Seicentomila vite salvate (solo negli Usa) valgono una recessione


Ciò di cui (quasi) nessuno dubita – e per fortuna – è che vale la pena pagare il costo di una recessione, qualunque esso sia, per salvare il numero maggiore di vite umane messe a rischio dalla pandemia. Questo è il vero whatever it takes che tutto il mondo, e noi con loro, ha deciso di affrontare assai prima che i governi e le banche centrali provassero a compensare con la loro azione gli effetti economici del lockdown planetario iniziato a Wuhan e dà lì contagiatosi a una velocità di poco inferiore al virus al resto del mondo.

Ci sono ottime ragioni per farci collettivamente carico di questo costo. Tralasciando quelle etiche, che sono scontate e nemmeno dovrebbero essere in discussione, è la stessa ragione economica che suggerisce essere assai più razionale pagare questo costo, pur sapendo, come hanno scritto in un bel paper pubblicato dal NBER alcuni economisti americani, (“The macroeconomics of pandemics”), che “c’è un inevitabile trade off fra la gravità della recessione e le conseguenze sulla salute di un’epidemia”.

Lo potremmo dire anche in un altro modo: tanto più salato sarà il costo pagato in termini di recessione, tante più vite avremo salvato. E poiché il mondo è ricco abbastanza da pagare questo whatever it takes, sarebbe poco saggio a non farlo, visto che il prezzo di oggi sarà ampiamente ripagato domani, quando l’emergenza sarà passata senza decimare la popolazione mondiale, che significa insieme domanda e offerta di lavoro, merci e servizi. E quindi crescita economica.

Gli autori del paper hanno persino quantificato in 600 mila persone il risparmio di vite umane che una politica ottimale di contenimento può generare solo negli Usa. E questo risultato è stato ottenuto elaborando una rappresentazione ottenuta incrociando un modello di diffusione epidemica con un modello macroeconomico semplificato, secondo in quale in mancanza di tali misure, quindi con un impatto modesto sui consumi aggregati (-2%) si avrebbe nel periodo lungo un declino permanente della popolazione e della crescita reale, riflesso del declino della popolazione.

Se si ipotizza un calo del consumo aggregato molto più profondo, il 9,3%, il picco dell’infezione si abbatte notevolmente (dall’8,4% al 5,1%), diminuendo significativamente anche la popolazione colpita. Potenziando le misure di contenimento il picco di infezioni si può abbattere ancora fino ad arrivare al 2,5%, con un calo significativo del tasso di mortalità (dallo 0,53 al 0,36% della popolazione). Ma questo risparmio di vite – 600 mila circa – è associato “a una recessione molto più severa”. “La caduta da picco a valle del consumo aggregato sarebbe più che doppio, passando da circa il 9 percento senza misure di contenimento a circa il 21 percento con misure di contenimento”.

Si potrebbe dire, stando così le cose, che la scelta più razionale sarebbe quella di applicare da subito misure rigide di contenimento – il modello Wuhan per intenderci – infliggendo uno shock profondo all’economia per evitare quello sulla popolazione. Ma questa strategia deve tenere conto del fatto che, in assenza di un vaccino, “la popolazione non raggiunge mai il livello critico di immunità per evitare il ripetersi dell’epidemia”.

Che fare quindi? L’approccio più ragionevole sembra quello di calibrare il contenimento quel tanto che serve per evitare il collasso del sistema sanitario e insieme favorire il processo di immunizzazione della popolazione. Facile a dirsi, ma molto difficile a farsi. Una cosa è certa: pagheremo il prezzo di questa pandemia. In un modo o nell’altro.

Cronicario. Toglietemi tutto, ma non la mia mascherina


Proverbio del 30 marzo Il desiderio di ciò che non hai non ti fa godere ciò che possiedi

Numero del giorno: 19,92 Picco ribasso quotazione petrolio WTI a New York

Un mito, il tizio beccato in mascherina a spacciare eroina. Per dire, t’avveleno ma non ti contagio. Che di questi tempi è tutto. O quantomeno è quello che ti chiede il mercato. E infatti le mascherine si arrivano a vendere a 60 euri l’una, non per strada: in una farmacia di una grande città, secondo quanto raccontano i nuovi specializzandi dell’ultimo grido dell’informazione giornalistica: le mascherine.

Ormai le cronache sulle mascherine hanno surclassato i pastoni politici, ma soprattutto le mascherine sono diventate virali nei messaggi pubblicitari. Pure questo blog ne ne è diventato vittima, l’avrete notato. Esiste anche una certa linea fashion di mascherine in poliuretano colon nero seppia, con filtri sagomati che hanno il potere di rendere interessante anche le mascelle meno volitive.

