Il carospread ci costa quattro miliardi in due anni


Fra le tante informazioni contenute nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, vale la pena spendere qualche minuto per approfondire gli annessi e i connessi del carospread che ancora ci affligge. Il costo, vale a dire, misurato col differenziale fra Btp e Bund tedesco, che gli investitori ci chiedono di sopportare per comprare i nostri titoli di stato e che inevitabilmente si trasmette a tutto il sistema Italia lungo la curva dei tassi di interesse. Un costo che è cresciuto notevolmente nell’ultimo anno. Ma prima di osservarne quantità ed esiti, vale la pena guardare alle cause.

Nella prima metà dell’anno il nostro paese ha vissuto uno stress macroeconomico secondo solo alle grandi crisi del 2008 e del 2011 per intensità.

A differenza di allora, la crisi del 2018 ebbe ragioni squisitamente interne, generandosi per le fibrillazioni post-elettorali e per certe spavalderie politiche che ancora oggi presentano il conto e, soprattutto, lo presenteranno anche in futuro. Lo stress vissuto dal comparto obbligazionario infatti, dove si collocano i nostri titoli di stato, è stato persino superiore a quello vissuto nel 2008 e solo poco sotto quello della grande crisi del 2011 del debito sovrano.

“In passato – scrive Bankitalia – livelli elevati di stress finanziario hanno preceduto un rallentamento dell’economia:
un peggioramento dell’indice pari a una deviazione standard, circa 0,1 unità, si è associato a una minore crescita nei successivi dodici mesi intorno a 0,9 punti percentuali”.

Ma aldilà dell’impatto che lo stress finanziario può avere sul livello della crescita, è il livello dello spread di per sé ancora rilevante a creare un primo problema più facilmente quantificabile: l’aumento del costo del debito.

Come si può osservare, seppure in calo rispetto al picco di metà 2018, il differenziale Btp-Bund rimane ancora molto elevato su tutte le scadenze, con un peggioramento drastico per quelle più brevi rispetto a quelle più lunghe. Il biennale, per esempio, dove lo spread era intorno ai 20-30 punti base, ora supera i 100, il quinquennale è praticamente raddoppiato, da 100 a 200, il decennale è cresciuto di un centinaio di punti base quanto il trentennale. Questo livello di tassi all’emissione, se confermato nelle prossime- l’Italia ha in scadenza 141 miliardi di Btp fra maggio e dicembre e altri 205 nel 2020 – avrà un costo molto salato per le casse dello stato. “Se i rendimenti all’emissione dei titoli di Stato italiani dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati,
nel biennio 2019-2020 si avrebbe una spesa complessiva per interessi sul debito pubblico di circa 4 miliardi superiore a quella che si sarebbe avuta con i tassi attesi dai mercati ad aprile dello scorso anno”.

Se guardiamo all’ultimo bollettino economico, sempre di Bankitalia, possiamo anche osservare quanto, sull’incremento dello spread, pesi quello che tecnicamente si chiama rischio di ridenominazione. In pratica il costo, espresso in termini di punti base, che gli investitori chiedono al Tesoro per corprire il rischio che il debito italiano cambi valuta di riferimento.

In sostanza, l’aver discorso per mesi di piani B ed altre amenità ha concorso in maniera non irrilevante sul costo del nostro debito. Forse questi dibattiti avrebbero suscitato meno applausi se i promotori ne avessero preannunciato il costo. Che pagheremo tutti.

 

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Cronicario: Autonomia (dallo spread) unica via


Proverbio del 13 maggio Ciò che si dona col cuore torna raddoppiato

Numero del giorno: 1,1 Tasso % posti vacanti in Italia nel IQ 2019

E quando lo spread, intorno a mezzogiorno, sfiora quota 280 capisco finalmente le parole di quel tale che mi pare sia Vicepremier (Uno o Due, fate voi) secondo il quale “il lavoro che dovremo fare nei prossimi mesi è scrivere un provvedimento sull’autonomia che non attenti alla coesione nazionale”.

