Etichettato: corte di giustizia europea

L’OMT che non funziona: quello dell’Ue


Viviamo in un’epoca densa di acronimi, scorciatoie linguistiche che sottintendono marchingegni indigeribili o entità istituzionali, che costringono i lettori della reportistica internazionale a defatiganti esercizi di memoria per non perdere il filo e che denotano l’estrema complessità del nostro agire socio-economico, ormai appannaggio di impenetrabili burocrazie che decidono del nostro destino.

Sicché comprenderete perché, mentre sfogliavo l’ultimo bollettino della Bce, cadendomi l’occhio sulla sigla OMT ho subito pensato al celeberrimo (per modo di dire) Outright Monetary Transactions di cui la Bce si è fatta promotrice nel lontano 2012 per provare a raddrizzare le sorti della moneta unica, pericolosamente scricchiolanti, e che ha condotto a svariati giudizi di diverse corti, fra le quali di recente quello della Corte di giustizia europea.

Invece mi sbagliavo. L’OMT di cui parlava la Bce era la versione italiana di obiettivo di medio termine, ossia, per stesso riconoscimento della Bce, “il pilastro del meccanismo preventivo del PSC”. Il PSC, vi ricordo, è il patto di stabilità e di crescita, introdotto e poi riformato nel 2005, quando si introdusse proprio l’OMT per renderlo ancor più cogente ed effettivo.

Poiché la giungla burocratica europea è particolarmente fitta, credo di fare un buon servizio ricordando cosa sia l’OMT e come funzioni. Anche perché il Consiglio Europeo rilascerà al termine della seduta del 25 e 26 giugno le raccomandazioni di politiche fiscali ai singoli paesi, che proprio dall’andamento dell’OMT (ogni paese ne ha uno) traggono ispirazione.

Comincio da una semplice constatazione che riporto dal bollettino: “Per quanto riguarda il conseguimento degli OMT i risultati ottenuti sono scarsi”, scrive la Bce, confermando ancora una volta che la vocazione che più di ogni altra i paesi europei condividono è quella all’indisciplina.

Ricordo che l’OMT viene definito in termini strutturali, ossia corretto per il ciclo economico e le misure temporanee. Una volta che viene fissato, viene aggiornato ogni tre anni, come l’Ageing report che all’OMT fornisce la base previsionale. Il maccanismo prevede che tutti i paesi compiano progressi annuali verso il proprio OMT fino a raggiungerlo. Dopodiché devono fare in modo di mantenerlo, avendo cura di accumulare surplus nelle fasi di congiuntura positiva per utilizzarlo in quelle negative. Insomma: il solito migliore dei mondi possibili.

Se non fosse che c’è sempre una scappatoia. “Il meccanismo preventivo – spiega la Bce – consente di deviare temporaneamente dall’OMT di un paese, o dal percorso di aggiustamento adottato per raggiungerlo, per tenere conto dell’attuazione di importanti riforme strutturali che hanno effetti diretti positivi e duraturi sui conti pubblici, purché il paese torni a perseguire l’OMT entro i termini previsti dal programma di stabilità”.

Ma poiché non c’è nulla di più definito del provvisorio, ecco che la scappatoia ha consentito in questi dieci anni una notevole evasione di massa dalle regole che pure i paesi del PSC si erano dati.

Il consuntivo, infatti, lascia poco spazio all’immaginazione. “Anche se gli OMT sono parte del quadro fiscale dell’UE oramai da dieci anni, gran parte dei paesi non hanno raggiunto tali obiettivi in alcun anno durante tale orizzonte temporale. Inoltre, i paesi dell’area dell’euro hanno regolarmente rinviato le scadenze per il loro conseguimento, facendo degli OMT un “obiettivo che si sposta nel tempo”, nota la Bce.

“Di conseguenza, – sottolinea – l’area dell’euro ha affrontato la crisi finanziaria con un consistente disavanzo strutturale, che ha limitato la portata delle politiche anticicliche e ha impedito il libero funzionamento degli stabilizzatori automatici”.

