La lunga marcia dello Yuan digitale si avvicina alla svolta


Le ultime notizie che arrivano dal fronte cinese, relativamente allo sviluppo di una moneta digitale di banca centrale, rendono necessario fermarsi un attimo per provare a capire le implicazioni dell’ardimentosa sperimentazione cinese che può provocare un piccolo terremoto non solo in tutto l’universo fintech, ma anche nel gioco valutario globale.

E’ facile comprendere perché. Anche se solo per “gioco”, nel senso che l’esperimento cinese riguarda al momento solo quattro città, sono già in partita 20 grandi aziende cinesi e quattro grandi banche statali che funzionano da cinghia di trasmissione della banca centrale cinese. Il tutto riguarda decine di milioni di persone, che sono chiamate a sperimentare la fungibilità di un sistema di pagamento cashless, usando una tecnologia statale di pagamento elettronico con dentro una moneta statale. Una rivoluzione, né più né meno.

Conviene fare un passo indietro per ricordare di cosa stiamo parlando. Dello yuan digitale ci siamo già occupati osservandone per grandi linee il modo di funzionamento – semplificando: un sistema a due livelli, il primo fra banca centrale e banche commerciali, il secondo fra queste ultimi e gli utilizzatori – seguendo le notizia apparse nei mesi scorsi cui hanno fatto seguito alcune allocuzioni da parte dei responsabili della banca centrale cinese. In particolare, nell’aprile scorso la banca centrale cinese spiegò che erano in corso dei semplici test che riguardavano quattro città che si stavano svolgendo senza interferire con la normalità delle transazioni e con i mercati finanziari.

Il messaggio, insomma, era chiaro: volare basso. Anche perché un mondo terrorizzato dalla pandemia non è il migliore di quelli possibili per parlare di cose complicate, mentre lo è sicuramente per farle progredire silenziosamente.

E così arriviamo a oggi. La sperimentazione è divenuta una cosa estremamente seria e adesso molti osservatori si cominciano a chiedere – meglio tardi che mai – se la Cina non abbia finito per essere l’avanguardia di uno sviluppo al quale i paesi avanzati iniziano solo di recente a giudicare come possibile, come dimostrano i tanti studi che si stanno moltiplicando sul tema, promossi anche dalla Banca dei Regolamenti internazionali.

Alcuni dettagli che emergono dalle cronache ci aiutano a capire la portata dell’innovazione. Nella quattro città oggetto della sperimentazione – Shenzhen, Suzhou, Chengdu, and Xiong’an – a maggio una parte della retribuzione sarebbe stata versata in yuan digitali. Ciò aveva come presupposto che le banche coinvolte nella sperimentazione avessero convertito parte dei loro depositi presso la banca centrale in valuta digitale – sostituendo quindi nella M0 le banconote con lo yuan virtuale – oltre ad aver sviluppato e testato i wallet necessari per far circolare questa valuta in un sistema di pagamenti alternativo. Ciò ha reso possibile accreditare parte della retribuzione sul conto corrente in denaro virtuale.

Ma l’aspetto più interessante, che probabilmente si andrà a definire, riguarderà proprio coloro che non hanno conto corrente. Il futuro sono i pagamenti mobili utilizzando un credito diverso da quello bancario. Magari quello telefonico. Sarà un caso, ma nel consorzio di grandi gruppi che partecipano alla sperimentazione troviamo, oltre alle banche – Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China, and Bank of China – tre compagnie telefoniche:  China Telecom, China Mobile, and China Unicom, insieme all’onnipresente Huawei.

I giganti hi tech ovviamente, fanno parte del gioco, e non  potrebbe essere diversamente. Vuoi perché gestiscono già applicazioni proprietarie di moneta elettronica con sistema di pagamento, come Alipay a WeChat, vuoi perché hanno già centinaia di milioni di dati sugli user che utilizzano questi sistemi, che è assolutamente necessario mettere a sistema nello schema del Digital Currency Electronic Payment (DCEP).

Chiaro che un sistema siffatto generi qualche preoccupazione. Non solo per chi teme per la privacy, definitivamente sotto gli occhi dello stato che tramite una valuta virtuale potrà tracciare ogni movimento, ma anche per chi si domanda come questa innovazione, una volta che sarà digerita e diverrà comune, impatterà sul sistema monetario internazionale.

I cinesi non saranno ovviamente gli unici a mettere in circolazione una moneta digitale di banca centrale. Ma potrebbero essere i primi. E visto il loro peso specifico sull’economia internazionale, sarà un primato pesante.

La metamorfosi del settore produttivo italiano


L’ultima relazione annuale dell’Istat contiene anche una ricognizione molto interessante sull’evoluzione del nostro sistema imprenditoriale, alle prese con una doppia recessione, fra il 2009 e il 2011, una ripresa ciclica, iniziata intorno al 2014, e adesso nuovamente scosso dalla crisi sanitaria. Se, come insegnano i proverbi, ciò che non ti uccide ti rinforza, dovremmo dedurne che alla fine di quest’ennesimo terremoto, il sistema delle imprese italiano ne uscirà più forte. Almeno questa è la speranza.