Al Taluno fa eco il Talaltro, anzi, la Talaltra, per l’occasione ministra, a ricordare che “l’autonomia è nel contratto di governo per questo il prossimo Consiglio dei Ministri sarà la sede opportuna per dare una risposta alle Regioni e chi è contrario se ne assumerà la responsabilità. L’autonomia non è una deriva ma un’ottima soluzione per avvicinare le scelte ai cittadini”.

E per chiudere il discorso ecco di nuovo il vicepremier (Uno o Due, fate voi) dire convintamente che “l’Italia sta dando il meglio di sé e stiamo battendo la Germania sulla produzione industriale e sulle esportazioni”.

Si davvero. E non solo: siamo anche a 279 di spread dalla Germania.

A domani.

L’asimmetria fra Usa e Ue è un fatto statistico prima che economico


Di cosa parliamo quando parliamo di economia è una di quelle domande che dovremmo porci con maggiore frequenza considerando quanto siano incerti i fondamenti dei nostri ragionamenti. Nel senso che, aldilà del vezzo tipicamente macroeconomico di discutere di aggregati che semplificano fino al punto da ridurre il ragionamento economico alle identità contabili, sono proprio i dati – ossia ciò che più di ogni cosa viene percepito come oggettivo – ad avere fondamenti poco chiari, se non addirittura vaghi. E questo per una semplice ragione: I criteri per la loro organizzazione non sono sempre univoci. E ciò malgrado la grande globalizzazione statistica inaugurata ormai da diversi decenni.

Se questa discussione vi sembra astrusa è solo perché se ne parla poco, e non è un bene. Ponetevi solo una semplice domanda: come agiremo se sapessimo che un nostro deficit è in realtà un surplus, o viceversa? Se il dato statistico influenza la percezione economica, figuratevi quanto pesa sull’analisi e quindi sulla strategia. Se poi viene fuori che i dati che non combaciano sono quelli fra le due aree più avanzate del mondo, per le quali dovrebbe valere più che per gli altri il principio di uniformità dei dati statistici, ecco che il problema emerge nella sua gravità: l’asimmetria statistica diventa economica, e politica di conseguenza.

Sarebbe sbagliato estremizzare, ovviamente. I problemi di adeguatezza dei dati appartengo a qualunque disciplina, persino a quelle scientifiche, figuriamoci alle scienze umane. E tuttavia è opportuno ricordare che non è tutto così chiaro come certi spacciatori di grafici vorrebbero farci credere. Le economie sono sistemi complessi e i dati vanno sempre ben compresi, quindi leggendo accuratamente le definizioni che sottintendono, e poi non comparati se non con dati analoghi.

Lo spunto per queste riflessioni ce lo fornisce un recente paper di Eurostat, (“Current account
asymmetries in EU-US statistics”) che poi è la versione 2019 di un lavoro ricorrente, e quindi ben conosciuto agli specialisti, che serve propri a illustrare come i diversi metodi di lettura e costruzione dei dati fra le istituzioni statistiche europee e quelle statunitensi conduca a queste asimmetrie, ossia sostanziali diversità di vedute, che non sono certo di poco conto. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza di cui stiamo discorrendo è sufficiente ricordare che Usa e Ue condividono transazioni bilaterali di conto corrente stimate – e mai termine fu più letterale – nell’ordine di circa 1.600 miliardi di euro. Ricordo che le transazioni di conto corrente della bilancia dei pagamenti registrano l’interscambi di beni e servizi e quindi denaro, di un paese. Per l’Ue gli Usa rappresentano il 23% delle transazioni di conto corrente. Per gli Usa l’Ue pesa il 26% delle sue. E ciò basta a comprendere quanto queste due regioni economiche siano interrelate per ragioni che sono storiche, innanzitutto.

