Cronicario: I tedeschi fanno più figli, noi più pensionati


Proverbio del 26 luglio Chi ha acqua in bocca non soffia sul fuoco

Numero del giorno: 3.600.000.000 Spesa dell’Italia per i migranti nel 2016

Come si può tradurre in italiano childlessness, mi domando mentre scorro una release dell’istituto tedesco di statistica, incerto pure sulla pronuncia, che racconta proprio di come il “final rate” di childlessness non è aumentato. Dunque un dizionario suggerisce senza figli, e fin qua c’ero arrivato pure io. Quello che ignoravo è che esistesse un tasso statistico che misurava la “sfigliolanza”, ecco già così lo capisco meglio.

E scopro, leggendo gli statistici, che il tasso di sfigliolanza  fra le donne tedesche è cresciuto dall’11% che si contava per le donne nate nel 1937 al 21% – praticamente in doppio – per quelle nate nel 1967. Talmente radicale questo cambiamento che gli statistici festeggiano il fatto che non sia cresciuto più, questo benedetto tasso, e anzi osservano che fra il 2011 e il 2015 sono nati più bambini in Germania, grazie all’aumento delle donne nell’età più propizia, ossia fra i 25 e i 39 anni e all’aumento degli immigrati. E ciò malgrado non è stato ancora raggiunto il numero di nati registrato a inizio millennio.

Uno si potrebbe chiedere perché mai i tedeschi celebrino risultati così modesti – un tasso di childlessness che ha smesso di crescere e un numero di nati inferiore a quello di quindici anni fa – ma solo se non conosce il mezzo disastro demografico che sta vivendo la Germania. E quando è tempo di magra…

Poi mi capita sotto gli occhi una nota Inps che parla dei casi nostri e che scopro? Che nel 2017 “si registra un numero di liquidazioni di (pensioni di, ndr) vecchiaia, di anzianità e anticipate superiore al corrispondente valore del 2016″. Ora, pure noi abbiamo una situazione demografica disastrata, ma volete mettere? Fra il pensionato e il neonato non abbiamo mai esitato.

Alla fine dei giochi, ogni sistema sociale ha quello che si merita. Di buono c’è che tutto questo pensionarsi giova evidentemente alla fiducia. Istat ci fa sapere che la fiducia dei consumatori, a luglio, cresce da 106,4 a 106,7, mentre quella delle imprese diminuisce.

Come spiegare questa differenza è roba da indovini. Come quando Istat scrive che “I giudizi circa la situazione economica del Paese sono in peggioramento mentre le relative aspettative sono in miglioramento”.

Concludo con le ultime dall’UK, sempre più in odore di Brexit.

Come si commenta questo dato? Con le parole dell’istituto statistico che lo ha rilasciato: “La crescita economica britannica ha rallentato, ma l’economia è sopra del 9% rispetto al picco pre crisi”.

A domani

 

I consigli del Maître: Il successo “fantasma” dell’eurozona e le rendite reali degli italiani


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. Gli interventi in radio riprenderanno a settembre e quindi anche i nostri consigli del Maître.

Il successo “fantasma” dell’Eurozona. Alcuni dati recenti pubblicati dalla Bce e da Eurostat sull’Eurozona ci comunicano informazioni moto interessanti sullo stato di salute dell’area, che si presenta decisamente in ottima forma. Il conto corrente della bilancia dei pagamenti, ossia il dare e l’avere degli scambi con il resto del mondo, mostra un surplus superiore al 3% del Pil, che vuol dire che l’area è creditrice del resto del mondo. Da un punto di vista fiscale, l’area ha un deficit sul pil dello 0,9%, peraltro in calo, nel primo trimestre 2017, e un debito pubblico, in leggero rialzo ma comune fermo all’89,5%.

In più la disoccupazione è in calo e la crescita è prevista buona e persino il mercato immobiliare è cresciuto del 4% nel primo quarto del 2017. E’ tutto molto interessante, come direbbe Rovazzi. Peccato che l’eurozona esista solo nella contabilità di Eurostat e della Bce. Nella realtà ci sono 19 paesi ognuno con una storia diversa. Spesso divergente.