Ciò non toglie che nel frattempo dovremo fare i conti con le rovine. Sapendo, peraltro, che non è affatto detto che questo miglioramento qualitativo, ammesso che arriverà, sia capace di coniugarsi con un livello quantitativo adeguato a esprimere l’occupazione di cui ha bisogno un paese come il nostro. La teoria e la storia ci ricordano che esistono livelli eccellenti di sotto-occupazione delle risorse.

L’esperienza maturata nell’ultimo decennio, in tal senso, solleva qualche preoccupazione. “Durante gli anni della ripresa ciclica (2014-2017) – scrive Istat – il sistema delle imprese non aveva del tutto ricostituito la base produttiva persa durante la prolungata recessione del periodo 2011-2014. Nel 2017 le imprese attive in Italia erano ancora quasi 80mila in meno rispetto a quelle operanti nel 2011 (-1,7 per cento), gli addetti erano oltre 125mila in meno (-0,7 per cento) e il valore aggiunto complessivo era dell’1,9 per cento inferiore a quello di sette anni prima”.

Questo ridimensionamento è avvenuto a fronte di una ricomposizione settoriale profonda che ha colpito le costruzioni e l’industria in senso stretto. Le imprese operanti nelle costruzioni sono diminuite del 13,6% e hanno perso il 20% degli occupati oltre a un quarto dell’intero valore aggiunto. Quanto all’industria in senso stretto, fra il 2011 e il 2017 sono diminuite le imprese del 7%, gli addetti del 5,1% ma il valore aggiunto è aumentato del 3,3%. Quindi meno soggetti economici hanno aumentato il valore della produzione.

Se guardiamo al terziario, i risultati sono stati ancora diversi. Sono cresciuti gli addetti nel settore dei servizi di mercato (+4,7%) pure se sono diminuite le imprese (-1,5%) e anche il valore aggiunto (-2,4%). Per i servizi alle persone sono cresciute si le imprese (+14,2%) sia gli occupati (+17,2%) e anche il valore aggiunto (+5,6%). Una buona notizia a metà: in entrambi i settori è diminuita la produttività e soprattutto sono aumentate le attività nei settori caratterizzati proprio da minore produttività.

Se guardiamo alla dimensione di queste imprese, la transizione ha premiato soprattutto quelle più grandi e penalizzato le più piccole, che sono anche una realtà importante nel nostro tessuto economico.

Il quasi 2% di imprese con meno di dieci addetti perdute equivale a circa 77 mila unità e riguarda il 4,2% degli addetti, circa 330 mila persone, ma ben il 10,6% del valore aggiunto. La crisi, insomma, ha premiato le imprese più grandi che, nel 2017, hanno superato i livelli raggiunti prima del 2011.

Succederà la stessa cosa anche dopo la crisi Covid? Ovviamente il passato non si ripete, ma ci sono buone ragioni per porre questa ipotesi alla base dei nostri ragionamenti. Vuoi perché è ragionevole aspettarsi andamenti simili a quelli più recenti. Vuoi perché le imprese più grandi sono in generale meglio attrezzate per affrontare i torbidi di una crisi.

Altrettanti c’è da aspettarsi che si ripeta quello che è successo dopo la ripresa del 2014: trovare un equilibrio, ma a un livello più basso. Ciò anche in ragione del fatto che “in quanto il sistema resta caratterizzato dalla preponderante presenza di micro imprese”. La crescita delle medio-grandi, insomma, non riesce a compensare il calo delle piccole.

Da qui la conclusione: “Questi mutamenti possono avere conseguenze rilevanti qualora la selezione recida legami stabili tra le imprese. In un sistema produttivo frammentato come quello italiano, infatti, la capacità di generare crescita è correlata anche, in misura sostanziale, alla capacità delle imprese di attivare relazioni produttive con altre unità o istituzioni”. Ma chi pensa che basti far scendere il campo il governo per risolvere il problema rischia di generare grossi equivoci. Oltre che illusioni fallaci.

I debiti in dollari fuori dagli Usa fanno 13 (trilioni) come nel 2008


Ora che abbiamo iniziato ad avventurarci nei complessi meccanismi che regolano la globalizzazione del dollaro, e abbiamo accennato all’importanza e al significato delle linee di swap aperte dalla Fed, siamo in grado di apprezzare meglio un ottimo resoconto pubblicato dalla Bis di Basilea che monitora l’andamento del funding in dollari nelle imminenze della crisi Covid e gli stress che ne sono conseguiti. Un’occasione per osservare il funzionamento del sistema in “tempo reale” e soprattutto per provare ad indovinarne le fragilità nascoste, che non attendono che la prossima crisi per manifestarsi.

Conviene cominciare da un dato che risulterà suggestivo: la quantità di debiti denominati in dollari di soggetto che americani non sono, che ormai ha raggiunto il livello di prima della crisi del 2008, pari a circa 13 trilioni.