Detto ciò è del tutto intuitivo che “le esportazioni dell’Ue negli Stati Uniti dovrebbero idealmente rispecchiare le importazioni statunitensi dall’Ue, così come le importazioni dell’Ue dagli Stati Uniti dovrebbero essere uguali alle esportazioni statunitensi verso l’Ue”. E il fatto che si usi il condizionale dice tutto quello che c’è da sapere. In pratica, infatti, “raramente si verificano statistiche completamente simmetriche, quindi parliamo di asimmetrie bilaterali nelle statistiche che potrebbero ostacolare in modo efficace l’interpretazione economica delle statistiche”, spiega Eurostat. La tabella sotto riepiloga l’andamento del conto corrente bilaterale.

Senonché i dati pubblicati alla fine del 2018 da Eurostat e il BEA degli Usa hanno confermato “considerevoli asimmetrie statistiche fra i conti correnti di Usa e Ue nel periodo 2015-17”. Infatti “mentre il conto corrente Ue mostra un surplus, anche quello Usa mostra un surplus”.

Per dirla con le parole di Eurostat “nel 2017 l’Ue ha registrato 724 miliardi di euro in pagamenti agli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti hanno mostrato entrate per 857 miliardi dall’UE-28. Allo stesso tempo, l’Ue ha registrato 878 miliardi di euro di entrate dagli Stati Uniti, mentre i dati statunitensi hanno mostrato solo 846 miliardi di euro di pagamenti all’Ue. Ciò ha portato a un avanzo delle partite correnti di 154 miliardi di euro nelle statistiche dell’Ue nel 2017 e, analogamente, a un avanzo di 12 miliardi di euro nelle statistiche statunitensi”.

Ed ecco che il problema statistico diventa economico. L’Ue è eccedentaria o in deficit nei confronti degli Usa? Qualunque sia la risposta, il tema diventa politico. E adesso provate a spiegarlo a Trump.

Cronicario: Produzione e consumi fanno il Bot


Proverbio del 10 maggio Si chiede profumo a un fiore e gentilezza a una persona

Numero del giorno: 118.300.000.000 Export tedesco a marzo (+1,9% su marzo 2018)

E per finire in bellezza tre meravigliose notizie che gioveranno al sostenere il baldo morale declinista che incoraggia la nostra vocazione nazionale.

Merito di Istat che oggi ha rilasciato due pregevoli rapporti, uno sui consumi al dettaglio e l’altro sulla produzione. Sul primo c’è poco da dire: siamo un popolo che avversa fieramente il consumismo, perciò facciamo bene a consumare poco e se possibile pochissimo.

La flessione di vendite dei beni alimentari mi consola particolarmente, perché si avvicina la prova costume ed è il momento di far qualcosa di risolutivo per i residui di glicogene annidati nel girovita.

Quanto alla produzione industriale, com’è noto il nostro meraviglioso paese è in prima linea, oltre che nella lotta al consumismo, anche in quella contro l’ossessione per la crescita a tutti i costi, che alla lunga fa male alla salute, per non parlare dell’ambiente. I dati Istat confermano che siamo sulla strada giusta.

Dulcis in fundo, oggi c’è stata l’asta dei Bot annuale che è andata benissimo: infatti i rendimenti sono saliti dallo 0,07 di aprile allo 0,122. Volete mettere la gioia per il piccolo risparmiatore che compra Bot? Magari sul momento non si ricorda che gli interessi sono pagati con le sue tasse, ma vabbé.

Ricapitoliamo: consumiamo meno, produciamo meno e il Tesoro paga più interessi sui titoli di stato. E’ il (governo del ) cambiamento bellezza.

Buon week end.