Perché la personcina di classe ormai non la riconosci mica più dal trucco, né dal parrucco. E’ la mascherina che fa la differenza.

Ci sta il tipo che la porta a straccio, con l’elastico bleso sull’orecchio. Ci sta l’attillato pauroso.

Ci sta il simpatico cazzaro, che vince sempre.

Ma soprattutto ci sta il fatto che con la mascherina sembriamo tutti più belli per la semplice ragione che nessuno vede più la nostra faccia.

Si capisce perché ogni governo abbia dato disposizione di potenziare la produzione nazionale di mascherine. E anche perché il problema, presto, non sarà più quello di trovarle. Sarà quello di convincerci a toglierle.

A domani.

Il virus ha contagiato le rotte della globalizzazione


Se l’economia globale fosse un essere vivente, le rotte commerciali, sia fisiche che virtuali, sarebbero l’equivalente del sistema circolatorio, conducendo lungo tutto il corpo quei flussi di beni, servizi e denaro che sono vitali per ogni parte dell’organismo.

Nell’attuale conformazione dell’economia internazionale queste rotte commerciali attraversano gli oceani, lungo i quali transita circa il 90% del traffico merci, e trovano nei porti i punti di snodo di un sofisticatissimo sistema logistico del quale si fatica a comprendere l’importanza finché non inizia a venir meno. Che è proprio quello che sta accadendo a causa della paura della pandemia.

Il virus ha creato un notevole shock nel sistema portuale internazionale. Le cronache che arrivano da ogni parte del mondo raccontano di cali notevoli di arrivi e partenze di merci, che non sono solo una iattura per l’industria logistica che vive di questi scambi, ma anche per le intere catene globali di valore che vi basano la loro capacità di produzione. Se dalla Cina non mi arriva la componentistica, non riesco a produrre le auto in Germania. Esempi del genere se ne potrebbero fare a decine. Ciò spiega perché molti economisti temano un forte shock sull’offerta, oltre che sulla domanda, a causa della pandemia.

Proprio dalla Cina, che prova a normalizzarsi, arriva qualche notizia incoraggiate. Pochi giorni fa le due più grandi navi portacontainer del mondo, la MSC Isabella e la MSC Mia, che navigano lungo la Maritime Silk Road cinese, sono arrivate nel porto di Xiamen, nella provincia del Fujian in Cina orientale.

Un segnale della lenta ripresa dell’attività portuale in Cina, che sta al centro di molte produzioni globali e perciò è assolutamente strategica. La China Ports and Harbours Association (CPHA) ha fatto sapere che durante la settimana dal 9 al 15 marzo, il flusso dei porti principali è aumentato dell’1,1% rispetto alla settimana precedente. Il flusso di container degli otto principali porti dei principali hub del commercio estero costiero è aumentato del 2,6% su base settimanale. La metà dei porti ha registrato una crescita, con punte di oltre il 10% in quelli di Dalian e Ningbo. Segnali che però devono fare i conti con il fatto che il resto del mondo sta vivendo adesso quello che la Cina ha vissuto negli ultimi due mesi, quando le attività portuali sono state ridotte al lumicino.

Molti osservatori giudicano quantomeno ottimistica la speranza che la situazione portuale possa normalizzarsi entro il mese di aprile. Se guardiamo al Pacifico, il sistema portuale statunitense da quella parte dell’Oceano e alle prese con notevoli difficoltà generare dal collasso degli scambi generato dallo shutdown produttivo cinese di gennaio-febbraio. I dati raccolti da Global Port Tracker, che raccoglie informazioni da diversi porti statunitensi, stimano che a febbraio, quindi nel mezzo della crisi sanitaria cinese, sulle banchine americane siano arrivati 1,42 milioni di TEUs, il 12,6% in meno dell’anno precedente e inferiori agli 1,54 milioni di TEUs stimati prima che il virus facess la sua comparsa. Le previsioni di marzo sono ancora peggiori: 1,32 milioni di TEUs, il 18,3% in meno dell’anno precedente. Per aprile si prevede un leggero miglioramento, ma con un flusso di scambi sempre in calo (-3,5%) rispetto a un anno fa.