La somiglianza del dato, tuttavia, nasconde alcuni cambiamenti profondi intercorsi nell’ultimo decennio, il più evidente dei quali è chiaramente osservabile nella parte sinistra del grafico: il contributo della Cina alla “fame” internazionale di dollari, cresciuto notevolmente dai primi anni Dieci del XXI secolo. Pechino, quindi, è stato uno dei soggetti che più hanno contribuito a usare il dollaro per denominare i propri debiti. Teniamolo a mente.

Ricordiamoci pure che a questo progresso hanno contribuito le banche giapponesi e britanniche, che alla fine del 2019 avevano insieme due trilioni di debiti in dollari, mentre quelle canadesi, francesi, svizzere, cinesi e tedesche superavano ognuna i mille miliardi. Non solo: “Banche di diverse economie emergenti – scrive la Bis – in particolare di Cina,
Russia, Turchia e Taipei cinese – negli ultimi anni sono diventati importanti prenditori in dollari”. Cina, Russia e Turchia, lo abbiamo visto, tendono da una parte a disfarsi di dollari, ma dall’altra sono “costrette” dalla fisionomia dei mercati finanziari, a procacciarsene parecchi.

Il problema è che questi prenditori internazionali di dollari prendono a prestito in America solo il 22% di questa montagna di dollari tramite banche affiliate negli Usa. Il restante 78%, pari a circa 10 trilioni, sta fuori dal perimetro Usa. E fra le giurisdizioni che sono fuori dalle linee di swap con la Fed, c’è quella cinese dove abitano banche con un trilioni di debiti in dollari.

Questa ingente quantità di valuta americana detenuta da debitori esteri è stata una delle ragioni che ha costretto la Fed ad attivare le proprie linee di swap durante il momento peggiore della crisi Covid, ossia nel marzo scorso, quando molti soggetti finanziari si sono trovati improvvisamente a corto di dollari. L’accordo di swap già esistente, che la Fed ha firmato con 14 banche centrali, è stato affiancato anche a un dollar repo facility per altre autorità monetarie non comprese negli accordi di swap. La Fed insomma ha capito che doveva interpretare in maniera piuttosto estensiva il suo ruolo di banca centrale universale. In particolare per impedire che le passività di breve termine in scadenza originassero crisi finanziarie.

Questo ruolo di fornitore di liquidità di ultima istanza della Fed, che ormai cammina a braccetto con quello di compratore, ha consentito ai mercati di affrontare la tempesta e trovare un nuovo equilibrio. Ma certo non è stato indolore. Non tutti i 13 trilioni di debito non Usa denominato in dollari erano in scadenza, ovviamente. Ma la scomparsa della liquidità – lo abbiamo visto anche in passato – avrebbe potuto facilmente generare una vendita disordinata di asset che avrebbe ulteriormente aggravato la crisi dei mercati nel momento peggiore.

La fornitura di liquidità tramite swap della Fed è servita proprio ad evitare questo. Il picco si è raggiunto a maggio, quando sulle linee di swap viaggiavano per 449 miliardi, e da quel momento in poi ha cominciato a declinare. Per la cronaca, vale la pena ricordare che all’epoca della grande crisi finanziaria gli swap arrivarono a “tirare” ben 583 miliardi. Pericolo scampato quindi? Forse.

Ci sono un paio di questioni che suggeriscono di mantenere elevato il livello di attenzione. Da una parte ci sono gli evidenti rischi che la situazione finanziaria possa nuovamente degradarsi a causa di un riaccendersi della crisi sanitaria. Dall’altro rimane il rischio che il problema della liquidità si sposti dalle banche alle imprese, specie nei paesi emergenti. Circostanza che diventerebbe non più semplicemente possibile ma probabile se gli investitori esteri dovessero continuare a generare deflussi. A quel punto la Fed potrebbe fare bene poco. A meno che non cominci anche a comprare debito corporate cinese.

L’inevitabile spopolamento dell’Italia


Forse le previsioni citate dalla rivista The Lancet – che ipotizza 30 milioni di abitanti in Italia nel 2100 – sono esagerate. Ma anche se ci limitiamo a prendere in esame quelle contenute nell’ultimo Rapporto annuale Istat sul nostro paese – 53,8 milioni di abitati al 2065 – il trend rimane ampiamente confermato: l’Italia è alle prese ormai da anni con un processo di calo demografico che non è esagerato chiamare spopolamento.

Il punto qui non è tanto ragionare sulle cause, che sono tante e profonde, molto più di quanto credano certi teorici del sussidio come rimedio ad ogni male. La questione è partire da questo trend, che non è un dato ma ci somiglia parecchio, e iniziare a pensare a come sarà l’Italia fra 50 anni, con più anziani che giovani. Compito della politica, senza dubbio. Avendocene una. Ma al quale può contribuire chiunque abbia a cuore questo paese. Meno di quelli che pensate, sicuramente.