Cartolina: Il costo persistente della demagogia


Chi pensa che le parole in libertà paghino dazio solo al ridicolo dovrebbe dedicare due minuti ad osservare la curva che misura il rischio di ridenominazione dei titoli di stato italiani, ossia il corrispettivo in più che gli investitori chiedono al Tesoro, e quindi a noi tutti, per comprare i nostri bond dovendo prezzare la possibilità che cambi la valuta di riferimento. Per dirla in maniera chiara: siccome ci sono persone che minacciano di far uscire l’Italia, e quindi il suo debito, dall’euro i creditori chiedono più soldi al governo italiano per prestarci i loro. Questo capolavoro di comunicazione politica, che certo ha costruito molte carriere e continua a farlo, ha un costo stimato di una settantina di punti base, più o meno la metà di maggio 2018, quando le cronache raccontavano con dovizia di piani B e altre amenità, ma comunque assai elevato. Se gli investitori non covassero certe paure, il famigerato spread si abbasserebbe, e di conseguenza il costo del nostro debito, che Bankitalia di recente ha calcolato in parecchi miliardi in più, se manterrà i livelli attuali. Dovremmo fare una class action contro quelli che hanno rilasciato certe dichiarazioni temerarie. Invece li abbiamo eletti in parlamento.

Anche i mutui nel loro piccolo diventano più cari


Fra le tante discussioni oziose che hanno impegnato molte intelligenze a metà dell’anno scorso, quando il caro-spread tornò ad agitare il dibattito pubblico, i più di noi ricordano quella vagamente stucchevole sull’effetto che lo spread in rialzo poteva avere sul costo dei mutui. Inutile ripercorrere qui gli argomenti – alcuni vagamente demenziali – dell’epoca. Molto più utile invece osservare un grafico diffuso da Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

La curva rossa del grafico di destra, mostra con chiarezza che dalla seconda metà dell’anno scorso il costo dei mutui decennali a tasso fisso è in lieve crescita – Bankitalia calcola l’incremento in 50 punti base – a differenza di quello a tassi variabili che si mantiene costante. Aldilà della quantità di tale aumento, tutto sommato contenuto, sono le motivazioni alla base che sono interessanti da analizzare.

Bankitalia ipotizza che tale movimento rifletta “l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionaria”. Detto in altri termini, le banche pagano più caro il loro debito e tendono a trasferire questo maggior costo sui debitori più stabili e teoricamente solidi, ossia le famiglie. Il fatto che vengano privilegiati i mutui a tasso fisso puà dipendere da diversi fattori, non ultima la circostanza che “congela” il costo per il debitore e quindi anche il ricavo per la banca, che perciò diventa un elemento di stabilità del suo conto economico. Oltre al fatto che i mutui a tasso fisso sono quelli più richiesti.

Le famiglie però non rimangono indifferenti. A fronte di costi crescenti per il tasso fisso è del tutto normale che tornino a guardare ai tassi variabili. E in effetti si è osservato che “la quota dei nuovi mutui a tasso predeterminato per almeno dieci anni si è ridotta dal 66 al 63 per cento”. Il rischio è che “qualora il divario di costo tra i finanziamenti a tasso fisso e quelli a tasso variabile continuasse ad ampliarsi, la ricomposizione verso i mutui a tasso variabile potrebbe procedere rapidamente, come accaduto nel 2009, accrescendo l’esposizione delle famiglie ai rischi di futuri rialzi dei rendimenti di mercato”.

Senonché, se guardiamo il grafico di sinistra, che traccia l’andamento dei prestiti per l’acquisto di abitazioni, osserviamo che domanda e offerta si sono incontrate a un livello sostanzialmente piatto. Il mercato dei mutui ha chiuso il 2018 con un andamento vagamente stagnante che fa il paio con quello del mercato immobiliare, ancora molto lento, specie se ci confronta con quello europeo.

La crescita delle compravendite, infatti, non è riuscita a ridare ossigeno ai prezzi, che rimangono declinanti e anche le compravendite, a ben vedere, non riescono a recuperare il livello pre crisi.