Il bello è che il sostanziale fallimento del meccanismo dell’OMT non ha scoraggiato i nostri politici europei, che anzi, nel 2011, hanno pensato bene di rafforzarlo, individuando con la riforma del six pack, anche la possibilità di sanzioni finanziarie per chi viene beccato a sforare.

Non contenti, nel 2012 hanno approvato il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, che rende ancora più ambizioso l’OMT e ha consentito alla commissione di presentare, un anno dopo, il quadro temporale di convergenza, ossia il periodo di tempo per il conseguimento dell’OMT entro un dato anno da parte di ciascun paese. Con l’aggravante di un meccanismo automatico di sanzione che dovrebbe attivarsi qualora il paese non raggiunga il suo OMT.

Malgrado tutta questa fatica “le evidenze disponibili suggeriscono che l’osservanza degli OMT non è migliorata
significativamente negli ultimi anni”, sottolinea Francoforte. “In particolare, le scadenze degli OMT fissate nei programmi di stabilità del 2015 sono per un gran numero di paesi posticipate rispetto a quelle stabilite dal quadro temporale per la convergenza del 2013. La comunicazione della Commissione sulla flessibilità nell’ambito del PSC pubblicata all’inizio dell’anno potrebbe comportare un rallentamento dei progressi compiuti dai paesi verso gli OMT”.

Flessibilità, ossia parola alquanto fumosa che sostanzialmente trasforma in un fatto politico ciò che doveva essere squisitamente tecnico. Con l’aggravante che “se esercitata in eccesso, la flessibilità del PSC può determinare ulteriori deviazioni significative e durature dal percorso di aggiustamento verso l’OMT, aggravando eventualmente i rischi relativi alla sostenibilità del debito”.

Perciò la Bce esorta ad “evitare la “sindrome dell’obiettivo che si sposta nel tempo” di cui ha sofferto il meccanismo preventivo del PSC prima della crisi”. “Se i paesi dell’area dell’euro non riusciranno a ricostituire tempestivamente risorse di bilancio di riserva, saranno impreparati a fronte degli shock economici, proprio nel momento in cui la stabilizzazione fiscale è più necessaria”.

Mi risuonano nella memoria, mentre leggo queste memorie, infinite litanie di occasioni perdute, di dividendi sprecati, di leggerezza da cicale quando servirebbe la compostezza delle formiche: echi di cronache ormai ultradecennali che dovrebbero averci insegnato come sia umanamente impossibile contare sulla frugalità dei governi quando le cose vanno bene, essendo già difficile convincerli a stringere la cinghia quando vanno male.

Ma non è questo che mi stupisce, mentre leggo del fallimento dell’OMT. Quello che mi colpisce è che una legge europea, scritta dieci anni fa e sempre applicata a parole, non abbia raggiunto nessun risultato, visto che la disciplina fiscale europea ancora traballa. Mentre l’altro OMT, quello di Draghi, pronunciato e mai utilizzato, sia servito a stabilizzare l’euro nel suo momento peggiore.

Secondo voi che significa?

 

Il governo dei giudici che regola l’economia europea da sessant’anni


L’economia, ridotta a esser tecnica, ormai si fonda sul diritto. Il capitale, come ha scritto qualcuno, sovrappone il giuridico all’economico. E così facendo lo struttura in un regime che si espone al dispotismo dei giudici. Tanto più in un organismo Ogm com’è l’attuale costruzione europea.

Sono le varie norme – i trattati nel caso europeo – a dare sostanza alle elucubrazioni quasi mai disinteressate degli economisti. Non si dà, né può darsi, atto economico nelle società di oggi, se a monte non c’è una costruzione giuridica che lo legittimi.

Questa evidenza si tende sempre a trascurarla, sedotti come siamo dalle astrazioni matematiche della tecnica che ci illudono di padroneggiare la realtà del fatto economico ignorandone il sostrato giuridico, quindi politico, quindi culturale, del quale il fatto economico è poco più di una risultante di natura combinatoria.

I più avveduti sanno che è sempre stato così. Almeno da quando le società hanno iniziato a strutturare in atti scritti, prima notarili, quindi giudiziari, i fatti economici.

