Cronicario: Eravamo al verde, ora siamo al green


Proverbio del 4 novembre L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 2.015.000 Meridionali italiani emigrati dal 2000

Sfoglio sconsolato scorci del nuovo rapporto Svimez che da alcuni decenni nutre con materna generosità la depressione umorale dei meridionali, che peraltro data qualche secolo. E stendiamo un velo su quella economica.

D’altronde è noto a tutti che il Meridione è bello perché è triste e abbandonato, specie dai meridionali, che infatti emigrano a rotta di collo come ai primi del Novecento.

Perciò è del tutto logico che Svimez anche quest’anno noti sconsolato che il pil meridionale è sotto quello nazionale e di quello del Nord.

Con conseguenze immaginabili, oltre che visibili.

Facciamola semplice: al Sud, al netto dei vari furboni sconosciuti al fisco che allignano ovunque, la gente è mediamente al verde. Ed è qui che lo Svimez, in versione 2019, ha avuto il suo colpo di genio: fare del Meridione la “piattaforma verde del paese”. “La bioeconomia meridionale si può valutare fra i 50 e i 60 miliardi”, dice ispirato il direttore Svimez. “Il green new deal è un’opportunità di rinascita economica del Mezzogiorno” che può evolvere in “piattaforma green del paese”.

La depressione mi sparisce d’improvviso. Prima ero al verde. Ora sono al green.

A domani.

La contraddizione finanziaria nel cuore della globalizzazione


Una globalizzazione si fonda su alcune caratteristiche che sono sostanziale espressione di un ordine politico. A quelle del nostro tempo appartengono, ad esempio, la lingua inglese e il dollaro, che accompagnano (e denominano) i beni che viaggiano lungo le rotte commerciali – in gran parte marinare – e i servizi che vengono scambiati, sempre più, questi ultimi, lungo rotte digitali. Questi strumenti – perché di strumenti si tratta, per loro natura devono (dovrebbero) favorire i processi di integrazione che la globalizzazione incrementa col suo procedere. Ma cosa succede se invece così non fosse? Se, vale a dire, uno degli strumenti dell’internazionalizzazione si rivelasse potenzialmente capace di danneggiarla?

La domanda è ciò che rimane dopo la lettura di un bel paper di Valentina Bruno e Hyun Song Shi della Bis di Basilea dal titolo assai indicativo: “Dollar exchange rate as a credit supply factor-Evidence from firm-level exports“. Indagine molto interessante, perché condotta a livello micro, ossia laddove i fatti concreti prevalgono sulle congetture, osservando 4,6 milioni di spedizioni di prodotti lungo il mondo suddivisi in diverse categorie.

I risultati dell’osservazione sono molto interessanti. In particolare emerge che “un ampio apprezzamento del dollaro rallenta il commercio internazionale incidendo sulle catene globali del valore, che funzionano ad alta intensità di credito”. Una conclusione che fa a pugni con la convinzione assai diffusa – tipicamente di natura macro – che ci sia un collegamento automatico fra i tassi di cambio e l’andamento delle esportazioni “attraverso il canale della competitività commerciale”.

Secondo questa congettura “un forte dollaro Usa aumenta le esportazioni delle economie non statunitensi” visto che i consumatori Usa avrebbero un maggior poter d’acquisto comparato. E invece “paradossalmente, un dollaro forte può effettivamente servire a smorzare i volumi commerciali, anziché stimolarli”. Una conclusione visibile dal grafico sotto.

Non si tratta, ovviamente, di sostituire una congettura con un’altra. Ma semplicemente di un’occasione per sbirciare più a fondo nei meccanismi che governano la nostra globalizzazione che, come in questo caso, possono risultare sorprendenti e quindi meritevoli di approfondimento.

