Cronicario: Aumentano i debiti quindi va tutto bene


Proverbio del giorno Finché c’è fuoco in cucina, arriveranno ospiti

Numero del giorno: 47.909.000.000 Avanzo commerciale Italia genn-nov 2019

Siccome è venerdì, oggi solo buone notizie. Anche perché ne arrivano a bizzeffe, avrete notato. Il taglio dei cuneo fiscale per i redditi bassi, per dire.

L’ispirazione, oltre all’Istat che ha diffuso i conti del commercio di novembre scorso,

e al governo che taglia le tasse (salvo aumentarle con l’altra mano) ce l’ha offerta Bankitalia che ha pubblicato l’aggiornamento mensile – sempre relativo a novembre – dei dati della bilancia dei pagamenti, che ci fanno sapere un sacco di cose interessanti.

Che vuol dire che sono entrati 52,3 miliardi dall’estero. Uno pensa: bene. Ma poi legge che…

Ripeto: siccome i prezzi dei Btp si sono ripresi dopo i danni provocati dal cazzeggio del cambiamento, il debito estero italiano è peggiorato di quasi un punto di pil. Tanto che adesso il totale del debito ha superato l’incremento del conto corrente.

Vabbé ve la faccio ancora più semplice: va tutto bene. Infatti sono aumentati i debiti.

Buon week end.

 

Cartolina: Il valore della catena


Fra i tanti modi che si possono scegliere per raccontare la crescente integrazione globale, che così tanti nervosismi provoca e spesso proprio a chi magari ne trae i giovamenti maggiori, scegliere il linguaggio dell’economia ha il vantaggio di rendere comprensibile, in quanto fatto materiale, ciò che invece abita nella regione dell’immateriale. Ma ciò che l’economia vede, del nostro benessere, è la punta dell’iceberg che lo sostiene. Proprio come illustrare i progressi delle catene globali del valore negli scambi internazionali è solo la punta di un altro iceberg. Quello del valore della catena.

La via del petrolio e del gas che porta da Mosca all’India


Quella che già nei luoghi ufficiali del governo indiano viene definita una “speciale e privilegiata partnership strategica” – e segnatamente il rapporto dell’India con la Russia – sembra destinata a diventarlo sempre più, almeno stando a quanto emerge dalle previsioni dell‘IEA. L’Agenzia internazionale dell’energia, infatti, stima che già da quest’anno la domanda di petrolio dell’India supererà quella cinese, e questo rischia di provocare una piccola rivoluzione lungo le vie di fornitura che partono dal Medio Oriente.

L’India, ha detto alla Reuters il capo dell’IEA, è destinato a diventare uno dei protagonisti della domanda di globale di petrolio, anche in ragione del fatto che le riserve indiane sono largamente insufficienti – quaranta milioni di barili, pari a una decina di giorni di consumi – rispetto alla sete di greggio del paese, che si stima arriverà a 6 milioni di barili entro il 2024 ed è prevista in crescita costante fino al 2040, quando con le riserve correnti si potranno coprire solo quattro giorni. Il che significa un consumo giornaliero di dieci milioni di barili.

Al momento l’India importa l’80% del suo fabbisogno petrolifero e la sua dipendenza dalle importazioni di greggio – ma anche di carbone, che rimane una delle fonti principali di energia per il paese – sarà sempre più elevata in futuro. Il che genera un problema di forniture e la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento. Un processo che è già in corso.

La gran parte delle importazioni indiane viene soddisfatte dai paesi Opec, con l’Iraq divenuto primo fornitore al posto dell’Arabia Saudita. Ma già dal novembre scorso le cronache raccontavano del calo della quota Opec delle importazioni indiane, arrivate al 73%, insieme al notevole aumento delle importazioni dagli Usa. Ma il previsto aumento della domanda e l’incapacità dell’industria interna di soddisfarla conduce necessariamente al fatto che l’India deve trovare nuovi fornitori. Ed è a questo punto che entra in gioco la Russia.

