Etichettato: patto di stabilità

Arriva il ministero ombra delle finanze europee


Come sempre accade quando si muove qualcosa ai piani alti della burocrazia europea, la creazione del Comitato europeo per le finanze pubbliche, decisa lo scorso ottobre, è stata accompagnata da un fragoroso silenzio. E non tanto perché non ce lo dicano: i documenti che istituiscono questo organismo sono tradotti in svariate lingue. E c’è anche un’ampia relazione che accompagna questa decisione che in qualche modo ha una portata storica.

Il silenzio dipende dal fatto che questa materia è terribilmente noiosa. La visione europea corrente è infarcita di tecnicismi, giuridici  economici, e finisce che uno, che pure abbia voglia di leggere questa roba, si perda nei codici e nei codicilli, oltre che finire stordito da una narrazione assai poco entusiasmante.

Il potere soporifero dei documenti pubblici europei è un ottimo anestetico per la nostra capacità di comprendere. Sicché mi sono imposto una doppia razione di caffè e ho passato un paio d’ore a leggere il malloppo, anche incoraggiato dal fatto che persino la Bce ne abbia fatto menzione nel suo ultimo bollettino economico.

La prima informazione che ne è ho tratto è che, nel silenzio più o meno disinteressato delle opinioni pubbliche, le autorità europee stanno procedendo con passo lento ma fermo verso l’integrazione dell’UEM , ossia l’unione economica e monetaria. L’ultimo aggiornamento del rapporto dei cinque presidenti, che sono quello della Commissione europea, del Consiglio europeo, dell’Eurogruppo, della Bce e del Parlamento, risale a giugno di quest’anno e si propone di arrivare all’inizio del 2017 con un consistente bottino di innovazioni istituzionali.

Staremo a vedere. Intanto però l’approvazione del Comitato europeo per le finanze pubbliche va proprio nella direzione di una maggiore integrazione e sul lato più sensibile dell’UEM: quello fiscale.

E qui il discorso si fa particolarmente noioso. Ricorderete che ormai da alcuni anni l’EZ si è dotata di strumenti di controllo indiretto delle finanze pubbliche dei paesi dell’area, a cominciare dal patto di stabilità e di crescita, per finire con il two pack e il six pack. Questi strumenti giuridici costruiscono un apparato alquanto cervellotico di norme e procedure che dovrebbero servire (e mai condizionale fu più d’obbligo) a garantire un certo equilibrio fiscale ai singoli paesi e all’area.

Bene. Il Comitato europeo è la prima conseguenza immediata dell’aggiornamento del piano dei cinque presidenti che fra le altre cose si propone di “rafforzare l’attuale quadro di governance economica” con questa nuova istituzione che “dovrebbe contribuire, a titolo consultivo, all’esercizio delle funzioni della Commissione nella sorveglianza multilaterale della zona euro, fatte salve le competenze della Commissione sancite dai trattati”.

Quindi dovrebbe somigliare a una sorta di superconsulente della Commissione, a cui dovrebbe fornire “una valutazione dell’attuazione del quadro di bilancio dell’UE, in particolare per quanto riguarda la coerenza orizzontale delle decisioni e l’attuazione della sorveglianza di bilancio, i casi particolarmente gravi di inosservanza delle norme e l’adeguatezza dell’effettivo orientamento di bilancio a livello nazionale e della zona euro”.

Non finisce qui. “Poiché il patto di stabilità e crescita è incentrato sui bilanci nazionali e non specifica l’orientamento di bilancio aggregato, il Comitato dovrebbe contribuire anche a una discussione più circostanziata all’interno della Commissione sulle implicazioni globali delle politiche di bilancio a livello nazionale e della zona euro, al fine di conseguire un orientamento di bilancio adeguato per la zona euro, nel rispetto delle regole del patto di stabilità e crescita”. Quindi in sostanza questa entità sarà chiamata a valutare non soltanto la coerenza dei programmi nazionali di bilancio con quanto previsto dai vari trattati ma anche la coerenza stessa delle decisioni di bilancio della zona euro nel suo complesso.

Per svolgere questa attività “dovrebbe svolgere i propri compiti in maniera indipendente ed elaborare pareri in autonomia rispetto a qualsiasi istituzione, organo, ufficio o agenzia nazionale o europea”. E’ previsto che il Comitato collabori con entità simili già previste a livello nazionale, rimanendo tuttavia autonomo rispetto ad esse e quindi assolutamente sovraordinato. Non “chiede né riceve istruzioni da parte di istituzioni o organi dell’Unione, governi degli Stati membri o altri soggetti pubblici o privati”. Insomma: agisce in splendida solitudine.