All’epoca in cui gli accordi di scambio si concludevano con la mitica stretta di mano, ne è succeduta un’altra, basata sul cavillo, che ha dato gran lavoro prima al legislatore, che in ciò ha estrinsecato la sua volontà di dominio sull’economia, ma soprattutto ai giudici e agli avvocati, che di tale volontà sono gli ermeneuti accreditati per pubblico consenso o concorso. Questo nel continente europeo.

Nei paesi di common law, i giudici hanno addirittura sostanziato l’atto economico. Non è certo un caso che il diritto commerciale inizi la sua epopea nel XIII secolo, all’epoca del boom mercantile delle società europee, segnatamente in Italia, e si sviluppi nel XVIII nel diritto commerciale inglese, che originerà de facto le tecniche del capitalismo.

Alcuni esempi aiuteranno a capire.

Siamo in Inghilterra, nel 1666. Un cittadino si rifiuta di pagare una cambiale con la scusa che, non essendo lui un mercante ed essendo la cambiale uno strumento squisitamente mercantile, non è obbligato a farlo. Ed ecco allora che un giudice, chiamato a decidere della causa, nel condannare il debitore statuì che “la legge dei mercanti è legge del Paese, e la prassi è sufficientemente buona da essere applicata ad ogni uomo, che si tratti o meno di mercante”. 

Nel 1704, dopo grande dibattere nelle aule di tribunale e fuori, il Parlamento inglese approva una legge che equipara le promesse di pagamento, antesignane delle note di banco (poi divenute banconote) e le lettere di cambio alla circolazione locale. La legge spiana la strada alla circolazione delle banconote.

Ma sarà un’altra sentenza del 1758 emessa da Lord Mansfield, sorta di ministro di giustizia dell’epoca, a fare la storia. Il caso fu provocato dal furto di una banconota della Banca d’Inghilterra. La Banca avvisata dal proprietario del furto, si rifiutò di pagare il corrispondente in oro scritto sulla nota al portatore, che intanto ne era venuto in possesso in buona fede essendo all’oscuro del fatto criminale. Ne scaturì una causa. Il Lord scrisse parole che cambiarono la storia dell’economia. Fissò il senso e il significato delle note di banco, creando di fatto le attuali banconote: “Le banconote – disse –  non sono merci, né obbligazioni o titoli di credito; sono piuttosto moneta, circolante, ed è necessario che la circolazione di tale forma di moneta sia ben definita e protetta dall’ordinamento”. L’assimilazione della banconota a moneta segnò l’avvio della circolazione cartacea che lentamente condusse alla creazione di un’altra moneta, quella scritturale, ossia dei depositi bancari. Da lì partì la grande marcia del credito bancario. Non fu certo un caso, di conseguenza, che l’Inghilterra si avviasse a diventare il centro finanziario del mondo moderno.

Se veniamo ai casi nostri e al presente, vale la pena andare alla radice della costruzione europea. Vi scopriremo che l’espressione “governo dei giudici”, che l’incultura del nostro tempo assimila ai penosi dibattiti giornalistici fra politici e magistratura, risale invece agli anni d’oro della costruzione europea, gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso. Con la differenza, rispetto ad oggi, che all’epoca si declinava in inglese.

Il 18 aprile 1951 Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi siglarono a Parigi il trattato che statuiva la nascita della Ceca, comunità europea del carbone e dell’acciaio. Ci volle un anno perché i vari parlamenti arrivassero alle ratifiche, ma il 23 luglio del ’52 il trattato entrò formalmente in vigore. Come scelta provvisoria, si fissò la sede nel Granducato del Lussemburgo.

Il trattato statuì anche la nascita delle quattro entità sovranazionali che avrebbero dovuto attuarlo, quindi l’Assemblea, l’Alta Autorità, il Consiglio speciale dei ministri e, dulcis in fundo, la Corte di Giustizia. L’Alta autorità era l’organo esecutivo della Ceca, il Consiglio dei ministri una sorta di collegamento fra la Ceca e i singoli governi nazionali, l’Assemblea, ancora priva di poteri legislativi, aveva solo poteri di controllo e di censura. Alla Corte di Giustizia toccò il compito più rilevante, da un punto di vista sostanziale, ossia controllare la legittimità degli atti decisi dall’Alta autorità, assicurando anche il rispetto, da parte degli stati, del nascente diritto comunitario.