Nel settembre scorso il presidente indiano Modi e quello russo Putin si sono incontrati a Vladivostok, dove fra le altre cose, è stata siglata un’intesa per la cooperazione negli idrocarburi per il quinquennio 2019-24 che fra le altre cose ipotizza accordi di lungo termine per la fornitura di petrolio dalla Russia che, giova ricordarlo, è già importante fornitore della Cina.

Nei giorni scorsi, poi, Dharmendra Pradhan, ministro indiano per il petrolio e il gas, ha dichiarato che India e Russia stanno cercando nuovi modi di approfondire la loro collaborazione nel settore energentico, dicendosi “desideroso di esplorare la nuova northern sea route”, ossia la nuova rotta artica promossa dalla Russia che già ha suscitato l’interesse della Cina e persino dei paesi arabi, proprio per trasportare gas liquefatto (che già arriva in Cina) in India. “Stiamo lavorando – ha aggiunto – alla strategia per diversificare le nostre fonti di approvvigionamento di greggio e ora stiamo esplorando modi per importare anche greggio dalla Russia”. Nel caso qualcuno ancora ne dubitasse, il ministro ha aggiunto che fra i due paesi c’è un “ponte energetico”. “Con la Russia che è uno dei maggiori produttori di petrolio e gas naturale e l’India è il terzo consumatore di energia al mondo, la Russia ha il potenziale per diventare una fonte importante per soddisfare i requisiti di petrolio e gas dell’India “. Il quadro, insomma, è più che chiaro. E la sigla di un accordo commerciale fra i due paesi, che faccia entrare l’India nell’Unione euroasiatica sarebbe il perfetto suggello di questa intesa. E in effetti le trattative sono in corso.

Ed ecco che il ruolo di connettore euroasiatico della Russia, promosso dalle forniture energetiche, emerge ancora un volta. Non solo per il petrolio, ma anche per il carbone. La fame di energia può essere un potente incentivo. E l’effetto del rinsaldarsi della “relazione speciale”, che già prevede una notevole cooperazione militare (fornitura di sistemi missilistici di difesa) che poco piace agli Usa, si vede anche su altri dossier. A cominciare da quello mediorientale e nordafricano. E questo accade proprio nel giorno in cui il ministro dei esteri russo Lavrov è in visita in India per preparare il quinto meeting fra Modi e Putin e racconta degli accordi raggiunti con Cina e Turchia per regolare i pagamenti reciproci in valute nazionali anziché in dollari.

Proprio pochi giorni fa Modi e Putin “su iniziativa della parte indiana”, precisa la fonte, si erano sentiti al telefono per discutere di Golfo Persico e Libia, come due partner bene affiatati, dandosi appuntamento a Mosca per il 75 anniversario della vittoria della Seconda guerra mondiale, oltre ai previsti incontri per il vertice Brics di San Pietroburgo e per lo Sco di Shanghai. Se son rose fioriranno. Eppure si sente già l’odore.

(2/fine)

Puntata precedente: La Russia cerca un passaggio per l’India

Cronicario: Il Bambi-capitalism va in vacanza a Davos


Proverbio del 15 gennaio Chi mangia il tuo pane avrà fame solo vedendoti

Numero del giorno: 42.300.000.000 Entrate fiscali italiane a novembre (+8,5%)

Siccome anche per il capitalismo vale la distinzione ormai celebre per il colesterolo..

non mi stupisce per niente sapere che lassù, fra le vette innevate dove allignano i davosiani, fenotipo svizzero del genotipo sorosiano (cit.), il cuore ormai batta per il “capitalismo degli stakeholder”, versione colta del meno noto ma più espressivo Bambi-capitalism.