L’origine di questa singolarità è di tipo finanziario. L’apprezzamento del dollaro, che di solito si associa a una restrizione della disponibilità di credito, genera problemi alle imprese che attingono al sistema bancario per finanziare le loro esportazioni. A seguito di un apprezzamento del dollaro, infatti, le banche che si finanziano all’ingrosso acquistando valuta americana riducono l’offerta di credito assai più di quelle che ne fanno meno uso. A loro volta, le imprese che attingono alle banche del primo tipo per le proprie esigenze di finanziamento subiscono una calo delle esportazioni. Vengono inoltre penalizzate le imprese che “hanno esigenze di capitale circolante più elevate e fanno parte di catene produttive più lunghe”.

Questi in estrema sintesi gli esiti dell’indagine svolta dai due economisti che ha il pregio di condurci all’interno dei micro accadimenti che finiscono col determinare i macro eventi. La nostra globalizzazione, fra le sue varie caratteristiche, ha anche quella di essere articolata lungo catene del valore sempre più lunghe e complesse, che per questa ragione dipendono sostanzialmente dalla loro connotazione finanziaria. E poiché il dollaro denomina gran parte degli scambi internazionali, ossia gli anelli di queste lunga catena del valore, ecco che improvvisamente gli andamenti della valuta diventano non solo una caratteristica di questa globalizzazione, ma anche un determinante del suo andamento.

Chi conosce la storia non si stupirà. E basta ricordare cosa fu del commercio internazionale dopo la fine del sistema di Bretton Woods. Ma senza bisogno di andare troppo lontano, è sufficiente rileggere, alla luce delle conclusioni del paper, le intemerate di Trump sul commercio estero. Gli Usa – e quindi la “loro” globalizzazione – rischiano di essere vittima del loro stesso successo.

Cronicario: Piacere Bond, Green Bond


Proverbio del 31 ottobre Non puoi andare in paradiso se non muori

Numero del giorno: 84.000 Migranti salvati dai mercantili dal 2014

L’uomo del Monte (dei pegni) ha detto Ja. L’uomo sarebbe il ministro delle finanze tedesco che, forte di attivi fiscali più che triennali – nel senso che noi e i quattro quinti del mondo facciamo deficit e loro surplus sul bilancio pubblico – ha annunciato che il governo emetterà bond per racimolare risorse da investire su progetti sostenibili.

Quindi Green Bond: belli, misteriosi, seducenti, piacenti ai piacioni, e al tempo stesso sostenibili, responsabili e puliti. Le versione 2.0 del vecchio Bond, ma con licenza di spendere senza sensi di colpa.

E così viene a compimento il miracolo tedesco che avevamo già annunciato su queste righe semiserie. Ma mica perché la sappiamo più lunga. Semplicemente perché abbiamo un fiuto rarissimo per le cose che mettono d’accordo tutti.

What else?

Buon ponte.

PS Ah, è uscito anche il dato sul nostro pil nel terzo trimestre. Che è lo stesso del secondo. Zerouno Ebbasta (cit.)

La fragile ragnatela dei prestiti internazionali in dollari


“Quando una compagnia aerea messicana acquista aerei brasiliani, è probabile che finanzi l’acquisto con un prestito in dollari statunitensi ottenuto da una banca non statunitense. Questo è solo un esempio del ruolo del dollaro nelle transazioni finanziarie internazionali tra controparti non statunitensi”. Così il Fmi presenta uno dei capitoli del Global Financial Stability Report dedicato a una questione parecchio strategica, ossia il finanziamento dei rilevanti prestiti in dollari concessi da banche non americane in giro per il mondo.

L’esempio sopra spiega bene a cosa servano e perché esista questo mercato che non è meno che rilevante. Gli ultimi dati, infatti, stimano in circa 12 trilioni di dollari gli asset denominati in dollari della banche non Usa, persino più elevati del livello pre-crisi (10 trilioni).

Per comprendere perché la questione sia delicata, basta ricordare che durante la crisi del 2007-08, quando gli Usa smisero di prestare dollari al mondo, essiccando la fonte del funding di queste banche, la Fed dovette attivare linee di swap per 500 miliardi con le principali banche centrali per evitare danni ulteriori.

