L’ultima evoluzione del central banking: la moneta digitale per il popolo


Nella storia della ricchezza che ho iniziato a scrivere, e della quale vi darò notizia su queste colonne dopo l’estate, uno dei capitoli centrali nell’analisi dell’età moderna sarà dedicato alla nascita del central banking e al ruolo fondamentale che ha interpretato per la costruzione di quella che chiameremo l’età dell’abbondanza. Ossia il tempo in cui la ricchezza non è stata più limitata dalla disponibilità materiale, ma è stata moltiplicata proprio grazie alla costante violazione di questi limiti. L’esempio più noto è quello della moltiplicazione del denaro.

Come abbia fatto il central banking a compiere questa sorta di miracolo lo scoprirete leggendo il libro. Intanto contentiamoci di sapere una cosa: nello svolgere questo ruolo la banca centrale è riuscita a generare fiducia innanzitutto proponendosi come obiettivo quello della difesa del valore della moneta, che nei secoli passati era stato strumento di svariate scorrerie ad opera dei sovrani emittenti.

Difendendo il valore della moneta, e quindi le promesse dei contratti, la banca centrale non ha solo generato un capitale fiduciario, che si rivelerà determinante nel processo di creazione ed accumulazione della ricchezza tramite il canale del credito, ma ha consentito a masse crescenti di cittadini di risparmiare in modo razionale. Usando un’iperbole, potremmo dire che la banca centrale è stata la prima autentica banca che ha lavorato (anche) per il popolo.

Capirete perciò perché ho letto con un certo interesse un intervento pubblicato qualche giorno fa che già dal titolo “CBDCs for the people” evoca questa vocazione – antica quanto misconosciuta – del central banking: l’essere appunto uno strumento che favorisce l’arricchimento del popolo.

Chi è abituato a considerare queste entità come strumenti della plutocrazia, al servizio di chissà quali oscuri disegni, storcerà il naso. Ma chi invece abbia la pazienza di studiarle, e di conoscerne la storia, scoprirà che questa iperbole non è poi così esagerata. Solo chi ragiona a somma zero non riesce ad accettare l’idea che facendo il gioco dei potenti si possa fare anche quello degli umili. E la banca centrale, in qualche modo, ha fatto proprio questo.

Ne riparleremo, appunto. Ma intanto contentiamoci di capire perché una central bank digital currency (CBDCs) può rivelarsi uno strumento per il popolo, come suggeriscono i nostri due oratori. E poi proviamo pure a trarne qualche conseguenza.

Molte delle cose che i due relatori hanno sottolineato le sapevamo già. Chi segue il blog regolarmente si sarà fatto una certa cultura sul significato e le motivazioni di una moneta digitale di banca centrale. Ma alcune cose vale la pena sottolinearle. Ad esempio il dato, riportato dalla Banca Mondiale, secondo il quale nel mondo 1,7 miliardi di adulti non hanno un conto corrente. Una cifra che sembra un’enormità, se considerate che dal conteggio sono esclusi i minori.

Questa informazione è doppiamente rilevante. Intanto perché porta con sé la possibilità che uno strumento di banca centrale possa facilitare la vita economica di questi soggetti, abilitandoli a forme di pagamento ulteriori rispetto al solo contante fisico, il cui uso peraltro declina da quando è cominciata la pandemia. Ciò ha effetti evidenti sulla capacità di questi soggetti di esprimere una domanda. Dando per scontato che i soldi, fisici o digitali, bisogna averli prima di spenderli, la facilità di spesa può aiutare a far circolare meglio, e in maniera più trasparente, le risorse in questione.

E qui entrano in gioco le banche centrali. O meglio, rientrano in gioco, visto che forniscono la valuta, oggi fisica domani digitale. Ma non solo: gestiscono il sistema dei pagamenti, nazionale e internazionale. E uno dei problemi dei cittadini “non bancati” è che contribuiscono molto poco a questo sistema.

In tal senso le monete digitali di banca centrale potrebbero servire a superare alcune barriere finanziarie che devono affrontare questi soggetti, ai quali – ma non solo – il titolo dell’intervento evidentemente si riferisce. Non da sole, magari. Ma possono aiutare. Collegando ad esempio diversi sistemi di pagamento, e quindi facilitando la circolazione del denaro.

