Cronicario: E alla fine arriva il deficit con la garanzia


Proverbio del 9 novembre L’acqua non si divide se la colpisci col bastone

Numero del giorno: 369.300.000.000 Titoli di stato detenuti dalle banche italiane ad agosto

Siccome qualche certezza dobbiamo averla per sopportare il nostro cronicario quotidiano, bisogna pure accontentarsi di quello che passa il convento, fosse pure un bisministro vicepremier in piena lallazione politica che – dice – garantisce lui.

E che garantisce il nostro vicepremier uno e bino? Non potendo garantire la crescita economica, contro la quale come è noto cospirano quelle che una volta si chiamavano le forze della reazione (oggi più semplicemente realtà), il nostro beneamato garantisce nientemeno che il deficit.

“La garanzia che diamo è che il 2,4 è il termine massimo di deficit e saremo pronti a garantirlo e ad intervenire quando servirà nella legge di bilancio”. Ipse dixit il bicefalo, con ciò facendo strame di tutta una letteratura e una prassi aneddotica che mostra con chiarezza come i deficit tendano a crescere naturalmente quando rallenta la crescita, vuoi a causa degli stabilizzatori automatici, vuoi perché il numerino magico al denominatore non cresce quanto dovrebbe. Insomma, viviamo inconsapevoli nel magico mondo in cui un governo che vuole fare espansione fiscale per stimolare la crescita garantisce che farò austerità quando la crescita venga a mancare, ossia il contrario di quello che serve. Mi sorge il dubbio che il ministro bicefalo sia vittima di un refuso.

Anche perché nel frattempo il suo collega dell’Economia, il cui nome rima sempre più con Mammamia, stava rilasciando dichiarazioni altrettanto edificanti in audizione parlamentare delle quali vi offro un florilegio assortito perché non serve granché per capirne il tenore. “Le nostre preoccupazioni su un rallentamento sono confermate” e questo rende ancora “più necessario confermare l’effetto anticiclico della manovra”, dice. Quindi la manovra è anticiclica, ma il deficit è garantito. “Le stime di crescita della commissione europea, che fissano all’1,2% la crescita del Pil per il prossimo anno, riconoscono evidentemente l’effetto espansivo”. Quindi la Commissione fa “defaillance tecniche”, ma solo un po’. Mentre sullo spread, “è un livello di spread che preoccupa se viene mantenuto a lungo. Continuiamo a pensare che la definizione della manovra possa chiarire la situazione. Lo spread non può dipendere dal disavanzo per il 2019 al 2,4%”.

A proposito, mentre i due fenomeni recitavano le loro preghiere, lo spread tornava felicemente sui 300 punti, da quali in realtà si è discostato poco nelle ultime settimane. E questo mi ha ricordato un principio aureo:

Buon week end.

A lunedì.

PS In audizione pure lui in Parlamento, il vice dg di Bankitalia ci ha allietato il venerdì facendoci sapere che il carospread ci è già costato 1,5 miliardi, che sarebbero circa lo 0,1% del pil, rispetto a quanto avremmo pagato di interessi ai tassi di aprile. Se continua coi tassi attuali (e sperando che non crescano), “il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 miliardi nel 2020”. Ossia fra lo 0,3 e lo 0,6% del pil. Per fortuna il deficit è garantito. 

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Cartolina: La guerra monetaria dell’ultimo giapponese


Cinquecentocinquantunomilamiliardi di yen. O se preferite, 551.000.000.000.000 yen che sono 551 trilioni di yen. Immagino che persino la Fed, che si è presa la briga di contarli, avrà avuto difficoltà a seguire le fila dei miliardi che compone la montagna degli asset della banca centrale giapponese, ormai in predicato di diventare l’ultima giapponese nella guerra monetaria che il mondo combatte da almeno un decennio. Con la Fed in ritirata strategica e la Bce in predicato di chiudere i rubinetti, la BoJ rimane da sola, fra le grandi banche centrali, a pompare denaro per sconfiggere un’economia che bordeggia la depressione da un ventennio. Assai prima degli altri, il Giappone ha iniziato a fare QE, addirittura negli anni ’90, e chissà quanto ne farà ancora. Finora la sua cura monetaria, per tacere di quella fiscale, altrettanto esosa, è servita a poco. Il Giappone vivacchia nelle sue bellissime città dove fioriscono ancora i ciliegi, ma ormai ha smesso di brillare. Combatte strenuamente una guerra finita e persa che ha lasciato sul campo un’economia fiacca e svogliata, figlia di una delle nazioni più anziane del mondo. D’altronde l’ultimo soldato giapponese è morto di vecchiaia.