La normalizzazione dipende in larga parte dalla riattivazione della macchina produttiva cinese. Ma al tempo stesso bisogna ricordare che adesso l’emergenza sanitaria sta dall’altra parte dell’Oceano. Gli operatori devono vedersela col timore, peraltro poco fondato, che il traffico delle merci possa contribuire a veicolare l’epidemia. E vengono segnalati molti casi di navi che non vengono lasciate attraccare o merci che non vengono sbarcate per timore di diffondere il contagio.

Gli effetti si vedono. Alcuni porti californiani hanno visto dimezzare la quantità di beni cinesi processati nelle loro infrastrutture. Ma in generale è tutto il sistema portuale statunitense che ha visto prosciugarsi l’attività. Alcuni osservatori stimano che il calo dei volumi di cargo possa superare il 20% su base annua. E questo non è certo un problema che riguardi solo i traffici fra Usa e Cina.

Il Porto Di Auckland, in Nuova Zelanda, ha fatto sapere di aspettarsi un calo del traffico del 15% anche nel mese di marzo dopo un crollo di eguale portata anche a febbraio. E gli esempi potrebbero continuare. Il Baltic Capesize index, indice che monitora il flusso globale di container spediti via mare, per la prima volta dalla sua elaborazione, è diventato negativo nel 2020, lasciando intravedere un calo notevole dei traffici internazionali.

Poco meno di una catastrofe per il commercio globale. Il funzionamento a ranghi ridotti dei trasporti marittimi, e quindi dei porti, implica infatti il rallentamento del commercio tout court. Gli allarmi risuonano già da tempo. Ai primi di marzo l’UNCTAD (United Nations Conference On Trade And Developmet) ha rilasciato una preoccupante stima circa gli effetti dell’epidemia sul commercio globale, che possono essere agevolmente rappresentati dalla tabella sotto, che stima il costo in milioni di euro di un calo dell’export cinese del 2%. Come si può osservare, l’Unione Europea pagherebbe un costo molto elevato.

Questo può provocare sul sistema economico globale uno shock molto significativo, nell’ordine di un trilione di euro.

Un conto che il mondo, che ancora patisce gli effetti del crash del 2008, non si può permettere. Ciò non toglie che dovrà attrezzarsi per pagarlo.

Cronicario. C’erano una volta Mister T, Mister J e Mister X


Proverbio del 27 marzo Se vuoi imparare ascolta i bambini

Numero del giorno: 85.000 Casi di contagio in Usa

Ve lo ricordate Mister T, quello cattivissimo? Quello che diceva America First e cazziava a ogni pie’ sospinto i cinesi. Quello che faceva la guerra (commerciale) per fare la pace. Il terribile mister T, insomma.

No, non proprio questo. Quello pettinato. Ecco insomma, il nostro Mister T ha tuittato di aver “appena concluso un’ottima conversazione con il presidente della Cina. Discusso in dettaglio di coronavirus che sta devastando gran parte del nostro pianeta” e verso il quale “la Cina ha molta esperienza e ha sviluppato una forte conoscenza del virus. Stiamo lavorando a stretto contatto insieme”. E soprattutto, dice, “massimo rispetto”.

E l’altro, Mister X? Dice che “Cina e Usa dovrebbero unirsi nella lotta” e che le relazioni fra i due paesi “sono arrivate a una congiuntura importante”.

Se dopo queste dichiarazioni dubitaste ancora del potere del coronacoso, allora non so più come spiegarvi che il cosetto lì è venuto al mondo per diffondere l’armonia e la concordia fra i potenti, che usciranno da questa pandemia del tutto irriconoscibili.

Mister J, per dire, ve lo ricordate? Quello che conviene ammalarsi per diventare immuni. Beh, il virus l’ha sentito ed è corso ad abbracciarlo. E noi nell’augurargli una pronta e felice guarigione, auspichiamo che anche lui ne esca trasformato.

Almeno che cambi parrucchiere.

Buon week end.

Cartolina. Il whatever it takes della Fed


C’è stato un momento, nella giostra finanziaria di queste settimane, in cui il Treasury americano, ossia il fondamento del sistema finanziario globale, è finito sotto attacco e per ottime ragioni. Sono sia di ordine squisitamente tecnico, per il ruolo che svolge come collaterale in molti mercati, fra i quali quello dei repo, sia più sottilmente politiche. Il panico virale, in sostanza, ha testato la capacità di reazione dei regolatori dei mercati. La Fed, tanto per cominciare, che del Treasury – ossia della moneta che lo denomina – è la gelosissima custode. Osservando, dal 9 marzo in poi, le curve crescenti del rendimento del titolo di stato statunitense, che agiva come un buco nero sulla liquidità globale, perché voleva dire che molti vendevano Treasury cercando moneta, non restava altro da fare che l’ennesimo whatever it takes. E quindi tassi di nuovo azzerati e liquidità senza limiti. Il mercato ha bluffato. La Fed ha visto il bluff. Però ha vinto il mercato.

