La globalizzazione emergente. L’assedio agli standard hi tech

Ci sono molti modi per raccontare quest’altra vicenda, che è una costola di quella più generale che abbiamo iniziato parlando della competizione che si sta svolgendo fra le nazioni per il futuro di Internet. Può aiutare, a tal fine mescolare un po’ di storia e un po’ di cronaca. Quanto alla prima, giova ricordare che nel 1970, quando Mao scatenò la follia della Rivoluzione culturale, le persone che facevano studi superiori in Cina, su una popolazione di circa 800 milioni di persone, si contavano in decine di migliaia. Fu solo con l’epoca di Deng Xiaoping che le cose cambiarono e drasticamente. Prendendo esempio dalla rivoluzione giapponese dell’epoca Meiji, disse al suo popolo che dovevano rimboccarsi le maniche per intraprendere la strada dello sviluppo scientifico, nella convinzione che sarebbero stati più bravi, loro proletari, di quello che erano stati i “borghesi” giapponesi. Era la fine degli anni ’70.

Veniamo alla cronaca. Gli ultimi dati della World International Property Organization (WIPO), ripresi da Bofit, confermano l’ascesa del peso cinese nella registrazione internazionale di brevetti che, nel  2020 sono cresciuti del 4% rispetto al 2019 portandosi a quota 275.900. La Cina guida ancora la classifica, visto che le sue registrazioni pesano un quarto del totale, ossia il 25%, a fronte del 22% statunitense e del 18% giapponese. Seguono da lontano Corea del Sud e Germania con il 7%.

Il trend cinese ha subito una notevole accelerata, aumentando del 16% su base annua, mentre in Giappone e Germania si registrava un calo del 4%. Gli aumenti percentuali assumono però un altro significato se vengono aggiustati per la popolazione. In tal caso, il peso specifico della Cina diminuisce notevolmente, contandosi solo 48 brevetti per ogni milione di abitanti, a fronte dei 179 degli Usa, dei 223 della Germania e dei 390 per Giappone e Corea del Sud. Ciò per ricordare che le dimensioni della popolazione in un’economia fanno sempre la differenza.

Quanto alla tipologia di brevetti, fra i cinesi primeggia la Huawei, con circa 5.500 domande, riportandosi al livello del 2018 dopo che nel 2019 il numero era diminuito di circa 1.000 unità. Seguono a ruota la coreana Samsung, con 3.100 richieste, e la giapponese Mitsubishi, con 2.800 come la coreana LG electronics. Delle 50 aziende più attive per brevetti 15 sono giapponesi, 13 cinesi, 12 americane e 7 europee. Fra queste ultime troviamo la svedese Ericsson, con 2.000 domande, la tedesca Bosch, con 1.400, la finlandese Nokia con 600. Dal che si deduce chi stia portando avanti l’innovazione tecnologica. E chi no.

Il fatto che sia Huawei a guidare questa classifica non deve stupire. L’azienda cinese è stata capofila nello sviluppo della tecnologia del 5G, costringendo le altre aziende non solo a inseguirla, ma anche a dovere fare i conti con la richiesta di royalties. Un bel cambiamento per un paese abituato a “copiare” quello che facevano gli altri. Come siamo arrivati a tutto questo?

Un modo per rispondere alla domanda è capire dove tutto questo sia accaduto e ricordare al tempo stesso uno dei progetti più ambiziosi lanciati da Pechino negli ultimi anni: lo Standard China 2035.

Per capire cosa sia uno standard, prendiamo a prestito da un intervento pubblicato un paio di anni fa dall’United states studies centre, un centro di ricerca australiano presso l’università di Sidney. Qui leggiamo che “Gli standard sono documenti volontari che stabiliscono specifiche, procedure e linee guida tecniche per garantire che prodotti, servizi e sistemi siano sicuri, coerenti e affidabili. Gli standard tecnici sono un sottoinsieme di attività relative agli standard che stabiliscono norme e requisiti per i sistemi tecnici, specificando criteri, metodologie o processi di ingegneria standard”. In sostanza, gli standard fissano i requisiti dei prodotti che l’industria propone al mercato. Chi riesce a fissare uno standard ha un notevole vantaggio competitivo, oltre a spuntare parecchie royalties.

Questi standard vengono definiti presso diverse organizzazioni internazionali, fra le quali l’ITU (Unione internazionale delle telecomunicazioni) che abbiamo già incontrato, oppure presso altre organizzazioni come quelle che gestiscono gli standard di internet come il World Wide Web Consortia (W3C) e l’Internet Engineering Taskforce (IETF). Fra queste organizzazioni, si segnala il 3GPP che ha il compito di produrre specifiche tecniche per le tecnologie wireless, fra le quali ovviamente primeggia il 5G, dove la Cina – non a caso – ha primeggiato.