Cronicario: E finalmente superiamo il 3% (di deficit)


Proverbio dell’8 novembre Non puoi ricavare latte da un bufalo maschio

Numero del giorno: 299.800 Italiani 20-24enni del Sud che hanno abbandonato la scuola

La crescita, si vabbé, che volete che sia? Il solito unovirgola se va bene. Ma volete mettere la gioia di sforare il 3% del deficit/pil? C’è una mandria di fenomeni che ha fatto la ola quando stamane la Commissione Ue ha rilasciato le sue previsioni d’autunno.

Dai che li conoscete. Sono quelli che “il deficit è bello perché aiuta i poveri e ci fa più ricchi”. E finalmente sono stati accontentati. La crescita aumenta di un paio di decimali rispetto alle previsioni di autunno del 2017, ma il deficit di oltre un punto rispetto al 2017 da qui al 2020. Poi dice che non esistono i moltiplicatori.

Ma comunque inutile stare a impiccarsi su queste miserie da “puristi delle sala contabile”, come ebbe a dire un noto cazzaro qualche tempo fa a chi gli chiedeva coerenza sulle cifre che andava diffondendo. Il punto saliente è che sforiamo il maledetto 3%, che per i madonnari del deficit sovrano è come l’urlo di libertà di Braveheart. Poi certo finì come finì con lo scozzese, ma volete mettere la gioia del momento?

Rimane il problema di come convincere il resto del mondo a fidarsi della nostra buona volontà di debitori a fronte di un andamento macro vagamente preoccupante. Date un’occhiata alle componenti del nostro pil, presente e futuro.

Che ci dice questo bel disegnino? Che la crescita langue, malgrado lo sforamento del deficit e non c’è neanche tanta trippa per gatti. L’output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale risulta persino positivo. Quindi non dovremmo neanche farne, di deficit. Sarà pure vero, come giura il ministro dell’economia che rima ora e sempre con Mammamia e soprattutto con diplomazia, che le valutazioni della Commissione sono frutto di “una defaillance tecnica”. Ma bisognerà vedere che diranno quelli là fuori Non i gazzettieri del cambiamento: i creditori. I cugini di Bruxelles potrebbero persino risultare ottimisti.

A domani.

Pro memoria: il primo ministro, noto anche come avvocato del popolo, dice che stime di crescita diverse da quelle del governo sono assolutamente inverosimili. Poco dopo il Fmi ha confermato ne sue previsioni: +1,2 nel 2018, +1% nel 2019 e +0,9 nel 2020. Ne riparliamo fra un anno da oggi.

Le fondamenta fragili della ricchezza finanziaria italiana


Una bella ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia ci regala un’istantanea molto istruttiva dell’epopea della ricchezza italiana sin dal lontano 1950, quando iniziò per noi come per molte altre economie quella lunga scalata verso il successo che ci ha condotti dove siamo adesso, sostanzialmente ricchi ma infelici.

Il grafico racconta meglio di mille parole come sia cambiata la ricchezza degli italiani. In rapporto al reddito disponibile alla fine del secolo scorso si consumava il sorpasso delle attività finanziarie sui beni reali. L’Italia iniziava a somigliare ai paesi più moderni.

Ma il cambiamento dura solo un paio d’anni. Il boom del mattone riporta rapidamente il valore dei beni reali sopra quelli finanziari e ci riporta dove siamo adesso: “La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane – detenuta sotto forma di depositi, titoli, azioni quotate e non quotate, fondi comuni, strumenti assicurativi e pensionistici privati – è pari a circa 4.400 miliardi di euro; le attività reali, in gran parte immobili, sono 6.300 miliardi; le passività superano i 900 miliardi. La ricchezza totale lorda delle famiglie era quindi circa 9,3 volte il reddito disponibile e la ricchezza totale netta 8,5 volte”.