Cronicario. Alla Bce girano le pale


Proverbio del 26 marzo Chi non ha passato non ha futuro

Numero del giorno: 8.578 Aumento contagi in Spagna in un giorno

Lo sentite, sì, il profumo dei soldi? Io no, ma pazienza. Dipenderà dal fatto che i miei seni nasali soffrivano già prima dell’avvento del coronacoso, e perciò ho perso una certa sensibilità. Ho sentito l’odore dei soldi che mi uscivano di tasca, quello sì. Di entrate nisba.

Però forse voi la sentite questa fragranza di euri appena stampati del torchio instancabile della Bce. Perché i soliti beninformati giurano che sono partite le spese da Francoforte, quelle annunciate da Madame la Presidenta finalmente in modalità Supermario, pure se in assenza delle indispensabili occhiaie profonde.

Perché uno mica si fare venire occhiaie così a caso. C’è tutto un tormento di sbirciamenti negli affatto e negli affetti, negli affari e negli afferri, dietro a uno sguardo così intelligente, che ieri ha fatto parlare di sé in tutto il mondo per aver ripetuto la semplice elementare verità che tutti vogliono sentirsi ripetere e divenendo così eroe dei due mondi.

Sicché mentre Supermario, ormai libero di filosofeggiare sulle colonne del Financial (bad) Times, auspicava l’apertura di tutti i rubinetti, auspicando un alluvione di soldi gratis a tutti – modello americano ma di più – la sora Bce iniziava a far girare le pale del mitico elicottero…

mentre aspettava che quei geni dei capi di governo dell’Ue, o almeno dell’eurozona, si decidessero per una volta a fare whatever it takes al posto di Supermario. Ma conoscendoli, figuriamoci. Altro che giramento di pale.

A domani.

La guerra del petrolio costerà cara alla Russia


Persino in questo momento di acuta pandemia informativa sul coronavirus le cronache del mercato del petrolio tengono ancora viva l’attenzione degli osservatori (pochi) che tentano di capire il mondo che questo sconquasso globale sta preparando, per la semplice ragione che il petrolio, virus o non virus, rimarrà la fonte principale di energia al mondo.

Questa semplice ragione, unita alla circostanza che la guerra russo-araba sui prezzi del greggio è capitata probabilmente nel periodo peggiore – d’altronde i guai non vengono mai da soli – e per le ragioni peggiori: mettere fuori mercato i produttori Usa di shale oil e insieme regolare i conti fra i produttori tradizionali, verso i quali la bassa marea della domanda generata dall’emergenza sanitaria ha finito col far emergere una certa ruggine che evidentemente cresceva inosservata.

D’altronde, aldilà dell’intenzione di penalizzare lo shale, rimane il problema di garantirsi quota di un mercato che la crisi ha ristretto improvvisamente e chissà per quanto tempo. Quello cinese, per esempio. I raffinatori cinesi avranno sicuramente grandi vantaggi ad acquistare petrolio a costi ridotti e circolano già diverse voci che raccontano la tentazione del governo di Pechino di aumentare le riserve strategiche di greggio approfittando del calo dei prezzi. Ma è chiaro a tutti che se la produzione cinese non tornerà rapidamente ai livelli pre crisi – l’industria ha prodotto il 15,3% in meno fra gennaio e febbraio e gli investimenti, calo peggiore degli ultimi 30 anni, sono calati del 24,5% (il 28,5% quelli hi tech) – la domanda di petrolio cinese rimarrà fredda con conseguente rilevanti per l’offerta di greggio, che rimane ben al di sopra. E quindi sui prezzi, destinati a rimanere bassi – qualcuno vede già la soglia dei 20 dollari – e pure a lungo.

Di fronte a questo scenario non è esagerato definire quantomeno avventurosa l’idea di far scoppiare una guerra commerciale sul greggio da parte di paesi che sulle quotazioni del greggio basano gran parte della propria economia. Se è pur vero che sia Russia che Arabia Saudita godono di ampie riserva valutarie, è vero altresì che usare le riserve porta con sé la fastidiosa controindicazione che tendono a diminuire molto rapidamente, come la stessa Russia e Arabia Saudita hanno sperimentato quando durante l’ultimo robusto calo dei prezzi del petrolio.

