L’irresistibile ascesa del Fintech


Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci nell’osservare la straordinaria crescita del settore fintech nel momento in cui alcune banche centrali annunciano il primo esperimento – positivo – di trasferimento transfrontaliero di moneta digitale di banca centrale (Central bank digital currency, CBDC). Il futuro della finanza è sempre più scritto in bit, arrivando così a compimento quel processo, squisitamente spirituale, di smaterializzazione della ricchezza che oggi nel digitale trova la sua più autentica rappresentazione. Il valore – del denaro come di un qualunque asset – ha molto più a che fare con i software sociali che danno sostanza alla nostra società piuttosto che con valutazioni intrinseche. Ci abbiamo messo alcuni secoli a comprenderlo, e altri ancora a trasformarlo in principio a base della nostra società, e chissà quanto tempo servirà ancora per intuirne le implicazioni profonde.

Questo software sociale gira grazie a un hardware molto pesante – celato sotto gli oceani o sulla stratosfera – che oggi ci ha messo nella condizione di creare ricchezza semplicemente volendolo. Almeno finché tutti ci credono. Questo apre scenari inusitati al nostro sviluppo: inebrianti – si pensi alla volontà di potenza celata nei bilanci delle banche centrali – quanto pericolosi. Anche per questo viviamo in tempi interessanti.

Ma qui non si tratta di fare filosofia, piuttosto di osservare come le tendenze della storia emergano sulla superficie della cronaca, che della storia è uno squisito travestimento. E per osservare i fatti recenti del fintech si può utilizzare un bel riepilogo contenuto nell’ultima quarterly review della Bis.

Poiché l’economia è scienza innanzitutto quantitativa, vale la pena partire da qui. Nulla fotografa lo straordinario sviluppo del Fintech quanto la circostanza che in poco più di un decennio le aziende che operano in questo settore abbiano raccolto più di un trilione di dollari di equity, frutto di circa 35.000 accordi, mutando anche la loro composizione. Da settore parecchio concentrato ad ecosistema popolato da animali di varia taglia. Ossia la miglior prova possibile di un ecosistema in crescita.

Il Venture capital (VC) ha contribuito significativamente a questo sviluppo, consentendo al capitale raccolto per il Fintech di raggiungere il 5% del totale (dato 2020) rispetto all’1% di dieci anni prima. Questa crescita si è accompagnata a una notevole diversificazione dei deals: il Fintech ha fatto capolino un po’ ovunque anche se gli Usa, l’Ue, l’UK e la Cina rimangono i principali attori di questo processo.

Quanto ai segmenti di mercato, quelli più gettonati sono le criptocurrency&blockchain e big data&intelligenza artificiale. E questo ci riporta alle premesse. La finanza non solo diventa sempre più immateriale, ma cerca il sacro graal dell’algoritmo perfetto che le consenta di prosperare senza più il fastidio di pagare le ferie a troppe persone.

Il futuro ci dirà cosa sarà di questa pulsione. Intanto contentiamoci di osservare che il fintech prospera – nel senso che raccoglie più capitale – nei paesi che hanno una regolazione più avanzata, oltre a un settore finanziario più evoluto e una maggiore capacità di innovazione. E’ roba da ricchi, insomma, che studiano come diventarlo ancor di più.

Un’ultima considerazione ci fornisce ulteriori elementi di riflessione: l’attività di venture capital, nella fase iniziale della ricerca di funding, tende ad incrementarsi se si verificano operazioni di fusione&acquisizione nel settore stesso che coinvolgano grandi banche, al contrario di quello che accade quando questa operazioni coinvolgono le Big Tech. “Questo – scrive la Bis – suggerisce che, cercando spesso di sfruttare
sinergie con le fintech, le banche potrebbero stimolare la formazione di fintech. Le Big Tech, al contrario,
che sono spesso in diretta concorrenza con le fintech, potrebbero ostacolare il loro sviluppo scoraggiando gli utenti dall’entrare nelle reti di concorrenti alle prime armi”.

Detto diversamente Il futuro del Fintech dipende assai più dai poteri finanziari tradizionali che da quelli emergenti. E questo dovrebbe farci riflettere. Le grandi banche impugnano il fintech per difendere il loro business dalla concorrenza delle Big Tech, che lo usano nativamente per fare concorrenza alle banche o, quantomeno assomigliargli. Chiunque vinca, noi siamo la posta.

Perché l’inflazione sale più negli Usa che nell’Ue


Poiché l’inflazione è tornata di moda nel dibattito pubblico, e speriamo non a lungo, vale la pena sfogliare un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce che confronta gli andamenti dei prezzi negli Usa e nell’Ue provando a rispondere a una domanda alquanto insidiosa per i presupposti che incorpora: perché negli Usa i prezzi sono saliti di più?

Verrebbe da pensare che l’accelerazione americana abbia in qualche modo a che fare con il maxi stimolo voluto prima da Trump e poi da Biden, che hanno premuto sull’acceleratore della domanda proprio mentre l’offerta veniva strozzata per le note vicende, con la Fed a gettare benzina sul fuoco per compiacere i suoi “azionisti” di riferimento, ossia il governo e soprattutto i mercati finanziari.

Ma è davvero così? La Bce osserva innanzitutto che il grosso dell’inflazione Usa si è concentrata su “un numero relativamente esiguo di voci con tassi inflazionistici molto elevati ‒ tra cui le quotazioni dell’energia”. Questa evidenza può essere rappresenta dalle “medie troncate” dell’inflazione misurata sull’indice dei prezzi al consumo, che escludono dalla rappresentazione le voci inflazionistiche più alte e più basse.

“Nel periodo da gennaio a luglio 2021 – nota la Bce – la media troncata dell’inflazione complessiva è aumentata di circa 1,0 punti percentuali per l’IPC statunitense e di 0,8 punti percentuali per lo IAPC dell’area dell’euro. Per contro, nello stesso periodo, l’inflazione complessiva misurata sull’IPC statunitense senza applicare le medie troncate è aumentata di 4,0 punti percentuali, mentre nell’area dell’euro l’inflazione misurata sullo IAPC è aumentata di 1,3 punti percentuali”.