Da allora ovviamente sono state prese molte precauzioni per irrobustire questa regnatela di prestiti internazionali, ma il miglioramento, che pure c’è stato, non ha eliminato la fonte di rischio. L’ha semplicemente addomesticata. Il problema rimane e si può persino misurare quantificando il gap che c’è fra gli asset e i debiti denominati in dollari. Ossia il buco che deve essere finanziato pena scompensi dalle conseguenza imponderabili.

Parliamo di un gap da 1,4 trilioni, pari al 13% degli asset, in crescita rispetto al 10% (un trilione) del 2008. Segno evidente che la crisi avrà pure contribuito a migliorare la capacità di risposta dell’organismo finanziario, ma non lo ha certo sanato: il mondo continua a dipendere sostanzialmente dalla liquidità internazionale espressa in valuta Usa. E d’altronde, come saprà chiunque conosca la storia recente, non potrebbe essere diversamente, vivendo il mondo immerso in una globalizzazione a marca statunitense.

Questo gap, quindi, deve essere finanziato e di solito ciò accade pescando alle varie linee di swap che fungono come rubinetti di liquidità attivabili a comando. Il problema è che quando il sistema si surriscalda, ossia quando la fiducia scarseggia, il costo di questo funding aumenta e il peso del conto si riverbera sul sistema finanziario globale. Alcune banche, nei paesi maggiormente esposti al funding in dollaro, potrebbero subire danni gravi.

Questa problematica riguarda in particolare molte economie emergenti, che sono particolarmente suscettibili a un eventuale calo dei trasferimenti transfrontalieri di dollari e hanno notevoli difficoltà a trovare fonti alternative. Ciò significa che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di un essiccamento della liquidità internazionale.

La storia, insomma, non si ripete ma si somiglia. E’ dagli anni ’70 che i paesi emergenti pagano il prezzo dell’esuberanza irrazionale dei prestiti internazionali in dollari. Pare che non ci sia alternativa. Possono solo imparare a difendersi meglio. E noi con loro.

Cronicario: L’ultima frontiera del debito: risparmiare sul deficit


Proverbio del 30 ottobre L’adulatore offre bocconi amari ricoperti di miele

Numero del giorno: 942.000.000 Perdita di Deutsche Bank nel IIIQ 2019

Non so voi, ma ho tirato un sospiro di sollievo quando mi hanno spiegato che nella manovra c’è il freezing.

Anzi i freezing sono addirittura due, ideati per il nobilissimo obiettivo della “tenuta dei conti pubblici”.

Vengo e mi spiego. Poiché abbiamo avuto la brillante idea di aumentare il deficit per garantire a un pugno di giovani anziani di andare in pensione con quota 100, il governo ha deciso di congelare non solo un miliarduccio di spese varie, ma anche un accantonamento di 1,7 miliardi per la suddetta quota che deriverebbero dal risparmio previsto da qui al 2022 sulle spesa (in deficit).

Quindi risparmio sul deficit e così garantisco la tenuta dei conti, diminuendo il debito meno di quanto previsto, e magari “salvo intese”.

Dulcis in fundo, si prevedono poi due monitoraggi l’anno, entro il 15 marzo ed entro il 15 settembre, per liberare i fondi accantonati una volta perseguiti i risparmi.

Meno deficit fai prima più spendi poi: l’uovo di Colombo. Infatti era genovese. E poi italiano.

A domani.

La lotta al contante, ovvero l’eterno confronto fra élite e popolo


C’è una chiara divaricazione fra il dibattito di politici, economisti e banchieri sull’uso del contante, che oscilla fra pulsioni fiscali (tassazione) e di divieti (soglia uso), e la pratica quotidiana di decine di milioni di persone che si ostinano a girare con le banconote in tasca. Ancora una volta, élite e ceti popolari sembrano assai distanti. Specie nel nostro paese.