Tornano i prestiti in Cina. La Bis ha pubblicato le ultime statistiche bancarie che mostrano una robusta ripresa dei prestiti bancari internazionali verso la Cina. Nel primo quarto del 2017 si è battuto il record degli ultimi tre anni, contrassegnati da diversi trimestri in calo.

In realtà i prestiti sono cresciuti verso tutti i paesi emergenti, ma la Cina, anche in ragione della sua stazza fa la parte del leone. I mercati sembrano aver recuperato la fiducia nei confronti di questi paesi. Speriamo che duri.

Le rendite degli italiani. Bankitalia ha pubblicato gli ultimi dati sulla bilancia dei pagamenti che mostrano una interessante evoluzione dei nostri conti esteri. I pratica i redditi primari, che misurano il saldo fra ciò che incassiamo dall’estero e quello che paghiamo all’estero per gli investimenti di capitale e gli investimenti diretti, sono diventati positivi e anzi aiutano a sostenere i nostri attivi di conto corrente.

Per l’Italia è quasi un fatto storico ed è una probabile conseguenza del QE della banca centrale che, da un parte ha abbassato il costo degli interessi che paghiamo all’estero, a cominciare da quelli sul nostro debito pubblico detenuto da investitori stranieri, e dall’altra ha spinto gli italiani a investire sempre più all’estero, aumentando quindi gli incassi che da lì provengono. Cosa succederà quando finirà il QE? Cominciamo a pensarci su.

Riapre la lotteria delle pensioni. Il ministro Poletti ha annunciato che domani, 27 luglio, riceverà i sindacati per discutere di pensioni. Di solito finisce sempre nello stesso modo: il governo apre il borsellino e concede ai presenti vantaggi ai danni dei futuri. Il tema più caldo, non a caso, è il blocco dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile che, in attesa che Istat aggiorni le tabelle, dovrebbe essere innalzato a 67 anni. Prospettiva che ha generato una pletora di lamentazioni e l’irritazione dei sindacati, malgrado sia stato spiegato che l’innalzamento serve a garantire l’equilibrio del sistema pensionistico, seriamente messo a rischio dalla nostra demografia. L’ossessione delle pensioni, d’altronde, è una caratteristica tutta italiana. Non a caso siamo fra i paesi con meno persone al lavoro dopo il 65 anni come mostra questo grafico preso dall’istituto statistico tedesco.

Dovremmo sempre ricordare che le pensioni sono un costo per la collettività e che solo in parte sono coperte dai contributi, che comunque sono tasse. Ma a quanto pare preferiamo dimenticarlo.

 

Cronicario: Si prepara il ringiovanimento del Fisco


Proverbio del 25 luglio L’aceto regalato è più dolce del miele

Numero del giorno: 116 Indice fiducia imprese tedesche in rialzo a marzo

Va bene siamo alla fine di luglio e nessuno ha più voglia di occuparsi di cose serie. Il cazzeggio impera e perciò è la stagione ideale per il vostro Cronicario che però, per pura cattiveria, ne approfitta per andare in vacanza e lasciarvi sul più bello. Prima però è impossibile non riportarvi alcune perle di giornata scovate nel parlatoio globale e fedelmente riportate dalle cronache come se davvero fosse roba seria. La migliore l’ho letta su una nota agenzia di stampa che ha riportato le critiche del nostro viceministro dell’economia Luigi Casero al nostro sistema fiscale.

Non esageriamo. Le tasse rimangono sempre una cosa bellissima per qualunque esponente di governo, ma le nostre quelle italiane, dice il viceministro, sono piuttosto criticabili. Uno pensa: sarà mica perché la pressione fiscale supera il 43%? Noooo. Il problema del fisco italiano è che “è vecchio”.