Un’altra differenza rilevante è che mentre nell’Ue l’inflazione misurata sull’IAPC al netto dei beni energetici e alimentari è rimasta inferiore ai livelli pre-pandemia, negli Usa è accaduto il contrario. A luglio 2021, infatti, nell’Ue tale indice segnava un aumento dello 0,7%, a fronte dell’1,2 di febbraio 2020. Negli Usa invece era del 4,3%, a fronte del 2,1%.

Non si tratta qui di discorrere della transitorietà di questo andamento, sulla quale al momento c’è un consenso pressoché unanime da parte degli osservatori internazionali, bensì di provare a intuirne le ragioni che, secondo la Bce, sono diverse. L’Ue, ad esempio, ha una capacità produttiva inutilizzata maggiore, rispetto agli Usa. Ma oltre a questo hanno pesato vari fattori circostanziali influenzati dalla pandemia.

Se guardiamo ai prezzi delle automobili e camion usati, negli Usa si è registrato un picco nel secondo trimestre 2021 provocato dalla carenza di mezzi nuovi (semiconduttori e altro) che è arrivata proprio mentre la preferenza per il trasporto si spostava dal pubblico al privato. “Infine – osserva – il reddito disponibile delle famiglie è stato supportato dagli stimoli fiscali, facendo crescere la domanda di autovetture usate”. Questo aumento ha rappresentato, con 1,5 punti percentuali, la metà circa dell’inflazione misurata sull’IPC. Stimolare la domanda, classicamente, genera inflazione quando l’offerta è scarsa. Lo sanno tutti. Quindi anche il governo. Semmai non sa in quale settore troverà sfogo questa pressione. Questa dinamica non si è osservata invece nell’Ue, dove semmai sono saliti un poco i prezzi del nuovo, mentre quelli dell’usato sono rimasti stabili.

Un altro settore che ha pesato parecchio sull’inflazione Usa è quello turistico. “I prezzi relativi ai servizi di viaggio e trasporto sono aumentati notevolmente dopo l’allentamento delle misure di contenimento, con un conseguente considerevole contributo positivo fornito negli ultimi mesi all’inflazione misurata sull’IPC”. Sul settore turistico probabilmente hanno impattato molto gli andamenti salariali, ben al di sopra delle medie nazionali.

Nella zona euro, invece, “le misure di contenimento sono state revocate in un tempo successivo, con effetti ritardati sui servizi di trasporto e viaggio rispetto agli Stati Uniti”. Al contrario gli affitti hanno pesato sull’inflazione europea assai più che negli Usa.

Gli elementi inflazionistici comuni alle due aree si sono riscontrati nel settore dei beni di consumo, con l’importante eccezione delle componenti volatili come abbigliamento, calzature e auto usate.

Possiamo a questo punto tentare una prima lettura di questi dati. Negli Usa la maggior disponibilità di reddito, garantita dal governo, ha consentito a molti cittadini di comprare un’auto usata – negli Usa sicuramente questione di vita o di morte visto la carenza endemica di trasporto pubblico – e magari di andarci pure in vacanza, approfittando del fatto che le restrizioni si sono allentate. Questo ha determinato un aumento dei prezzi, spinto sia dalle auto usate, sia, sul versante dei salari, dal settore turistico, dove le paghe orarie cresciute ad agosto 2021 di oltre il 12%. Questa ovviamente è solo una visione parziale, ma comunque utile a comprendere come gli effetti delle politiche fiscali siano sempre difficili da prevedere.

In generale, “i recenti aumenti dell’inflazione ne hanno innalzato le aspettative formulate dai
previsori professionali”, sottolinea la Banca. Le aspettative di inflazione per il 2021, rispetto a gennaio scorso, sono state riviste al rialzo per l’area dell’euro di 1,2 punti percentuali e per gli Usa di 2 punti. Sarà pure transitorio, questo effetto – per il 2022 la revisione al rialzo è stata di 0,7 punti per gli Stati Uniti e di 0,3 per l’Ue – ma comunque le pressioni sui prezzi si faranno sentire ancora. E poiché i dati mostrano come i prezzi abbiamo “sforato” più volte il livello delle aspettative, non c’è da giurarci che non succeda di nuovo. Le strozzature sono ancora profonde. E forse ne dobbiamo ancora scoprire di nuove.

Cartolina. Il laureato longevo


Alcuni studiosi americani hanno osservato che i cittadini con studi superiori tendono ad avere tassi mortalità inferiori a quelli meno istruiti. Magari parlare di correlazione è esagerato, però la statistica lascia immaginare che faticare sui libri allunghi la vita almeno quanto scansarli la accorci. Forse avrà a che fare con l’elevazione spirituale che l’istruzione ci regala, alleviando le pene del corpo. O, più prosaicamente, col fatto che i più istruiti tendono a guadagnare di più, se trovano lavoro. Che sia il denaro l’autentico elisir di lunga vita lo faceva già sospettare la storia. E il fatto che la cronaca lo confermi aggiunge un potente incentivo al desiderio del mitico “pezzo di carta”. Perciò studiate. Male che vada sarete disoccupati, ma longevi.

La moneta digitale di banca centrale diventa “internazionale”


Un piccolo grande successo, si potrebbe dire osservando il primo esperimento di trasferimento di fondi trans-frontaliero di una moneta digitale di banca centrale fra diversi istituti presentato dalla Bis di Basilea. Forse è esagerato scomodare la storia, ma solo perché il tema è esotico e quindi necessariamente poco popolare. E tuttavia il fatto è rilevante: per la prima volta si è verificato un passaggio di monete digitali di banche centrali (Central bank digital currency, CBDC) – utilizzando una blockchain (Distributed Ledger Technology, DLT), in pieno spirito Bitcoin.

