Gli anziani gonfiano il mercato del lavoro europeo


M’inerpico sprovveduto lungo i pendii statistici elaborati dalla Bce nell’ultimo bollettino, dove un riquadro discorre degli andamenti recenti della partecipazione al mercato del lavoro nell’eurozona. E scopro con divertito stupore che “malgrado i periodi di severa recessione che hanno colpito lʼarea dellʼeuro negli ultimi anni, il tasso di partecipazione alla forza lavoro nellʼarea ha evidenziato andamenti (atipicamente) positivi”.

Quell'”atipicamente” mi attrae come una calamita e capisco, leggendo oltre, che come sempre quando si tratta di statistica è tutta una questione di definizioni.

Già, perché la Bce per calcolare il suo tasso di partecipazione fa riferimento alla popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni, quando di solito si usa la classe 15-64 anni per definire la popolazione attiva. E poiché la stessa Bce nota che “lʼaumento del tasso aggregato di partecipazione è stato trainato soprattutto dalla crescita della partecipazione dei gruppi di età più avanzata (55-74), mentre la partecipazione giovanile (15-24) è andata calando”, se ne può dedurre agevolmente che sono gli anziani a trainare l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro.

Che significa?

In pratica ciò evidenzia il crescente aumento del peso relativo dei fattori demografici sul mercato del lavoro rispetto ai fattori ciclici e strutturali.

Faccio un passo indietro.

Ricordo che il tasso di partecipazione misura la percentuale di coloro che sono occupati o cercano attivamente lavoro sul totale della forza lavoro, che, nel caso monitorato dalla Bce, dovremmo definire come il totale della popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni.

Ebbene, il tasso di partecipazione nell’euroarea ha seguito un trend ascendente dal 2000 al 2012, collocandosi intorno al 64% nel 2014.

Il fatto che ciò sia accaduto durante un periodo in cui la disoccupazione aumentava non deve stupire, visto che, come ho detto, la partecipazione misura il totale di coloro che lavorano e coloro che cercano lavoro. Quindi in questo senso l’aumento dei disoccupati può far crescere il tasso di partecipazione se costoro continuano attivamente a cercare lavoro.

Ciò non toglie che il tasso di partecipazione avrebbe potuto essere più alto, se non fosse aumentata la disoccupazione, visto che “i cambiamenti nella distribuzione della popolazione hanno esercitato pressioni al ribasso sulla partecipazione al mercato del lavoro. Ciò si deve alla crescita delle fasce di popolazione con i tassi di partecipazione più bassi (quelle di età compresa fra i 55 e i 74 anni) e alla concomitante riduzione delle fasce con i tassi di partecipazione più elevati (principalmente la popolazione di età adulta)”.

Osservando i grafici prodotti nel riquadro appare di tutta evidenza che rispetto al terzo trimestre 2007 è notevolmente diminuito il tasso di partecipazione dei 15-24enni, quello della classe 25.54 è sostanzialmente stabile, mentre è aumentato significativamente quello della classe 55-64enni e risulta in crescita anche quello dei 65-74enni. In pratica, lo coorti più anziane sono quelle che hanno visto aumentare il tasso di partecipazione. E leggo questa indicazione come un chiaro segno del destino che attende le popolazioni europee: lavorare fino a un’età sempre più avanzata.

L’analisi si fa ancora più interessante se il dato viene disaggregato nei quattro paesi principali che compongono l’area, ossia Germania, Italia, Francia e Spagna.

L’incremento più evidente del tasso di partecipazione si è registrato in Germania dove l’indice, fatto 100 il livello del 2008, è arrivato a sfiorare 105 nel 2014. Italia e Spagna convergono verso 101, mentre la Francia è di poco sopra 100, ossia lo stesso livello del 2008.

La performance della Germania, spiega la Bce, “è dipeso in gran parte da variazioni della partecipazione nelle diverse fasce
dʼetà, in particolare quella dei lavoratori più anziani, forse dovute allʼattuazione delle riforme Hartz e alla progressiva eliminazione
delle opzioni di pensionamento anticipato fra il 2006 e il 2010. Dal 2009 i tassi di partecipazione hanno altresì beneficiato di un
aumento dellʼimmigrazione netta verso la Germania”.

In Francia “il modesto aumento del tasso di partecipazione è principalmente attribuibile a un incremento di quello delle fasce
di età più avanzata (dovuto a un aumento dellʼetà pensionabile)”.

