Prova generale di Eurasia con le nozze fra Iran e UEE (e la Cina)


Sarà interessante osservare da vicino l’esito concreto per il commercio nella regione dell’accordo preliminare per la costituzione di una free trade zone fra Iran e UEE, che ha animato l’ultimo forum economico ad Astana. Il tema del forum era ambizioso: “New Eurasia, increasing trade and investment fron Shangai to London”. La location esotica: Kazakhstan. Un evento arrivato alla sua undicesima edizione che ha la vocazione di diventare internazionale: l’Astana Economic Forum. In questo contesto è arrivata la notizia assai concreta della firma di un accordo preliminare, con una durata iniziale di tre anni, per costituire una zona di libero scambio fra l’Iran e l’Unione Economica Euroasiatica, l’entità istituzionale fortissimamente voluta da Putin che in qualche maniera vuole essere la risposta russa al progetto di unificazione europea portato avanti a Bruxelles. La firma dell’accordo preliminare, inserita nell’agenda del vertice dell’unione Euroasiatica che si è svolto ad Astana fra il 16 e il 18 maggio, segue a un lungo corteggiamento diplomatico fra i paesi coinvolti ed era stata anticipata anche nei giorni scorsi da diversi notiziari dopo una dichiarazione del ministro dell’economia kazako Timur Suleimenov del 2 maggio scorso.

La presentazione dell’interim agreement, non a caso, ha aperto la due giorni del forum kazako al quale hanno partecipato diversi politici europei, come l’ex premier italiano Romano Prodi e l’ex premier francese Hollande. L’accordo prevede che la free trade zone fra Iran e UEE faccia concessioni tariffarie su alcune centinaia di prodotti, spingendo significativamente i flussi commerciali fra la repubblica islamica e i paesi centroasiatici che, insieme con la Russia, costituiscono l’unione euroasiatica. E diventa anche più interessante, da un punto di vista strategico, se si osserva che l’UEE ha in progetto di siglare accordi di libero scambio simili anche con l’Egitto – la firma dovrebbe avvenire nei prossimi mesi – con l’India, Israele, Serbia e Singapore. La firma degli accordi preliminari sulla free trade con l’Iran si arricchisce di contenuto se si osserva che sempre durante il forum di Astana è previsto che l’UEE firmi anche un accordo di cooperazione economica con la Cina. L’accordo è di natura non preferenziale e non prevede la soppressione dei dazi o la riduzione automatica delle barriere non tariffarie. E tuttavia è pensato per facilitare l’accesso delle merci dell’UEE in Cina e viceversa.

I due eventi combinati, seppure di sicuro interesse strategico per la regione, probabilmente non avrebbero attirato l’attenzione internazionale se nel frattempo non fosse intervenuta la decisione di Trump di uscire dagli accordi internazionali sul nucleare iraniano. La mossa statunitense, oltre ad avere messo in serie difficoltà i partner europei, che hanno legami profondi con l’economia iraniana – l’Italia ad esempio è un forte acquirente di petrolio dall’Iran –  favorirà di sicuro l’avvicinamento fra paesi che già condividono molti interessi e una crescente difficoltà di relazione con gli Stati Uniti. La Cina per la questione dei dazi, che solo di recente ha conosciuto un momento di distensione. L’Iran per la questione del nucleare, che riporta le lancette della storia indietro di parecchi anni. La Russia, infine, da anni oggetto delle sanzioni economiche degli Usa che anche di recente ne hanno annunciato altre.

Dovendo far fronte a difficoltà comuni è del tutto logico che questi paesi sperimentino vie alternative, non solo commerciali ma anche finanziarie, per continuare a far funzionare le loro economie, potendo peraltro far leva su notevoli risorse a loro disposizione di cui hanno vicendevolmente bisogno. Alcuni esempi aiuteranno a farsi un’idea. Russia e Iran hanno siglato un nuovo accordo commerciale per scambiare petrolio con varie categorie di beni, replicando un accordo simile già raggiunto nel 2014, all’epoca delle prime sanzioni Usa contro l’Iran. Sempre la Russia ha fatto sapere che la sua banca centrale sta lavorando a un sistema di pagamenti costruito su blockchain per costruire, in salsa euroasiatica, una versione di Swift, il sistema di messaggistica condiviso dal sistema interbancario internazionale, dal quale minaccia di uscire sin dal tempo delle sanzioni derivati dall’invasione della Crimea. La Cina, dal canto suo, ha appena lanciato, dopo 25 anni di preparativi, il suo future petrolifero quotato in yuan, che potrebbe essere uno strumento molto attraente per l’Iran, che farà sempre più difficoltà a vendere il suo petrolio in dollari. La Cina peraltro è il primo compratore del petrolio iraniano.

I segnali di corrispondenze di interessi fra questi paesi sono sempre più numerosi e convergenti. La scelta del forum di Astana come luogo di incontro di questi interessi non è certo casuale. Il Kazakhstan si vuole accreditare sempre più come stato crocevia – si pensi agli incontri che si sono svolti proprio ad Astana fra Russia, Iran e Turchia sulla crisi siriana – per gli interessi della regione, anche in virtù dei buoni rapporti che mantiene con gli Usa. Basti ricordare che il presidente kazako è stato ricevuto nel gennaio scorso da Trump proprio per ribadire gli ottimi rapporti diplomatici (e commerciali) fra i due paesi.

Quale che sarà l’esito degli accordi siglati durante il forum di Astana, la strada sembra comunque tracciata. Russia (e suoi ex paesi satelliti), Iran e Cina sono condannati a piacersi, visto che non piacciono agli Usa. La vera domanda è cosa farà l’Europa. Alcune indiscrezioni, che suggeriscono che l’Ue potrebbe iniziare a usare l’euro anziché il dollaro per acquistare petrolio iraniano potrebbero suggerire un indizio di risposta.

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