Non solo. Il riferimento – non a caso – è sulle politiche sociali. Una CBDC è uno strumento perfetto per far arrivare direttamente denaro al popolo senza passare dal sistema bancario. Quindi sono uno strumento squisitamente politico. E per questo richiederà un impegno politico. Ad esempio favorendo l’alfabetizzazione informatica del popolo che la CBDC è chiamata a servire. E poi ci sono le questioni di privacy, ovviamente. La banconota è naturalmente anonima. La CBDC non necessariamente.

Su queste materie sono al lavoro le banche centrali, che da anni stanno svolgendo un notevole lavoro di analisi per individuare soluzioni possibili. L’obiettivo dell’inclusività porta naturalmente con sé quello dello sviluppo. E questo ci conduce al tema principale: il ruolo che le banche centrali hanno giocato nel crearele condizioni per il grande boom iniziato con la rivoluzione industriale. Ci sarà tempo per parlarne.

La teoria dell’eccesso di risparmio alla prova della realtà


Un approfondimento contenuto nell’ultimo World economic outlook del Fmi ci consente di fare il punto su una questione annosa che ci ha intrattenuto anche di recente per la semplice ragione che ormai fa parte a pieno titolo dell’infrastruttura di pensiero che regge il nostro discorso economico: il famoso global saving glut, che potremmo tradurre come eccesso di risparmio, all’origine, secondo questa teoria, del secolare ribasso del tasso naturale di interesse.

Per non ripetere cose già dette altrove, limitiamo la nostra osservazione a quanto proposto dal Fmi, che ha svolto un’analisi sulla questione usando i dati relativi a una quarantina di economie, avanzate ed emergenti. Prima però di andare a vedere i risultati, vale la pena osservare alcuni dati relativi all’andamento dell’indebitamento delle famiglie nel corso del 2020, che con la questione dell’eccesso di risparmio, a bene vedere, ha molto a che vedere.

Il grafico sopra è riferito solo alle economia avanzate, ma ci comunica già diverse informazioni. La prima che vale la pena sottolineare è quella relativa all’aumento dei debiti nella fascia più povera della popolazione, che si osserva per Usa (oltre il 10%), UK e moderatamente in Germania, mentre risulta essere diminuita in Francia e Italia.

Se guardiamo al secondo decile di reddito, la diminuzione per questi due paesi è ancora più pronunciata, mentre l’aumento dei debiti prosegue negli Usa, anche se più lentamente, accelera in Germania e UK. Dal quinto decile in poi, i debiti delle famiglie americane iniziano a diminuire. Spicca, nel decile più ricco, il caso italiano, dove i debiti sono aumentati del 20%. Quindi gli italiani più ricchi si sono indebitati massicciamente, esattamente come hanno fatto gli americani più poveri.

Un’evidenza che ci dice molto su queste economie. E che ha molto a che vedere col tema di cui stiamo discorrendo, visto che secondo la teoria l’eccesso di risparmio è frutto della diseguaglianza che, concentrando sui decili più alti le risorse, mette questa porzione di cittadini nella condizione di esprimere una domanda di asset che “spinge” i più poveri a indebitarsi e al tempo stesso fa declinare il tasso naturale di interesse.

Vediamo adesso cosa aggiunge l’analisi del Fmi a questa cornice teorica. Il primo punto è che il global saving glut non sarebbe un fenomeno limitato solo agli Usa, come fu in origine sottolineato dall’inventore di questa teoria, ma è un fenomeno globale.

I due grafici sopra confermano che sia nelle economie avanzate – con gli Usa a primeggiare – che in quelle emergenti, i più ricchi (Top 10) esprimono una quota rilevante del risparmio nazionale, mentre il 50% più povero ha un risparmio negativo.

Notate che l’osservazione è condotta a partire dalla metà degli anni Novanta. E se guardiamo alle economie avanzate, notiamo subito che la linea del top 10 europeo è sostanzialmente piatta, così come quella del bottom 50, con ciò somigliando al bottom 50 statunitense. Mentre la linea del top 10 Usa cresce nella seconda metà degli anni Dieci e poi si stabilizza.

Quindi se aumento di diseguaglianza c’è stato, almeno nella capacità di risparmio, deve essere intervenuto nelle fasce centrali. Nelle economie emergenti invece si osserva con chiarezza un aumento dei risparmi nei top 10, ma al tempo stesso (almeno in Cina) un andamento stabile del risparmio dei bottom 50. Insomma: non è molto agevole trarre conclusioni da queste osservazioni. Tantomeno slogan.