Prima di lanciare un concorso di idee per l’Italia coi capelli bianchi e con sempre più spazio – una specie di ospizio a cielo aperto – è bene irrobustirsi con i dati che mostrano come tale esito sia semplicemente ineludibile. Inutile stare qui a pensare a rimedi: non si può fermare una slavina con le mani: la popolazione diminuirà. Per la semplice ragione che non solo le donne italiane fanno pochi figli – la speranza è che arrivino a 1,54 a fronte dell’1,30 scarso di oggi entro il 2065 – ma soprattutto perché, e questo è un fatto che non si può cambiare, diminuiscono costantemente le donne in età fertile. Una conseguenza di decenni di tassi di natalità sotto la soglia di sostituzione.

Chi contasse sul contributo dell’immigrazione, per invertire il trend, dovrebbe ricredersi. Primo perché il successo di certi partiti che fanno la faccia dura contro gli immigrati dovrebbe suscitare qualche domanda sulla nostra reale volontà di accoglierli. Secondo perché le proiezioni Istat incorporano già un contributo netto medio annuo di 165 mila immigrati “che riusciranno solo in parte ad arginare il declino demografico”. Peraltro gli immigrati, una volta che diventino avvezzi alle nostre consuetudini, riducono anch’essi la natalità. Sarà colpa dell’aria o dell’acqua, chissà.

Poiché lo spopolamento è ineludibile, possiamo persino provare a immaginarne gli effetti sulla società. Da qui al 2065 il prezzo più alto lo pagherà la popolazione attiva, quella che dovrebbe lavorare, ossia compresa fra i 15 e i 64 anni che scenderà dall’attuale 64% al 55%, mentre gli under 15 diminuiranno di appena l’1%, portandosi dal 13 al 12%. Ciò implica che i nove punti persi dalla popolazione attiva e il punto perso dai più giovani si trasferirà nella classi più attempate. Gli over 65, infatti, passeranno dal 23 al 33%. Più di uno su tre. Gente che vorrà una pensione e un’assistenza sanitaria.

Se agli over 65 sommiamo gli under 14, abbiamo che complessivamente il 45% della popolazione sarà dipendente dal 55% della popolazione attiva. Che sarebbe sostenibile se tutta la popolazione attiva lavorasse, e ovviamente così non è. Lo scenario più realistico, al contrario, è di una minoranza sempre più risicata di lavoratori – oggi sono circa 23 milioni su 60 milioni di abitanti – che dovrà occuparsi di una stragrande maggioranza di inoccupati.

Il nostro concorso di idee per l’Italia del 2065 possiamo farlo partire da qui.

Cartolina. L’altro virus cinese


Ora che punta decisamente verso il 280% del pil, il debito cinese, accelerato dalla pandemia, minaccia di diventare quello che è sempre stato pur senza esserlo davvero: un pericolo pubblico internazionale. Lo è sempre stato, un pericolo, perché, malgrado i debiti siano in gran parte domestici, queste obbligazioni rischiano di zavorrare pesantemente un’economia sulla quale il mondo intero conta per trainare una domanda sempre più fiacca. Ma non è mai stato davvero, un pericolo, questo debito perché in fondo i cinesi se lo possono permettere, almeno fino a quando durerà la giostra globale che fa fluire merci, servizi e soprattutto dollari, per tutto il mondo. La pesantezza del debito cinese è inversamente proporzionale alla velocità della globalizzazione. I cinesi l’hanno capito e per questo tifano per l’internazionalizzazione. Altri, che sono nella stessa condizione, fanno il contrario. Questo è l’autentico pericolo.

Il club internazionale dei dispensatori di dollari Usa


Alla fine di questa lunga ricognizione con la quale abbiamo tentato di delineare la fisionomia della globalizzazione del dollaro, osservando gli andamenti dei flussi di prestiti e obbligazioni in dollari che fanno capo a non residenti negli Usa, rimane solo da capire chi siano, oltre ovviamente agli Usa che sono i dominus del gioco, i principali protagonisti di questa storia. Quali paesi, insomma, sostengano principalmente questi flussi e quindi contribuiscano a tenerli in piedi.

Questo club internazionale di dispensatori di dollari presi a prestito è assai più composito di quel che si creda. E’ fortemente sbilanciato verso l’Asia – vi partecipano infatti il Giappone e la Cina – ma vi partecipano tutti gli angoli strategici del mondo: l’Australia nel Pacifico, il Canada, per semplice prossimità con gli Usa, la Francia, la cui attività bancaria, per quanto rilevante, è sempre poco osservata, insieme a Gran Bretagna e Svizzera. Chiudono l’elenco i centri offshore. Insieme formano quel network che abbiamo già intravisto che ruota intorno al sole statunitense.

Poiché l’esame di tutte le posizioni dei singoli paesi rischia di allungare troppo il nostro discorso, conviene concentrarci su alcuni aspetti di questo “sistema dollaro”, a cominciare proprio dall’importanza crescente dell’Asia nel Grande Gioco finanziario globale. Giappone e Cina, quindi.

Quanto al primo, il contributo delle banche giapponesi alla crescita delle obbligazioni in dollari di non residenti è stato sostanziale fin dalla Grande Crisi Finanziaria (GCF) del 2008.