Ricapitoliamo: lentamente, com’era prevedibile, il costo dello spread si sta trasferendo sulla domanda dei mutui, che declina, almeno relativamente al segmento dei tassi fissi dove l’aumento è già percepibile. Questo genera un aumento di rischio finanziario e probabilmente contribuisce ad abbassare la temperatura in un mercato già abbastanza freddo. I teorici della neutralità dello spread sui mutui forse dovrebbero riconsiderare la loro sicumera. Ma d’altronde sono gli stessi per i quali il debito non è un problema.

Cronicario: Si può sforare di più


Proverbio dell’8 maggio Il fiore non ha davanti ne dietro

Numero del giorno: 21.100.000.000 Surplus commerciale cinese verso Usa ad aprile

E a un certo punto, dopo che è risbocciato l’amore fra Vicepremier Uno (o Due, fate voi) e Vicepremier Due (o Uno, fate sempre voi), si capisce quale sia il legame che li avvinghia, pure dopo la cacciata del sottosegretario col mutuo senza garanzie.

Dai che l’avevate capito. E d’altronde si va avanti così da mezzo secolo, mica lo scopriamo adesso. Epperò il governo del cambiamento qualcosa l’ha cambiata, rispetto ai suoi emuli del passato: non bada a spese. Non ci credete? Sentite che ha dichiarato Vicepremier Uno (o Due, fate voi): “Dello sforamento del 3% se ne può parlare ma prima assicuriamoci di trovare i soldi dalla lotta all’evasione e realizziamo la spending review”. E se non vi fosse risultato chiaro ha aggiunto che “bisogna convocare subito un vertice di governo su salario minimo e flat tax, e chi le propone porta anche le coperture. Il mio obiettivo è non aumentare Iva e abbassare le tasse agli italiani. Lotta all’evasione seria e spending review sono i due obiettivi che ci dovremo dare”.

E che ci vuole. Tanto si può sforare. Che dite, lo superiamo sto famigerato 3% del deficit/pil.

Ah no, scusate: l’abbiamo già sforato.

A domani.

 

I punti di crisi del sistema pensionistico cinese


La lunga storia del sistema pensionistico pubblico cinese, iniziata nel 1951 e passata attraverso almeno quattro fasi di profondo cambiamento, che hanno condotto al sistema che abbiamo delineato, si trova oggi a un punto critico che molto deve ai cambiamenti demografici del paese. La Cina, da questo punto di vista, non ha problemi molto diversi dalle società occidentali, che invecchiano e devono comunque tenere in piedi costose attrezzature sociali – come la previdenza appunto – disegnate per società dove gli anziani erano una minoranza, non una maggioranza relativa.

Perciò osservare i punti di criticità del sistema cinese, pure al netto delle sue peculiarità, serve più che altro a comprendere che la Cina è inserita a pieno titolo, anche da questo punto di vista, nel grande calderone di cambiamenti socio-economici che sta lentamente – ma ineluttabilmente – terremotando le nostre società verso una terra incognita.

Basteranno giusto un paio di elementi per farsene un’idea. Il numero dei partecipanti del BOAI, ossia il primo pilastro della previdenza pubblica, è cresciuto significativamente, passando dal 45,1% del 2000 al 68,7% del 2017.

Questo non poteva che avere conseguenze sul tasso di dipendenza, ossia sulla quota di lavoratori che sostengono i pensionati. Quest’ultimo è passato dal 18,6% del 1990 al 32,5% del 2010, fino al 37,7% del 2017. “In altre parole – scrivono gli economisti del NBER – siamo passati da un sistema dove 5,4 lavoratori supportavano un pensionato, a meno di tre lavoratori. Questo è dovuto al cambiamento della distribuzione dell’età nelle popolazione cinese”. Infatti la old-age dependency ratio, ossia il rapporto fra gli over 60 e la popolazione in età lavorativa (15-59enni) è aumentata nel tempo, analogamente a quanto è accaduto nelle nostre società.