La Russia in particolare – vedremo poi l’Arabia Saudita – parte da una situazione fiscale non proprio esaltante che già nel 2019 vedeva entrate in calo – con una crescita del 6% – a fronte di uscite assai più robuste (+10%). Ciò aveva provocato un restringimento del surplus di bilancio al 2%, a fronte del 3% nel 2018. E parliamo di un anno nel corso del quale il petrolio era quotato ben oltre i 50 dollari al barile.

Peraltro il declino delle entrate russe del 2019 è stato provocato proprio da un calo del 10% degli incassi da oil&gas, che hanno rappresentato il 20% degli incassi complessivi. E questo da un’idea molto concreta di quanto possa impattare il robusto calo del greggio di queste settimane sulla contabilità del 2020.

Sul lato delle spese l’anno scorso la Russia ha speso molto nell’housing (+15%), la sanità (+14%), l’istruzione (+10%), l’amministrazione dello stato (+10%). Meno per difesa e sicurezza interna (+6%) e spesa sociale (+6%).

Ma la Duma ha approvato dei piani per il prossimo triennio che prevedono un aumento della spesa che dovrebbero essere finanziati con asset del National Welfare fund e a fronte di una previsione di aumento delle entrate del 3% quest’anno e di oltre il 6 nei prossimi due. Ma si tratta di previsioni dell’autunno scorso, e quindi ormai assai poco fondate.

Proprio queste previsioni ipotizzavano che quest’anno il surplus si attestasse intorno allo 0,8%, ma con un prezzo del greggio di 58 dollari al barile (Urals crude). La svalutazione de rublo dovrebbe parzialmente controbilanciare il calo dei prezzi, che sono comunque denominati in dollari, ma non abbastanza. Con un prezzo a 50 dollari al barile, già quest’anno la Russia avrebbe un deficit fiscale a meno di non rimodulare la spesa. E al momento il petrolio sta a meno di 30 dollari. Il fatto che il National welfare fund abbia asset quantificati nell’ordine del 9% del pil è sicuramente rassicurante. Proprio come una clessidra che inizia a vuotarsi.

 

 

Cronicario. L’altro contagio del coronacoso


Proverbio del 25 marzo Dove c’è volontà, c’è soluzione

Numero del giorno: 2.000.000.000.000 Fondi stanziati dal Congresso Usa per contrastare l’epidemia

Quanto sia sottilmente perfido il coronacoso, lo capisco d’improvviso mentre mi sorprendo a pensare al principe Carlo d’Albione che come tanti altri vips ha ritenuto necessario farci sapere (ma poi perché?) che si è beccato il malanno. Per la prima volta mi sono raffigurato l’eterno erede persino autorevole, mentre col sopracciglio umido prometteva alla corte che ce l’avrebbe fatta. Pensate poi che senso di tranquillità mi ha dato sapere che anche la regina sta bene.

D’altronde, mai come in questi giorni le quotazioni dei regnanti e dei loro maggiordomi sono state così alte. Persino quelle dei regnanti repubblicani. Il presidente francese, per dire. Giurano che le sue quotazioni, crollate all’epoca della riforma delle pensioni, non siano mai state elevate come adesso, che impugna siringa e stetoscopio.

Persino il nostro primo minestra, dicono i soliti sondaggiari, sarebbe al 70% del gradimento.

Capite quant’è perfido, il coso? Ti distrai un attimo e bum: ti colpisce. Non i polmoni. Il cervello.

A domani.

I primi diecimila anni di globalizzazione. Non solo seta: ambra, metalli e sale


In un momento in cui sembra che il mondo si sgretoli, sotto la pressione di una crisi internazionale che minaccia di far collassare molte delle connessioni globali (a cominciare da quella internet), può essere utile prendersi un po’ di tempo e guardare a questa crisi con un occhio diverso, più “lungo”. L’occhio della storia.

Val la pena perciò concedersi una passeggiata che racconta in un pugno di pagine i primi diecimila anni di globalizzazione. Perché si capisca, specie quando sono in crisi, che le internazionalizzazioni sono la regola e non l’eccezione della nostra vicenda sociale. Serve ricordarselo. E servirà anche dopo. Continuiamo ad essere animali sociali, come diceva Aristotele, ed economici, come diranno i pensatori dal XVIII secolo in poi. E non c’è virus che possa cambiare questa condizione.