A quest’esito hanno contribuito diversi fattori endogeni all’economia giapponese. Segnatamente il livello rasoterra, ormai da anni, dei tassi di interesse, la stagnazione di domanda interna di prestiti, generata da quella della crescita della popolazione e della crescita potenziale. Le banche giapponesi, insomma, sono state costretti a far business fuori dai confini – e per questo le servono i dollari – visto che in patria ne facevano poco.

Questa necessità le ha spinte ad affinare nel tempo sia il modo per procurarsi i dollari, rimanendo comunque sempre esposte alle tempeste che abbiamo visto ogni tanto si scatenano in questo mercato, e anche il modo di impiegarli. Ad esempio di recente i banchieri giapponesi sono diventati grandi investitori in collateralised loan obligations (CLOs), uno strumento che abbiamo imparato a conoscere. Si calcola che da soli pesino il 15% del totale in circolazione.

Questa tendenza è stata seguita non solo dalle banche ma anche dalle istituzioni finanziarie non bancarie (NBFIs), come le compagnie di assicurazione, che hanno aumentato gli investimenti in asset stranieri – e per questo servono sempre i dollari – finendo così con l’incorporare quei rischi che prima del 2008 erano in capo alle banche. Anche di questo abbiamo parlato più volte e non serve ripetersi.

La vera novità dell’ultimo decennio, relativamente alla domanda di debito denominato in dollari da non residenti, è stata la Cina. Questa crescita è stata guidata in larga parte dalle imprese non finanziarie cui fanno capo globalmente 590 miliardi di bond in dollari, pari al 36% di tutti i bond delle economie emergente in dollari in circolazione.

Per quanto modeste in valore relativo – 4% del Pil cinese e 16% delle riserve – questi debiti sono molto concentrati. In particolare il settore degli sviluppatori immobiliari, legati ai governi locali, ne hanno in pancia circa il 40%.

Questi debiti sono molto sensibili, per una serie di ragioni, agli apprezzamenti del dollaro, evento tipico delle crisi di fiducia. Il che rende questa massa instabile un rischio finanziario evidente per l’economia cinese, rendendola assai sensibile ai deflussi di capitali. Quando la politica monetaria, fra il 2017 e il 2018, divenne meno espansiva, i default cinesi sono aumentati, come si vede dal grafico sopra a destra.

Si calcola che entro cinque anni 488 miliardi di bond in dollari emessi da imprese cinesi andranno in scadenza, 80 dei quali entro l’anno prossimo. Sarà interessante osservare come se la caveranno le imprese cinesi, ricordando però che il paese, nell’insieme, è diventato il maggiore creditore in dollari negli ultimi vent’anni.

I crediti complessivi cinesi in dollari, secondo alcune stime, quotano circa 1,6 trilioni, ma una buona parte di questi – circa 530 miliardi – sono impegnati in prestiti internazionali a paesi basso e medio reddito – la Bri cinese – che hanno fatto della Cina la principale dispensatrice di prestiti in dollari al mondo per quella che una volta si chiamava politica di potenza. Il dollaro, quindi, serve gli interessi cinesi per diversi motivi sia interni che soprattutto internazionali. Grazie al dollaro la Cina sta comprando egemonia.

Chiudiamo questa breve rassegna osservando il caso australiano – l’Europa non fa storia perché fino a prova contraria ormai è solo storia – per la semplice ragione che l’Australia gravita attorno all’Asia e per capire da cosa tragga la sua necessità di dollari. Il dato di fatto è che l’Australia ne fa un uso intensivo.

Le ragioni sono diverse. Ma chi conosce i flussi commerciali e valutari dell’Australia ne conoscerà qualcuna in più.

Questi tre casi, pure osservati rapidamente, ci comunicano alcune informazioni che è bene tenere a mente. Il dollaro è uno strumento di profitto per alcuni – il Giappone – e di influenza politica per altri – la Cina – di semplice “passaggio” per altri ancora l’Australia.

L’insieme di queste ragioni, che molti altri paesi condividono, spiega l’egemonia di questa valuta. Questo non vuol dire che gli stessi che la usino non sognino di farne a meno. Ma questa è tutta un’altra storia.

(7/fine)

Puntata precedente: La fragile ragnatela di dollari che avvolge il mondo

Istruzione e reddito: il binomio che l’Italia ha dimenticato


L’ultimo Rapporto annuale Istat, fra le tante suggestioni che offre, ne sottolinea una non abbastanza ribadita in un paese come il nostro, peraltro reduce da un rovinoso lockdown delle scuole del quale ancora non si indovina la fine: il rapporto strettissimo che lega la qualità dell’istruzione al livello del reddito.

Sembra una cosa ovvia, ma non lo è. Molti trascurano di osservare come il clamoroso fallimento della nostra istruzione pubblica, che divora moltissime risorse ma ancora non riesce ad esprimere la qualità (e la quantità) di istruzione diffusa di cui abbiamo bisogno è una delle cause del livello asfittico della nostra capacità produttiva e quindi dei redditi che essa è capace di esprimere. Peggio ancora, non siamo ancora nemmeno riusciti a far capire ciò che sanno tutti: un livello adeguato di istruzione è il miglior viatico possibile – a meno che non si sogni di fare la velina o il calciatore – per garantirsi un livello adeguato di reddito.