E’ interessante osservare, tuttavia, quanto notevolmente si sia ridotta la forchetta fra gli attivi reali e quelli finanziari. La modernità, che significa aumento dei redditi nominali e stagnazione dei prezzi immobiliari per gran parte degli anni ’60, si può anche raccontarla guardando la crescita costante degli attivi finanziari, che nel 1950, quando inizia il racconto, erano addirittura inferiori per la gran parte al reddito disponibile. Ma da quel momento in poi “le attività finanziarie sono cresciute quasi senza soluzione di continuità, al netto di piccoli episodi di crisi: si
possono ricordare gli effetti negativi sui valori azionari derivanti dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e la fondazione dell’Enel nel 1962 e dalle difficoltà della Borsa nella seconda metà degli anni Settanta e nel 1987”. Ma modernità significa anche notare come le passività, che nel 1950 erano una porzioni insignificante del reddito, diventano il 40% del reddito disponibile nel 1995 e raddoppiano quasi, portandosi circa all’80% alla fine del 2017.

Ma il punto interessante della ricerca viene più avanti. Analizzando la struttura della nostra ricchezza finanziaria Bankitalia osserva come i depositi bancari e postali ne costituiscano ancora oggi il 31%. Quindi parliamo di oltre 1.300 miliardi. In questo siamo cambianti poco. Salvo che nei momenti di euforia finanziaria, le famiglie italiane “investono” in depositi, anche se certo assai meno che in passato. “Ancora nel 1975 i depositi e il circolante erano oltre il 70 per cento della ricchezza. Dagli anni Ottanta il peso dei depositi è sceso, fino a toccare, nel 2005-2006,
il 23 per cento delle attività finanziarie delle famiglie. Da allora la crisi finanziaria globale e i bassi tassi di interesse hanno spinto le famiglie a muoversi verso la detenzione di attività più sicure, come i depositi”.

L’asset che in qualche modo si può assimilare al deposito bancario, relativamente almeno al profilo di sicurezza percepito dal risparmiatore, ossia i titoli di stato, ha avuto una storia altrettanto edificante. “L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55 per cento del PIL nel 1980 al 111 per cento nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche”. Un po’ come vorrebbero alcuni nostalgici presenti nel nostro governo. Da allora molto è cambiato, ma ancora “alla fine del 2016 i titoli pubblici italiani detenuti direttamente e indirettamente dalle famiglie” erano “circa il 16 per cento del totale delle attività finanziarie”. Addirittura “la quota dei titoli di debito detenuti dalle famiglie salirebbe a circa il 30 per cento considerando gli investimenti degli italiani intermediati dai fondi comuni esteri. Secondo una stima preliminare di larga massima, la quota di titoli pubblici potrebbe superare il 20 per cento”. Così sappiamo chi paga fra gli altri il conto dello spread.

Dal debito pubblico i risparmiatori hanno iniziato a spostarsi sulle obbligazioni bancarie a partire dal 1996, che nel 2011 sono arrivate a rappresentare il 10% della ricchezza delle famiglie, per lo più grazie ai notevoli benefici fiscali concessi su questi strumenti pensati per favorire l’espansione del credito bancario, così come in passato i risparmi venivano utilizzati e finanziare l’espansione fiscale dello stato. In entrambi i casi i risparmiatori, irretiti con rendimenti nominali appetibili che pochi riescono a percepire nella loro rischiosità, sono straordinarie mucche da mungere.

Ma aldilà di come li hanno impiegati, gli italiani, questi denari, è assai più interessante capire come li hanno cumulati. La domanda è semplice: la ricchezza finanziaria è aumentata perché sono aumentati i risparmi, ossia le quantità, o perché sono cambiati i prezzi degli attivi? Per dirla in gergo, hanno prevalso i flussi o le valutazione degli stock?