L’Italia, secondo una ricognizione proposta lo scorso febbraio dalla Banca d’Italia, è il paese dell’euro in cui è stato rilevato il maggior numero di transazioni giornaliere in contanti (1,7 su 2 transazioni in media). Il 45% delle persone intervistate detto di usare altri mezzi di pagamento, ma comunque la percentuale di quelli che preferisce il contante è un solido 39%, malgrado l’88,9% abbia una carta di credito o di debito.

Le distorsioni generate dal contante vengono ampiamente esaminate in un libro di Kenneth Rogoff (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”, Il Saggiatore, 2017), dove si osservava che, fra le altre cose, «l’eccesso di contante contribuisce in modo decisivo a rendere il mondo più povero, più iniquo e meno sicuro, pone grandi limiti alle politiche monetarie, favorisce l’evasione fiscale e il lavoro nero e rappresenta di fatto un regalo alla criminalità organizzata e al terrorismo». Un atto d’accusa a tutto tondo, arrivato da uno studioso che è stato capo economista del Fmi, e quindi di sicuro molto ascoltato. Si potrebbe argomentare su ognuno dei punti sottolineati da Rogoff, ma vale la pena soffermarsi giusto su uno che sembra meno intuitivo: i limiti che il contante pone alla politica monetaria.

A inizio anno il Fmi ha pubblicato uno studio molto interessante che ipotizzava di dividere in unità – distinte ma facenti riferimento allo stesso conio – la valuta di un paese per arrivare gradatamente proprio all’eliminazione del contante, che limita la capacità della banca centrale, specie quando è eccessivo, di far scendere i tassi di interesse al livello che si potrebbe rendere necessario in caso di una nuova recessione. E siccome il contante può essere custodito senza troppi costi – costringendo un’economia nella keynesiana trappola della liquidità – ecco l’idea: una valuta digitale di banca centrale che denomini i prezzi e che sia vincolata con un rapporto di cambio con quella “analogica”. Mutando il rapporto di conversione in senso svantaggioso al contante, si riuscirebbe a stimolarne l’utilizzo e quindi la spesa. «Questo doppio sistema di valuta locale consentirebbe alla banca centrale di applicare un tasso di interesse negativo (se ne parla parecchio tra banchieri, ultimamente, ndr), necessario per contrastare una recessione, senza innescare sostituzioni su larga scala in contanti».

Suggestioni, senza dubbio, ma comunque indicative di un clima che sta maturando lentamente nei piani alti del sistema. E qui veniamo a un altro punto interessante da sottolineare: l’avvento delle valute digitali. La moneta digitale è chiaramente altro dalla moneta elettronica. Quest’ultima è una replica su supporto (carta di credito, debito, token elettronico, eccetera) del denaro di cui già si dispone dentro un conto corrente. La prima è un’altra moneta, emessa da un privato e non dal potere pubblico. La seconda ha una storia ormai molto lunga, intrinsecamente legata a quella del sistema monetario, che si compone di sistema dei pagamenti e moneta, dove operano la banca centrale e le banche commerciali. Per farla semplice, potremmo disegnare un lunga retta che inizia con l’invenzione del Bitcoin di Satoshi Nakamoto, che risale al 2008, e finisce con l’annuncio della Libra di Facebook di quest’estate. In mezzo c’è tutto un fiorire di strumenti digitali che hanno in comune una sistema di pagamento, in larga parte articolato lungo una blockchain, che funziona all’esterno del sistema bancario, proponendosi – di fatto – di sostituirlo.

Suggestione anche questa, ovviamente. Però da osservare, come ad esempio ha fatto un paper diffuso di recente dal Nber (“The digitalization of money”) che si collega alle intuizioni di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”). Internet ha reso concreta l’ipotesi di una moneta emessa dai privati quale valida alternativa alla moneta pubblica. «L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico». Queste monete “denazionalizzate”, per dirla alla Von Hayek, sono capaci di rivoluzione il sistema monetario internazionale. Questa non è più una suggestione, è una preoccupazione concreta.