Quanto al primo aspetto, i dati Istat lasciano poco spazio all’immaginazione. Ancora nel 2019 l’Italia contava solo il 62,1% di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni in possesso di un diploma secondario, a fronte di una media dell’Ue a 27 – esclusa l’UK – del 78,4%. Siamo migliorati di 13,5 punti, rispetto a un quindicennio fa. Il è sicuramente positivo, pure se suona alquanto sconcertante che settant’anni di istruzione pubblica non è bastata a portarci a livello dei paesi europei più avanzati.

Si più pensare che questo divario dipenda in buona parte dall’anagrafe, ossia dalla numero elevato di anziani che – storicamente – sono in media meno istruiti. Ma i dati ci dicono che in Europa l’84% dei giovani 30-34enni hanno un diploma. Da noi meno del 75%. E se guardiamo all’istruzione universitaria, poi, il quadro è persino più scoraggiante: i 30-34enni con titoli universitari nel nostro paese sono il 27,6% contro il 40,3% per l’Ue27. Siamo gli ultimi nell’Unione insieme alla Bulgaria.

Il dato aggregato riferito all’Italia nasconde molte differenze regionali, ovviamente. e questo vale non solo per le quantità di titoli di studio, ma anche per la qualità di questi titoli. L’incidenza dei laureati è alta in Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Friuli, bassa in Sicilia, Puglia e Calabria, dove rimane ancora elevata la dispersione scolastica.

Quanto alla qualità, i test di Pisa rappresentano un livello medio di conoscenze non particolarmente esaltante, per non dire deprimente.

La media italiana mostra che fra fra il 20 e il 30% degli studenti hanno difficoltà con l’Italiano, la matematica e le scienze, e le differenze regionali disegnano un quadro persino peggiore, con intere regioni dove le competenze scolastiche sono ampiamente insufficienti.

Questa situazione impatta ovviamente sulle prospettive di impiego. Istat ci ricorda che i “tassi d’occupazione degli adulti tra i 25 e 64 anni con titolo universitario sono,
in Italia e nell’Ue27, più elevati di quasi 30 punti rispetto a quelli con al più la licenza media: di questi, circa 10 punti percentuali rispetto ai possessori di diploma secondario superiore, che a loro volta hanno tassi d’occupazione più elevati di quasi 20 punti percentuali rispetto a chi è meno istruito”.

Questo non vuol dire che chi si laurea trova subito un lavoro sicuro e remunerativo, come si diceva una volta. Ma che una buona istruzione è uno strumento efficace per avere le carte in regola e provarci.

Il contrario consegna i giovani alla nullafacenza o ai lavori meno remunerativi: i diplomati hanno un reddito superiore del 34% a chi ha al più la licenza media, e la laurea conferisce un premio aggiuntivo di un ulteriore 37%. A meno che non si diventi calciatori, appunto.

Scomode verità nascoste dietro lo Smart Working


Ciò che tutti sanno, ma che si tende a dimenticare, è che la scelta dello Smart Working è derivata dall’esigenza di contrastare la pandemia non certo da una improvvisa e miracolosa maturazione del nostro mercato del lavoro. Detto altrimenti, milioni di persone sono state chiuse in casa ben sapendo che non potevano davvero lavorare, pure se sarebbero comunque state pagate normalmente.

Molti hanno voluto raccontare, magari credendoci, che lavorare da casa avrebbe favorito il cambiamento della nostra società. Il nuovo miracolo italiano si sarebbe nutrito di tecnologia e lavoratori “remotizzati”, con la vita professionale ridotta a una chat. E per un attimo questa narrazione ha acceso anche molti entusiasmi.

Poi qualcuno ha iniziato a ragionare. Lo smart working è la perfetta confusione fra pubblico e privato. E’ sostanzialmente privilegio di una minoranza. Conviene molto ai datori di lavoro – che risparmiano sui costi fissi – e meno a chi lavora sul serio, che scopre improvvisamente di lavorare molto più di prima: senza orari.

Ciò non vuol dire che sia un’idea sbagliata. Al contrario: se ben ponderata può dimostrarsi molto utile. Ma significa solo che spacciare lo smart working per la panacea di tutti i mali delle economie avanzate è semplicemente una storiella da lockdown.

Quindi è arrivata l’Istat. Il suo rapporto annuale propone alcuni dati che partono da una semplice considerazione statistica. Lo smart working ha come presupposto “ontologico” non soltanto la disponibilità di reti digitali efficienti e device di ultima generazione, ma richiede anche una competenza che non deve solo essere posseduta, ma anche ampiamente coltivata.

Quanto a quest’ultima, i dati Eurostat sono un’ottimo promemoria. Noi italiani siamo nella parte bassa della classifica.