Questo capitalismo delle buone intenzioni, che stanno al capitalismo come l’iniziativa privata sta al socialismo, ha ovviamente a cuore la sorte di Bambi e di conseguenza si spertica per fare in modo che costui, e con lui (o era una lei? boh) tutti gli altri esserini belli e carini che abitano Madre Terra, abbia sempre un prato verde dove correre senza sudare troppo a causa del riscaldamento globale. E perciò cosa fanno i fenotipi svizzeri? Lanciano ancora prima del vertice il rapporto sull’allarme climatico, suggellando quindi il sorpasso dell’emergenza ambientale rispetto a quella economica, di cui pure i davosiani di solito discettano, confermando che l’ecologismo ormai racchiude l’alfa e l’omega del capitalismo che verrà.

Quindi: allarme per il crescente rischio climatico, e mentre che ci siamo anche per i dazi. Il global risks report di Davos ci dice tutto quello che dobbiamo sapere per dormire preoccupati e svegliarci tranquilli. Almeno fino al prossimo vertice.

A domani.

La sfida fra Usa e Cina passa anche dall’industria dei farmaci


Poiché, piaccia o meno, la disputa fra Usa e Cina fa parte dell’imponderabile – per quanto molto ponderato – che decide della nostra quotidianità, è buona prassi provare a farsi un’idea quanto più possibile compiuta della vastità del legame che avvinghia le due potenze, nel quale – paradossalmente – risiede una delle ragioni del conflitto.

Per iniziare questa opera di apprendimento, vale la pena dedicare un po’ di tempo al lungo rapporto che la US-China Economic and security Review commission – e già che ci sia un organo del genere è indicativo – ha indirizzato al Congresso Usa l’anno scorso. L’ultimo di una lunga serie iniziata nel 2002, ossia un anno dopo l’ingresso della Cina nel WTO, che ci comunica alcune informazioni importanti. A cominciare proprio dal fatto che alla commissione servono ben 593 pagine per esaurire – e solo per il 2019 -il quaderno delle doglianza contro la Cina. Alcune delle quali persino sorprendenti.

Se infatti ormai non è più una novità che fra le tante ragioni dei dissidi vi siano questioni legate alla tecnologia di domani, espressioni di tensioni geopolitiche più profonde, per molti sarà stupefacente scoprire che una delle fonti delle tensioni fra i due paesi, addirittura indicata come scaturigine di rischi per la sicurezza nazionale Usa, è l’industria farmaceutica. O, per meglio dire, la profonda dipendenza degli Usa dalle produzioni cinesi.

Il rapporto, frutto di lunghe audizioni della commissione, disponibili on line per chi volesse inerpicarvicisi, parte da una constatazione molto semplice che non ha bisogno di molti commenti: “La Cina è il maggiore produttore mondiale di active pharmaceutical
ingredients (API). Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dai farmaci che provengono dalla Cina o includono API proveniente dalla Cina”. In sostanza, la Cina produce massicciamente farmaci e i principi attivi che vengono utilizzati dall’industria Usa per produrre farmaci. Questa dipendenza “è specialmente vera per i farmaci generici”.

La preoccupazione della Commissione deriva anche dalla circostanza che la normativa Usa non prevede che le compagnie farmaceutiche abbiano l’obbligo di dettagliare la zona di provenienza delle API che utilizzano. Quindi, “i consumatori americani possono inconsapevolmente accettare i rischi associati a farmaci che derivano dalla Cina”. Uno potrebbe dire che basterebbe obbligare le compagnie produttrici a indicare la provenienza delle API. Ma se fosse così semplice, il mondo, non servirebbero rapporti di 593 pagine.

La questione si arricchisce di contenuti se si ricorda che “il governo cinese ha designato le biotecnologie come un’industria prioritaria nel suo 13° piano quinquennale e nell’iniziativa Made in China 2025“, con l’aggravante che “lo sviluppo dell’industria farmaceutica cinese segue un pattern già visto in alcune delle sue industrie, come quella chimica e delle telecomunicazioni, dove il supporto dello stato promuove le compagnie domestiche a spese dei competitori esteri”.