Il Fondo tuttavia sottolinea che “le famiglie ricche intorno al mondo possono essere state importanti contributori dell’eccesso di risparmio”, e poiché “una voluminosa letteratura” individua in questo eccesso uno dei driver del ribasso del tasso naturale di interesse, le due cose possono essersi combinate, con l’aggravante di un crescente eccesso di risparmio dei paesi emergenti esportatori che si è aggiunto a quello dei ricchi cospirando contro il povero tasso naturale.

Il grafico sopra mostra il deficit di conto corrente (current account CA) degli Usa, che solo in parte viene finanziato dai risparmi dei top 10, e quindi deve essere finanziato dall’estero, che infatti globalmente ha un CA positivo. Questo significa maggior debito per gli Usa, che vivono il paradosso di essere larghi produttori di risparmio e ancor più grandi consumatori di debito.

Adesso sarà interessante osservare cosa sarà di questa teoria, una volta che i tassi di interesse torneranno a salire, come sembra ormai inevitabile. Dopo tanta letteratura, un bagno di realtà farà bene a tutti. Specie a chi la scrive.

Non si ferma la corsa dei prezzi in Turchia


Gli ultimi dati diffusi dall’istituto turco di statistica confermano che la corsa dei prezzi nel paese rischia sempre più di finire definitivamente fuori controllo. L’inflazione, infatti, è aumentata del 7,25% ad aprile rispetto a marzo e quasi del 70% rispetto ad aprile 2021. Si conferma, insomma, l’accelerazione crescente osservata negli ultimi mesi, che ovviamente è stata aggravata dal contesto internazionale.

In questa situazione diventa sempre più difficile frenare il surriscaldamento dell’economia, anche perché il governo per adesso non sembra voler recedere dal proposito di tenere fermi i tassi. Una politica che ha favorito la svalutazione della moneta e quindi l’aumento dell’inflazione, in gran parte importata. La Turchia, infatti, è un’economia priva di risorge energetiche e in gran parte basata su un’industria di trasformazione, quindi molto sensibile agli andamenti inflazionistici globali.

Se guardiamo ai singoli settori, questa configurazione risulta evidente osservando come si sono distribuiti i rincari.

Come si può osservare, l’inflazione ha superato il 100% annuo nel settore dei trasporti, notoriamente energivoro. Ma anche il cibo, ovviamente, che più di altri in questo periodo ha subito notevoli rincari a livello internazionale. Su base mensile infatti è proprio su questo settore che si registra l’incremento più significativo.

Ovviamente il contesto internazionale gioca un ruolo importante nell’andamento dei prezzi in Turchia, esattamente come accade in molte economie. Ma i fattori interni, che già hanno scoraggiato notevolmente anche i prestatori esteri, sono ben più rilevanti. La Turchia, infatti, è l’unico paese dell’Ocse a mostrare tassi di inflazione così elevati. E non sembra che la corsa dei prezzi si fermerà tanto facilmente.

Cartolina. Mangino riso


Se Maria Antonietta fosse ancora fra noi direbbe la parola definitiva sull’ampio dibattito che si sta sviluppando sui notevoli problemi provocati dalla guerra agli approvvigionamenti alimentari, che pesano come un macigno sui paesi poveri. Col mais aumentato dell’80% in due anni, il grano raddoppiato e il sorgo anche di più, questi paesi rischiano letteralmente di morire di fame, visto che già la soffrono. A meno che non ascoltino il consiglio di Maria Antonietta rediviva – oggi la sua celebre (e probabilmente falsa) battuta riecheggia nei ragionamenti di tanti – che guardando il grafico dei prezzi non avrebbe dubbi. I poveri non hanno pane? Mangino riso.

Coi tassi Fed aumentano anche i rischi per il mattone


Guardare indietro per indovinare cosa ci stia davanti è un vecchio metodo degli osservatori di dinamiche sociali costantemente alle prese con i dilemmi provocati dall’incertezza. Giocoforza fare questo vecchio gioco quando si è alle prese con un cambio di paradigma come quello del central banking, ormai da un ventennio “liberato” dalla variabile che più di tutti giustificava la sua esistenza – il controllo dei prezzi – per la semplice ragione che sembrava si controllassero da soli, e adesso di nuovo nel turbine dell’inflazione.