Notate che l’universo rappresentato fa riferimento solo alla popolazione in età di lavoro. Sono quindi esclusi gli anziani che ovviamente sono in parte comprensibilmente digiuni di tecnologia. Sapere che quasi il 40% di questa popolazione in Italia ha competenze basse o inesistenti illumina di una luce nuova la retorica sullo smart working che ha funestato – e continua ancora a funestare – il nostro dibattito pubblico.

Diciamolo meglio: quel 34% di persone che ha un livello alto di competenze informatiche, al quale per pura carità di patria potremmo sommare quel 27% con competenze di base, sono le persone alle quali possiamo affidarci per fare smart working. Ma poi bisognerebbe vedere come, dove e quando sono occupate. E questa è tutta un’altra storia.

L’indagine Istat sulla forza lavoro del 2019 mostra che quell’anno solo lo 0,8% degli occupati (184 mila persone) ha usato la propria abitazione come luogo di lavoro, il 2,7% (629 mila persone) come luogo secondario e il 2,2% (524 mila) come luogo occasionale. “Complessivamente quindi – sottolinea Istat – emerge come meno del 6% degli occupati fosse immediatamente preparato a lavorare da remoto”. Difficile che questa situazione sia cambiata dopo il lockdown.

Se a ciò si aggiunge che i lavoratori casalinghi sono usualmente indipendenti, con titolo di studio elevato, impiegati per lo più nei comparti dei servizi, informazione e comunicazione, servizi alle imprese e nell’istruzione, ecco che il nostro identikit sugli smart worker si raffina: minoranze qualificate, per le quali “va evidenziato il rischio che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile e, dunque, il lavoro risulti invasivo”.

Chi ha fatto o fa davvero smart working – la famosa minoranza silenziosa a fronte di una maggioranza che ne parla – lo sa bene, ma è meglio ricordarlo usando le parole dell’Istat: “Circa il 40 per cento di chi lavora da casa (luogo principale o secondario) dichiara di essere stato contattato al di fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti e la quota arriva quasi al 50 per cento tra chi usa la casa come luogo di lavoro occasionale. Inoltre, viene richiesto di fornire una risposta tempestiva anche se al di fuori dell’orario di lavoro al 26,1 e al 20,9 per cento di chi lavora a casa come luogo principale e secondario e al 33 per cento di chi lavora a casa occasionalmente”.

Se poi guardiamo al tipo di contrattualizzazione usata di solito dagli smart worker, scopriamo anche un’altra scomoda verità: “Solo in un numero limitato di casi il lavoro da casa è formalizzato: l’8,2 per cento di chi lavora a casa ha un contratto di telelavoro (lo 0,2 per cento del totale dei dipendenti) e il 20,2 per cento un accordo di smart working (0,5 per cento del totale), per un totale di circa 116 mila persone. In entrambi i casi gli istituti sono riservati quasi esclusivamente ai lavoratori a tempo indeterminato, in gran parte (circa il 73 per cento) nel settore dei servizi”.

Istat ha stimato anche il grado di fattibilità da remoto delle varie professioni, arrivando alla conclusione che circa 8,2 milioni di persone potrebbero svolgere il proprio lavoro da casa, pari al 35,7% degli occupati. Percentuale curiosamente simile a quella dei lavoratori dotati di competenze informatiche avanzate.

Il dato degli 8,2 milioni di potenziali smart worker, deve essere però corretto al ribasso. “Escludendo alcune professioni per le quali si può considerare che il lavoro da remoto sia preferibile solo in situazioni di emergenza (ad esempio gli insegnanti nei cicli di istruzione primaria e secondaria), si individuerebbero circa 7 milioni di occupati che potrebbero lavorare a distanza: 4,1 milioni tra le professioni che richiedono supervisione e 2,0 milioni tra quelle ad elevata autonomia”. I settori rimangono i soliti: informazione e comunicazione, attività finanziarie e assicurative, servizi alle imprese.

Possiamo anche immaginare, basandoci sui dati riscontrati statisticamente, una specie di fenotipo dello smart worker. In dettaglio: “Le professioni che potrebbero essere svolte con modalità remota riguardano una quota maggiore di occupate (37,9 per cento contro 33,4 per cento degli occupati), di ultracinquantenni (37,6 per cento contro 29,5 per cento dei giovani occupati), del Centro-Nord (37 per cento contro il 28,8 per cento del Mezzogiorno), di laureati (64,2 per cento contro 37,4 per cento dei diplomati e 9,4 per cento degli occupati che hanno raggiunto l’obbligo scolastico)”. E così l’identikit si perfeziona: lo smart worker è più probabilmente donna, di una certa età, residente nel Centro-Nord e laureata.

Da tutto ciò possiamo trarre una conclusione molto semplice. Impostare una società sullo smart working significa non solo poter disporre di reti e device efficienti, ma anche di tanti lavori e di lavoratori smart. E noi, purtroppo, siamo carenti. Negli uni come negli altri.

Le banche reggono l’urto, ma fino a quando?