Ne è prova il recente paper diffuso dal gruppo di lavoro del G7 dedicato alle stablecoin globali, ossia valute digitali agganciate a un asset – il paniere di valute della Libra di Facebook ad esempio – capaci di travalicare non solo i confini geografici, ma di surclassare le valute tradizionali. Le global stablecoin, scrivono, «hanno implicazioni per il sistema monetario internazionale, compresa la sostituzione della valuta, e potrebbero quindi rappresentare una sfida per la sovranità monetaria». Soprattutto se sono espressione di quei giganti di internet che per clientela e potenza di fuoco finanziaria sono davvero capaci di fare “concorrenza” alle monete pubbliche.

Da qui la preoccupata attenzione con la quale banchieri, centrali e non, regolatori, economisti e politici, stanno monitorando l’avventura non solo di Libra, ma di tutto l’ecosistema delle valute digitali, provando a prendere gli aspetti utili e inglobandoli all’interno del sistema tradizionale. In questa chiave si può interpretare l’avvento delle valute digitali di banca centrale, della quali si parla molto in Svezia – dove c’è un uso molto basso del contante – e in Cina, dove potrebbe essere emesso uno yuan digitale costruendo una innovazione potenzialmente dirompente per il sistema dei pagamenti cinesi e la diffusione internazionale della valuta cinese.

E arriviamo così alla conclusione. Da una parte abbiamo una pletora di utilizzatori di denaro contante che, per abitudine, insicurezza, disinteresse, finalità illecite e altre ragioni, continua a esprimere una notevole richiesta di cartamoneta. Dall’altra una minoranza, che però vive ai piani alti del sistema, che sta decidendo che nell’era digitale un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro, come il contante “analogico” debba finire fuori corso per ragioni che sono di ordine economico (fiscale) e di sicurezza (criminalità/terrorismo).

I protagonisti di questa decisione sono i governi – non a caso della tematica si è occupato il G7 – le banche (centrali e non), le autorità di regolazione, e buona parte dell’accademia, da un parte. Dall’altra i giganti di internet. In alcuni casi sono in perfetta sintonia con il governo – si pensi agli unicorni cinesi – mentre in altri casi stanno cercando un equilibrio. Questi figli di internet vogliono sostanzialmente una fetta della torta degli enormi profitti che generano la gestione del sistema dei pagamenti e della moneta. Che sarebbe una richiesta comprensibile se non fosse che un sistema monetario, perché di questo stiamo parlando, è il frutto di un ordine politico, che non si contratta certo a tavolino.

Probabilmente tutte queste entità troveranno il modo di convivere, in un modo o nell’altro. Far sparire il contante potrebbe essere di sicuro un buon modo per cominciare a intendersi. La gente si adeguerà. Nella storia i cambiamenti avvengono quasi sempre così.

Questo articolo è stato pubblicato sul Sole 24 ore lo scorso 20 ottobre e propone un’interpretazione sociologica della crescente avversione verso il contante da parte delle classi dirigenti. Con il pezzo pubblicato sul Foglio e la lunga serie sul blog completa la ricognizione che abbiamo svolto sulle monete digitali.

Cronicario: Il paradiso (fiscale) può attendere


Proverbio del 29 ottobre La fame è il sale di tutte le vivande

Numero del giorno: 9 Aumento in dollari del prezzo al kg in Usa parmigiano dopo dazi

E poco dopo lo scoccare del mezzogiorno, un geniale ministro consegna alle cronache la seguente perla di saggezza: “Il principio della lotta all’evasione è sacrosanto, credo che occorra partire evitando che in Europa ci siano paradisi fiscali in cui sia consentita l’elusione a grandi gruppi”.

