(3/fine)

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