Ora mi risulta difficile capire come mai un paese che adora le anticaglie trovi di che criticare il suo sistema fiscale, col suo sapore borbonico, che costringe chiunque a stipendiare un commercialista per evitare (spesso senza successo) l’Agenzia delle entrate. Ma è proprio questo il punto, dice il viceministro: bisogna farlo ringiovanire. non servono 150 tasse, spiega paziente: ne bastano due o tre. Ecco il segreto: semplificare.

Si che l’ha detto. Ci proviamo da un trentennio? Chi la dura la vince. E intanto che ci riproviamo, segnate sul vostro calendario che il 27 prossimo il governo, nella persona del ministro Poletti, incontrerà in sindacati per discutere di un altro annoso e antico problema che sta a cuore di tutti gli italiani. La salute? Noooo:

La pensione, quindi. Ancora non si sa cosa si inventeranno, però la lotteria annuale ha già riaperto. Il ministro dice che si faranno scelte a settembre, in occasione della legge di bilancio. Quindi se siete in orbita e continuate a gravitare attorno al pianeta pensione, abbiate fede: il governo lavora per voi.

A quei sempre meno che ancora credono nel lavoro, farà invece piacere sapere che i nostri ordinativi industriali (+4,3%) e il fatturato (+1.5%) sono in crescita nel mese di maggio rispetto ad aprile Se si allunga lo sguardo le ragioni per esultare si raffreddano, ma di questi tempi meglio accontentarsi.

Anche perché tutto ciò accade proprio mentre l’euro tocca 1,17 sul dollaro, ai massimi dall’estate 2015. Che non è proprio il massimo per chi debba esportare come noi per stare a galla. Vi saluto con un’altra bella notizia rassicurante che arriva dagli Usa, dove i prezzi delle case nelle prime venti città sono aumentati del 5,7% a maggio, sesto rialzo consecutivo.

Sarà mica un’altra bolla che si gonfia? Lo scopriremo solo perdendo.

A domani.

 

Si prepara il ritornello d’autunno: L’economia va meglio ma non ancora bene


Ci avviciniamo al termine della quinta stagione del nostro blog, che abbiamo dedicato alla globalizzazione, al suo significato più profondo e al modo in cui il mondo la sta interpretando, innanzitutto osservando i legami strettissimi che le nazioni (e gli individui) stanno tessendo grazie soprattutto allo sviluppo della rete globale, che promuove l’internazionalizzazione assai più di quanto si tenda usualmente a considerare. L’infrastruttura di rete, e il suo straordinario progresso, sostengono i flussi di merci, servizi e capitali assai più di quanto fosse possibile in passato e perciò diventa esercizio sempre più complesso osservare l’una senza gli altri. Il sorgere dei giganti di internet, come sostanziali nuovi ricchi e insieme alfieri dell’innovazione, è la rappresentazione icastica di questo processo, che è destinato a proseguire e che osserveremo con crescente interesse negli anni a venire.

Se questo è il quadro, all’interno viene ospitata la rappresentazione che in queste ultime settimane sta assumendo contorni sempre più netti e che titolerà la prossima stagione del blog a cominciare da settembre: la ricostruzione. Ricostruire il tessuto economico significa innanzitutto comunicarne le evidenze e quindi non deve stupire il fiorire di analisi che suonano più o meno sempre lo stesso ritornello che sentiremo con frequenza crescente da settembre in poi: l’economia va meglio, pure se non va ancora bene.

Le ragioni sono diverse, a cominciare da quella che i dati suggeriscono un certo ottimismo. Il Fmi ha rilasciato di recente i suoi ultimi aggiornamenti all’outlook mondiale che mostra un accelerazione dell’Europa e una decelerazione degli Usa. Ma in sostanza il tono è rassicurante. “Stanno cambiando i motori della crescita”, ha detto la Lagarde. Se gli Usa rallentano accelerano altri. Il Canada, ad esempio, ma anche l’Europa. E siccome l’economia è globalizzata, vuol dire che se non andiamo ancora bene – in quel caso anche gli Usa parteciperebbero alla festa – andiamo di certo meglio. Persino la crescita italiana, di solito letargica, viene rivista al rialzo e questo basta a orientare le aspettative verso il bello.