La nascita della Ceca doveva condurre a una profonda integrazione politica che doveva iniziare con la costruzione della CED, comunità europea di difesa, fallita nel 1953 per l’opposizione del parlamento francese. Iniziò allora la via economica all’Europa, ossia edificare l”Europa a partire dall’economia. La Ceca, in questo senso, è il nostro peccato originale.

Ad essa infatti succederà, nel 1957, il Trattato di Roma che istituirà la CEE e la CEEA. Fu il Trattato di Roma a statuire gli organi, in sostanza derivati dalla CeCa, che conosciamo oggi: quindi il Consiglio dei ministri, la Commissione, il Parlamento e sempre la Corte di Giustizia.

Quest’ultima, nel silenzio che ben si addice a un organo giurisdizionale, si caricò un compito di capitale importanza per la costruzione europea: la creazione della giurisprudenza comune. Un’arma formidabile per sindacare, intanto lato economico, sulla coerenza dei comportamenti degli stati membri con la legislazione comunitaria.

In tal senso la Corte di Giustizia europea, in quanto organo della Ceca, fu costruttrice occulta dell’ordine europeo. Molti costituzionalisti dell’epoca (come quelli odierni) si allarmarono. Il belga Paul di Vischer scrisse nel 1951 di essere fortemente preoccupato per la possibile diminuizione di sovranità che il Belgio avrebbe potuto patire dall’adesione alla CeCa e sollecitava adattamenti costituzionali, visto che la neonata comunità poteva godere di poteri legislativi, regolamentari e giurisdizionali diretti sui cittadini.

Fu un’epoca d’oro per i giuristi europei e di conseguenza per la Corte di giustizia. Furono i giuristi europei, tedeschi e francesi in testa, a dare corpo e anima alla costruzione europea laddove la politica si era dimostrata impotente. Quindi allargare sempre più i confini delle competenze delle tre comunità europee fino a inglobare materie sempre più vaste e articolate.

La inevitabile vaghezza dei trattati, infatti, lasciò ampio spazio all’interpretazione e le varie cause che si decisero in seno alla Corte crearono uno straordinario arsenale giurisprudenziale che ha finito col diventare norma comune.

Fu nel corso degli anni ’50 e dei primi anni ’60 che la Corte costruì l’ossatura del diritto comunitario, svolgendo un’analitica ed erudita disamina degli ordinamenti nazionali per assimilarli e amalgamarli in un comune diritto europeo, avendo nel Trattato la loro legittimazione e nella successiva produzione normativa la sua evoluzione.

La Corte di Giustizia venne inaugurata in pompa magna il 12 dicembre 1952. Vale la pena ricordare che fra i primi giudici della Corte i magistrati veri e propri erano solo due su sette. C’era un celebre economista, il francese Jacques Rueff, che più tardi firmerà la riforma monetaria dei nuovi franchi, e poi l’olandese Adrianus Van Kleffen, che aveva legato il suo nome alla creazione del Benelux, nel 1948.

Ai suoi giudici e agli avvocati generali spettò il compito immane di creare la giurisprudenza europea, ossia le norme consuetudinaria di un’Europa senza stato. I primi avvocati generali, figure topiche di questa Corte in quanto organi terzi, puramente tecnici, addirittura rispetto ai magistrati stessi, chiamati a interpretare le norme nell’esclusivo interesse del diritto, furono il francese Maurice Lagrange e il tedesco Karl Roemer. Fu in  quel tempo che si iniziò a parlare di “Governement of the judges”, anche se l’espressione apparirà solo più tardi in un saggio del 1976 di un ex giudice della Corte stessa.

Nel 1958, col Trattato di Roma, le funzioni ordinarie della Corte si estesero anche alla funzione interpretativa basata sui rinvio dei giudici nazionali dei paesi membri. E fu proprio un’interpretazione dell’articolo 177 di tale Trattato a far decidere alla Corte un principio che avrebbe definitivamente incardinato tale “governo dei giudici”.