In particolare, dal 1950 al 2010 il numero degli over 60 si è triplicato, passando dal 7,5% della popolazione totale al 17,2% nel 2010. Gli over 65 sono passati dal 4,5% della popolazione nel 1950 all’8,2% nel 2010. Il notevole declino della fertilità ha condotto la quota della popolazione degli 0-14enni dal 34,2% del 1950 al 19,5% del 2010.

Questi dati macro aiutano a spiega perché i contributi cinesi siano così alti nel confronto internazionale.

 

Questo a fronte di benefici pensionistici che erano molto generosi fino alle metà degli anni ’90, all’incirca fra il 75 e il 90% dell’ultimo stipendio, ma che poi si sono notevolmente ridotti dopo le riforme che sono seguite. Un po’ come è accaduto anche in molti paesi occidentali. Oggi il target del tasso di sostituzione non arriva al 60% e in media è declinato fino al 46% nel 2017. Anche i cinesi, insomma, soffrono l’inaridirsi delle fonti della previdenza, ossia una forza lavoro sufficiente a pagare in maniera sostenibile i contributi per le pensioni. Tanto è vero che senza i sussidi pubblici, che sono significativi, il sistema sarebbe stabilmente in deficit.

Questo significa in sostanza che la stabilità finanziaria del sistema previdenziale non deriva dal sistema stesso, come dovrebbe essere in teoria, ma dal sussidio della fiscalità generale, con ciò portando un elemento di criticità che alla lunga rischia di essere difficile da gestire, come sappiamo bene noi italiani.

Peraltro le previsioni demografiche ipotizzano che la quota degli over65 sul totale della popolazione raddoppierà fra il 2010 e il 2030. Quindi il costo di questi sussidi, che nel 2017 quotava circa l’1% del pil cinese, “mostrerà un aumento drammatico in futuro se non ci saranno riforme”. Questa situazione si verifica a fronte di un notevole tasso di evasione dell’obbligo contributivo. Secondo alcune rilevazioni, circa il 70% delle imprese paga meno contributi di quanto dovrebbe, probabilmente anche perché la percentuale richiesta è molto elevata, come abbiamo visto. Al 20% di contributi previdenziali, infatti, bisogna anche aggiungere un altro 6-10% di contributi sanitari, il 2% di assicurazione contro la disoccupazione, e un altro 1% per infortuni e maternità. Complessivamente quindi il datore di lavoro arriva a pagare fra il 29 e il 33% di contributi sociali complessivi.

L’ultimo elemento di criticità è relativo alle notevoli disparità nascoste all’interno del sistema. La sua gestione regionalizzata e le diverse riforme che si sono succedute hanno condotto a notevole differenze nei benefici, generando frizioni sul mercato del lavoro. Quando un lavoratore cambia città, ad esempio, il suo piano pensionistico rimane collegato a quello della sua regione di origine e questo può scoraggiare la mobilità. A ciò si aggiunga che si stanno ampliando le differenza demografiche fra molte province.

In conclusione, la Cina dovrà affrontare molte sfide in futuro e quella previdenziale sarà sicuramente una di queste. Il fatto che sia in buona compagnia non dovrebbe rassicurare. Al contrario: dovrebbe preoccuparci tutti.

(3/fine)

Puntata precedente: Come funziona la pensione pubblica in Cina

Cronicario: Meno flessione, più genuflessione


Proverbio del 7 maggio Anche le scimmie cadono dagli alberi

Numero del giorno: 128.229 Domande per quota 100 arrivate all’Inps

Occhio che rallentiamo meno. Insomma, l’economia declina senza fretta. O almeno con meno fretta di prima. Ed è inutile che vi dica di chi sia il merito.