Come si può osservare, nel nostro paese sono gli aggiustamenti di valore ad aver guidato gli andamenti della ricchezza. A differenza, ad esempio, di quanto avvenuto in Germania. Ciò significa che la ricchezza degli italiani si è alimentata (quando si è alimentata) in gran parte grazie agli andamenti dei mercati, non perché sono aumentati i risparmi e quindi gli investimenti. “Anche se generalmente più piccoli degli aggiustamenti di valore, i flussi delle famiglie italiane hanno contribuito positivamente alla dinamica delle attività finanziarie tra la seconda metà degli anni novanta e il 2006, con tassi compresi tra il 3 e il 6 per cento. Dopo la crisi finanziaria, i flussi sono rimasti positivi ma su livelli bassi, collocandosi quasi sempre al di sotto dell’1 per cento”. Insomma si mette sempre meno da parte. “L’andamento è coerente con la riduzione del risparmio lordo delle famiglie, passato da un valore medio del 15,7 per cento del reddito disponibile, nel periodo 1995-2008, al 10,7 per cento tra il 2009 e il 2016”. I capricci dei mercati, insomma, più che l’aumento dei redditi, che favorisce la formazione del risparmio, ha determinato le sorti della nostra ricchezza finanziaria nell’ultimo ventennio. Il che rende questa ricchezza per sua natura assai più volatile di quanto non sarebbe se si potesse alimentare – sempre come accaduto in Germania – con flussi regolari. “La crisi finanziaria globale ha determinato un ribaltamento degli andamenti precedenti. In Italia il valore del portafoglio delle famiglie si è ridotto per circa il 5 per cento sia nel 2007 sia nel 2008, a causa soprattutto dei forti aggiustamenti di valore negativi”. La nostra ricchezza finanzia, insomma, ha fondamenta fragili. Siamo ricchi oggi, domani chissà.

Cronicario: Calano le vendite, ma è un dettaglio


Proverbio del 7 novembre Il denaro sognato non si può spendere

Numero del giorno: 1,5 Crescita % Germania rivista al ribasso per il 2019 

Siccome va tutto bene, e la manovra del popolo lo farà andar meglio, non dovete affatto preoccuparvi di leggere gli ultimi dati sulle vendite al dettaglio che la solita diabolica Istat, in pervicacia osservazione della realtà (che neanche è stata eletta) ha diffuso oggi.

Notate la finezza. Prima le buone nuove e poi le cattive. Tanto lo sanno tutti che si e no uno su cento legge oltre al terza riga. Chiamarle buone nuove, poi, è un po’ esagerato. A parte che il tendenziale sul trimestre luglio-settembre è negativo, è negativo pure il congiunturale mensile (-0,8% in valore e -0,7% in volume), quindi le vendite rispetto al mese precedente, sia il tendenziale annuo (-2,5% in valore e -2,8% in volume), ossia le vendite rispetto a settembre 2017.

Degno di nota il fatto che su base annua calano sia le vendite alimentari (-1,6% in valore e -3,1% in volume) sia quelle di beni non alimentari (-3,1% in valore e -2,6%in volume). Fra questi ultimi ” si registrano variazioni tendenziali negative in quasi tutti i gruppi di prodotti, ad eccezione di Elettrodomestici, radio, tv e registratori (+2,1%)”. Il gadget elettronico è proprio l’oppio dei popoli del nostro tempo.

Ai pochi che sono arrivati fin qui farà piacere inoltre sapere che “a livello tendenziale, il valore delle vendite al dettaglio registra un calo dell’1,2% per la grande distribuzione e una diminuzione ancora più sostenuta, del 4,3%, per le imprese operanti su piccole superfici. Il commercio elettronico registra una crescita del 2,7%”.

A parte questo, si conferma la meravigliosa eccezionalità italiana che non poteva lasciare indenni le vendite al dettaglio, specie da noi che siamo di natura sparagnina e abbiamo capito che il conto ancora ce lo devono presentare. Nell’Ue, infatti, è andata diversamente.

Su base annua – mi limito a questo sennò vi ubriaco di cifre – nell’eurozona le vendite al dettaglio a settembre sono aumentate fra lo 0,7 e l’1,1%, a seconda del settore considerato. A noi è andata peggio. Ma in fondo è un dettaglio.

A domani.