Il Comitato per adesso elargisce solo consigli alla Commissione, però è previsto che elabori un rapporto annuale e che agisca in maniera trasparente circa prese di posizioni e motivazioni. Insomma: non governa, ma crea opinione. E’ un perfetto ministero ombra delle finanze europee.

In attesa di quello vero.

 

L’OMT che non funziona: quello dell’Ue


Viviamo in un’epoca densa di acronimi, scorciatoie linguistiche che sottintendono marchingegni indigeribili o entità istituzionali, che costringono i lettori della reportistica internazionale a defatiganti esercizi di memoria per non perdere il filo e che denotano l’estrema complessità del nostro agire socio-economico, ormai appannaggio di impenetrabili burocrazie che decidono del nostro destino.

Sicché comprenderete perché, mentre sfogliavo l’ultimo bollettino della Bce, cadendomi l’occhio sulla sigla OMT ho subito pensato al celeberrimo (per modo di dire) Outright Monetary Transactions di cui la Bce si è fatta promotrice nel lontano 2012 per provare a raddrizzare le sorti della moneta unica, pericolosamente scricchiolanti, e che ha condotto a svariati giudizi di diverse corti, fra le quali di recente quello della Corte di giustizia europea.

Invece mi sbagliavo. L’OMT di cui parlava la Bce era la versione italiana di obiettivo di medio termine, ossia, per stesso riconoscimento della Bce, “il pilastro del meccanismo preventivo del PSC”. Il PSC, vi ricordo, è il patto di stabilità e di crescita, introdotto e poi riformato nel 2005, quando si introdusse proprio l’OMT per renderlo ancor più cogente ed effettivo.

Poiché la giungla burocratica europea è particolarmente fitta, credo di fare un buon servizio ricordando cosa sia l’OMT e come funzioni. Anche perché il Consiglio Europeo rilascerà al termine della seduta del 25 e 26 giugno le raccomandazioni di politiche fiscali ai singoli paesi, che proprio dall’andamento dell’OMT (ogni paese ne ha uno) traggono ispirazione.

Comincio da una semplice constatazione che riporto dal bollettino: “Per quanto riguarda il conseguimento degli OMT i risultati ottenuti sono scarsi”, scrive la Bce, confermando ancora una volta che la vocazione che più di ogni altra i paesi europei condividono è quella all’indisciplina.

Ricordo che l’OMT viene definito in termini strutturali, ossia corretto per il ciclo economico e le misure temporanee. Una volta che viene fissato, viene aggiornato ogni tre anni, come l’Ageing report che all’OMT fornisce la base previsionale. Il maccanismo prevede che tutti i paesi compiano progressi annuali verso il proprio OMT fino a raggiungerlo. Dopodiché devono fare in modo di mantenerlo, avendo cura di accumulare surplus nelle fasi di congiuntura positiva per utilizzarlo in quelle negative. Insomma: il solito migliore dei mondi possibili.

Se non fosse che c’è sempre una scappatoia. “Il meccanismo preventivo – spiega la Bce – consente di deviare temporaneamente dall’OMT di un paese, o dal percorso di aggiustamento adottato per raggiungerlo, per tenere conto dell’attuazione di importanti riforme strutturali che hanno effetti diretti positivi e duraturi sui conti pubblici, purché il paese torni a perseguire l’OMT entro i termini previsti dal programma di stabilità”.

Ma poiché non c’è nulla di più definito del provvisorio, ecco che la scappatoia ha consentito in questi dieci anni una notevole evasione di massa dalle regole che pure i paesi del PSC si erano dati.

Il consuntivo, infatti, lascia poco spazio all’immaginazione. “Anche se gli OMT sono parte del quadro fiscale dell’UE oramai da dieci anni, gran parte dei paesi non hanno raggiunto tali obiettivi in alcun anno durante tale orizzonte temporale. Inoltre, i paesi dell’area dell’euro hanno regolarmente rinviato le scadenze per il loro conseguimento, facendo degli OMT un “obiettivo che si sposta nel tempo”, nota la Bce.

“Di conseguenza, – sottolinea – l’area dell’euro ha affrontato la crisi finanziaria con un consistente disavanzo strutturale, che ha limitato la portata delle politiche anticicliche e ha impedito il libero funzionamento degli stabilizzatori automatici”.