Capito la finezza? Eliminare i paradisi fiscali in Europa. L’altra sporca dozzina che esiste in giro per il mondo – si stima che solo dalle Cayman siano rientrate alcune centinaia di miliardi negli Usa – si estingueranno di conseguenza, se solo noi europei facciamo la cosa giusta. Ossia “una lotta senza quartiere alla grande evasione, dove si può recuperare gran parte dell’evaso e dell’eluso con poche operazioni mirate”.

Come esempio viene citato il carcere agli evasori previsto nel decreto fiscale del governo italiano, che sicuramente debellerà il potere elusivo dell’Isola di Man o del Delaware.

Ma la cosa migliore è la conclusione. “Poi c’è una microevasione diffusa sulla quale si interviene in un modo chiaro, cioè abbassando le tasse”.

Capito l’antifona? I paradisi fiscali li dobbiamo cancellare perché fanno pagare meno tasse ai capitalisti. Mentre per i piccoli le tasse le deve diminuire il governo.

Quello fiscale attenderà di sicuro.

A domani.

 

La scomparsa del contante nel sistema monetario che sarà


La rigogliosa fioritura di valute digitali dell’ultimo decennio ha innescato una profonda trasformazione nella teoria e nella pratica monetaria, che possiamo analizzare scorrendo un paper recente diffuso dal Nber (“The digitalization of money”).  Lo studio ricorda un libro di Friedrich Von Hayek degli anni ’70 (“Denationalisation of money”) e traccia un parallelo molto interessante fra le intuizioni dell’economista e l’evoluzione determinata da internet che ha consentito a soggetti privati di emettere moneta. Si pensi alla saga di Bitcoin.

Diventa perciò attuale l’ipotesi di Von Hayek, secondo la quale una moneta emessa in concorrenza dai privati può essere una valida alternativa alla moneta pubblica fondata su una banca centrale che emette una moneta, avendo alle spalle un governo forte del suo potere impositivo, rendendola credibile abbastanza da essere riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio.

Il paper del Nber arriva ad alcune conclusioni. La prima: “Le valute digitali presentano innovazioni che separeranno le tre funzioni dal denaro, rendendo la concorrenza tra valute molto più accesa”. La seconda: “L’importanza della connessione digitale porterà alla creazione di “Aree valutarie digitali” (DCA) che collegano la valuta alla gestione di una determinata rete digitale piuttosto che a un paese specifico”. Potrebbero nascere monete “denazionalizzate”, proprio come aveva immaginato Von Hayek, anche se su basi completamente diverse.

Le valute digitali possono essere criptovalute indipendenti, come Bitcoin; stablecoin, ossia agganciate ad altre valute, come la Libra di Facebook o USD Coin, o versioni digitali di monete già esistenti, come quella a cui sta lavorando la banca centrale cinese. Possono essere emesse da entità private o da una banca centrale. Uno scenario dove prevalgano le prime implica una perdita di importanza del sistema bancario. In un modello de-centralizzato e disintermediato le banche vengono semplicemente scavalcate. In uno scenario dove prevalgano le seconde, il sistema rimarrà basato sulla fiat currency governativa, ma in versione 2.0. “E’ difficile concordare con gli apocalittici che pronosticano la fine delle banche”, scrivono Riccardo De Bonis e Maria Iride Vangelisti in un libro mandato di recente in libreria dal Mulino (“Moneta, dai buoi di Omero ai Bitcoin”), “Le fintech aumenteranno la concorrenza tra gli intermediari, porteranno a nuove innovazioni dell’offerta bancaria e a riduzioni possibili del numero delle banche, ma non alla loro scomparsa”. Si immagina quindi una sorta complementarietà fra i due scenari che abbiamo tratteggiato che però hanno una cosa in comune: possono fare a meno del contante. Quindi tutto sembra portare in questa direzione. E molti ne sarebbero felici. Vale la pena ricordare un libro di Kenneth S. Rogoff, (“La fine dei soldi. Una proposta per limitare i danni del denaro contante”). La tecnologia, dicono, trasformerà il dannoso denaro analogico in un utilissimo denaro digitale. Lo sterco del demonio diventerà cioccolata.