I principali investitori in Cina sono gli europei, non gli Usa


Un approfondimento pubblicato da Bofit, ci comunica un’informazione molto interessante che dice molto su come stia cambiando la geografia degli interessi economici globali. Il dato, che non ha bisogno di molti commenti, è che la guerra commerciale con gli Usa non ha impedito alla Cina di continuare a ricevere corposi flussi di investimenti diretti esteri (FDI) nei primi nove mesi del 2018, pure al netto di alcune discrepanze fra le diverse misurazioni statistiche. I numeri diffusi dal ministro per il commercio estero cinese (MCO) riportano infatti che gli afflussi netti hanno raggiunti quota 98 miliardi fra gennaio e settembre di quest’anno, il 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Tuttavia i dati della bilancia dei pagamenti differiscono notevolmente da quelli del ministero. Secondo i primi, gli afflussi nei primi sei mesi del 2018 avrebbero raggiunto i 126 miliardi, più del doppio rispetto al primo semestre del 2017.

Ma aldilà di queste differenze, connesse probabilmente ai diversi metodi di misurazione adottati, il dato interessante è un altro: “Il 9% dei flussi di investimenti diretti arriva dall’Ue mentre gli Usa contribuiscono per il 2%”. A quanto pare la promessa cinese di aprirsi sempre più agli investimenti esteri al momento convince gli europei assai più che gli americani, certamente meno motivati a causa della guerra commerciale fra i due paesi che “ha forzato molte compagnie straniere a dislocare i propri investimenti fuori dalla Cina”.

In effetti i dati sui deflussi sono abbastanza eloquenti. I dati del ministero del commercio estero li quantificano i 89 miliardi nei primi nove mesi dell’anno, in crescita del 6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Il grosso si è concentrato nei primi sei mesi, mentre nel terzo trimestre i deflussi sono diventati negativi.

Dal canto suo anche la Cina ha rallentato gli investimenti diretti esteri. Secondo i dati del China global investment tracker (CGIT) nei primi nove mesi del 2018 Pechino ha investito all’estero solo 56 miliardi di dollari, ben 101 in meno rispetto allo stesso periodo del 2017, quando però i cinesi avevano effettuato un mega acquisto da 43 miliardi del colosso svizzero Syngenta. Ma anche qui si osserva una interessante circostanza: il 35% degli investimenti cinesi è andata all’Europa e solo il 10% agli Usa, leggermente meno che nel 2017. Europa e Cina, evidentemente, condividono molti più interessi. Usa e Cina sempre meno.

Cronicario: Un altro grande successo su Italia Zero: la produttività


Proverbio del 6 novembre Un coltello non taglierà il proprio manico

Numero del giorno: 1.400.000 Liberi professionisti in Italia (+21% dal 2008)

Anche oggi Italia Zero, la nostra meglio tivvù del dolore, ci ha regalato di che pascere la nostra smania autodepressiva mandando in onda una meravigliosa release Istat che dice tutto quello che c’è da sapere e non avete mai osato chiedere sul perché siamo quello che siamo.

E che sarà mai, vi chiederete. Indovina indovinello. Cos’è quella cosa che ha sicuramente a che fare col fatto che tendiamo a fare zero di pil, o quasi, quando va bene e che è sicuramente correlata a quell’altra abitudine che abbiamo, ossia fare zero di crescita demografica?

No, non c’entra la sfortuna. Leggete qua.

Nel caso non fosse chiaro, questa è la tabella che misura l’andamento dei fattori totali della produzione, ossia di quelle cose che dovrebbero far crescere in maniera robusta un’economia. Guardate quanto è cresciuta la produttività totale dei fattori negli ultimi 22 anni.

Esatto: zero. Due zeri in fila sono un indizio. Tre sono una prova. E adesso provate a convincervi che dipende dall’Europa.

A domani.

L’Italia paga un conto da 30 miliardi per le sanzioni Usa contro l’Iran


Qualora nella concitazione delle cronache vi fosse sfuggito, è opportuno ricordare, come ha fatto egregiamente l’Ispi qualche tempo fa, che l’Italia paga un prezzo molto caro a causa dell’uscita unilaterale di Trump dall’accordo iraniano, che  ieri ha subito una ulteriore esclation. Se ancora è difficile valutare con chiarezza quali saranno le conseguenze per il mercato petrolifero globale – molti temono un aumento dei prezzi – possiamo farci un’idea delle difficoltà che ne deriveranno per la nostra economia semplicemente guardando questo grafico diffuso dall’Istituto.