Parla di Banche, Claudio Borio, capo del dipartimento economico della Bis di Basilea, mentre presenta il nuovo rapporto annuale che la banca elvetica propone alla comunità economica e finanziaria mentre il mondo è ancora alle prese con l’emergenza sanitaria, che inevitabilmente è la grande protagonista del testo.

Parla di banche, Claudio Borio, ma non trascura di ricordare che l’esperienza di questa metà 2020 conferma l’attualità di certi moniti che lo stesso economista ha più volte ripetuto in questi anni senza troppo successo. Non perché fossero fallaci o irragionevoli. Ma perché, semplicemente, nessuno può fermare il mare con le mani. Specie quando salgono le onde.

Anche oggi che le onde somigliano a uno tsunami, vale la pena ricordare con Borio che aver dato fondo a ogni risorsa di spazio, fiscale e monetario, per contrastare l’emergenza Covid non dovrebbe esimerci da riconquistare questo spazio perduto “con pazienza e prospettiva di lungo termine”.

Vaste programme, direbbe qualcuno. La pazienza non è virtù comune, ai tempi in cui primeggiano i social network dei commentatori seriali che discettano di ogni cosa senza saperne nulla. Quanto alla prospettiva di lungo termine, certe discussioni – anche in casa nostra – tutto sembrano testimoniare salvo che la capacità di guardare lontano.

E tuttavia, per i pochi che hanno pazienza e provano a indovinare il tempo che verrà, vale la pena ricordare che “né la politica monetaria né la politica fiscale possono, da sole, generare insieme una crescita sostenibile e la stabilità finanziaria. Solo una sapiente combinazione di politiche monetarie, fiscali e prudenziali, sostenuta da riforme strutturali di cui abbiamo davvero bisogno, può farlo”. Questo perché nessuno dica domani che non eravamo stati avvertiti.

Ma se parliamo di banche, e ci limitiamo a osservare come si siano comportati gli intermediari durante la pandemia, scopriamo alcune informazioni utili da conoscere. Se non altro perché confermano la conclusione di Borio: servono buffer – cuscinetti, riserve, salvagenti, traducete come volete – per affrontare i torbidi economici. Ossia serve risparmiare quando il tempo è buono per spendere quando s’incattivisce. E non serve essere economisti per capirlo, basta aver letto qualche buona favola.

E le banche, come anche pochi governi (quello tedesco, non a caso fra i più prodighi oggi), negli anni passati dalla Grande Crisi Finanziaria (GCF) hanno imparato a costruire questi buffer che oggi sono stati in buona parte impiegati, anche a seguito del pressante invito delle autorità di regolazione a usare queste riserve per non far mancare il credito nel momenti più bui del lockdown, che ha strozzato le economie di tutto il mondo. Il risultato si può osservare dal grafico sotto.

Le banche, insomma, non hanno lesinato l’ossigeno – a differenza di quanto accadde durante la GCF – nel momento in cui l’organismo economico più ne abbisognava, e lo hanno fatto potendo contare su quelle risorse che le policy internazionali avevano imposto loro di costruire. Unico effettivo successo delle politiche del decennio, a ben vedere, visto che nel frattempo i debiti, a cominciare da quelli degli istituti di emissione, sono aumentati significativamente e oggi minacciano di andare ancora peggio.

Rimane la questione: fino a quando le banche possono bruciare il loro fieno in cascina, pure in presenza di garanzie pubbliche? Molto ovviamente dipenderà dalla durata della crisi. E gli scenari possono anche risultare molto avversi.

Questo i mercati lo sanno. E poiché le banche per una serie di ragioni che abbiamo anche in parte osservato, sono sempre meno profittevoli,

ecco che si intravedono i primi risultati di questa prodigalità indotta con la solita logica dell’emergenza, che caratterizza meglio di ogni altra la nostra epoca.

Perché tutto si tiene com’è ovvio. E i mercati sono poco pazienti. Ci mettono poco a far di conto e iniziano a prezzare al ribasso le banche che, se la crisi continua, si troveranno di fronte al solito dilemma che da oltre un decennio affligge le banche centrali e da sempre i governi: dare priorità all’emergenza, o lavorare per impedirne di future?

La risposta, qualunque sia, è sbagliata. Dobbiamo cambiare la domanda.

Cartolina. La pandemia del credito


Mentre l’economia collassava, affossata dalla pandemia, i flussi internazionali di credito crescevano come non mai, nel primo trimestre di quest’anno. La crisi sanitaria, mentre congelava l’economia reale, rendeva frizzante quella finanziaria, confermando ancora una volta la leggenda della loro divaricazione. Ma è pura apparenza. La fame di dollari (950 miliardi), in buona parte nella forma di titoli di stato Usa (560 miliardi), proveniva innanzitutto dalle banche non Usa, francesi e giapponesi in testa, e poi canadesi e svizzere, che dovevano comunque procurarsi la materia prima delle loro transazioni mentre i dollari iniziavano a scarseggiare e i picchi di volatilità portavano alle stelle le posizioni in derivati. Detta semplicemente. La pandemia del credito non vuol dire che l’economia stava meglio. Ma che cercava di stare in piedi.