C’è quindi una questione di metodo. Ma anche di merito. “L’industria farmaceutica cinese non è regolata dal governo cinese”. Nel senso che il governo “non ha risorse adeguate per sovrintendere migliaia di produttori, anche se Pechino ha fatto di questa supervisione una sua priorità”. Ciò spiega perché la Food and Drug Administration (FDA) Usa, anche lei a corto di personale, fatichi così tanto a garantire la sicurezza dei principi e dei farmaci (drug) importati dalla Cina. Con l’aggravante che “data la dipendenza degli Usa dalla Cina per moti farmaci critici, fermare certe importazioni per frenare il rischio di contaminazioni, può provocare una carenza di farmaci negli Usa”.

Conclusione, doverosamente apocalittica: “l cittadini americani, comprese le forze armate, sono a rischio di esposizione a medicinali contaminati e pericolosi. Se Pechino scegliesse di usare la dipendenza degli Stati Uniti come arma economica arma e tagliasse l’offerta di scorte di droghe essenziali, avrebbe un effetto serio sulla salute dei consumatori statunitensi”. America, oggi.

 

 

Cronicario: C’ho lo shock fiscale e me ne vanto


Proverbio del 14 gennaio A ogni male è necessario un medico: il tempo

Numero del giorno: 424.390.000.000 Surplus commerciale cinese nel 2019

Mi volevo regalare un momento di serietà dopo aver letto che il surplus cinese del 2019 era cresciuto del 21,2% rispetto al 2018. Già mi sorgevano domande profonde tipo: ma come: e i dazi? E visto che gli Usa hanno diminuito il deficit commerciale verso i cinesi ad appena 295,8 miliardi (-8,5%) mi stavano persino sorgendo risposte profonde tipo: ah ma allora stanno vendendo ad altri, o dubbi inquietanti tipo: non sarà che stanno diminuendo le importazioni.

Sicché stava per venire fuori un Cronicario serio, quando per fortuna ha prevalso il genio italico nella forma di un osservatorio economico di commercialisti che mi ha comunicato una verità profonda: “Le famiglie italiane non hanno ancora assorbito lo shock fiscale del 2012”.

E allora tutto mi si è chiarito. Abbiamo (chi paga le tasse, quindi una minoranza) sulle spalle un peso fiscale che vale il 17,8% del pil, l’1,63% in più rispetto al fatidico anno. Da allora abbiamo recuperato un miserevole 0,18. Il grosso della fatica la sostengono le famiglie, assai più che le imprese e le istituzioni finanziarie.

Mi stavo deprimendo quando a un certo punto mi è caduta sotto gli occhi l’esternazione del presidente di un noto ente previdenziale divenuto celebre per quello che possiamo definire una specialità nazionale.

Notate il talento affabulatorio (rectius: cazzaro): “Valutando insieme i dati sulle pensioni, la congiuntura non particolarmente positiva e la tendenza lievemente in aumento nel mercato del lavoro possiamo dire che quota 100 non ha certamente avuto un impatto negativo sull’occupazione”.

Ma c’è anche di meglio: “Il reddito di cittadinanza, e così il decreto dignità, non creano lavoro in senso letterale, aiutano ad allocare il lavoro sul mercato attraverso l’incrocio tra domanda e offerta, come qualsiasi altra politica attiva. Per creare lavoro servono investimenti”.

Lo shock fiscale mi è sembrato persino piacevole.

A domani.

Le retribuzioni dell’EZ spinte da salari minimi e calo dei contributi


Una buona illustrazione contenuta nell’ultimo bollettino della Bce ci aiuta a fare il punto sulle condizioni del mercato del lavoro dell’Eurozona nel paragone con il periodo pre-crisi, che ormai risale a un quindicennio fa.