E qui arriviamo alle cronache. Del lancio di Libra si ricordano le successive intemerate di Donald Trump contro il progetto e del governatore della Fed Jerome Powell, per una volta d’accordo su qualcosa. La levata di scudi delle principali banche centrali è stata pressoché unanime. Fra gli altri vale la pena ricordare un intervento di Benoit Couré, componente del board della Bce, dove si osservava come “le iniziative di stablecoin globali, come la Libra, si riveleranno dirompenti in un modo o nell’altro”. Il banchiere, convinto “che solo il denaro pubblico possa garantire una riserva sicura di valore, un’unità credibile di conto e un mezzo di pagamento stabile”, auspicava la creazione di “un ambiente in cui i sistemi di pagamento pubblici e basati sul mercato si completano a vicenda”. Una visione che le cronache rendono già attuale e non solo nelle economie avanzate. Al contrario. Nell’iconografia corrente il contadino del paese emergente ormai si raffigura con uno smartphone in mano, non con la carta di credito. E non è un caso. In Cina, al progetto di moneta digitale sponsorizzata dalla banca centrale potrebbero partecipare anche i giganti locali di internet che muovono numeri più che rispettabili. Quest’anno Alipay ha raggiunto gli 870 milioni di user e il volume trimestrale degli scambi mediati dalla piattaforma quota sette trilioni di dollari. Queste entità, formalmente private, sono la perfetta rappresentazione di quel peculiare connubio fra pubblico e privato che caratterizza l’economia cinese. Il dispotismo asiatico, per usare una vecchia definizione, troverà sicuramente di che esercitarsi con le valute digitali.

Se dalla Cina ci spostiamo in India lo scenario cambia poco. Nel luglio scorso un comitato interministeriale aveva suggerito di mettere fuorilegge tutte le monete virtuali, salvo poi suggerire lo sviluppo di una moneta digitale emessa dalla banca centrale, che sembra l’ideale completamento della riforma monetaria indiana culminata nella demonetizzazione delle banconote di grosso taglio decisa a fine 2016. Ma al momento le monete virtuali possono ancora circolare e secondo alcune indiscrezioni rilanciate dal giornale on line The Verge, Il Ceo di Facebook Mark Zuckenberg avrebbe parlato di test sulla circolazione di Libra proprio in India, oltre che in Messico. Ossia lo stesso paese dove, alla fine del settembre scorso, il governatore della banca centrale ha presentato una nuova piattaforma per i pagamenti digitali che ha il fine dichiarato di ridurre l’uso del contante tramite lo sviluppo di pagamenti via app telefoniche collegate al circuito bancario.

Se dall’Asia e l’America latina ci spostiamo in Africa, troviamo quello che alcuni osservatori chiamano il paradiso delle criptovalute. Botswana, Ghana, Kenya, Nigeria, Sud Africa e Zimbawe sono massicci utilizzatori di Bitcoin. Alcuni lo usano per difendersi dall’inflazione, ma riescono a farlo soprattutto perché c’è stato uno sviluppo notevole delle infrastrutture informatiche che alimenta la diffusione degli smartphone. Si stima che entro il 2020 si saranno oltre 720 milioni di sottoscrittori di contratti telefoni. L’industria della Mobile money, ossia dei pagamenti svolte tramite app, è in crescita costante con transazioni cresciute dieci volte dal 2011 in poi. Fra i servizi più noti alle cronache c’è M-Pesa, servizio di pagamenti mobili sviluppato sulla rete mobile Safaricom che secondo la banca centrale del Kenya ha fatto circolare oltre 38 miliardi di dollari fra i suoi 40 milioni di aderenti. L’Africa d’altronde è la terra dove l’anno scorso metà degli investimenti delle startup sono andati al fintech.