Rimane, fra le esortazioni del Fmi, quella a impedire che la tentazione protezionista, che alligna fra molti, sfrutti l’incertezza del momento economico – migliore ma non ancora buono – per farsi strada fra le coscienze e le policy. In ciò il Fmi ricalca il pensiero già da tempo espresso da molti altri osservatori internazionali, fra i quali si segnala anche la Bis di Basilea, che ha dedicato una parte rilevante della sua ultima relazione annuale proprio al tema della globalizzazione e al rischio del suo contrario. “Le argomentazioni a favore del protezionismo  – ha scritto – non hanno smesso di guadagnare terreno e ciò è avvenuto nel quadro di una reazione sociale e politica più generale contro la globalizzazione. Riportare indietro le lancette della globalizzazione infliggerebbe un grave colpo alle prospettive di un’espansione forte e sostenuta. Gli investimenti sarebbero la prima vittima, considerando il loro stretto legame con l’interscambio commerciale, ma il terremoto che colpirebbe gli assetti istituzionali e i regimi di politica economica avrebbe un impatto più ampio e duraturo”.

Ricordare questo monito è fondamentale per l’anno che verrà. Il  rebuilding – la ricostruzione – passa per il pensiero condiviso che è più efficiente che gli stati cooperino insieme piuttosto che competere l’uno contro l’altro. Purtroppo tale condivisione di pensiero è alquanto rarefatta. Molto dipenderà da come l’amministrazione Usa finirà con l’orientare la politica internazionale. Noi europei dovremmo essere capaci di avere una visione. Noi italiani pure. Il problema è che il modo condizionale non riesce a diventare indicativo.

Cronicario: Allegria: il Fmi ci stima di più


Proverbio del 24 luglio Ciò che appare bello non è necessariamente buono

Numero del giorno: 225.000.000.000 Risorse mobilitate dal Piano Juncker in 2 anni

Ora che ho scoperto che il Fmi ha alzato le stime sull’Italia sono finalmente felice: il Fmi ci stima di più: addirittura lo 0,5% in più rispetto ad aprile. Grandi cose si preparano per noi. L’1,3% di crescita del pil, nientedimeno e l’1% l’anno prossimo.

Si sì. Credeteci: il mondo va per il meglio e anche il nostro governo si premura di farcelo sapere addirittura con una pubblicazione nella lingua dei mercati, così chi ha orecchie intende.

Ora non so a voi, ma a me una newsletter che si intitola il percorso stretto evoca anfratti bui, fatica, sforzo e peripezie. Ma per fortuna il Fmi ci stima di più ed è ora che cominciamo a farlo anche noi. Ci rimane solo di crederci. E faremmo bene a sbrigarci, perché il mondo, là fuori sta iniziando a trottare – parlare di galoppo è troppo  – e nessuno ha voglia di aspettare i nostri comodi.

A proposito, ci sono un paio di cose made in Istat che dovete sapere. La prima riguarda l’aumento delle compravendite di abitazioni, rilevate sulla base delle dichiarazioni notarili, nel primo trimestre 2017 che pesa l’1,8% in più rispetto al IV trimestre 2016, in leggero rallentamento, a dirla tutta. I prezzi sono praticamente fermi, addirittura in lieve calo dello 0,1%, ma le compravendite aumentano. Segno che si è trovato un equilibrio di mercato? Lo scopriremo. Per adesso questa è la situazione:

Altra notizia succosa che arriva da Istat è l’andamento del commercio estero extra Ue, che a giugno mostrano cali dei flussi sia di import che di export. Il nostro saldo, pure se attivo per 3,278 miliardi, è in calo rispetto ai 3,460 di giugno 2016, aumentando del 21,5% la domanda di energia. Interessante osservare che i nostri conti verso i cinesi sono migliorati del 32,9% a giugno rispetto allo stesso mese del 2016, ma ancora di più, ossia il 63,9%, è aumentato l’import dall’India. Il nostro commercio extra Ue è una croce e una delizia insieme.