Ed ecco di nuovo la domanda farsi strada: cosa succederà adesso che la Fed ha annunciato e iniziato ad attuare un rialzo sostenuto e progressivo di tassi? E per rispondere, torna il vecchio metodo: vediamo cosa è successo prima.

Questa camminata all’incontrario ce la offre la Fed di S.Louis, che ha pubblicato un ottimo approfondimento sui passati episodi di restrizione monetaria. O meglio, sugli effetti che hanno provocato sull’economia.

Ovviamente la Fed non si limita ad alzare i tassi e vedere che succede. La Banca è dotata di un modello previsionale che parte dall’ipotesi – ovvia – che l’aumento del tasso di riferimento aumenterà altri tassi fondamentali per l’economia, come quello sui mutui, sui prestiti automobilistici o quello sulle carte di credito. Insomma: i tassi che regolano la vita di tutti i giorni.

Ne consegue che la decisione della Fed si trasmette – o si dovrebbe trasmettere – sulle scelte di consumo delle famiglie esercitando una pressione al ribasso. Ma non solo sulle famiglie: vengono coinvolti anche le spese di investimento delle aziende. Facciamola semplice: un aumento del costo del credito rende quasi tutto più costoso, in un’economia che deve molta della sua salute al livello crescente dei debiti.

Da qui la scelta di osservare cosa sia successo nei sei episodi precedenti di rialzo dei tassi, che vengono riepilogati nella tabella sotto.

Per limitare il livello dell’osservazione, gli economisti della Fed di S.Louis hanno osservato l’andamento di solo tre variabili: i consumi reali di beni durevoli, gli investimenti reali residenziali e il tasso di disoccupazione. Le tre grandezze sono state rappresentate da altrettanti grafici, in ognuno dei quali una linea tratteggiata verticale indica il trimestre in cui il FOMC della Fed ha alzato i tassi di riferimento, mentre il periodo di osservazione viene esteso dai quattro trimestri antecedenti all’inasprimento agli otto successivi. La linea nera rappresenta i tassi di crescita della variabile osservata o il livello di disoccupazione, mentre l’area ombreggiata l’intervallo di tolleranza dei risultati. Adesso andiamo a vedere le singole curve.

Il grafico sopra rappresenta la domanda di beni durevoli (auto, mobili, elettrodomestici, ecc) negli intervalli di tempo prima e dopo l’aumento dei tassi. Nell’anno prima dell’aumento dei tassi, la domanda di questi beni era cresciuta fra il 6 e il 10%, per rimanere sostanzialmente invariata nei primi tre trimestri dopo l’aumento per poi decelerare nei periodi successivi. Vale la pena sottolineare che l’intervallo di tolleranza è molto ampio, quindi queste tendenze vanno considerate con prudenza.

Il grafico sopra racconta dell’andamento degli investimenti immobiliari. Il grafico lascia ipotizzare una maggiore sensibilità di questa componente della domanda agli andamenti dei tassi. Due trimestri dopo l’aumento, infatti, la curva ha cominciato a schiacciarsi avvicinandosi allo zero dopo l’ottavo trimestre. Notate che si è ridotto anche l’intervallo di tolleranza. Il che lascia sospettare che si tratti di una tendenza alquanto solida.

La disoccupazione era in calo prima del rialzo dei tassi e ha continuato a diminuire anche dopo per circa sei trimestre per stabilizzarsi in quelli successivi. Alla fine del periodo la disoccupazione era in media del 5,2%, un punto in meno rispetto alla media prima dell’aumento dei tassi. Insomma: sembra quasi che il tagli abbia giovato. O, più probabilmente, che il mercato non ci abbia fatto caso.

Da queste sommarie osservazioni, sembra di poter ricavare che l’unico settore che potrebbe scontare un rallentamento al termine del ciclo di rialzi annunciato dalla Fed sia quello immobiliare. Considerando i suoi andamenti recenti – crescita degli indici a doppia cifra in alcune città Usa – non è detto che sia un male. Almeno a voler rimanere ottimisti.