Ecco appunto, cominciamo da questo. Cambiamento della realtà a cominciare dalla sua percezione. Si parte dalle piccole cose. La meravigliosa notizia che rallentiamo al rallentatore, per dire. Ne parla Istat che nella sua nota mensile conclude così: “L’indicatore anticipatore ha registrato una flessione meno marcata rispetto ai mesi precedenti, prospettando un possibile miglioramento dei ritmi produttivi”.

La conclusione chiude una pregevole analisi che potete gustare qui, ma che vi consiglierei di leggere integralmente se non sapessi che di questi tempi chiedere a qualcuno di leggere più di due righe espone a una richiesta di risarcimento danni.

Giusto per completezza, sappiate che anche “ad aprile, il clima di fiducia dei consumatori è diminuito per il terzo mese consecutivo. Tutte le componenti sono risultate in peggioramento con un calo più contenuto per le attese sul futuro”. Anche qui c’è un calo più contenuto, che fa scopa con la “flessione meno marcata”, che infine conduce al vero cambiamento che il governo prepara tutti noi: meno flessioni e più genuflessioni. O viceversa. Scegliete voi: siamo in democrazia.

A domani.

PS sempre per la cronaca. L’Ue ha rilasciato le previsioni di primavera. Il cambiamento si vede a fine classifica.

Come funziona la pensione pubblica in Cina


L’attore principale del sistema previdenziale cinese è ovviamente il sistema pubblico, che ha radici lontane nel tempo e nei decenni è diventato un punto di riferimento essenziale per centinaia di milioni di cinesi, essendo gli altri due livelli, ai quali abbiamo già accennato, ancora poco sviluppati seppure promettenti. Il sistema ha conosciuto nel tempo diverse evoluzioni la più recente delle quali data al 2015, quando erano vigenti quattro regimi previdenziali che si proponevano di coprire sostanzialmente tutto l’universo di riferimento. Le aree erano quattro: la Basic Old Age Insurance (BOAI), dove erano iscritti i lavoratori delle imprese a scopo di lucro, comprese quelle pubbliche; il Public Employee Pension (PEP), dedicato ai dipendenti pubblici impiegati nei vari servizi del governo e degli enti locali; le Urban Resident Pension (URP), per gli abitanti over 16 senza lavoro formale, quindi sostanzialmente degli autonomi, non agricolo e le New Rural Resident Pension (NRP) per i residenti nelle campagne nella stessa condizione.

Nel corso degli ultimi anni il PEP è confluito nel BOAI, e l’URP e l’NRP sono stati unificati nel Resident Pension system. Sicché adesso il sistema pubblico si compone di questi due grandi categorie: il BOAI, che raccoglie (dato 2017) i 402,9 milioni di dipendenti dei vari settori, 37 milioni di quali pubblici, e i 512,6 milioni lavoratori del Resident Scheme.

La differenziazione nell’iscrizione dipende sia dalla forma di lavoro che dalla residenza, cittadina o rurale, alla quale il cittadino fa riferimento ed è alla base delle notevoli diseguaglianza incoporate nel sistema cinese che si può intuire dalla tavola sotto.

Le istituzioni preposte alla formulazione delle norme previdenziali e alla loro regolazione sono lo State Council e il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale (Ministry of Human Resources and Social Security, MOHRSS). I governi locali invece sono responsabili per la gestione, e questo spiega perché si registrino profonde differenze nella generosità degli schemi pensionistici a seconda del luogo di residenza.

Di questi schemi il più importante è sicuramente il BOAI, fondato nel 1951 per le imprese e trasformato nel 1997 in uno strumento a molti pilastri, il primo dei quali è uno schema a contribuzione e benefici definiti. Dal lato della contribuzione i datori di lavoro sono tenuti a versare il 20% delle retribuzioni corrisposte alla propria forza lavoro. Dal lato dei benefici, i dipendenti con una storia contributiva di 15 o più anni hanno diritto alle prestazioni pensionistiche. Il rapporto di sostituzione, ossia il livello della prestazione pensionistica in percentuale del salario pre-pensionamento, dipende dal numero di anni di contribuzione e dall’entità del salario rispetto a quello medio locale. Per esempio, un pensionato la cui retribuzione fosse stata uguale alla media locale delle retribuzioni avrà una pensione pari al 35% dell’ultimo stipendio dopo 35 anni di contributi.