In Spagna “la crescita della partecipazione fino al 2012 è imputabile soprattutto a cambiamenti positivi nelle decisioni di partecipazione (principalmente fra le persone di età compresa fra i 40 e i 64 anni)”. C’è da dire che dal 2013 il tasso spagnolo è notevolmente diminuito “in parte per l’uscita dei lavoratori stranieri”.

In Italia, dopo la contrazione registrata a partire dal 2008 per l’aumento dei lavoratori scoraggiati, che hanno di conseguenza ingrossato la classe degli inattivi,  ossia coloro che non studiano né lavorano, “a partire dal 2012 a partecipazione ha ripreso a salire, in parte per effetto della riforma pensionistica”.

Come si può notare le modifiche del welfare hanno impatti diretti sulla durata della vita lavorativa e, di conseguenza, sui tassi di partecipazione. Se vado in pensione pià tardi devo cercare lavoro anche a sessant’anni. E se ho una pensione bassa, o sussidi ridotti, pure a settanta.

Tutto ciò si intreccia con l’evoluzione demografica dell’eurozona, dove “la quota delle fasce di età più avanzata (caratterizzate da tassi di partecipazione inferiori) è destinata ad aumentare”.

Insomma, sempre più persone coi capelli bianchi, e sempre alla ricerca di un lavoro per sbarcare il lunario.

Così magari si sentono giovani.

 

 

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  1. Jean-Charles

    Adesso che in Italia il tasso di natalità è sceso sotto 1.5 nascite per famiglia si dovrà lavorare fino a più di 65 anni magari fino a 74 come lo misura la statistica.

    Dopo la guerra quando la speranza di vita era di poco più di 70-75 anni si andava in pensione a 60-65. Adesso la speranza è salita a 80-85 ….

    Chi non lavora non fa l’Amore diceva la canzone di Celentano.

    Per quelli di 70-75 che dovranno lavorare sarà dura! 🙂

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      temo che lei abbia ragione. ma se sarà così bisognerà ripensare il come lavorare, e, di conseguenza, il come vivere. la demografia ti cambia la vita 🙂
      grazie per il commento

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  2. Jean-Charles

    Spero si passerà dal “lavorare per vivere” della mia generazione che gode alla fine di più tempo e certe facoltà economiche, al “vivere per lavorare” spalmato su tutta una vita.
    Perchè no?
    Resta che l’equilibrio globale dovrà tener conto dell’equilibrio d’interesse proprio entro i lavoratori e i redditieri nel mondo.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      che ci sarà comunque da doversi dividere la torta fra ricchi e poveri temo sia una costante delle nostre povere (ricche) società. mi ricordo quando, nel 2006, scrissi uno dei miei tanti libri clandestini che si intitolava “In pensione a 40 anni”, laddove i quarant’anni andavano interpretati come età anagrafica o contributiva. Nel primo caso ipotizzavo che un lavoratre potesse iniziare a godere dei suoi pochi frutti della sua prestazione previdenziale dopo almeno venti anni di contributi per “vivere per lavorare”, come dice lei, sapendo che per il resto della sua vita avrebbe dovuto in qualche modo continuare a produrre reddito. Nel secondo caso si sarebbe utilizzata la vecchia previdenza.
      Mi pare che stiamo ancora discutendo di questo.
      grazie per il commento