Il test ha permesso a “tre banche centrali partecipanti di controllare il flusso della loro CBDC e per monitorare le transazioni e i saldi della loro CBDC emessa”, spiega la Bis. E il buon esito dell’esperimento ha dato il via a una nuova fase – la terza di un progetto iniziato anni fa – che si propone di arrivare a un network pronto all’uso da mettere a disposizione delle banche centrali in open source”.

La prima fase di questo progetto aveva coinvolto la Hong Kong Monetary Authority (HKMA) e la Bank of Thailand (BOT) – Project Inthanon-LionRock – e si era conclusa a gennaio del 2020. Sono stati necessari altri diciotto mesi per arrivare alla fase due, che coinvolge altri soggetti, mentre non è ancora chiaro quanto tempo servirà per completare la fase 3.

Rimane il punto: trasferire fondi fra paesi, utilizzando CBDC su una DLT, diventerà un’opportunità troppo seducente per non essere presa in considerazione. Non a caso Benoît Cœuré, Capo del BIS Innovation Hub, parla del prototipo come “parte dei nostri sforzi per progettare la tecnologia CBDC”.

A rendere interessante l’operazione, la semplice ragione che il trasferimento si è svolto in una manciata di secondi a fronte dei giorni normalmente necessari per un pagamento trans-frontaliero con i sistemi attuali. E per giunta a costi dimezzati.

C’è anche un altro motivo: l’esperimento è frutto di una collaborazione istituzionale fra il BIS innovation hub di Hong Kong, l’autorità monetaria di Hong Kong, la Banca centrale Thailandese, il Digital currency Institute della People’s Bank of China e della Banca centrale degli Emirati Arabi Uniti. Una collaborazione sicuramente originale, per il significato anche politico che gli si può attribuire.

Le motivazioni tecniche per questa evoluzione sono ovviamente numerose. Il prototipo di multiple Central Bank Digital Currencies (mCBDCs) “ha dimostrato il potenziale dell’utilizzo delle valute digitali e della tecnologia DLT per pagamenti e regolamenti transfrontalieri in tempo reale, più economici e più sicuri”. La piattaforma, peraltro, funziona sette giorni su sette 24 ore al giorno. Per dirla con le parole di Bénédicte Nolens, responsabile del BIS Innovation Hub, di Hong Kong, “pagamenti all’ingrosso transfrontalieri più rapidi ed economici, anche verso giurisdizioni che non beneficiano di un vivace sistema bancario di corrispondenza, sarebbero positivi per il commercio e lo sviluppo economico”.

Vale la pena ricordare che questa di “internazionalizzazione” di una CBDC non nasce per un colpo di genio di alcune banche centrali – o almeno non solo – ma fa parte di un preciso mandato del G20 per creare “pagamenti transfrontalieri più economici, più rapidi e più resilienti”. Quindi non è un evento spot, ma una precisa straegia che parte da lontano e che condurrà a un sostanziale cambiamento dell’ecosistema finanziario che ruota attorno ai pagamenti internazionali, ma non solo.

L’indicazione del G20, infatti, si inserisce nel più ampio scenario che vede sempre più banche centrali impegnate nello sviluppo di monete digitali, un oggetto che solo di recente ha iniziato a far breccia presso l’opinione pubblica grazie al notevole lavoro di divulgazione e di analisi fatto proprio dalle banche centrali.

Le banche centrali non solo hanno contribuito a spiegare e studiare il fenomeno, ma hanno espresso un numero crescente di posizioni favorevoli all’adozione di queste tecnologia, che rischia di cambiare in maniera sostanziale il sistema dei pagamenti e quello finanziario.

Così siamo arrivati ad oggi. Tutte le principali giurisdizioni stanno lavorando alla costruzioni di una moneta digitale di banca centrale. Alcuni paesi più piccoli, come la Giamaica, hanno annunciato anche di recente di essere pronti al varo. Mentre fra i paesi grandi, la Cina – che partecipa all’esperimento di pagamento transfrontaliero – già da tempo sperimenta un e-yuan in alcuni contesti cittadini e si prepara anche a un utilizzo mirato di moneta digitale in occasione delle prossime olimpiadi invernali del 2022.

E’ presto per dire che nulla sarà più come prima, dopo il test di mCBDC. Ma che quel momento arriverà, ormai pochi ne dubitano, fra coloro che seguono queste vicende. Il problema è capire come verrà gestita questa transizione. Il rischio che tutte le banche centrali hanno presente è di “disintermediare” troppo le banche commerciali, finendo col tagliarle fuori dai sistemi di pagamento. Cosa che nessuno vuole, e in primis proprio le banche centrali che non sono certo attrezzate per gestire la clientela retail. Per questo fra le varie ipotesi circolate in questi mesi nell’eurozona, è emersa quella di limitare solo a un importo dato la somma in moneta digitale a disposizione di ogni soggetto economico. E poi ovviamente ci sono in ballo difficili questioni legate alla privacy. Ma si tratta di difficoltà superabili. Il processo per la “digitalizzazione” del contante ormai è ben avviato. Dove ci condurrà è tutta un’altra storia.

La Nazione Globale. Dal G7 alla Federazione. Idea per il secolo nuovo


Giunti a questo punto sarebbe facile concludere la nostra analisi sulla Nazione globale con l’ennesima trita rievocazione del declino ormai imminente dell’Occidente, guardando dallo spioncino della porta che ci separa dal futuro la nostra triste senescenza, innanzitutto demografica, ormai avvitata su se stessa, che ci rende prede, e quindi fragili, e insieme predatori, perché ancora affamati di quella vita alla quale non sappiamo né vogliamo rinunciare. 

L’industria fiorente della longevità è lì a mostrarci quanto siamo disposti a pagare per il sogno allucinato di una vita se non eterna, molto lunga. E mentre che avvizziamo, credendoci giovani, chiudiamo le nostre porte difendendo il nostro fortino a qualunque costo. 

In quest’esito così esiziale, il lunghissimo XIX secolo si chiuderebbe per esaustione, consegnando l’Occidente – o comunque lo si voglia chiamare – al destino che fu già dei grandi imperi universali che, mentre si estendevano si rinchiudevano nella prigione della loro stessa violenza.