In sostanza noi italiani siamo i primi partner commerciali dell’Iran. Ed è un po’ difficile fare affari con un paese che non dovrebbe avere più accesso al mercato finanziario denominato in dollari. “Oltre alla perdita di contratti e investimenti per un valore stimato attorno ai 30 miliardi di euro, – scrive Ispi – Roma rischia di subire nuovamente gli effetti della destabilizzazione del Medio Oriente che l’isolamento di Teheran rischia di causare”.

Se a questo si aggiunge che insieme a Francia e Germania, Spagna e Paesi Bassi, osserviamo che il 76% dei suoi scambi l’Iran li fa con l’Europa. Le sanzioni Usa, quindi, sono innanzitutto un problema europeo. E questo spiega perché la Mogherini qualche tempo fa aveva parlato della necessità di creare un veicolo finanziario per consentire agli europei di continuare i propri commerci con la repubblica islamica. Questa entità, ammesso che nasca, non potrà operare prima dell’anno prossimo.

Se guardiamo esclusivamente alla questione petrolifera, il problema diventa ancora più complesso. Per noi italiani, che siamo fra i grandi acquirenti, ma soprattutto per i paesi asiatici, Cina in testa, che sono i principali acquirenti.

Gli Usa hanno concesso a otto importatori, fra cui l’Italia, di continuare ad acquistare petrolio iraniano per i prossimi sei mesi. Ma questo non vuol dire che i problemi siano risolti. Fra gli esentati, ad esempio. non ci sono francesi né tedeschi. Ma come si vede dal grafico, il problema principale ce l’hanno i cinesi, che sempre secondo alcune fonti avrebbero già ridotto a settembre il loro import di greggio dall’Iran, raddoppiando al contrario quello dagli Usa, malgrado la guerra commerciale. Dal canto loro i giapponesi hanno fatto sapere che chiederanno agli Usa un’esenzione dalle sanzioni superiore ai sei mesi concessi, visto che “le importazioni di greggio sono vitali per alcune attività produttive per il paese”.

A fronte di questa situazione, gli iraniani hanno fatto sapere che continueranno a vendere petrolio. Non è chiaro a chi, né come. Ma l’importante è crederci.

 

Cronicario: Le correzioni che rimano con sanzioni


Proverbio del 5 novembre Nessun ago è appuntito su entrambe le estremità

Numero del giorno: 2.200.000 Famiglie italiane che avranno reddito di cittadinanza secondo M5S

M’ero persino dimenticato che c’abbiamo una manovra economica che balla sui tavoli delle cancellerie europee – ma ce l’abbiamo davvero una manovra economica? – quando d’improvviso arrivano loro: i commissari Ue.

Uno di loro, nientemeno che vice presidente della commissione, rilascia una dichiarazione memorabile, che infatti riporto così ce la ricordiamo che fra pochi giorni ci serve: “La Ue è impegnata in una discussione con l’Italia e spera di raggiungere un risultato costruttivo, c’è qualche margine, ma val la pena notare che il bilancio italiano devia in misura considerevole dalle regole, e dunque serve una correzione considerevole”.

Sennò che fai ci cacci (semicit.)? “Non vogliamo fare speculazioni, abbiamo bisogno di una risposta dalle autorità italiane e stiamo anche guardando a una procedura di deficit eccessivo sulla base della regola del debito. Se l’Italia non rispetta il braccio preventivo del Patto di stabilità, ciò potrebbe indicare che non lo è con la regola del debito”. Aldilà del periodare involuto (ma sarà colpa dell’accoppiata giornalista+traduttore) il senso è chiaro.

Poiché la rima baciata ispirerà sicuramente molti dei bardi finiti loro malgrado a tutela della cosa pubblica, è bene che sappiano che il loro eroico resistere alle malizie del commissario cattivo potrà giovarsi delle amorevoli cure del commissario buono che dice di volere con l’Italia un “dialogo vigoroso, continuo e ininterrotto”.