In particolare fu affermato il principio che il diritto  comunitario aveva effetto diretto non soltanto sugli stati membri, come faceva credere la logica delle varie comunità, ma anche sui singoli cittadini di tali stati. La Corte divenne una specie di corte suprema, in pratica, anche se ancora limitata alle questioni economiche regolate dai trattati.

Il lavoro degli avvocati generali di paziente analisi e tessitura dei diritti nazionale nella nuova tela del diritto comunitario fu lungo e analitico. Si parlò all’epoca della rinascita dello ius commune latino i cui principi fondamentali regolarono la vita nello spazio del Sacro Romano impero per tutto il Medioevo, fino a quando gli stati nazionali non iniziarono a farsi i loro codici. Da questo punto di vista, ha scritto qualcuno, la Corte di giustizia dei primi anni non lavorò diversamente dalle grandi giurisdizioni europee tardo-medievali. In quegli anni, insomma, l’Europa riscoprì la sua radice culturale imperiale, talché il diritto comunitario in qualche modo ne è il diretto erede.

Il “fondo comune” europeo generò l’unità giuridica dell’Europa, antecedente sia a quella politica e ancor di più a quella monetaria. Il passato imperiale sarebbe diventato un futuro sovranazionale.

Il diritto comunitario doveva diventare, proprio in quanto un diritto in formazione, simile al legislatore, come ebbe a dire un presidente di sezione alla fine degli anni ’60. E proprio in quegli anni, nel 1967, Maurice Lagrange pubblicava un saggio intitolato “La Corte di giustizia come fattore di integrazione europea” su una rivista di diritto americana.

Grazie ai giudici della Corte “costituzionale” europea, “descritti da alcune fonti – scrisse l’ex avvocato generale Giuseppe Federico Mancini – come gli eroi non celebrati dell’integrazione europea” si compì uno straordinario processo di omologazione giuridica, precondizione dell’omologazione economica, che, proprio in virtù della sua natura costituente, fece sospettare che prima o poi questo diritto avrebbe finito col confliggere con quello delle corti costituzionali dei singoli paesi. Timore che abbiamo visto verificarsi in tempi recenti.

Tanto è vero che già nel 1969, sempre Lagrange si sperimentò in un’analisi comparativa per vedere se e in quale maniera il diritto comunitario potesse cozzare con quello delle diverse Corti costituzionali. Già da allora la Corte tedesca e quella italiana avevano espresso forti resistenze, anche se poi quella italiana, incoraggiata dalla dottrina finì con lo sfumare la sua opposizione.

Ma lo sforzo di Lagrange ormai apparteneva solo alla pubblicistica. Le fondamenta, assai robuste, del diritto comunitario erano già state gettate. Tanto è vero che nel 1963, la Corte affermò che il giovane diritto comunitario era “un ordinamento giuridico di nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli stati membri hanno rinunciato, se pure in settori limitati, ai loro poteri sovrani ed al quale sono soggetti non soltanti gli stati membri ma pure i loro cittadini”.

Il tema della cessione della sovranità, quindi, partì dal diritto e si articolò nel diritto, prima di diventare una questione economica. Il diritto comunitario, per stessa affermazione della Corte che lo gestiva, era superiore a quello degli stati.

L’Europa OGM non aveva più motivo di nascondersi.

La Corte si accomodò nel suo bel palazzo lussemburghese sull’altipiano del Kirchberg e da lì cominciò a “legiferare”.

Non ha mai smesso.

C’è un giudice a Berlino, ma anche a Lisbona


Chi la spunterà nell’inedita disputa ormai conclamata fra giuristi ed economisti/banchieri sulla quale si gioca il futuro dell’Unione europea?

Pochi l’hanno notato, ma nella generale debolezza della politica, che ormai ha chiaramente delegato alle banche centrali gli indirizzi della politica economica europea, si sta affermando come un vero e proprio contropotere quello delle corti costituzionali, che ormai sindacano, mettendo sul tavolo il loro notevole potere d’interdizione, sulle decisioni dei governi fino a stravolgerle.