Il grafico ci consente di osservare che molti degli indicatori che servono a qualificare il mercato, dal tasso di disoccupazione a quello dei posti vacanti, hanno recuperato notevolmente i livelli post crisi, eguagliando ormai quelli precedenti, mentre rimangono ancora deboli altri indicatori come quello relativo alla produttività – fermo al livello del 2013 – e quello del reddito reale, che pure se in crescita risulta ancora debole.

Proprio per provare a spiegare gli andamenti del reddito per occupato, gli economisti di Francoforte hanno sviluppato un approfondimento che ci aiuta a capire meglio come si siano evolute in questi anni le varie componenti di questa voce che, lo ricordiamo, viene definita come la retribuzione totale, in denaro o in natura, pagabile dai datori di lavoro ai dipendenti in cambio di una prestazione lavorativa, ossia retribuzioni lorde, gratifiche, pagamenti per ore di lavoro straordinario e contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, diviso per il numero totale di dipendenti.

In sostanza il reddito per occupato è una misura del costo del lavoro. In quanto tale può essere influenzato non solo dal livello dei contributi previdenziali, ma anche da quello del salario minimo, che viene fissato sostanzialmente dai poteri pubblici. Detto altrimenti, contributi e salario minimo possono spiegare molto dell’andamento del reddito e quindi dei salari, con tutto quello che ciò comporta sugli andamenti dei prezzi alla produzione e al consumo.

I dati, ad esempio, mostrano un certo divario fra la crescita del reddito per occupato e l’aumento delle retribuzioni per dipendente nel periodo 2015-16, che peraltro si osserva anche a inizio 2019.

Il divario si spiega col fatto che in questi periodi sono diminuiti i contributi a carico dei datori di lavoro. Questi ultimi, lo abbiamo visto, sono incorporati nel reddito per occupato. Quindi una loro diminuzione ha effetti sul livello dei redditi, che diminuisce, ma non su quello di salari e stipendi, che rimangono stabili: il lavoratore non percepisce i contributi previdenziali, quindi una loro diminuzione per lui è neutra.

E’ interessante sottolineare che nel periodo 2015-16 furono i principali quattro paesi dell’area a tagliare i contributi, quindi Francia, Germania, Spagna e Italia (grafico sopra a destra). Mentre nel 2019 il divario che si osserva nuovamente è stato generato dalla decisione della Francia di diminuire significativamente i contributi in conseguenza di una modifica legislativa che ha sostituito con questo taglio fiscale permanente alcuni crediti d’imposta. Al contrario, negli altri paesi i contributi sono aumentati.

Per la Francia il calo dei contributi ha determinato che i redditi per dipendenti sono cresciuti più lentamente – del 2,3, del 2,2 e del 2,1% nei primi tre trimestri del 2019 – rispetto alle retribuzioni per dipendente (+2,6%, +2,5% e +2,5%). Ciò significa che bisogna sempre tenere presente questa distinzione  – fra reddito per occupato e retribuzione – quando si osserva il mercato del lavoro per non incorrere in equivoci che mescolano le due voci non tendendo conto del cuneo fiscale generato dalla contribuzione obbligatoria.

Per le stesse ragioni, bisogna sempre considerare il peso dei salari minimi, presenti in 15 paesi su 19 nell’eurozona, che in qualche modo irrigidiscono la struttura del costo del lavoro. Anche su questa voce esistono profonde differenze nell’eurozona. L’ammontare dei salari minimi varia infatti dai 430 euro mensili della Lettonia ai 2.071 euro del Lussemburgo, con aumenti che negli ultimi dieci anni sono stati in media fra l’1,5% irlandese e il 7% estone. I salari minimi aumentano ogni uno-due anni, seguendo svariate formule, e il 2019 si è segnalato per essere l’anno in cui il salario minimo è cresciuto molto rispetto alle retribuzioni complessive. In particolare, dopo esser cresciuti dell’1% nel 2018 sono aumentati di un robusto 4,6% l’anno scorso.