Mentre prega per il dialogo ininterrotto, il nostro commissario buono ricorda che le sanzioni sono “sempre ciò che può succedere alla fine, ma sono la peggiore delle vie d’uscita”. E siccome al peggio non c’è mai fine, è bene ricordare che fra pochi giorni usciranno le previsioni d’autunno delle commissione Ue, ed è assai probabile che l’Italia Zero abbia modificato le prospettive di crescita per il 2019, facendo sballare il racconto edificante costruito dalla Nadef. E qua casca l’asino.

Perché il governo prevede l’1,5% di crescita l’anno prossimo grazie ai super-moltiplicatori del deficit che nessuno ha capito come funzionano però ci credono in tanti. Ma non i commissari, buoni o cattivi che siano. Figuratevi che batosta se viene fuori che secondo loro nel 2019 cresceremo – chessò – dello 0,9%. Succede che finiamo sotto le grinfie del più cattivo dei commissari.

Nel frattempo gli amanti del Btp avranno di che pascersi. A prezzi stracciati.

A domani.

Miti del nostro tempo: Lo stimolo fiscale (e monetario)


Ricondurre a un problema reale il gran dibattere sul deficit, italiano e non solo, che in questi mesi sofferti agita le opinioni pubbliche di mezzo mondo, significa innanzitutto spostare l’attenzione sulla questione fondamentale che tutto questo dibattere lascia costantemente sottotraccia. Ossia la circostanza che il deficit, e quindi una politica fiscale espansiva, sia davvero utile alla crescita di un’economia. Ma è davvero così? Se chiedete a un qualunque governante, la risposta sarà senza dubbio positiva. Per un politico manovrare la politica fiscale, meglio se in deficit, è il modo più semplice per conquistare consenso. In tal senso il grande successo delle politiche keynesiane iniziate dal secondo dopoguerra si spiega con la promessa implicita che contenevano, sapientemente fraintesa da coloro che poi sono stati chiamati a tramutarle in azioni di governo. Ossia che il governo potesse e dovesse agire per garantire la piena occupazione. Se il privato non “tira” abbastanza, è necessario che il pubblico ci metta di suo per colmare quello che oggi viene chiamato output gap, ossia la differenza fra il pil reale e quello potenziale. Lo stimolo fiscale, quindi, non è soltanto utile, ma persino necessario.

L’idea che sta dietro questa visione del mondo è che senza il governo, evidentemente dotato di super poteri, perché oltre a sapere ciò che è necessario fare è anche capace di farlo, gestendo enormi complessità con una semplice decisione, l’economia prima o poi s’incaglia. Inutile sottolineare quanto questa visione del mondo sia debitrice della vanità degli economisti, mischiata alla furbizia del politici. Rimane il fatto che il mito dello stimolo fiscale, derivazione diretta di quello dell’onnipotenza del governo, oggi agita le cronache esattamente come ai tempi di Keynes, con la differenza che a furia di stimoli fiscali il debito dei governi è arrivato a livelli mai visti dall’ultima guerra.

Questionare i miti dovrebbe essere obbligo di qualunque osservatore guidato dal principio di realtà, però. Quindi va letto con doverosa attenzione un articolo pubblicato dal Wall Street Journal alcuni giorni fa da Edmund Phelps, che in quanto premio Nobel dovrebbe almeno meritare il rispetto di tutti quelli che agitano altri economisti da Nobel per sostenere le (proprie) teorie. L’articolo già dal titolo dice tutto quello che c’è da sapere: “La fantasia dello stimolo fiscale”, con l’avvertenza che “emerge che le politiche keynesiane sono correlate con una crescita più lenta non maggiore”. La qualcosa ci riporta a celebri dibattiti degli anni ’30, a conferma della ricorsività della storia. L’unica differenza rispetto ad allora è che oggi  “fra economisti e politici è ampiamente condiviso il pensiero che lo stimolo fiscale” abbia favorito il recupero dell’occupazione, tornata a livelli giudicati normali nel 2017 dopo il picco ribassista registrato nel 2010. Ma, si chiede l’autore, “ci sono prove che lo stimolo sia alla base della ripresa americana? E ci sono prove che l’assenza di stimoli – la stretta su la spesa pubblica conosciuta come “austerità fiscale” sia responsabile del mancato pieno recupero in Portogallo, Italia, Francia e Spagna”. Domanda che dovrebbe appassionarci, atteso che stiamo litigando con mezzo mondo e anche fra di noi in nome di una manovra economica che punta su un robusto stimolo fiscale con ampio deficit addirittura per restituire “la felicità agli italiani”.