La sinestesia come metodo per le scienze sociali


Il link alla fine di questo post propone uno studio sull’uso della logica sinestetica nello sviluppo delle scienze sociali. La ricerca promuove l’idea che uno dei grandi problemi degli scienziati sociali nel corso del tempo, oltre alla specializzazione delle conoscenze, sia stato quello di utilizzare categorie usate per le scienze naturali. Una per tutte: il rapporto causa-effetto, applicato a un ambito complesso come il consorzio umano, che per giunta non può essere chiuso in un laboratorio.
Senonché mentre ormai anche nelle scienze naturali il rapporto di causa-effetto, ha perduto autorevolezza quanto a capacità di descrivere la realtà, i danni che secoli di ragionamenti causalistici hanno provocato alle scienze sociali sono rimasti. Il primo, più grave: abbiamo prodotto migliaia di teorie che spiegano la società partendo da motivi ipotetici.
La visione che qui sosteniamo è differente: le società funzionano in maniera sinestetica. In ogni momento una società esibisce un certo tipo di politica, di economia, di tecnologia, di scienza, di letteratura, di arte, di costumi. Ed è molto utile comprendere questa rete di relazioni, che evolvono seguendo alcune
linee di tendenza.
Questa ovvietà cela il fatto, assai meno ovvio, che fra queste espressioni sociali non ci sia alcun rapporto di causalità. La nostra mente le percepisce esattamente come i nostri sensi percepiscono colori, sapori, odori, suoni. Chi direbbe che un certo sapore determina un certo odore? Non avrebbe significato.
E tuttavia è quel che abbiamo fatto per lungo tempo con le scienze sociali: abbiamo attribuito una causa politica a un fatto economico, oppure derivato una scoperta scientifica da una decisione politica, o un movimento artistico da un’invenzione scientifica.
Un altro impedimento che la logica causativa ha provocato allo scienziato sociale, è stato l’aver incoraggiato la fioritura di antinomie, divenute facili travestimento per le ideologie. E quindi strumento per l’esercizio del potere.
Questo studio propone un approccio diverso per la costruzione della storia. Non la ricerca di cause, e quindi di spiegazioni, che finiscono col determinare ideologie che impediscono la comprensione, ma la ricerca di tendenze, che si esprimono in diverse modalità sociali, che servano per immaginare il futuro. La
Storia come maestra di vita, come si diceva una volta.

Scarica lo studio a questo link.

Turchia, la svalutazione prosciuga il credito estero


L’ultimo rapporto sulle statistiche bancarie redatto dalla Bis di Basilea contiene un’informazione che aggiunge un altro tassello al complesso mosaico nel quale si agita l’economia turca, alle prese con una grave inflazione quantomeno alimentata – se non provocata – dalla notevole svalutazione della moneta che dalla metà 2018, ricorda la Banca, ha perso il 60% del suo valore.

Un salasso del genere difficilmente passa inosservato, e certo non favorisce la creazione di un clima di fiducia nei confronti del paese da parte dei prestatori internazionali. Lo dimostra il fatto che il flusso dei prestiti internazionali ad Ankara è sempre più striminzito. Nell’ultimo quarto, è stato appena un rigagnolo: solo sei miliardi di dollari.

La perdita di valore della moneta turca si è associata a un calo di 70 miliardi di dollari (grafico sopra a sinistra) – aggiustati per il cambio – di prestiti internazionali, che ha condotto a un declino del 37% dello stock di prestiti globali osservati all’inizio del periodo (grafico sopra al centro). La quota maggiore di questo calo ha riguardato prestiti in dollari, mentre quelli in euro sono rimasti più o meno costanti. La geografia conta, in qualche modo.

Il caso (?) vuole che l’altro paese verso il quale si è osservato un andamento simile, ma nel decennio scorso, è stato la Russia, che peraltro ha chiuso il 2021 con flussi in deciso calo. I prestiti transfrontalieri complessivi per Mosca erano a quota 90 miliardi, parecchio più bassi rispetto a pochi anni fa, prima dell’occupazione della Crimea, quando veleggiavano intorno ai 180 miliardi (grafico sopra a destra e grafico sotto).

Ancora la guerra non era scoppiata. Ma i prestatori hanno orecchie molto sensibili. Non amano le spericolatezze, e ancor meno le prepotenze. E scappano al minimo fruscio.

La Fed alla ricerca di un “atterraggio morbido”


Non è certo un caso che il governatore della Fed Jerome Powell abbia ricordato di recente che fra il 1983-84 e il 1994-95 la Fed sia riuscita a fare atterrare senza troppi danni l’economia americana, alle prese con una delle sue consuete turbolenze che avevano indotto la banca centrale a effettuare una politica di restrizione monetaria. E non è neanche un caso che questa dichiarazione sia ricordata in un’analisi pubblicata dalla Fed di S. Louis, dedicata proprio all’ultima “campagna” di restrizioni monetaria annunciata dalla Fed, che dovrebbe portare i tassi obbiettivo (federal funds target rate, FFTR) al 2,8% entro fine 2023, dopo un lungo periodo in cui sono rimasti fermi intorno a zero.