Oppure possiamo tentare un rilancio. Lasciare tramontare in pace l’idea stessa dell’Occidente per la semplice ragione che ambiamo ad essere molto di più: l’avanguardia di una società futura capace di rompere la catena che ci tiene avvinti al nostro passato. 

Per riuscire occorre elaborare un’idea capace di rigenerare la nostra capacità creatrice, atrofizzata dal lungo e stanco ripetersi di formule e pensieri ormai inadatti a comprendere il mondo. Dobbiamo entrare nel secolo nuovo. Uscire definitivamente dal lunghissimo secolo XIX. Tentare un passaggio simile a quello che condusse dal Medioevo al Rinascimento, sperando di aver una fortuna ancora migliore.

Due riflessioni di pensatori ormai lontani da noi ci vengono in aiuto. Il primo, Arnold J. Toynbee, quando ci ricorda che l’oggetto della storia sono le società, non le nazioni, né tantomeno l’umanità in generale o un periodo storico. A un certo punto per svariate ragioni, una società, ossia un certo modo di intendere la vita, si afferma nella storia. A volte genera una civiltà, a volte no. Può scomparire, può rimanere.

Il secondo è Karl Jaspers, che già agli albori del secondo dopoguerra scriveva che il mondo, ormai divenuto globale, avrebbe dovuto a un certo punto fare i conti con la scelta se far prevalere una società fondata sull’ordine legale, quindi drammaticamente imperfetta perché perfettibile grazie all’uso delle nostre migliori qualità – le stesse che ci hanno condotto alle idee di giustizia e libertà – oppure far prevalere la tirannide tipica degli imperi universali, dove prevalgono la violenza e la pianificazione centralizzata, dissimulate con la maschera cordiale della sicurezza sociale. 

Questi due pensieri insieme servono a formulare una domanda: esiste una società alla quale possiamo dire di appartenere? E se si, come vogliamo che sia amministrata?

La Federazione

La risposta alla prima domanda è sotto ai nostri occhi. Se guardiamo al modo di vita di noi europei, lo troviamo sorprendente simile a quello dei paesi che compongono il G7 e non solo con loro. Si pensi alla Svizzera o all’Australia. Con queste popolazioni abbiamo certamente usanze diverse, ma ciò che ci unisce ha radici assai più profonde di ciò che ci divide. Il sistema politico, ad esempio. Che poi è lo stesso che informa l’attuale globalizzazione e che adesso è minato dall’interno e dall’esterno da quelli che sempre Toynbee chiamava i due proletariati. Il primo generato dalla perdita di fiducia nelle classi dirigenti, il secondo, assai più prosaicamente, dalla disperazione o da alcune potenze che vogliono convincerci che il loro modello di società è il più adatto a gestire il futuro.

All’interno orde crescenti di insoddisfatti invocano l’uomo dei miracoli, prologo per qualunque tirannide, che prometta di difenderli da chi minaccia il loro spazio vitale assediato dal proletariato esterno. Sorgono ogni giorno nuovi muri, col risultato che la città, da luogo di compensazione di istanze antagoniste, ripiega verso la cittadella fortificata mentre ampia allo sfinimento i suoi confini. La carne della vita viene imprigionata nel ferro. L’associarsi quindi, ossia la società, diventa impossibile.

Di fronte a una pressione così forte, la risposta delle società determina il tipo di evoluzione. Può essere regressiva – la tirannide – può essere progressiva: la libertà. 

Il XXI secolo, il primo secolo consapevolmente globale, si definirà nella sua forma politica a seconda della risposta che la società emersa dal lunghissimo XIX secolo, del quale il nostro tempo è il fantasma, darà alla pressione che la sta squassando. Si definirà nella sua forma economica solo se capiremo, agendo di conseguenza, che a un capitalismo globale deve corrispondere una gestione politica globalizzata di alcune coordinate economiche, a cominciare ad esempio dalla moneta, passando per la regolazione finanziarie e per una base fiscale comune. Per dirla con Weber, come il nazionalismo generò il capitalismo, così il capitalismo globale ha bisogno di una federazione politica.

La fenomenologia della nostra depressione è ampia e discussa: non servono molte parole. Viviamo immersi nel Tedioevo, forma attuale del Medioevo, esito del crollo delle utopie dell’età moderna, ossia della crisi della forma nazionale e dell’idea capitalistica che sussume. Il nostro spirito è intriso da una nuova religione secolarizzata fondata sul culto dell’individuo e sulla scienza, che promettono la libertà mentre rischiano di generare nuove, piacevolissime, catene. 

In chiave politica, questa religione si è declinata nel culto della nazione e nell’uso pervasivo della tecnica divenuta ormai anche uno strumento di governo, culminando nella nascita dell’ordine neo-assolutista che s’intravede nel disegno della Nazione globale sorta nella cloud. La libertà può essere facilmente pervertita in tirannide. Il contrario è molto più difficile. Bene che vada, ci vogliono secoli.

Che fare dunque? La luce che promanava dalla nostra società ha smesso di brillare. Ma questo non vuol dire che sia spenta. Occorre tornare a credere in noi stessi, ossia al nostro modo di stare insieme. E il miglior modo per farlo è rinnovarci l’un l’altro la promessa di fratellanza che ha evitato che ci muovessimo guerra negli ultimi settant’anni. 

Noi europei lo facciamo ogni giorno, inseguendo il faticoso progetto della nostra Unione, tanto immane quanto a rischio di inanità. Si tratta di estendere questa promessa agli altri paesi con i quali condividiamo evidentemente una società. 

In qualche modo lo facciamo. Il G7 raggruppa già sette di questi paesi, con l’Ue ospite gradito. Basta immaginare un’idea di Federazione: l’alternativa politica, economica e sociale alla Nazione globale che incombe su di noi. Ossia un luogo dove i ragionamenti e le strategie elaborate dai capi di governo di questi paesi trovino attuazione. Non un governo mondiale ma un governo federale per problemi mondiali, che lavori per la nostra società aperta secondo il principio di sussidiarietà. Non si deve occupare di tutto, ma solo di alcune cose. Quelle che servono a diminuire la pressione dei due proletariati sulle strutture portanti delle nostra società. Ossia il nostro bene più prezioso, così fragile.