Aldilà dell’aumento complessivo, c’è da segnalare che i salari minimi sono aumentati in tutti i paesi, nel 2019, con incrementi che vanno dall’1,5% francese al 17,9% spagnolo.

Pure se, come scrive la Bce, “l’impatto meccanico diretto delle variazioni nel livello di salario minimo sull’aumento complessivo delle retribuzioni nell’area dell’euro tende a essere limitato”, bisogna tenerlo presente quando si valutano i livelli di reddito per occupato e soprattutto i livelli delle retribuzioni. Queste ultime hanno mostrato un andamento solido, favorito, come abbiamo visto, dall’aumento dei salari minimi e dalla diminuzione dei contributi. Ma rimane da chiedersi, in un contesto di produttività lenta, come sarebbero le retribuzioni al netto di queste componenti occasionali. E le risposte non sembrano incoraggianti.

Cronicario: Il governo rivede l’Irpef, ma non la riconosce


Proverbio del 13 gennaio Tollera il tuo prossimo e spera che lui faccia altrettanto

Numero del giorno: -1,4 Calo % annuo a novembre vendite dettaglio piccoli negozi

Innanzitutto auguri, visto che ancora quest’anno il Cronicario non voleva saperne di cominciare, e abbiamo dovuto usare le maniere forti per costringerlo.

Ma poi va detto pure che sinora il clima era fiacco. Sì, c’era stata qualche crisi occasionale, ma niente che valesse il piacere dell’ozio del vostro affezionatissimo. Ma oggi l’aria è cambiata. Su un noto quotidiano nazionale è apparsa una intervista davvero frizzante al nostro Primo minestra, con argomenti davvero inediti nella nostra storia contemporanea.

No, scusate ho preso la foto vecchia. Ecco: questa è quella giusta.

Lo so, vi sono venuti i lucciconi. La riforma dell’Irpef, leggasi taglio delle tasse sta, a pari merito col ponte sullo stretto, al top della classifica dei miti nazionali, gareggiando col deficit espansivo e gli investimenti produttivi.

Ora magari vi chiederete come sarà questa riforma. Ma non state a scervellarvi: ce lo spiega il Signor Viceministro, che tutto sa del Primo minestra. Ed ecco il succo distillato dell’annuncio.

“Rivedere l’Irpef può garantire indirettamente l’intervento sul cuneo fiscale perché a parità di costo-azienda il netto è più alto e quindi è un vantaggio per il lavoratore e di conseguenza per l’azienda”.

Ora che avete sorbito il distillato, non stupitevi del capogiro. E’ perfettamente normale se avete capito nulla. Avete colto il punto.

A domani.

 

La Russia cerca un passaggio per l’India


La recente presentazione di Turkstream, diventata il palcoscenico delle ambizioni di potenza russo-turche sullo scenario del Mediterraneo orientale, con tanto di richiesta di pace fra le fazioni libiche – peraltro spalleggiate una dalla Turchia e l’altra dalla Russia – conferma qualora fosse necessario il valore politico dello sviluppo infrastrutturale nella tessitura della nuova rete di interessi – ancora prematuro definirle alleanze – che sta dando forma al nuovo grande gioco euroasiatico. Russia e Turchia, quindi. Ma anche Cina, ovviamente.

Si può facilmente immaginare che molto presto l’influenza di questa triplice coincidenza di interessi si estenderà all’Egitto, che come insegna la storia è nientemeno che strategico nella saldatura fra Asia e Africa, già in uno stato avanzato di relazioni con la Russia, con la quale peraltro sta negoziando da tempo l’ingresso nell’Unione Euroasiatica di Putin. Esiste anche una possibilità molto concreta che l’Egitto accetti, come richiesto dalla Russia nel giugno scorso, di firmare un accordo di libero scambio con l’Unione, come peraltro ha fatto l’Iran, pochi mesi fa. Ciò per dire che ormai l’influenza Russa in questa regione – non dimentichiamo la crisi siriana – è un fatto evidente.