Tutto si tiene, ovviamente. L’inflazione innanzitutto, ma anche una certa crescente consapevolezza circa l’insostenibilità di lungo termine di una politica monetaria che sembra contraddire ogni logica economica – la scomparsa dei rendimenti porta con sé diverse, profonde conseguenze sociali – hanno indotto la banca centrale americana a rompere gli indugi e fare quello che ha già fatto molte volte in passato. Almeno sette, con quest’ultima, secondo il conteggio fatto dalla Fed, negli ultimi quarant’anni, durante i quali si è passati dalla grande inflazione dei Settanta, alla Grande Moderazione dei Novanta, cui è seguita la strisciante deflazione degli anni Dieci del XXI secolo, rumorosamente archiviata negli anni Venti.

In questo turbinare, la Fed ha agito aumentando in media i tassi obiettivo di circa 300 punti, con picchi più o meno elevati, ossia in linea con quanto ha promesso di fare adesso. E il problema, ogni volta, è stato quello di dover fare i conti con la reazione dell’economia. Tirare il freno monetario senza generare testa-coda, insomma. O fare atterraggi morbidi, come ha detto Powell. La tabella sotto è un ottimo promemoria che ci consente anche di provare ad immaginare cosa succederà questa volta.

La variabile da sempre osservata (e temuta) per la sua capacità di essere in qualche modo associata a una recessione è la famosa “inversione dei rendimenti”, ossia la circostanza che i titoli a breve costino più cari di quelli a lungo. Nel 1983 e nel 1994 questo evento, giudicato funesto, non si è verificato, e questo spiega perché Powell parli di “atterraggi ben riusciti”. Ma domani: chi può dirlo?

Al momento, sottolinea la Fed, ci sono poche prove in tal senso. Al 12 aprile lo spread fra i titoli del Tesoro Usa decennali e quelli trimestrali era di 198 punti base, in aumento di 23 punti rispetto al 16 marzo e ben 25 punti base sopra la media di lungo periodo di 173 punti base osservata da gennaio 1983. Ma oggi, a differenza di ieri, siamo alle prese con un movimento inflazionistico che ha sorpreso gli osservatori sia per la rapidità che per la profondità delle ragioni che lo hanno espresso e che sono ancora in corso di svolgimento. A cominciare da guerra e pandemia, per finire con una enorme quantità di liquidità annidata nei bilanci delle banche centrali.

Le ragioni di ottimismo, insomma, non mancano. Ma anche quelle per rimanere vigili. E toccare ferro.

Cartolina. Debitamente privati


Il Fondo monetario si preoccupa di farci sapere che nel 2020 il debito privato, ossia l’altra metà del debito globale di cui si sa poco e si parla anche meno, è aumentato del 13 per cento, persino più di quanto non sia cresciuto nel difficile periodo seguito al 2008. La pandemia, sembra di capire, ha spinto famiglie e imprese a caricarsi maggiori fardelli sulle spalle. Vuoi perché magari nel frattempo si era smarrito il reddito, vuoi perché magari i governi hanno in qualche modo incentivato una certa propensione alla spesa proprio mentre chiudevano le fabbriche, col risultato di un risveglio imprevisto (?) di inflazione. Ora, questi debiti non sono tutti uguali, ovviamente. E neanche sono cresciuti nello stesso modo nei vari paesi. Però hanno in comune il fatto che prima o poi dovranno essere ripagati. Anche quello dei governi, direte voi. Ma questa è un’altra storia.

La solitudine dei numeri ultimi


Di tanto in tanto i tormenti che promanano dalle nostre società, benestante e malvivente al tempo stesso, riescono ad emergere pure dalle pagine patinate della ricerca economica in una forma diversa dal solito, e quindi più squisitamente umana. Niente equazioni, solo parole, e per giunta molto chiare, come quelle scritte già sul titolo di un paper ospitato dalla Fed di Filadelfia, che prende spunto da un sondaggio svolto nel paese: “Un XXI secolo di solitudine? Tempo passato da soli e insieme negli Stati Uniti”.