Non è un lavoro da poco. E soprattutto non è neanche facile spiegarlo alle nostre popolazioni, in gran parte ancora sedotte dal mito nazionalista. Ma si comincia sempre col parlarne. E lentamente si costruisce.

Le difficoltà sarebbero enormi, ovviamente. A cominciare da quelle dell’egemone in carica che dovrebbe rinunciare a comode rendite di posizione – e basta ricordare il privilegio esorbitante del dollaro – in nome di una responsabilità condivisa. Ma la grandezza si misura anche nella capacità di rinunciarvi. Gli Usa, peraltro, hanno dimostrato ampiamente di non essere interessati a un impero fondato sulla loro nazionalità, ma di voler semplicemente perseguire i propri interessi. Si tratta semplicemente di spiegare, a loro come a tutti gli altri, che in un mondo globalizzato è molto più facile perseguire i propri interessi, su alcuni temi specifici, cedendo elementi di sovranità a un consesso democraticamente costituito che li rappresenti adeguatamente. E soprattutto che questo è il miglior argine contro la marea montante della tirannide. Dobbiamo costruire un’oasi di speranza per tante popolazioni assetate di libertà. L’attrazione gravitazionale della Federazione nei confronti dei paesi esterni sarebbe la migliore garanzia per la sopravvivenza dei principi sui quali basiamo la nostra convivenza e per i quali generazioni di noi hanno dato il sangue.

Non è possibile in questa sede aggiungere altro. Occorre decidere cosa fare di noi stessi e dei nostri figli, che peraltro diminuiscono ogni anno. Se impegnarci nella difesa impossibile dei nostri confini, in un mondo che in realtà non ne ha mai avuto. O se ampliarli, con la conquista pacifica di altre popolazioni che sposino convintamente la nostra società. In questo ampliamento pacifico c’è la soluzione di molti dei nostri problemi. E anche questo è molto difficile spiegarlo con gli argomenti dell’analisi politica e socio-economica. Si può solo intuire, magari ascoltando una storia. 

Homo dormiens

Un giorno l’homo sognò di trovarsi in un luogo meraviglioso. Si svegliò deciso ad abbandonare ciò che conosceva per dirigersi verso ciò che aveva sognato. Dopo qualche passo ebbe paura e decise di tornare indietro. Ma il sogno lo perseguitava. Divenne un sonnambulo. Di giorno arretrava. Di notte avanzava. Finché un giorno si svegliò, dopo una brutta caduta, e si accorse di trovarsi in un posto che era diverso da ciò che aveva lasciato, ma anche da ciò che aveva sognato. Ne fu felice. Perché capì subito che aveva trovato qualcosa di meglio. 

Questo post fa parte del saggio La Nazione Globale. Verso un nuovo assolutismo, in corso di redazione. Per non appesantire il testo in questo post non sono stati inserite le note al testo, disponibile nell’edizione completa.

Le spedizioni strozzano il commercio europeo


Le ampie osservazioni sugli andamenti dell’inflazione, sorvegliata speciale delle banche centrali da quando i prezzi hanno iniziato ad alzare la testa più di quanto fossimo abituati a vedere, hanno spinto gli economisti ad approfondire le ragioni di questi rincari. Bisogna capire – e per il momento la risposta è positiva – se siano transitori. E tuttavia non è molto chiaro quanto duri questa transitorietà, visto che le ragioni che stanno sotto la salita dei prezzi sfuggono in gran parte al controllo dei policymaker.

Le previsioni macro diffuse da Ocse di recente, indicano che la curve dei prezzi rimarrà intonata al rialzo almeno per buona parte dell’anno prossimo. I primi segnali di normalizzazione si dovrebbero vedere alla fine del 2022.

Anche la Bce, nel sul ultimo bollettino economico, fa previsioni rassicuranti. Pur osservando una certa esuberanza dell’inflazione di fondo, ossia al netto della componente energetica e dei cibi freschi, prevede che entro i prossimi due anni quest’ultima tornerà nei limiti statutari.

Fin qui nessuna sorpresa, insomma. la vulgata della transitorietà dell’inflazione ormai è consolidata abbastanza da rassicurare gli operatori economici, che ormai hanno capito che le policy fiscali e monetarie internazionali seguiranno gli andamenti di questo 2021 per buona metà dell’anno prossimo. Anche la Fed di recente ha fatto capire che inizierà a raffreddare gli acquisti di asset a partire dal 2022 mentre i tassi dovrebbero rimanere fermi per tutto l’anno prossimo. E se l’inflazione dovesse ancora scaldarsi, pazienza: rimane un fenomeno transitorio fino a quando le banche centrali non diranno il contrario.

Il problema però è che sul versante dell’economia reale, ossia le questioni che ogni giorno gli operatori devono affrontare, il clima non è ancora dei migliori. La molla della ripresa è scattata, e non si capisce quanto restituirà in termini di maggior crescita strutturale una volta che si sarà esaurita la spinta del rimbalzo. Spinta che peraltro è all’origine di buona parte di queste tensioni inflazionistiche.

Sempre sfogliando l’ultimo rapporto Ocse notiamo infatti alcune tendenze di fondo sulla cui durata è difficile fare previsioni. La prima è il costo delle spedizioni internazionali marittime, quasi quintuplicato da febbraio 2020, a dimostrazione di una strozzatura nelle catene di approvvigionamento.

Questo andamento si apprezza meglio se si inquadra nel più ampio movimenti di rincari che sta coinvolgendo il mercato delle commodity provocando diverse ricadute sull’inflazione e sugli scambi internazionali.

Sempre Ocse calcola che i prezzi globali delle commodity fra luglio e agosto scorsi fossero circa il 55% più elevati rispetto a un anno prima. Questo, unito al rincaro del trasporto, avrebbe aggiunto una notevole spinta inflattiva al costo delle importazioni che si è trasferita ai prezzi al consumo (vedi grafico sopra).