Ma il futuro delle monete digitali e quindi del sistema monetario non verrà certo deciso in Africa. Nei paesi avanzati le cronache si rincorrono freneticamente sotto gli occhi ansiosi di regolatori, economisti e banchieri. Ognuno di loro guarda cose diverse, ma fondamentalmente arriva alla stessa conclusione: nel sistema monetario che verrà, col vecchio monopolio pubblico insidiato dai privati, non c’è più bisogno delle vecchie banconote. Nel meraviglioso (e oppressivo) mondo digitale che stiamo costruendo un simile strumento analogico è un “barbarous relic”, come ebbe a dire Keynes dell’oro. Roba fuoricorso. Su questo governi, banche centrali e giganti hi tech troveranno di che intendersi.

Questo articolo è stato pubblicato sull’inserto economico del Foglio il 16 ottobre scorso. E’ un buon epilogo per la miniserie sulle monete digitali che abbiamo sviluppato nei giorni scorsi.

 

Cronicario: La Brextension salva il ponte di Halloween


Proverbio del 28 ottobre Le perle sull’altro lato del fiume sono sempre più grosse

Numero del giorno: 40 Ribasso % beni a base d’asta del Demanio aggiudicati oggi

Ma che c’avevate creduto che il 31 ottobre, prima del ponte di Halloween e addirittura prima dei regali di Natali, arrivasse la Brexit? Maddai: nessuno ha voglia di lavorare durante le feste. E comunque c’è tanto ancora di cui discutere e i politici del Regno Unito hanno ancora tanti giochi da fare.

Per dire: più tardi il capataz del governo britannico proporrà una mozione per avere elezioni anticipate che evidentemente, da buon malpancista, è convito di vincere.

Si vedrà. Intanto abbiamo già visto che i 27 paesi reduci dell’Ue hanno deciso di concedere al quasi ex 28esimo l’ennesima proroga, visto che sempre il quasi ex 28simo aveva votato una legge che gli impediva di uscire senza accordo, ma non aveva più il tempo di far approvare l’accordo – che peraltro era già stato bocciato dal parlamento che avrebbero dovuto approvarlo – in modo da fare la Brexit il 31 prossimo, che cade di Halloween,  troppo vicino a Ognissanti e alla festa dei morti. Pareva brutto.

Sicché è arrivata la proroga al 31 gennaio 2020. Ma attenzione: non è una proroga: è una cosa flessibile: la flextension. Se l’UK riuscirà ad approvare l’accordo prima del 31 gennaio si farà la Brexit e buonanotte ai suonatori. Non si capisce cosa succederà in caso contrario.

Intanto tutti si godono la metamorfosi della Brexit in Brextension. Il ponte è salvo. E anche il Natale.

A domani.

Cartolina: 28 ottobre 1929


Sono passati novant’anni dal 28 ottobre 1929, il black monday di Wall Street seguito al giovedì nero del 24 ottobre, che diede il via a una spettacolare retromarcia del benessere globale. Lunedì 28 l’indice DJIA perse circa il 13 per cento. Nei successivi tre anni la perdita arrivò all’89 per cento. E questo spiega perché ancora oggi quella crisi venga ricordata. La più grande crisi del secolo celebra il suo compleanno in un mondo talmente mutato da somigliargli. Anche oggi, come ieri, si osserva la tentazione crescente di tagliare i legami fra le nazioni in omaggio a un belluino istinto di conservazione del proprio particolare, che si conosce talmente poco da non capire che è intrinsecamente legato all’universale. Anche oggi, come ieri, emergono arruffapopolo che nutrono il malcontento. E anche oggi, come ieri, si pensa che il miglior modo per risolvere i problemi sia incolpare qualcuno da dare in pasto alla folla. Ma a differenza di ieri oggi abbiamo recuperato una certa salute economica – all’epoca servirono alcuni decenni e una guerra – e siamo arrivati a un notevole livello di ricchezza. Novant’anni dopo ricordiamo ancora il 29. Ma abbiamo dimenticato quella miseria.