Tema affascinante, ne converrete. Si parla di tempo, ossia la risorsa scarsa per eccellenza, che si trascorre da soli – quindi parliamo di tempo libero – o in compagnia. E si osservano le tendenze che si stanno sviluppando in questo primo scorcio di secolo, già funestato da pandemia e guerra, non bastando evidentemente la naturali inclinazioni già generate dal progresso. Che erano già ben orientate, assai prima che le disgrazie degli anni Venti fungessero da acceleratori.

Già dal 2003, infatti, gli americani “hanno sempre più trascorso il loro tempo libero da soli, a casa”, riducendo quello trascorso con individui di altre famiglie. Un atteggiamento che ricorda certe distopie che raccontavano di un’umanità rannicchiata nei suoi uteri artificiali, resi confortevoli dagli ammennicoli di cui ci ha dotato il progresso, privandoci però di tutto il resto. Il famoso contatto umano, per dire.

Ma c’è dell’altro di interessante da sapere. Questa tendenza a rinchiudersi fra le proprie quattro mura non è egualmente suddivisa all’interno della società americana. Il trend è più pronunciato per le persone di colore, specialmente maschi, meno istruiti e quindi collocati nei quintili più bassi della distribuzione del reddito. La solitudine pesa di più sugli ultimi, insomma. E vai a capire se si tratti di una scelta o di una necessità.

Quello che si può dire però è che la diseguaglianza ha tanti modi di esprimersi. Si conosceva quella di reddito e di ricchezza, di consumi e di opportunità. Ma quella che scaturisce dalle relazioni sociali, che ovviamente è in qualche modo interrelata con le altre, ancora è poco nota.

Leggere il paper ci aiuta a saperne qualcosa in più. I trend statunitensi spesso somigliano anche ai nostri. E nell’attesa che qualcuno sviluppi un’osservazione del genere anche da noi, vale la pena vedere cosa succeda laggiù.

Il primo dato che salta all’occhio è che fra il 2003 e il 2019, prima quindi della pandemia, la quantità di tempo passati da soli negli Usa è aumentata dal 43,5% del totale del tempo libero al 48,7%. Nel 2020, quindi in piena pandemia, questa quota è arrivata al 50,7%. Ovviamente, il tempo trascorso con altri fuori dal proprio nucleo familiare si è contratto: era il 21,9% nel 2003, è arrivato al 12,3% nel 2020. Prima del lockdown era il 17,3%, quindi il calo “naturale” osservato nei sedici anni prima della pandemia è stato comunque importante.

Interessante osservare che all’inizio del periodo le persone meno istruite erano mediamente più socievoli, anche se non di troppo, rispetto a quelle che hanno frequentato il college. Queste ultime passavano il 43,9% del loro tempo da sole, a fronte del 42,9% dei meno istruiti. Nel 2021 però la situazione si era rovesciata. I meno istruiti passavano il 4,7% del tempo in più da soli rispetto ai più istruiti. Una conseguenza della minore disponibilità economica? In un mondo dove l’unica causa delle scelte fosse il movente economico si potrebbe rispondere di sì. Ma dovremmo ormai avere imparato che la realtà è un filo più complessa. Però sarebbe poco saggio non mettere sul piatto il peso specifico della disponibilità di denaro. Socializzare, anche solo mangiare una pizza con qualcuno, costa.

Infatti si è osservato che il tempo da soli tende a crescere non solo fra i meno istruiti, ma anche fra la popolazione a basso reddito, e di etnia non bianca.

Il problema è che “la soddisfazione della vita è correlata negativamente con il tempo speso da solo”. Per dirla meglio: a nessuno fa piacere passare il tempo chiuso nel proprio guscio. Rimaniamo animali sociali, anche ai tempi di socialità mediata dalla rete. E questo spiega perché “la felicità di un’attività svolta durante il tempo libero è molto più bassa rispetto a quella che si vive condividendola con altri”.

Bella scoperta. Ma siamo sicuri che lo sia? La scoperta semmai è che queste riflessioni, che una volta sarebbero rimaste confinate nell’educazione morale, oggi campeggino sulle pagine di una ricerca di una banca centrale.

D’altronde perché stupirsi? Il diritto alla felicità ormai è iscritto nel nostro dna sociale. Il pensiero economico, che ha coniato l’idea di benessere, ne prende atto. La banca centrale pure.