Gli scenari elaborati da Ocse sono fortemente condizionati dagli andamenti di queste tensioni che si immagina rimarranno lungo tutto quest’anno mentre non è affatto chiaro su cosa succederà il prossimo. Mentre è evidente che questi effetti genereranno un certo “trascinamento” lungo tutte le catene globali, che richiederà un certo periodo di tempo ad essere riassorbito, la questione è capire cosa succederà nel frattempo al commercio internazionale, che con queste strozzature logistiche, e il rincaro che provoca, deve fare i conti.

La questione è analizzata dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico che si propone proprio di studiare l’impatto di queste strozzature sul lato dell’offerta sul commercio internazionale. Le vicende collegate alla pandemia hanno generato notevoli squilibri fra domanda e offerta che si osserva nella dilatazione dei tempi di consegna “senza precedenti”, come nota la banca. Ciò è risultato maggiormente evidente nei settori che dipendono proprio dai trasporti e da input afflitti da problemi di scarsità, come computer e beni elettronici, ma anche attrezzature, prodotti in legno, sostanze chimiche e autoveicoli. “A giugno – scrive la Banca – l’indice PMI mondiale relativo ai tempi di consegna dei fornitori ha raggiunto un minimo storico (cioé tempi di consegna più lunghi) dall’inizio delle rilevazioni nel 1999”.

A questo esito hanno concorso vari fattori, non ultimo il grave incidente di Suez della scorsa primavera. Adesso la situazione è in via di miglioramento, ma è ben lungi dall’essere normalizzata.

E questo è chiaramente osservabile se si osservano i tempi di consegna, particolarmente penalizzanti per l’Europa, che paga la sua lontananza geografica dai centri produttivi asiatici.

Situazione difficile anche per il mercato americano, pure se “le capacità di trasporto sulla rotta fra Asia e America settentrionale hanno segnato un recupero dalla pandemia più marcato rispetto alla rotta fra Asia ed Europa in parte in ragione dell’aumento di capacità derivante dal sostenuto andamento della ripresa osservato negli Stati Uniti”.

Questa osservazione ci riporta all’inizio del post, ossia agli andamenti dell’inflazione. Dal primo grafico si vede che l’andamento dell’inflazione negli Usa è particolarmente pronunciato nella prima metà di quest’anno. E’ chiaro che molto di questa accelerazione è dovuta proprio ai costi di trasporto. L’offerta della capacità di carico dei container, infatti, è abbastanza inelastica e poiché le tariffe spot dei container in uscita dall’Asia verso l’America settentrionale hanno toccato livelli record, gli operatori hanno trovato conveniente concentrarsi su questa rotta a scapito di altre. Una parte di questi prezzi si è evidentemente trasferita sui prezzi al consumo.

L’Europa, quindi, ha patito la “concorrenza” degli Usa. E in particolare l’hanno pagata i settori orientati all’esportazione “che hanno registrato la ripresa più veloce”, ma “sono interessati dalle carenze più gravi dal lato dell’offerta”.

Questi ritardi nelle forniture hanno strozzato la capacità europea di esportare, con un impatto variabile a seconda della vocazione dei singoli paesi. Ovviamente “l’impatto è maggiore per i paesi con esposizioni più consistenti nei confronti dei settori interessati alle strozzature”.

La Bce stima che “le carenze totali relative al livello di esportazioni di beni ammontano al 6,7% per l’area dell’euro e al 2,3% nel mondo intero”. Significa che l’export, in assenza di strozzature, sarebbe stato il 6,7% in più per l’aerea euro e del 2,3% in più per il mondo.

Ma aldilà di ciò che è accaduto, è ciò che può succedere che solleva molti dubbi. Il Covid sta tornando ad agitare l’Asia e quindi il trasporto marittimo. Significa che queste tensioni logistiche possono continuare molto più di quanto si preveda, rilasciando ulteriori spinte inflazionistiche nei prezzi alle importazioni. Nulla che si possa aggiustare manovrando i tassi di interesse. In queste circostanze, la fantasia creativa dei banchieri centrali, è costretta a fare i conti con la dura realtà.

Alle origini della globalizzazione. Boom creditizi e crisi finanziarie


L’ultimo tassello che ci aiuta a comprendere la fisionomia finanziaria del nostro mondo si compone combinando due grandi tendenze che si sono sviluppate insieme all’internazionalizzazione dei prestiti bancari: l’innovazione finanziaria e la competizione. Le due cose sono intimamente collegate e connesse alla ricerca del profitto, che da un lato innova le pratiche e dall’altro spinge le banche a competere fra loro. La conseguenza di queste due tendenze è evidente: da un lato l’aumento dei rischi – e quindi dei rendimenti – e dall’altro il favorire boom creditizi che spesso si risolvono in crisi.

Due strumenti di notevole importanza per l’innovazione finanziaria furono i prestiti sindacati e i derivati. I primi, sviluppati già all’inizio degli anni ’60, consentirono alle banche più piccole di partecipare ai prestiti internazionali e di sviluppare il trading di prestiti sul mercato secondario. A tempo stesso, aumentando la partecipazione dei prestatori, grazie a questa tecnologia è stato possibile aumentare le dimensioni delle somme concesse, attraendo nell’orbita anche gli stati.

I tassi di questi prestiti, a medio termine, di solito erano collegati a quelli di breve termine dei depositi bancari. Per questo il mercato di Londra, che godeva di una supremazia nei mercati offshore, poté primeggiare con il suo Libor (London Interbank offered rate), che divenne il tasso di riferimento per gli interessi sui syndacate loans.

L’arrivo dei derivati produsse un’ulteriore evoluzione nella fisionomia dei mercati finanziari. “Prima del 1980 – spiega la Bis – le banche gestivano il rischio aprendo posizioni nel mercato interbancario a differenti maturità e diverse valute”. Ciò gonfiava notevolmente i bilanci bancari di posizioni sull’interbancario, rivelandosi alla fine poco efficiente. L’introduzione dei derivati cambiò le carte in tavola, consentendo alle banche di togliere dai bilanci il risk management. La conseguenza fu che a livello globale gli asset in derivati passarono da circa un trilione di dollari, nei tardi anni ’90, agli 8 trilioni di fine 2020, con grandi oscillazioni collegate alle varie perturbazioni che affliggono i mercati.

