Etichettato: contagio finanziario

Il Contagio (fiscale)


Mi succede questo: incontro M. che saranno dieci anni che non lo vedo.

E’ un vecchio amico che il diradarsi della frequentazione ha degradato prima in conoscente e poi, inesorabilmente, in fantasma, come in effetti mi appare, pallido ed emaciato com’è.

Come sempre succede in questi casi, in cui si mescolano insieme letizia e imbarazzo per l’incontro fortuito, ci facciamo grandi feste e finiamo a prendere un caffé con l’occhio all’orologio, perché oggi viviamo così, e temporeggiando al contempo con l’ordinazione per rubare qualche minuto in più alla frenesia.

Scopro così che ha messo su famiglia: ha figli e moglie (che non lavora). Per fortuna, mi spiega, ha uno stipendio dignitoso, visto che ha fatto una carriera discreta, sicché può permettersi il lusso, mi dice, di fare due vacanze l’anno, una l’estate e una per le feste di natale.

Niente di che, si affretta a sottolineare. Anche lui come molti ormai vive come un senso di colpa avere un lavoro e spendere dei soldi. Oggi chi ha mille euro da buttare viene visto come un pericoloso privilegiato e un cuore di pietra indifferente alla miseria altrui.

Tanto che poi precisa: in realtà potevo fare due vacanze. Quest’anno a natale resto a casa.

Mi faccio scrupolo di chiedergli come mai per puro amore della conversazione.

Così mi racconta questa storia.

Suo suocero, piccolo artigiano con una pensione da 800 euro al mese, si è trovato a dover fare i conti col fisco a causa di un capannone, dove svolgeva la sua attività, che è rimasto chiuso e sfitto dopo che aveva smesso di lavorare. Non che non ci abbia provato ad affittarlo, mi spiega, e pure a venderlo. Ma con questa crisi…

Sicché a giugno, mentre tutta Italia gioiva per il taglio dell’Imu sulla prima casa, a suo suocero, che intanto ha avuto anche il cattivo gusto di ammalarsi, è arrivata una bolletta Imu di non so quanti mila euro su un bene che non genera alcun reddito.

Il che sicuramente è colpa del suocero, per lo stato italiano.

E così un bel giorno la moglie del mio amico gli ha chiesto se poteva prestare i soldi a suo padre per pagare le tasse.

E come fai  a dire di no a una richiesta del genere? mi domanda retoricamente.

Ovviamente non rispondo.

L’amico mette mano al portafoglio col risultato che accorcia di una settimana la prevista vacanza estiva.

La moglia giura e spergiura che sarà solo per questa volta e lui finge di crederle, per amore della pace.

A questo punto vorrei dirgli una di quelle banalità tipo: vedrai che troverete una soluzione. Andrà tutto bene (che fa molto film americano).

Ma non ho il tempo.

Adesso mi tocca pagare pure la rata di dicembre dell’Imu, mi dice masticando rabbiosamente un mini cornetto al cioccolato.

E così questo natale niente vacanze, conclude.

Che sfiga, penso.

Ma poi mi distraggo un attimo, lasciandolo da solo con la sua lamentazione.

Penso improvvisamente che le famiglie italiane sono come le banche.

Negli anni buoni hanno garantito pasti e prebende a tutti, figli e figliastri, e persino qualche vizio.

Negli anni brutti sono diventate fonte di contagio.

Solo che del contagio finanziario provocato dalle banche si occupano gli stati e le banche centrali.

Del contagio provocato dalle famiglie, spolpate per via fiscale, al contrario, non si occupa nessuno.

Si impoveriscono e basta, silenziosamente. E fanno impoverire chi sta loro vicino.

Penso che le mancate vacanze del mio amico peseranno un microdecimale in meno sulla nostro prodotto nazionale a fronte di un microdecimale di deficit in meno nel bilancio dello stato.

E mi sembra un gioco a perdere.

E poi penso che nessuno è felice: né il mio amico, che si trova a dover mantenere una famiglia allargata come negli anni ’50, che però erano anni ruggenti quanto quelli di oggi sono deprimenti; né il suocero, costretto ad umiliarsi ogni sei mesi perché con la sua pensione, se pagasse l’Imu sul capannone abbandonato, non avrebbe di che mangiare; né la moglie del mio amico, che si sentirà responsabile per questo salasso inflitto alla sua famiglia e quindi ai suoi figli; né l’economia nazionale, che rimarrà contratta; né il bilancio dello stato, che rimarrà in deficit.

E mi sembra un gioco senza vincitori.

Poi mi sono accorto che il mio amico mi guardava imbambolato. Evidentemente aveva finito il suo racconto e aspettava un mio commento.

Devo andare, gli dico.

Che dovrei dirgli?

Insisto però a pagare il conto.

Lui fa un po’ di storie, ma poi accetta sorridendo.

Sul momento non ci faccio caso.

Solo dopo che ci siamo salutati, promettendoci (senza crederci) di rivederci presto, mi rendo conto di aver appena usato l’ultima banconota che avevo.

Sono a secco.

Potenza del Contagio.

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