Nell’attesa che si compia la beata speranza, dovremmo porci anche noi la stessa domanda che si fa il nostro economista. La narrazione dello stimolo fiscale, infatti, presuppone che i paesi che abbiano adottato un ampio stimolo fiscale “misurato con l’aumento del debito pubblico in rapporto al pil negli anni 2011-17” abbiano avuto un ricovero relativamente veloce. Senonché “le evidenze non supportano la stimulus story”, scrive. Succede che le narrazioni non coincidano con la realtà, purtroppo. “I grandi deficit non accelerano le riprese”, aggiunge. Anzi, “la relazione è negativa, suggerendo che la prodigalità fiscale conduce a una contrazione e che la responsabilità fiscale sarebbe preferibile”. Anche qui, la nostra storia dovrebbe essere la dimostrazione vivente di questa correlazione negativa, visto che abbiamo un ampio debito pubblico e una crescita molto lenta. Ma se allarghiamo lo sguardo, il risultano non cambia granché. Phelps ricorda che all’indomani della seconda guerra la smobilitazione dei soldati impegnati nel conflitto aumentò la forza lavoro di quasi sette milioni di persone negli Stati Uniti. Molti economisti temevano, ieri come oggi, l’aumento della disoccupazione e molti di loro, keynesianamente, suggerirono di fare deficit per “assorbire” questa forza lavoro. Tuttavia il governo prese la strada opposta. Truman scelse di fare surplus fiscale e tuttavia la disoccupazione scese e la partecipazione al lavoro salì. Pure negli anni in cui la teoria keynesiana era grande protagonista del dibattito pubblico, molti economisti, “come Franco Modigliani nel 1961”, mostrarono che il deficit fiscale ha un impatto negativo sia sull’offerta di lavoro che su quella di risparmio, e altri ancora, come James Tobin e Robert Mundell, compreso ovviamente l’autore dell’articolo, trovarono preoccupanti controindicazioni nell’uso del deficit fiscale.

Del tutto lecito, di conseguenza, porsi anche un’altra domanda. “Se lo stimolo fiscale è inefficace per combattere una recessione, che dire dello stimolo monetario?”. Anche qui basta farsi una semplice domanda: i paesi che hanno fatto uso di un largo stimolo monetario, sostanzialmente facendo acquisire asset alla banca centrale – i vari QE per intenderci – hanno avuto una ripresa più veloce? “Questa è una domanda difficile – dice Phelps – ma le esplorazioni preliminari non danno grande supporto a questa tesi”. Ma se l’armamentario di origine keynesiana, basato sullo stimolo fiscale o monetario è stato più o meno inefficiente, “cosa ha guidato la relativamente veloce ripresa Usa e del Nord Europa dopo il 2008?”. Una prima risposta è la fiducia. “Forse l’Italia ha parzialmente fallito la ripresa anche perché la sua prodigalità fiscale ha danneggiato la fiducia. Ma la fiducia da sola potrebbe non essere sufficiente”. Un’altra risposta è il dinamismo, ossia “la capacità e il desiderio di innovare”. Un paese dove campeggiano fiducia e dinamismo è sicuramente meglio attrezzato per reagire a una recessione, “a prescindere dagli stimoli”. “C’è una forte relazione fra la velocità della ripresa e il tassi di crescita di lungo termine del fattori totali della produzione”, che potremmo intendere come un indicatore del dinamismo di un’economia. “Alcuni paesi hanno istituzioni sociali e capitale umano e culturale che li attrezzano meglio di fronte a una recessione. “Molto del merito per la ripresa relativamente veloce degli Usa – conclude Phelps – dipende dalla cultura endemica di innovazione e impresa di questo paese”. Si tratta di qualità che hanno il problema di essere difficilmente quantificabili e manovrabili. Nulla che si possa comprare con deficit. Anche perché semmai servono a non farne.