Una volta che l’innovazione finanziaria si sposò con la pratica degli arbitraggi bastò la naturale competizione fra banche per trasformare l’attività di prestiti internazionali in un lucroso (e rischioso) business. Quando poi intervenne anche la liberalizzazione dei capitali a facilitare le cose, si generò un effetto di accelerazione che semplicemente allargò lo spettro di attività già ampiamente diffuse. Con interessanti evoluzioni dal punto di vista della geografia finanziaria.

Negli anni ’70, infatti, erano le banche statunitensi le grandi protagoniste di questa internazionalizzazione. Negli anni ’80 toccò invece alle banche giapponesi giocare da protagonisti. Almeno fino a quando l’economia giapponese non collassò alla fine degli anni ’80. Gli anni ’90 e i primi anni del 2000 hanno visto invece le banche europee guadagnare gradualmente quote di mercato, fino a quando la Grande crisi finanziaria del 2008 non le ha messe al tappeto.

Questi cambiamenti “geografici” non mutarono però la sostanza: ossia che il credito internazionale per tutti questi anni è cresciuto più del credito interno, favorendo quindi la costruzione di squilibri finanziari che di tanto intanto erompono in crisi di diversa gravità. “In effetti, – scrive la Bis – le crisi finanziarie sono diventate più frequenti dopo gli anni ’70, anche a causa degli eccessi di credito consentiti dalle banche internazionali. Tre picchi nella crescita dei crediti internazionali dopo il 1980 hanno coinciso con le crisi del dopoguerra: la crisi del debito latino-americano nel 1982, la crisi finanziaria asiatica nel 1997 e il GFC nel 2007-09”.

L’aspetto interessante è che “dalla fine degli anni ’60 la competizione fra le banche ha abbassato i margini sui prestiti internazionali alle economia avanzate. Cercando maggiori profitti, la banche hanno espanso la loro attività di prestiti ai paesi emergenti”. A partire dal 1973, poi, quando le crisi petrolifere gonfiarono di petrodollari i paesi produttori, questa attività di prestiti trovò ancor di più di che alimentarsi: la banche dei paesi avanzati prestavano i petrodollari ai paesi emergenti.

Fra il 1974 e il 1982 i crediti transfrontalieri verso l’America Latina passarono da 43 miliardi a 197. E questo aiuta a capire perché nel 1982 il Messico fece sapere al mondo che non avrebbe pagato le sue obbligazioni.

Un copione simile si osserverà in Asia dieci anni dopo. La banche dei paesi ricchi, stavolta giapponesi, prestarono massicciamente ai paesi poveri dell’Asia, fino a quando non ci fu la crisi. Il Giappone dovette vedersela con l’esplosione della bolla di fine anni ’80, ma intanto le sue banche avevano prestato all’Asia emergente 124 miliardi di dollari nel 1997, in pratica raddoppiati dai 60 miliardi del 1990. Anche le banche europee avevano fatto la loro parte. L’esposizione bancaria europea in Asia era passato dal 35 al 51% negli stessi anni.

Morale della favola: la globalizzazione finanziaria è cominciata molto prima di quanto ripeta ossessivamente la vulgata. Portata avanti dalle banche Usa, è stata gradualmente metabolizzata da quelle giapponesi ed europee, che hanno sfruttato diversi espedienti per aumentare i margini di guadagno. E quando i paesi avanzati ormai non ne garantivano più abbastanza, hanno allentato gli standard dei prestiti per prestare alle economia emergenti, anche approfittando delle risorse che alcune di loro avevano ricavato dalle varie crisi petrolifere.

I ricchi hanno prestato ai poveri. E così facendo, più o meno coscientemente, li hanno spediti nell’abisso dell’insolvenza, bruciandosi a loro volta le penne. La storia si ripete anche oggi, ma con una notevole differenza: adesso sono entrate nel gioco le banche centrali che anestetizzano le ansie dei prestatori con abbondanti dosi di liquidità a buon mercato. Ma fino a quando? Pensare di poter rispondere a questa domanda è già un problema.

(3/fine)

Puntata precedente. La spinta degli arbitraggi

Cartolina. Brexin


Chissà cosa direbbero gli exiter britannici se sapessero – ed è improbabile – che l’uscita dell’Ue non li ha separati dal resto del mondo, e neanche dall’Ue, a dirla tutta. Se sapessero che non basta un referendum, e tantomeno una pasticciata dichiarazione di divorzio, per isolarli dalle correnti della storia. Già un loro notevole connazionale, Arnold J. Toynbee ricordava quasi un secolo fa che ogni momento topico della storia britannica era profondamente interconnesso con quello che accadeva intorno all’Isola. Purtroppo gli exiter lo hanno dimenticato, ma i banchieri centrali, per fortuna no. Come una moderna Penelope, la Banca centrale britannica tesse la tela delle relazioni internazionali usando l’unico strumento che possiede, il suo bilancio, che somiglia sempre più non solo a quello della cugina europea, ma anche a quello delle altre grandi del mondo. Si può anche votare per la Brexit e crederci. Ma poi la storia fa all-in.

L’economia che non tramonta: quella ricreativa


Toglieteci tutto, ma non la ricreazione. Il nostro tempo libero è la conquista più rilevante dei tempi moderni, e figuriamoci se uno non se lo gode. Ci sarà pure la crisi, ma c’è una gran voglia di godersi i propri passatempi. Se guardiamo i dati raccolti dalla Fed di S.Louis che riepilogano l’andamento della spesa in questo settore degli statunitensi questa sensazione viene ampiamente suffragata.

In sostanza la spesa complessiva, che ha superato gli otto trilioni nel 2019, è cresciuta del 57% dal 2002, conoscendo un breve flessione giusto negli anni terribili della grande crisi finanziaria.