La cosa divertente, che fa capire anche quanto tale atteggiamento sia trasversale, è che finora le corti costituzionali che hanno questionato, guadagnando l’attenzione preoccupata delle cronache finanziarie, sono state quella tedesca, ossia quella del grande creditore europeo, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell’OMT voluto da Draghi, e quella portoghese, ossia quella di uno dei grandi debitori, che è entrata a gamba tesa su alcune scelte di politica economica del governo chieste a gran voce dalla Troika, provocando anche una mezza crisi di governo.

L’ultima bocciatura ha riguardato alcune norme che si proponevano di flessibilizzare il mercato del lavoro. E la cosa ha suscitato tali apprensioni che il Fmi, nel suo ultimo staff report dedicato al Portogalloe uscito poche settimane fa, cita proprio le decisioni della Corte come uno degli ostacoli principali al proseguimento del programma di riforme che, oltre a garantire allo stato lusitano i prestiti di cui ha bisogno, viene considerato indispensabile per risanare alle fondamenta l’economia nazionale, devastata da anni di prestiti facili d’improvviso diventati debiti da onorare.

Per dare un’idea di quanto sia profonda la spaccatura che sta maturando fra i veri poteri forti dell’Unione europea, ossia i banchieri e i giuristi, vale la pena ricordare che poche settimane fa, esattamente il 25 ottobre, a Roma si è tenuto un convegno organizzato dalla Corte costituzionale italiana con quella spagnola e quella portoghese. Un incontro di routine maturato nell’ambito dell’accordo di collaborazione siglato dalle tre corti per esaminare questioni di comune interesse.

Il tema della riunione romana era “I principi di proporzionalità e ragionevolezza nella giurisprudenza costituzionale, anche in rapporto alla giurisprudenza delle Corti europee”. E già da questo si capisce quale sia la portata della posta in gioco. Ossia il rapporto fra la giuridizione comunitaria, che trova nella Corte di giustizia europea il suo baluardo, e quella nazionale, che trova nella corte costituzionale la stessa cosa.

La questione, semplificando, si potrebbe riassumere i questi termini: quanto è compatibile la “sovranazionalità” comunitaria con la “sovranità” giuridica di uno stato rappresentata dalla Corte costituzionale?

Il tema non è certo nuovo. Se ne parlò a lungo nei primordi dell’Unione, quando si discuteva della Ceca.

Ma poi le questioni guridiche finirono in sordina, confinate nella specialistica.

Adesso, al contrario, sembra che i giudici siano diventati parte integranti del processo dialettico che si sta consumando sul futuro dell’Ue.

Forse perché mentre è molto facile sottrarre sovranità alla politica nelle questioni economiche, fare lo stesso per le questioni giuridiche, sulle quali si fonda letteralmente l’Unione, sono assai più ostiche.

I giudici, ma in generale i giuristi, non sono mammolette che si lasciano spaventare dallo spread.

Forse perché, come dicono i maligni, i giudici costituzionali rappresentano l’aristoburocrazia del pubblico impiego, ossia ciò che le varie troike vedono come il fumo negli occhi, e quindi (dovrebbero essere) i naturali destinatari di una qualunque spending review.

Senonché le Costituzioni degli stati sono rimaste l’unica cosa considerata intoccabile e sacra dalle popolazioni europee. E’ in tale legittimazione “popolare” che i giudici trovano la forza “politica” di compiere le loro scelte che, al di là di come si considerino, sono di rottura.

Guardate cosa scrive il Fmi: “C’è stato qualche miglioramento dell’ambiente macroeconomico, ma scandito da una crisi politica e da una battuta d’arresto nel processo di riforma provocato dalla Corte costituzionale”.

Sottotitolo: la Corte costituzionale ha bloccato il processo di miglioramento macroeconomico.

Diritto (nazionale) ed economia (sovranazionale) confliggono e divergono.

Per darvi un’idea di quanto il Fmi guardi con preoccupazione a questa “battuta d’arresto” basta notare la sottolineatura che fa il Fondo delle tre volte durante le quali la Corte ha bocciato alcune riforme chiave della spesa “effettivamente limitando l’intento del governo di licenziare i dipendenti pubblici”.

