Adesso Eurolandia si allarga per via bancaria

Poiché in questi tempi perigliosi è difficile trovare qualcuno che abbia voglia di entrare nell’euro, ossia nell’Unione monetaria, i cervelloni che guidano l’Europa hanno escogitato una straordinaria scorciatoia: l’adesione all’Unione bancaria.

In pratica così facendo si salta un passaggio.

Non c’è da stupirsi. I tempi sono quelli che sono, e i saldi fiscali pure. Meritarsi la leggendaria convergenza verso i principi dei Trattati è praticamente impossibile per mezzo mondo, figurarsi per i paesi europei. E quelli – pochissimi – che hanno i numeri si tengono ben lontani dal caravanserraglio.

A proposito, per chi non lo ricordasse, l’Unione Europea ha guadagnato da poco il 28 stato, la Croazia, mentre Eurolandia guadagnerà presto il suo 18, la Lettonia. E potrebbe finire qui per un bel pezzo.

Gli esperti, infatti, pensano che si sia esaurita la spinta propulsiva dell’Unione. Anche perché l’andamento della crisi nell’eurozona, ha fatto perdere parecchio del suo appeal al carro dell’euro.

L’Islanda, per dire, che pure aveva avviato i colloqui per entrarci si è momentaneamente sfilata. Quanto alla Turchia, la storia infinita dei negoziati per il suo ingresso nell’Ue dovrebbe conoscere un’evoluzione quest’autunno, ma per il momento è tutto bloccato. Mantengono ancora lo status di paese candidato la Serbia, la Macedonia e il Montenegro, ma per il momento non si è andati oltre le buone intenzioni.

Che fare?

In tempi di crisi è buona norma approfittarne per serrare le fila. E così hanno fatto i nostri leader che, spinti proprio dalla crisi, vararono nel 2010 l’Eba, european banking association, ossia l’ennesimo organismo tecnico, cui si affidò l’incarico di sorvegliare il settore bancario europeo, producendo anche manuali di buone regole e suggerimenti, in perfetto stile common law.

All’Eba partecipano tutte le autorità di sorveglianza di tutti i paesi membri dell’Ue, non soltanto quelli di Eurolandia.

Dopo poco più di due anni di attività, la storia dell’Eba è cambiata lo scorso 12 settembre, quando l’europarlamento ha approvato il primo pilastro dell’Unione bancaria, ossai quello che affida alla Bce la vigilanza su 130 banche dei paesi aderenti all’Unione monetaria. Il regolamento che affida alla Bce tali compiti è stato approvato insieme a quello che ridisegna compiti e attribuzioni dell’Eba. Ed è in questo binomio che viene tracciato il solco degli allargamenti a venire dell’Unione: la convergenza sulle pratiche bancarie.

“L’attuale crisi – recita la narrativa della norma approvata – ha mostrato che l’integrità della moneta unica e del mercato interno potrebbe essere minacciata dalla frammentazione del mercato finanziario. Per rilanciare la crescita economica nell’Unione è essenziale mantenere e approfondire il mercato interno dei servizi finanziari. La realtà dei fatti indica che l’integrazione dei mercati bancari nell’Unione sta subendo una battuta d’arresto, nel contempo l’esperienza maturata insegna che, oltre all’adozione di un quadro regolamentare rafforzato, le autorità di vigilanza devono intensificare l’attività di controllo ed essere in grado di vigilare sui mercati complessi e interconnessi”.

Senonché, ricorda “nell’Unione la competenza a vigilare sui singoli enti creditizi resta principalmente a livello nazionale” e sebbene “il coordinamento tra autorità di vigilanza sia essenziale”, la crisi “ha dimostrato che non è sufficiente”. Ben venga l’Eba, insomma, ma bisogna mettere in campo un grosso calibro. La Bce, appunto.

Tutto questo lo sapevamo già. La novità è che tale analisi sia contenuta in una norma che coinvolge tutta l’Unione, non soltanto l’Unione monetaria.

Altrattanto interessante è leggere nella narrativa della norma che “il 29 giugno 2012 il Consiglio europeo ha invitato il presidente del Consiglio a sviluppare una tabella di marcia per la creazione di un’autentica unione economica e monetaria“.  Come se fino ad ora avessimo scherzato.

“E’ opportuno – aggiunge – che l’Unione bancaria si applichi almeno a tutti gli stati membri della zona euro, ma nella prospettiva di mantenere e approfondire il mercato interno, l’unione bancaria dovrebbe essere anche aperta, per quanto possibile sul piano istituzionale, alla partecipazione di altri stati membri”.

Eccola qui la porticina d’ingresso nel magnifico mondo dell’eurozona bancaria.

Ma perché uno stato membro dell’Ue ma non partecipante all’euro dovrebbe accettare di entrare nell’Unione bancaria?

Anche qui valgono gli argomenti che furono usati all’epoca dell’ingresso nell’euro: entrare a fra parte di un club rassicurante, perché vigilato dalla Bce, non può che giovare al settore finanziario di uno stato, specie se dai fondamentali incerti. Tanto più quando si tratta di paesi che gravitano nell’orbita dei paesi core dell’eurozona, come ad esempio i paesi del centro-est europeo.

Detto in altre parole, entrare nel progetto di Unione bancaria può essere un ottimo viatico per entrare, più avanti, nell’Unione monetaria.

Non è un caso che durate il vertice di Vilnius dell’Ecofin il ministro delle finanze svedese anders Borg, si sia affrettato a dire che per la Svezia l’ingresso nell’Unione bancaria è ancora lontano nel tempo. La Svezia, magari un po’ ottimisticamente, può vantare un sistema finanziario forte abbastanza da vedersela da sola. Ma gli altri?

Rimane il fatto che il percorso dell’Unione bancaria rimane ancora accidentato. L’approvazione del primo pilastro segna solo l’inizio del percorso, e quello più accidentato rimane l’individuazione della fisionomia dell’organismo di risoluzione, ossia di quello che può decidere il fallimento di una banca. La materia è finita sul tavolo dei colloqui di Vilnius, ma non si sono fatti progressi.

Secondo la Reuters, che ha raccolto alcune indiscrezioni, la Germania, che finora aveva sollevato alcune eccezioni giuridiche all’idea della commissione Ue di accentrare su di sé tale responsabilità, sarebbe al lavoro su una proposta da presentare dopo le elezioni che  potrebbe trovare un comporomesso fra l’esigenza di mettere al sicuro le banche e tutalare al contempo il proprio orticello finanziario, magari tendendo fuori dall’Unione bancaria le Casse di risparmio (Sparkassen) spesso nell’alveo della politica.

Ancora una volta le esigenze nazionali dei paesi più forti, tendono a primeggiare su quelli comuni. Gli stati sono assai riluttanti a “disfarsi”, cedendone prima la vigilanza e poi la risoluzione, dei propri istituti finanziari.

D’altronde, chi non vorrebbe una banca?

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