Lo stesso vale per la Cina, come è stato icasticamente rappresentato dall’esercitazione navale congiunta russo-turco-cinese che si è svolta a fine 2019 nel mare Arabico e nell’Oceano indiano, che ha rappresentato una notevole novità.

Ma se l’approfondirsi dell’influenza russa verso il sud nel quadrante del Mediterraneo è ormai un fatto scontato, lo è meno quello che Mosca ormai da tempo sta tentando verso il Sud Est, e in particolare verso l’India. O almeno così sembra a chi abbia dimenticato come la Russia zarista, per gran parte del XIX secolo, abbia coltivato l’ambizione di arrivare fino in India, all’epoca saldamente in mano ai britannici, contribuendo a generare nella potenza egemone dell’epoca un profondo sentimento di russofobia che verrà eguagliato solo all’epoca della Guerra Fredda, ma stavolta dagli americani. Gli inglesi erano molto preoccupati dell’avanzata russa nelle vaste pianure del centro Asia, all’origine peraltro della duratura influenza di Mosca in quelle regioni, perché avevano capito che l’obiettivo delle armate russe non erano certo le fredde steppe dell’Asia centrale ma la ricca India, che all’epoca svolgeva un ruolo vitale per gli interessi economici, finanziari e politici di Londra.

La prima guerra mondiale mise fine al Grande Gioco, magistralmente raccontato in un vecchio libro di tanti anni fa. Ma il ritorno in scena della Russia sullo scacchiere internazionale con velleità di potenza deve aver fatto ricordare la vecchia idea di allungare la propria sfera di influenza fino all’Asia del Sud, in un altro quadrante regionale, quindi molto diverso da quello Mediterraneo, dove l’India – ma anche il Pakistan che dell’India è un fiero avversario, gioca un ruolo determinante. Vuoi per il suo peso specifico, vuoi per quello strategico, visto il rapporto che lega l’India agli Usa e il suo ruolo nel Quad il quartetto diplomatico formato da Usa, India, Giappone e Australia che si propone in qualche modo di svolgere un’azione di coordinamento nell’area del Pacifico.

E tuttavia la Russia proprio di recente ha ribadito il suo invito all’India a unirsi alla “sua” Unione euroasiatica anche se nella forma affievolita di una partnership commerciale, facendo seguito a quanto dichiarato da Putin nel 2016. Ossia l’intenzione di promuovere accordi commerciali preferenziali con i partner con i quali la Russia intrattiene rapporti commerciali avanzati. All’elenco, oltre alla Cina, erano stati aggiunti anche l’India, il Pakistan e l’Iran.

Da allora l’UEE di Putin ha fatto notevoli progressi. Accordi commerciali di vario genere sono stati siglati proprio con la Cina, l’Iran, il Vietnam, la Serbia, il Tajikistan, Singapore. E i colloqui sono in corso, oltre che con l’Egitto, anche con Israele. Ma arrivare fino in India, paese col quale la Russia ha una lunga frequentazione, sarebbe un notevole progresso per la presenza di Mosca in quell’area. I legami peraltro sono già molto profondi. Manca solo da fare l’ultimo passo.

(1/segue)

Puntata finale: La via del petrolio e del gas che porta da Mosca all’India

Cartolina: Il lavoro che vorrei


Col tempo che volge al bello, nel mercato del lavoro dell’eurozona, rimane da chiedersi come mai oggi, rispetto a prima della crisi, si registri un maggior disallineamento fra la domanda di competenze e la relativa offerta – a significare una certa incomunicabilità fra le due curve – e soprattutto perché sia così tanto peggiorata la dispersione geografica del tasso di disoccupazione, ossia il coefficiente che misura il tasso di disoccupazione ponderandolo con quello di occupazione. A guardar bene, le due cose ce ne dicono una sola. Il lavoro magari c’è, ma non è quello che vorrei. E scusate se è poco.