Si potrebbe pensare che, per analogia, il calo si sia osservato anche durante la crisi Covid. Senonché sembra proprio il contrario. Sempre la Fed, infatti, ha notato che alcuni sottosettori della spesa ricreativa – attrezzi sportivi, materiali da hobby, strumenti musicali, libri – hanno visto crescere del 18,7% le vendite dal luglio 2019 a luglio 2020. Sarà una conseguenza del maggior tempo libero generato dal lockdown?

Può darsi. Se guardiamo più in dettaglio, tuttavia, scopriamo nuove cose. In particolare che il grande protagonista, nell’ultimo decennio della spesa ricreativa è stato il settore fitness e sport center, che ha visto il suo prodotto crescere di oltre il 50%.

Gli americani son sempre più interessati allo sport, e sempre meno ai parchi di divertimento, in calo del 23%. Come se dall’infanzia si fossero avviati finalmente verso l’adolescenza. Speriamo vengano su bene.

Cina e aziende hi tech cambiano il gioco di Undernet


Mentre ci affanniamo seguendo le cronache della superficie, che alimentano vasti ed effimeri circuiti emozionali, la realtà procede silenziosamente negli abissi della nostra inconsapevolezza. Fortunatamente di tanto in tanto qualche palombaro si avventura in questi recessi ed estrae informazioni che ci aiutano a riemergere dal circuito del chiacchiericcio per regalarci uno squarcio di conoscenza che duri più dello spazio di una tendenza social.

Nell’ampio catalogo di queste immersioni abbiamo ripescato uno studio dell’Atlantic Council che ci fornisce una fotografia aggiornata di uno dei grandi settori che ci ci segue ormai conosce bene da anni: quello del cavi sottomarini. Alla storia e le cronache di Undernet abbiamo dedicato numerosi approfondimenti, ai quali rimandiamo. Qui ci limitiamo a un aggiornamento, profittando dell’ottimo lavoro di ricognizione e analisi svolto dall’autore che si conclude con un campanello di allarme che ormai siamo abituati a sentir risuonare: i nuovi poteri emergenti, quindi la Cina e tutto l’ampio mondo che alla Cina fa riferimento, e i campioni di Internet stanno cambiando il gioco di Undernet e quindi, considerando che dai cavi passa il 95% del traffico dati globale, di Internet. Lo sapevamo già, ma è sempre meglio ripeterlo.

Il punto di osservazione del paper è centrato sugli aspetti di sicurezza che derivano sostanzialmente dalla proprietà di queste infrastrutture. I governi autoritari, scrive l’autore, stanno ridisegnando il gioco della rete anche intervenendo sui binari di Internet. Poi ci sono i proprietari e gestori “che gestiscono i cavi sottomarini utilizzando sistemi di gestione della rete per centralizzare il controllo sui componenti”. Infine, “la crescita esplosiva del cloud computing ha aumentato il volume e la sensibilità dei dati che attraversano questi cavi”. L’insieme di queste tre caratteristiche disegna il nostro presente a accende una luce poco rassicurante sul nostro futuro.

Da qui l’invito al governo americano, che “ha nuove opportunità e responsabilità” ad agire “in coordinamento col settore privato e i suoi alleati all’estero” per contenere queste criticità e “proteggere la sicurezza e la resilienza dei cavi sottomarini”. In sostanza gli Usa dovrebbero difendere il loro ruolo di incumbent di Internet, che come abbiamo visto è stato messo a dura prova negli ultimi anni.

Queste conclusioni sono suffragate dai dati e le osservazioni raccolte nel paper, aggiornate alla fine del 2020. Quindi una buona occasione per avere le ultime dal mondo di Undernet. Complessivamente sono stati censiti 475 cavi sottomarini che appartengono a 383 entità diverse: la ragnatela di Undernet è sempre più ramificata e diffusa e dai primi stentati tentativi del XIX secolo, ormai avvolge il globo come una confortante cintura di sicurezza.

In gran parte questi cavi sono posseduti da compagnie private, spesso in partnership con altre. A volte sono di proprietà di aziende statali. In ogni caso, “le aziende che dirigono la distribuzione di cavi sottomarini producono effetti geopolitici sulla connettività Internet e su tutto ciò che ne deriva, compresa la ricerca scientifica, il commercio digitale e le comunicazioni governative e personali. Rimodellano anche la topologia fisica di Internet”. Questo spiega perché la produzione e distribuzione di cavi sia in costante crescita.

I cavi sono spesso posseduti in consorzio, ma la gran parte ha singoli proprietari.

In questi ultimi anni, hanno acquistato una certa rilevanza i singoli proprietari emanazione di “stati autoritari”, come vengono definiti dal paper. Ma in generale la presenza pubblica nel settore era notevole anche prima.

In ogni caso, la presenza cinese nel settore ha guadagnato una certa rilevanza in questi ultimi anni. Non a caso si parla di digital silk road.

Nel 2021 i colossi cinesi sono impegnati in diversi investimenti nel settore dei cavi. China Mobile è attiva in investimenti come proprietaria in ventuno progetti, China Telecom in dodici e China Unicom in undici. Quanto a Huawei, la società accusata di spionaggio dagli americani, la sua controllata Huawei Marine non risulta coinvolta nella proprietà di cavi, ma da un suo report si legge che ha “costruito e riparato un quarto dei cavi mondiali”.

L’influenza crescente della Cina, tuttavia, non è paragonabile a quella degli Usa, che ancora oggi primeggiano in questo settore.

Ciò non vuol dire che siano rose e fiori. All’interno degli Usa, infatti, sono nate le grandi compagnie di internet che hanno finito con l’originare interessi che non sono naturalmente coincidenti con quelli del governo o dei vecchi proprietari di cavi.

Ed ecco lo stato dell’arte: vecchi e nuovi poteri gareggiano sul fondo degli oceani per rosicchiare quote di traffico dati, ossia influenza. Il gioco si fa sempre più duro. Quindi a giocare rimarranno in pochi.