Pechino infatti negli ultimi anni ha svolto una politica molto attiva negli organismi che fissano gli standard. Attività che non è certo sfuggita agli osservatori più attenti, suscitando anche una certa preoccupazione all’interno degli Stati Uniti, certificata nel rapporto del 2020 della Cyberspace Solarium Commission, organismo governativo statunitense incaricato di elaborare una strategia per la difesa del cyberspazio dagli attacchi ostili. Qui i politici si domandano se “stiamo perdendo la gara internazionale sugli standard” e soprattutto osservano come “poiché il network che ci connette tutti eclissa i confini geografici dello stato-nazione e la sua sovranità, questo provoca una sfida unica per la governance: nessun singolo stato-nazione può standardizzare il cyberspazio. Di conseguenza gli standard sono sviluppati da corpi internazionali de-centralizzati, guidati prioritariamente dall’accademia e dal settore privato”. Il che è parzialmente vero, visto che poche righe prima gli stessi autori del rapporto sottolineano che Internet è un “medium inventato e dominato da entità americane”. E’ chiaro che i rapporti di provenienza politica tendono a presentare versioni di parte della realtà, ma certamente sarebbe poco saggio trascurare le questioni sollevati dal governo statunitense mentre si commetterebbe l’errore opposto esasperandoli. Gli osservatori più neutri confermano che l’influenza cinese sugli standard è in crescita, ma piuttosto che amplificarne gli aspetti critici – sottolineano ad esempio che spesso le aziende cinese fanno squadra con quelle occidentali – invitano a migliorare le procedure per evitare che questo attivismo diventi egemonico.

Per quel che riguarda noi, è più interessante sottolineare che “anche quando queste entità includono rappresentanze degli stati-nazioni, come l’ITU (International Telecommunications Union), gli Usa tendono a incoraggiare un processo bottom-up guidato dai privati mentre Cina e Russia mandano delegazioni diplomatiche complete che svolgono un ruolo maggiormente attivo”. Un modo sicuramente elegante per dire che gli Usa si sono disimpegnati da questi organismi internazionali, lasciando ampio spazio a chi invece li ha usati per costruire consenso attorno alle proprie visioni.

Questo almeno è quanto si capisce leggendo il lungo grido d’allarme di Melanie Hart, ricercatrice del China Policy Center for American progress, lanciato nel corso di un’audizione presso la China Economic and Security Review commission nel marzo del 2020. “Il sistema delle Nazioni Unite (ONU) è sia l’obiettivo principale che la piattaforma principale per la spinta alla riforma della governance globale di Pechino”, dice. “Sfortunatamente, mentre la Cina intensifica i suoi sforzi per minare i principi democratici liberali in tutto il sistema delle Nazioni Unite e aumentarli o sostituirli con quelli autoritari, gli Stati Uniti si stanno tirando indietro, cedendo il terreno e fornendo il massimo spazio di manovra alla Cina per raggiungere i suoi obiettivi”.

Uno dei campi in cui Pechino sta esercitando questa pratiche – dice la Hart – è proprio la fissazione di nuovi standard, che all’ITU, dove opera il sottogruppo del 3GPP, guidato da un dirigente cinese, hanno trovato ampia accoglienza. La Cina è stata molto attiva all’interno delle commissioni tecniche sul 5G con Huawei a primeggiare, con oltre 19.000 contributi e oltre 3.000 ingegneri alla fissazione dei processi di standardizzazione di questa tecnologia. Fra le imprese americane Qualcomm ha prodotto 5.994 contributi e inviato 1.701 ingegneri e Intel ha offerto 3.656 contribuiti tecnici e inviato 1.259 ingegneri. Huawei primeggia anche fra i contributi approvati, 5.855 complessivamente, che sono entrati a far parte dello standard 5G, a fronte dei 1.994 di Qualcomm e i 962 di Intel.

La conseguenza è che l’azienda cinese si stima detenga il 36% dei brevetti essenziali per lo standard globale del 5G e gli Usa solo il 14. Questo primato ha anche una ricaduta economica, oltre a quella evidentemente politica: le aziende dovranno pagare royalties a Huawei per usare la sua tecnologia, il che da un notevole vantaggio competitivo alla Cina sui mercati globali. Per la cronaca: è utile ricordare che presso l’Onu ci sono 15 agenzie specializzate. A marzo 2020 i cinesi ne guidavano quattro: l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU), l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale (ICAO), l’Organizzazione per lo sviluppo industriale delle Nazioni Unite e l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura.

Da qui la preoccupazione espressa nel rapporto: “Al crescere dell’influenza della tecnologia cinese nell’informare gli standard internazionali, crescono anche i valori e le policy che accompagnano la visione di Pechino per l’uso di queste tecnologie. La Cina sta scrivendo un futuro digitale di tecnologie proprietarie nella quali la “sorveglianza progettata” può facilmente essere quella di default”.

Le tecnologie, checché se ne dica, non sono mai neutre sullo sviluppo di una società, come scriveva McLuhan negli anni in cui nasceva Internet. I timori statunitensi forse derivano dalla paura di perdere la supremazia. Ma dovremmo chiederci cosa succederebbe se avessero ragione.

(5/segue)

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