Ma la notizia del giorno rischia di essere un’altra ancora: il petrolio. Si parlava di tagli oggi al vertice Oec, e i tagli sono arrivati. L’Arabia Saudita ha fatto sapere di essere pronta a prorogare i tagli alla produzione anche dopo il marzo 2018 e anche i russi si sono detti d’accordo. E il petrolio? Si è talmente spaventato, il mercato, che i prezzi sono saliti: da un po’ meno di 46 dollari al barile a 46,18.

A domani.

 

 

 

La crisi paradossale dell’industria della comunicazione


A qualcuno parrà un paradosso, ad altri una conseguenza naturale, ma il fatto rimane. Viviamo nel tempo della comunicazione globale eppure il settore tradizionale della comunicazione, che potremmo raggruppare in media, tlc e servizi postali, sta vivendo tempi molto difficili, indici di una crisi di identità e di senso che sta mettendo in discussione continuità aziendali e modelli di business. La rivoluzione digitale ha scosso le fondamenta stesse dei modelli di produzione, sostituendo l’oggetto fisico, il sottostante della comunicazione, o, come nel caso delle reti di trasmissione dati, affiancando nuove infrastrutture a quelle vecchie. Su Crusoe abbiamo raccontato dello straordinario progresso di Undernet, la rete dei cavi sottomarini, e abbiamo visto come i nuovi giocatori – i giganti della rete – ormai concorrano sempre più con i vecchi per avere clientela, forti di una strategia economica che scambia gratuità del servizio con dati personali e tempo. A guardar bene è stata la sovversione della gratuità, che peraltro cela un costo salatissimo a carico del fruitore, a dimostrarsi come il grimaldello ideale per erodere rendite di posizione che sembravano inossidabili. L’editore, che aveva il monopolio della parola pubblicata, e perciò poteva erodere margini sufficienti a retribuire, oltre al suo profitto, una pletora di impiegati dell’industria culturale, a cominciare dagli autori, oggi si trova ai margini del mercato, messo fuori gioco da infiniti contenitori che, aldilà della qualità dei contenuti che ospitano – e potremmo discutere a lungo della qualità dei contenuti dei vecchi oligopolisti – o dei servizi che offrono, soddisfano l’autentica pulsione che caratterizza il nostro tempo: esserci e stare connessi. Oggi il mercato si nutre di anime desiderose di esibirsi in arene più o meno virtuali. Quello che fanno una volta arrivati lì è solo un pretesto.

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Cartolina: I soldi fanno soldi


Guardo la geometria dell’istogramma ocra, che a un certo punto spunta sopra quello azzurro e l’unica cosa che mi viene in mente è un vecchio detto di mio padre che diceva che i soldi fanno soldi. La sapienza popolare e la logica della bilancia dei pagamenti, che non potrebbero essere più lontane in teoria, sono vicinissime nella pratica. Il linguaggio astruso dei contabili di mestiere – il miglioramento del surplus di 44,4 miliardi è dovuto soprattutto al passaggio in surplus del saldo dei redditi primari – nasconde in effetti la semplice circostanza che noi italiani, nell’insieme, incassiamo dalle nostre rendite estere assai più di quanto paghiamo ai redditieri che dall’estero prestano i soldi a noi. Un fatto quasi storico. Cosa abbia condotto questo saldo a cambiare di segno, passando da -5,8 miliardi a +5,8 è materia per gli appassionati. Sarà merito dei tassi bassi della Bce, che hanno alleggerito gli interessi che paghiamo all’estero sui nostri debiti e insieme hanno trasformato gli italiani in investitori esteri? Probabile. Ma non è questo il punto. Il punto è che gli italiani hanno imparato talmente bene a far soldi coi soldi che hanno dimenticato il rovescio della medaglia così bene illustrato nel detto popolare della buonanima. Ossia che come i soldi fanno soldi, i pidocchi fanno pidocchi. E temo che il saldo positivo dei redditi primari, a discapito per molti di quelli personali, ne nasconda una terribile proliferazione.