Cronicario: Spauracchio francese per i ricchi europei


Proverbio del 21 aprile Un ricco che non si conosce è povero

Numero del giorno: 16.000.000.000 Prestiti bancari alla Cina nel IV Q 2016

Ma si può cominciare così una giornata, già uggiosa e fredda che manco fosse gennaio?

Evidentemente si può. Il cronicario globale è in pieno delirio allucinatorio e nessuno sfugge a questa mania di fare i conti senza l’oste, ossia il popolo francese che per fortuna domenica vota. Tantomeno sfugge Ubs, che produce questa perla, dove elargisce previsioni finanziarie, già incerte di loro, sulla base di un risultato elettorale di là da venire. Poi dice che sono io che cazzeggio.

La vicenda non merita neanche un bit di più. Anche perché ci aspettano le prossime due settimane di analisi del voto per chiudere in bellezza con un secondo turno accompagnato da altre previsioni del genere.

La cosa divertente in tutta questa vicenda è che lo spauracchio francese arriva in un momento in cui l’Europa è zuppa di soldi che non sa come spendere, con un conto corrente della bilancia dei pagamenti a febbraio 2017 arrivato al record di 37,9 miliardi.

che nei dodici mesi terminati a febbraio ha totalizzato attivi per 360,2 miliardi, il 3,4% del pil dell’eurozona. Gli eurodotati, sempre nei dodici mesi, hanno cumulato un patrimonio di centinaia di miliardi in euro. Tanto è vero che stiamo molto meglio di alcuni anni fa che anche i tassi di deprivazione materiale sono crollati dal 2010.

Ora non fatevi fregare. Quel 7,8% sono sempre 39 milioni di europei che fanno fatica a pagare i conti, riscaldare la casa, pagare una multa non prevista, mangiare carne una volta a settimana, fare una settimana l’anno di vacanza. E sono distribuiti un po’ in tutti i paesi, con forti concentrazioni nell’est europeo, anche se noi italiani da soli ne facciamo oltre sette milioni (ma la notizia è che la ricchissima Germania ne fa più di tre milioni).

Epperò siamo lo stesso paese che continua a mandare soldi all’estero per investimenti di portafoglio, tanto da avere raggiunto persino un saldo positivo sui redditi primari, che vuol dire che le rendite dei nostri investimenti esteri superano il costo degli investimenti esteri da noi

e ad aver cumulato, nel dodici mesi chiusi a febbraio 2017, 42,3 miliardi di attivi sul conto corrente, il 2,5% del Pil, più del 10% dell’attivo totale dell’eurozona, a fronte di circa il 20% di poveri censiti a livello europeo.

Detto ciò, sarebbero quest 39 milioni le plebi arrabbiate che nutrono i populisti? La storia ci dice che le maggioranza silenziose stanno altrove e hanno sempre la pancia piena. E siccome la nostra pancia non è stata mai così piena quanto in questi ultimi mesi forse è saggio iniziare a preoccuparsi.

Ma non oggi, neanche domenica e tantomeno lunedì. Sappiamo tutti quello che ci aspetta.

Tutto il resto è noia (cit.).

Ci rivediamo alla fine.

Cartolina: Meno poveri e più diseguali


Guardo come dentro a uno specchio rovesciato il paradosso economico della curva declinante della povertà globale che si associa a quella crescente della diseguaglianza dei redditi e capisco di trovarmi di fronte a uno dei dilemmi della nostra modernità. Dopo trent’anni – si potrebbe dedurne – molti stanno meglio al costo di una maggiore ricchezza di pochi. O potremmo dire che pochi si sono arricchiti sulle spalle di molti. O che che molti stanno meglio ma solo pochi stanno davvero meglio. E così dicendo, senza riuscire a uscire dalla logica della contrapposizione che vuole vincitori e vinti, che si nutre dell’astio dello sconfitto – o che si reputa tale – per alimentare la fregola di potenza di chi vuole vincere. Oppure potremmo dire che tutti stiamo meglio e basta. E ripartire da qui.

Cronicario: Il pugno d’acciaio di Mister T


Proverbio del 20 aprile Ogni fardello all’inizio pesa poco

Numero del giorno: 7,1 Incremento % produzione costruzioni nell’EZ

Mi mancava Mister T, a voi no? Io lo adoro. Per chi scrive minchiate sui giornali è come la manna biblica: una fonte inesauribile di nutrimento gratis.

Ora molti di voi ricorderanno che proprio nel giorno del suo insediamento Mister T ha ordinato via Twitter che gli oleodotti fossero costruiti esclusivamente con patrio acciaio, probabilmente sobillato dagli amici produttori che soffrono di un certo spiazzamento competitivo a causa dell’acciaio a basso costo importato dall’estero. E fin qui stiamo alla pubblicità social. Ora però vengo a sapere dai soliti che sanno tutto che Trump ha ordinato al Dipartimento del commercio di accertare se le importazioni di acciaio dall’estero mettano a rischio la sicurezza nazionale, visto che fra le altre cose servono a costruire le navi della gloriosa marina Usa.

No, non è uno scherzo. Il dipartimento avrà 270 giorni di tempo per stabilire se è una cosa seria. Ma intanto ieri il nostro beneamato incontrava i boss della ArcelorMittal, Nucor, U.S. Steel, TimkenSteel, AK Steel and United Steelworkers. E chi ha orecchi intenda.

Sedotto dal pugno d’acciaio di Mister T, capirete bene che ogni altra nuova scolorisca. M’impongo di tornare serio solo perché intanto Eurostat ha rilasciato il suo aggiornamento sul settore delle costruzioni, la cui produzione, per quanto in risalita, è ancora ben lontana dai giorni di gloria.