Il secondo pilastro è un conto individuale pensionistico dove si cumulano contributi pari all’8% della retribuzione. Il fatto che questo conto sia individuale non vuol dire che gli individui possano disporne. La gestione di questi versamenti infatti rimane in carico al sistema pubblico. Lo scopo di questi versamenti è migliorare il tasso di sostituzione che, nel 2005, su fissato come target dal ministero al 59,2%, ossia il 35% del primo pilastro più il 24,2% che deve arrivare da questo secondo. Riguardo all’età pensionistica, per le donne operaie è 50 anni, per le donne impiegate 55 e per gli  uomini 60.

Le regole del PEP sono leggermente differenti, a cominciare dai tassi di sostituzione che per i dipendenti pubblici oscillano fra l’80 e il 90%, quindi ben oltre il livello degli impiegati nelle aziende. Il cambiamento è arrivato dopo che il PEP è confluito nel BOAI. Per i pensionati ante 2015, anno della fusione, i tassi di sostituzione sono rimasti quelli originari. Per quelli dopo si sono applicate le regole del BOAI seppure con vari regimi transitori. L’aumento delle diseguaglianza sono una costante universale delle riforme pensionistiche, evidentemente. L’età pensionistica è 55 anni per le donne e 60 per gli uomini.

Gli altri due schemi (NRP e URP) sono programmi volontari cofinanziati da sussidi governativi. I benefici consistono di due parti: una pensione base uguale per tutti e una quota integrativa erogata sulla base dei versamenti cumulati nei conti individuali degli iscritti. I partecipanti con almeno 15 anni di contributi possono ricevere la pensione base, interamente finanziata dal governo, arrivati a 60 anni di età. I governi locali possono decidere l’entità delle prestazioni, di solito agganciate allo stato dell’economia delle regioni, ma al tempo stesso sono responsabili finanziariamente della sostenibilità degli schemi. L’età di pensionamento è di 60 anni, sia per gli uomini che per le donne.

E’ interessare che in media, e nel tempo, il tasso di sostituzione delle pensioni cinesi si è molto abbassato al crescere delle retribuzioni.

E poi che il tasso di contribuzione dei cinesi è sostanzialmente in linea con quello delle altre grandi economie, anche se molto più oneroso per i datori di lavoro.

Il sistema previdenziale si completa con altri due schemi, l’Enterprise Annuity and Occupational Annuity (EA) e il Private Annuity Insurance. Il primo fu fondato nel 1991 ed è uno sistema sponsorizzato dalle imprese. A fine 2017 contava circa 23 milioni di iscritti, dipendenti dell circa 80 mila imprese che finanziano lo schema, che sono pochi visti gli standard cinesi, ma cumulava asset per 1.288 miliardi di yuan. Si tratta di uno schema in gran parte a contribuzione definita, ma non a prestazione definita. Quindi in sostanza l’entità della rendita è incerta a differenza del costo della sua costituzione. Il governo ha provato a incentivare questa forma di risparmio previdenziale. Chiudono l’offerta previdenziale le assicurazioni private che pur in crescita a tassi del 16,9% l’anno dal 2001 in poi sono ancora una realtà poco visibile nel panorama finanziario cinese, totalizzando poco più di 280 miliardi di yuan di asset.

Si contano circa 69 milioni di polizza stipulate che riguardano 100 milioni di cinesi. Numeri enormi da noi. Bruscolini in Cina.

(2/segue)

Puntata precedente: Alla scoperta del sistema pensionistico cinese