“Più recentemente – aggiunge – la Corte ha rovesciato la riforma del lavoro che aveva attenuato le rigide regole di protezione del lavoro dipendente che disciplinano i licenziamenti dei lavoratori a conctratto a tempo indeterminato”.

Ciò, ovviamente. è stato sufficiente per trasformare, in molta opinione pubblica europea, la Corte di Lisbona nella paladina dei diritti dei lavoratori.

L’ennesima sconfitta della politica, viene da dire.

Il problema però non è raccogliere applausi per quello che si fa, ma pagarne le conseguenze.

Non penserete mica che l’economia non abbia le sue proprie regole?

Infatti, nota sempre il Fmi, “oggi, con l’elevata volatilità dei mercati globali, l’accresciuta incertezza politica (rectius: costituzionale, ndr) ha condotto il rendimento dei bond decennali fino al 7,5%. Nonostante recenti ritracciamenti i mercati rimangono prudenti circa le possibilità del Portogallo di uscire dalla situazione corrente entro maggio 2014 senza ulteriori supporti ufficiali”.

Quanto invece agli effetti macroeconomici dell’ultima bocciatura costituzionale, il Fmi scrive che “l’impatto fiscale è stimato relativamente basso (0,1% del Pil) ma c’è il rischio che questo possa ridurre gli incentivi alle dimissioni volontarie previste dalle norme”.

Sottotitolo: guarda che se non fai come dicono, i mercati ti tagliano definitivamente i fondi.

Che poi significa che neanche i giudici costituzioniali avranno più uno stipendio, visto che la capacità del Portogallo di pagarli dipende dai prestiti internazionali.

Come andrà a finire lo vedremo presto. Anche perché i fondamentali macroeconomici portoghesi sono a dir poco problematici.

Nel secondo quarto 2013 il Pil è cresciuto dell’1,1%, ma il tasso di occupazione è 13 punti sotto il picco raggiunto nel 2008. E ciò malgrado il costo unitario del lavoro, fatto 100 il livello nel 2008, sia sceso sotto 90 nel settore pubblico mentre è rimasto stabile nel privato. Nel suo complesso, il costo del lavoro è calato del 4,25% dal primo quarto 2009.

Ma è bastato questo per migliorare la competitività.

Sul lato estero, l’aumento dell’export nel 2013 (+4,5%) ha migliorato gli squilibri di parte corrente. Il saldo, che veleggiava verso un deficit del 15% nel 2008, nel 2013 dovrebbe chiudere con un surplus pari all’1% del Pil, ma solo perché si è praticamente azzerato il deficit sulla bilancia dei beni.

I Portoghesi non hanno importato quasi più nulla insomma. Anche perché non avevano più soldi da prendere in prestito, visto che sul lato finanziario della bilancia dei pagamenti si registrano corposi deflussi  di investimenti di portafoglio dal 2010 in poi, con un picco di quasi 30 miliardi nel 2012.

Gli investimenti di portafoglio sono tornati pian pianino nel primo semestre 2013 (ma il saldo netto è previsto negativo fino al 2017), quando si ferma la rilevazione del Fmi, quindi prima che gli effetti della decisione della Corte costituzionale spiegassero i propri effetti.

A ciò si aggiunga che i problemi fiscali del Portogallo sono tutt’altro che risolti. il Deficit generale del governo, che aveva raggiunto il 9,9% del Pil nel 2010 dovrebbe restringersi al -5,9% nel 2013 a fronte di un debito pubblico previsto in crescita fino al 127,8% del Pil nel 2013.

Tutto ciò spiega bene perché il Fmi tema che “le decisioni della Corte costituzionale possano minare la fiducia”.

“Il governo – conclude – dovrà riformulare la legge di bilancio per raggiungere i target di deficit concordati, ma, data la limitata potenzialità di manovra, potrebbe essere molto difficoltoso. Ciò può condurre alla scelta di adottoare misure di scarsa qualità, aumentando il rischio sulla ripresa del prodotto e dell’occupazione, e quindi l’instabilità politica”.

Ma non è una minaccia.

E’ un avvertimento.