Il bello è che il sostanziale fallimento del meccanismo dell’OMT non ha scoraggiato i nostri politici europei, che anzi, nel 2011, hanno pensato bene di rafforzarlo, individuando con la riforma del six pack, anche la possibilità di sanzioni finanziarie per chi viene beccato a sforare.

Non contenti, nel 2012 hanno approvato il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, che rende ancora più ambizioso l’OMT e ha consentito alla commissione di presentare, un anno dopo, il quadro temporale di convergenza, ossia il periodo di tempo per il conseguimento dell’OMT entro un dato anno da parte di ciascun paese. Con l’aggravante di un meccanismo automatico di sanzione che dovrebbe attivarsi qualora il paese non raggiunga il suo OMT.

Malgrado tutta questa fatica “le evidenze disponibili suggeriscono che l’osservanza degli OMT non è migliorata
significativamente negli ultimi anni”, sottolinea Francoforte. “In particolare, le scadenze degli OMT fissate nei programmi di stabilità del 2015 sono per un gran numero di paesi posticipate rispetto a quelle stabilite dal quadro temporale per la convergenza del 2013. La comunicazione della Commissione sulla flessibilità nell’ambito del PSC pubblicata all’inizio dell’anno potrebbe comportare un rallentamento dei progressi compiuti dai paesi verso gli OMT”.

Flessibilità, ossia parola alquanto fumosa che sostanzialmente trasforma in un fatto politico ciò che doveva essere squisitamente tecnico. Con l’aggravante che “se esercitata in eccesso, la flessibilità del PSC può determinare ulteriori deviazioni significative e durature dal percorso di aggiustamento verso l’OMT, aggravando eventualmente i rischi relativi alla sostenibilità del debito”.

Perciò la Bce esorta ad “evitare la “sindrome dell’obiettivo che si sposta nel tempo” di cui ha sofferto il meccanismo preventivo del PSC prima della crisi”. “Se i paesi dell’area dell’euro non riusciranno a ricostituire tempestivamente risorse di bilancio di riserva, saranno impreparati a fronte degli shock economici, proprio nel momento in cui la stabilizzazione fiscale è più necessaria”.

Mi risuonano nella memoria, mentre leggo queste memorie, infinite litanie di occasioni perdute, di dividendi sprecati, di leggerezza da cicale quando servirebbe la compostezza delle formiche: echi di cronache ormai ultradecennali che dovrebbero averci insegnato come sia umanamente impossibile contare sulla frugalità dei governi quando le cose vanno bene, essendo già difficile convincerli a stringere la cinghia quando vanno male.

Ma non è questo che mi stupisce, mentre leggo del fallimento dell’OMT. Quello che mi colpisce è che una legge europea, scritta dieci anni fa e sempre applicata a parole, non abbia raggiunto nessun risultato, visto che la disciplina fiscale europea ancora traballa. Mentre l’altro OMT, quello di Draghi, pronunciato e mai utilizzato, sia servito a stabilizzare l’euro nel suo momento peggiore.

Secondo voi che significa?

 

Il segreto del deficit al 3%


Uno si chiede: ma perché il deficit dei paesi dell’eurozona non può superare il 3%?

La prima risposta è quella facile: perché è scritto nei Trattati europei.

I più scrupolosi andranno a leggersi il Trattato di Maastricht, ma non troveranno scritto nulla del genere.

Il mitico 3%, infatti, non è scritto nel Trattato che nel 1992 fissò la coordinate della nuova Unione europea, bensì in un protocollo successivo che “desiderando precisare le modalità della procedura per i disavanzi eccessivi di cui all’articolo 104 C, paragrafo 2 del trattato”, fissa i valori del deficit a 3% del Pil e del debito pubblico al 60% del Pil.

Non c’è scritto però perché si sia arrivati a queste due cifre. E’ scritto così e basta.

Vi sembrerà una questione oziosa. Qualcuno penserà che sia frutto di chissà quale esoterismo economico. O magari crederete alla ricostruzione uscita qualche mese fa sulla stampa francese (Aujourd’hui-Le Parisien, 28 settembre 2012) secondo la quale l’invenzione del tetto del 3% del deficit si deve a un burocrate francese secondo il quale Mitterand aveva bisogno di una regola chiara e semplice per frenare le richieste di soldi (leggi deficit) dei suoi ministri e allora “senza alcuna riflessione teorica” si fissò il 3% perché, disse “è un buon numero, un numero storico che fa pensare alla Trinità”.

Vabbé, io amo le favolette, però purtroppo mi hanno anche insegnato a fare i conti, che rendono la realtà assai più prosaica della mitologia.