Il testo, che ho pubblicato su Academia.edu, propone uno schema interpretativo del meccanismo di globalizzazione, che si basa sull’analisi economica di alcune caratteristiche che si ripetono con costanza nei processi di internazionalizzazione avvenuti nel corso della storia. Queste caratteristiche vengono rapidamente illustrate per grandi linee e quindi analizzate più in dettaglio con riferimento a tre categorie di merci che già dagli albori della storia documentata riepilogano gli elementi costanti di domanda del commercio globale: beni di lusso, tecnologia e beni primari, che vengono icasticamente rappresentati da ambra, metalli e sale. Ossia ciò che caratterizzò i primordi della globalizzazione.

Questi tre elementi, che sostanziano il grande cambiamento socio-economico determinato dall’avvento dell’età Neolitica – che di fatto fa nascere l’economia e con essa gli scambi internazionali – alimentano costantemente i processi di internazionalizzazione, pur nella variabilità della loro merceologia, articolandosi quest’ultima lungo rotte commerciali, grazie a un mezzo di scambio – solitamente una moneta – e un codice di comunicazione, ossia una lingua. Il tutto sorretto da un ordine politico che garantisce la stabilità stessa del commercio: si pensi all’attuale globalizzazione statunitense basata sulle rotte marittime, “securizzate” dalla marina Usa, sul dollaro e l’inglese.

In conclusione si analizzano le linee della globalizzazione emergente che trova nel triangolo di interessi fra Cina (Belt and road initiative), Russia (Unione Euroasiatica) e Turchia una notevole spinta propulsiva che costringerà l’Europa a prendere una posizione dovendo inevitabilmente fare i conti con la propria storia. La vicenda che sta impegnando i nostri giorni – ossia la pandemia virale – contribuirà sicuramente, ma ancora in maniera imprevedibile, all’articolarsi di questa globalizzazione emergente. Staremo a vedere. E a raccontare.

Buona lettura.

 

Indice 

Premessa

Cos’è una globalizzazione

Introduzione

Dall’autarchia al commercio

Globalizzazione/i Vs medioevo/i

Diecimila anni in breve: tutte le globalizzazioni dal Neolitico agli Usa

Interludio: nomadi o sedentari?

Cosa trasporta la globalizzazione: Lusso, tecnologia e beni primari

Prove tecniche di globalizzazione: Ambra metalli e sale

La globalizzazione prossima ventura

Cronicario. Arriva la mascherina, finisce la benzina


Proverbio del 24 marzo Chi sa frenare la lingua ha somma prudenza

Numero del giorno: 76 Calo % traffico aereo nei cieli europei

Fremo di patrio orgoglio mentre ascolto il Super Commissario agli Approvvigionamenti Sanitari dire che son aumentati del 64% i posti in terapia intensiva e allo stesso tempo sono stati quadruplicati i posti letto in pneumologia e infettivologia, come “succede solo nei grandi paesi che sono coesi a contrastare questo nemico”.

Ancor di più quando sento che “tra 3 giorni un consorzio di produttori italiani inizierà a produrre le mascherine e a dotare il nostro sistema e il nostro paese delle munizioni che ci servono per contrastare questa guerra ed evitare la nostra totale dipendenza dalle esportazioni”. All’uopo il Super Commissario, esorta a utilizzare i 50 milioni messi a disposizione dalla patria per riconvertire le fabbriche.

Ma poi siccome siamo realisti, “dal 29 marzo arriveranno dalla Cina 8 milioni di mascherine Ffp2-3 e 6 milioni di mascherine chirurgiche alla settimana. I nostri aerei andranno a ritirare il materiale laddove si trova”.

Sicché finalmente ci saranno mascherine a volontà. Niente più sciarpe rabberciate o giri di carta igienica sul naso: una mascherina e passa la paura. Almeno per oggi. Poi domani ci sarà tempo per valutare, come dice il Super Commissario, se il SSN fosse pronto oppure no ad affrontare una pandemia mondiale che ha provocato il lockdown globale. Ma tanto che ci importa? Per allora avremmo un Super SSN.

Peccato che nel frattempo l’Italia che non è ancora stata chiusa per decreto minacci di far da sola. I sindacati dei benzinai, oggi tocca a loro, dicono che da domani inizieranno a chiudere i distributori perché il governo non fa abbastanza per questa categoria di eroi sconosciuti che lottano il solitaria. Che se ci pensate è una fine strategia, quella del governo di far nulla (peraltro con grande classe). L’unico modo, avranno pensato i politici, per far rimanere a casa gli italiani è fargli finire la benzina. Letteralmente.

Si vede che non ci conoscono.

A domani.