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  3. _beneathsurface

    Ottimo articolo che ritwitto subito con piacere.
    È del tutto naturale e logico che le politiche del welfare abbiano un impatto su queste statistiche.
    Per esperienza personale, aggiungerei che talvolta è anche semplicemente il desiderio di tenersi attivi, anche part time (magari prevalentemente part time) che fa lievitare la partecipazione lavorativa degli over 60: mio suocero ne è un esempio emblematico.
    Un argomento non citato nel tuo articolo è quello della previdenza integrativa: in Italia non è mai decollata e a distanza di 20 anni dalla riforma Dini, con i primi regimi “misti” “a metà” che vanno in pensione, il problema del gap previdenziale si starà (finalmente) affacciando alla sonnolente coscienza dei più.
    Un ulteriore aspetto da considerare, se il trend continuasse e si consolidasse almeno in paesi come l’Italia, è quello della conseguenze sulla rete sociale: oggi i nonni sopperiscono alla mancanza generale (talvolta totale in certi livelli locali) di un sistema di assistenza alle coppie lavoratrici con figli neonati o minori (io ne so qualcosa): se mancasse perchè devono x forza continuare a lavorare, bisognerebbe intervenire sul lato assistenziale.
    Si dovrebbe….
    Abbiamo in Italia: natalità in discesa, supportata solo da quella di immigrazione (e di basso livello lavorativo), crescita della partecipazione over 60, crescita neet, adolescenza lunga, calo produttività, stagnazione prodotto e consumi, arretratezza in investimenti R&S, welfare alle famiglie ridotto o a livello minimo assistenziale, perdita dellaa tradizionale sicurezza del lavoro fisso, sfilacciamento ormai decennale del rapporto scuola-lavoro e università-lavoro, trentennale declino della partecipazione civile alla politica e della politica in sè, corruzione, concussione e malaffare.
    Maurizio, Lei ha fotografato un’epoca di declino.
    Ci vorrebbe un Emile Zola (penso al ciclo dei Roquon-Maquart) per darvi dignità letteraria.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      purtroppo l’epoca degli zola (ma io preferisco balzac) è alle nostre spalle. un po’ come quella del tutto gratis a tutti, a ben vedere, dalla quale è germinato il nostro welfare, tardivo e scoordinato.
      le società evolvono e non sempre come piace ai singoli. e le opere di questi grandi scrittori ne sono testimonianza. se avessi tempo, mi piacerebbe cimentarmi in un esperimento letterario: ho persino qualche idea. ma purtroppo le urgenze della vita me lo impediscono: già è complicato portare avanti questo blog.
      però concordo con lei che siamo a un tornante della nostra storia. lei parla di declino. io, che sono un filo più ottimista, penso più a un riallineamento, dove magari certe nostre brutte abitudini cederanno il passo a una maggiore consapevolezza e, perché no, a una gioia di vivere più piena.
      penserà che vivo nel mondo dei sogni. ma abbia pazienza. sono sveglio solo da una mezz’ora 🙂
      grazie per il commento

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  4. _beneathsurface

    Forse i nostri punti di vista non sono così distanti.
    Una delle virtù per la quale apprezzo i suoi articoli consiste nella sua consapevolezza che molto dipende dalle “definizioni”.
    Mi fa piacere pensare, pur non conoscendola personalmente, che in molte occasioni quotidiane questa caratteristica di fermarsi un attimo e verificare di cosa realmente si parli, Le permetta di essere un buon mediatore e abbassare la tensione che ormai è implicita in quasi ogni discussione di questa nostra epoca basata sul conflitto verbale e la rissa (mediaticamente esportata ogni giorno nelle nostre case e propinataci come fosse una medicina “pedagogica”).
    Lei parla di riallineamento: in realtà usa un termine che approvo, specialmente da appassionato macroeconomista. Lo sottoscrivo, al posto di declino.
    Ma anche il riallinearsi ha i suoi costi, economici, sociali e pure disgraziatamente umani se va male….
    Quello che sicuramente ci distanzia è l’ottimismo sulla maggiore consapevolezza, cui non sono così propenso a credere.
    Le faccio un esempio, sempre al limite del paradosso: noi aborriamo tanto la legge talebano-califfata del taglione, giudicandola una aberrazione legale che porta a casi assurdi come la lapidazione quale adultera di una donna stuprata, eppure siamo silenti e felici pecore quando vediamo per qualche giorno consecutivo sbattuti come mostri in prima pagina persone che sono ancora solo destinatari di “avvisi di garanzia” (che ormai di garanzia non hanno più nulla, se non la certezza che la propria vita sarà da quel momento dissezionata e infangata dai giornali e dal pubblico ludibrio, piuttosto che dall’unica autorità competente: il magistrato).
    Poi ad un tratto cala su tutto il silenzio; la legge fa il suo corso, lento…., e magari ci scappa una assoluzione oppure i maggiori reati sono ascrivibili ad altri, eppure chi è finito sbattuto in prima pagina sembra non avere più alcun diritto: esso è un paria della società, che a distanza di anni, spese e pazienza intuisce con un lampo di consapevolezza che è stato assolto in una stanza di 100mq, ma non ne è giunta notizia al mondo esterno….

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      tali e tante sono le storture della nostra società dell’immagine (l’esempio che lei fa è icastico in tal senso) che la persone per bene ha poche chance di sottrarvisi. può decidere di smettere di ascoltare il cicaleggio futile che ci assorda, o evitare di parteciparvi. oppure può decidere di parlare a bassa voce e rivolgersi a quelli che hanno voglia di ascoltare piuttosto che parlare. oppure può decidere di ascoltare e tacere.
      io decido di volta in volta, ma lungo queste cooordinate. ho la sensazione che anche lei faccia similmente.
      grazie per il commento

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