E poiché mi hanno insegnato che è sempre meglio approfondire, mi sono messo a tavolino e ci ho pensato un po’ su.

Come al solito, la risposta era davanti ai miei occhi. Come nella Lettera scarlatta, non c’è miglior modo per nascondere una cosa che rendendola visibile.

Così mi è apparso chiaro d’improvviso che 3 è il 5% di 60.

Questa percentuale – il 5% – è il numero magico della finanza pubblica europea.

Per capire perché, tuttavia, serve un po’ di noiosa contabilità pubblica.

Sappiamo che il saldo primario di un bilancio pubblico è uguale alla differenza fra le entrate correnti e le spese correnti nette, ossia al netto della somma pagata per gli interessi sul debito.

Sappiamo, di conseguenza, che la spesa corrente lorda include la spesa per gli interessi. Quindi se un paese ha un saldo primario nullo significa che il totale delle sue entrate copre tutte le spese e quindi l’indebitamento dell’anno è pari a zero. Quindi non ha fatto deficit.

Nella situazione ideale, perciò, un paese, non facendo deficit, non aumenta il debito pregresso, che perciò rimane fermo al livello fissato. Il famoso 60%, nel caso dell’eurozona.

Ma cosa significa se questo paese può avere un deficit pari al 3%?

In pratica vuol dire che le entrate dello Stato non coprono tutte le spese e che tale deficit può pesare al massimo il 3% del Pil.

Nell’ipotesi che il saldo primario sia uguale a zero, ciò implica che il deficit coincida esattamente con la spesa per interessi che lo Stato deve pagare per il servizio del suo debito.

Che è sempre il solito 3% del Pil.

Fin qua rimaniamo nel campo dei numeri fissati da chissà chi in sede di scrittura dei protocolli.

Più interessante è capira cosa sussumano questi numeri.

Definire un deficit massimo del 3% significa, l’abbiamo visto, fissare a questo livello la spesa massima per gli interessi sul debito di un paese. Nel caso dell’eurozona, questo implica che si sussume che il tasso di interesse che pago per remunerare il debito è pari al 5%, se il mio debito è fissato al 60% del Pil.

Ma chi paga (a parte noi PIIGS) tassi così alti sul debito?

Un esempio aiuterà a capire.

Il paese X dell’eurozona nell’anno Y ha avuto un Pil di 100 euro. Siccome è un paese virtuoso (sennò non sarebbe entrato nell’eurozona) il suo debito pubblico totale è di 60 euro.

Un anno dopo, il nostro paese ha fatto un deficit del 3%, che significa che ha pagato tre euro di interessi sul suo debito. Visto che il debito era di 60 euro, se ne ha pagato 3, vuol dire che tale debito è stato remunerato a un tasso del 5% e adesso il suo debito vale 63 euro.

Viene da ridere a pensare alla Germania o all’Olanda che pagano il 5% di tassi sui loro debiti.

Ma vabbé, andiamo avanti perché il meglio viene ora.

Siccome i trattati impongono al nostro paese un debito/pil sempre del 60%, il nostro paese si trova nella necessità, per non vedere aumentato il proprio debito, di chiudere l’anno con un pil almeno a 105. Infatti 105 diviso 63 fa 0,6, ossia 60%.

Quindi non solo si ipotizza che i paesi paghino il 5% sui loro debiti, ma anche che la crescita a prezzi correnti del Pil sia almeno pari al tasso d’interesse pagato sui debiti.

In pratica, forzando un po’ le cifre, il nostro paese ipotetico deve subire un tasso greco accoppiato a una crescita cinese.

Uno spettacolo, che è anche un programma (politico).

Tutto questo è stato scritto nel 1992 e non è stato più messo in discussione, entrando ormai di diritto nella dogmatica del dibattito europeo. Nel ’97, poi, su queste fondamenta è stato scritto il patto di stabilità, e da li si è arrivati ai giorni nostri.

Vale la pena rilevare che se anziché ipotizzare un tasso d’interesse al 5%, che forse era realistico ai tempi di Maastricht (ma non per la Germania) se ne ipotizzasse uno più vicino alla realtà, mettiamo il 2%, il nostro deficit non potrebbe superare l’1,2% del Pil.

Quindi nella logica di Maastricht, a tassi bassi devono corrispondere deficit bassi, per mantenere il debito stabile.

L’austerità è scritta nei trattati (anzi: nei protocolli) firmati da tutti.

Anche da quelli che oggi se ne lamentano.

Ora uno può chiedersi: ma perché il tetto del debito è stato fissato al 60% del Pil?

Accetto suggerimenti.