Notate che l’eurozona sta peggio dell’Ue a 28, ma solo i distratti si sorprenderanno: succede quasi sempre. Notate pure che siamo tornati con grande fatica al livello del 2010, comunque un 20% meno rispetto alle vacche grasse. La ripresina arriva anche in Italia, come certifica Istat.

Concludo con una perla che il cronicario globale in larghissima parte ignorerà, ma che invece dovreste sapere, perché è una perla di saggezza seminata in un mondo di stolti. Il gioielliere è Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, la Banca che ci guarda dal cielo terso di Basilea, che ha rilasciato uno speech assai istruttivo su cosa sia la liquidità globale e le conseguenze che provoca nella vita di tutti noi.  Vi do solo un assaggio, il resto leggetevelo da soli, che prima o poi ‘ste fatiche tocca farle: “L’economia globale non è una collezione di isole, ma una matrix di flussi finanziari”.

Nessuno è un’isola, diceva il poeta secoli fa.

A domani.

Il peso della demografia avversa schiaccia il mattone


Non c’era bisogno di chissà quale econometria per immaginare che l’invecchiamento della popolazione portasse con sé il raffreddarsi degli investimenti nel settore immobiliare. Popolazioni più anziane fanno raffreddare la domanda di nuove abitazioni, e se l’immigrazione non compensa, gli imprenditori edili, di fronte a una domanda debole, indeboliranno l’offerta. Lo dice il buon senso, ma a quanto pare non basta. Meglio attrezzarsi di pallottoliere e sviluppare un po’ di statistica, come ha fatto la Banca di Francia che ha pubblicato una pregevole analisi che quantifica il buon senso, come usa oggi, arrivando persino a misurare l’effetto di un calo della popolazione più attiva sul versante mattone – la classe 20-49enni – sul tasso di investimento residenziale. Addirittura secondo gli autori dello studio, l’andamento demografico è il miglior indicatore previsionale per stimare il tasso di investimento futuro. Altro che tassi a zero o credito lasco: a fare la differenza lasciano intendere, è l’età della popolazione.

L’analisi comincia notando come fra il 2007 e il 2015 il livello di investimento sul settore immobiliare è diminuito del 24% nell’eurozona. al contrario il livello del pil ha quasi recuperato quello del 2007. Come dire: la produzione è uscita dal cono d’ombra, ma l’immobiliare no. Al contrario era accaduto negli anni pre crisi: l’immobiliare cresceva più del pil, a tassi annui medi del 2,6% a fronte della media del 2% del prodotto interno lordo. Cosa è successo? “L’esperienza di alcuni paesi europei nei primi anni 2000 – scrivono – e la ben documentata relazione fra i prezzi delle case e il credito potrebbero suggerire che le condizioni finanziarie siano la determinante principale del livello degli investimenti nell’housing, ma noi abbiamo osservato che, contrariamente a questa ipotesi, sono i cambiamenti demografici il driver principale”. Per arrivare a questa conclusione gli autori hanno svolto analisi su un vasto assortimento di dati dalle quali hanno dedotto che “la crescita del gruppo dei 20-49enni è correlata con l’aumento del tasso di investimenti immobiliari”. In particolare, secondo i loro calcoli, un aumento della quantità di questa classe d’età dell’1% porta una crescita dello stesso importo sul livello degli investimenti. “Al contrario, i prezzi delle case – scrivono – il credito, la ricchezza disponibile o i tassi di interesse non sono variabili significative o spiegano molto poco”. E questo grafico, lo mostra con chiarezza.

Come si può osservare al cedere del tasso di crescita della popolazione 20-49 anni, corrisponde il declino del tasso di investimenti residenziali.  Questo pattern è particolarmente evidente nel caso italiano e spagnolo. Al contrario quando la classe dei 20-49enni riprende a crescere – si osservi il caso norvegese –  anche il tasso di investimento ne trae giovamento.

“I cambiamenti demografici hanno contribuito notevolmente al ciclo immobiliare degli anni 2000 – concludono gli autori – sia nel momento del boom che in quello del bust”. E se è vero che il credito ha favorito il boom, non vuol dire che la facilitazioni e gli stimoli finanziari delle banche centrali messi in campo dopo il bust siano in grado di far tornare un robusto tasso di investimenti sul mattone. L’economia è fatta di persone, pure se tendiamo a dimenticarlo, non di denaro. E questo ci dice qualcosa anche sul futuro, se si ritengono valide le proiezioni correnti sull’andamento della popolazione nei paesi avanzi e in quelli Ocse. Questa proiezioni vedono in costante diminuzione la classe dei 20-49 enni, con una stima che parla di un calo del 18% fino al 2050 al netto delle eventuali migrazioni. Dovremmo dedurne che i tassi di investimento sul mattone rimarranno stagnanti? Di sicuro dovremmo prendere in seria considerazione questa possibilità.

Cronicario: Il conto corrente degli italiani e quello della Germania


Proverbio del 19 aprile La guerra non ha occhi

Numero del giorno: 31 % di italiani che usano lo smartphone per andare on line

In un mondo circondato di brutte storie, solo il vostro Cronicario preferito sniffa qua e là come un cacciatori di tartufi cercando persino qualche buona notizia capace di allietare la vostra faticosa giornata proprio fra la pausa post prandiale e quella precenale. E così facendo ne ho trovato una: i vostri conti correnti bancari sono costati otto euri meno nel 2015, rispetto alla media del quinquennio precedente.

Non siate cinici. Di questi tempi anche un decino scarso in meno l’anno comunque fa brodo. Vi do giusto un assaggio: secondo il direttore dell’Istat 7,2 milioni di persone in Italia vivono in stato di grave deprivazione materiale. Spero che abbiano almeno un conto corrente.

Comunque, secondo quanto ci racconta Bankitalia, questo calo del 3,4% è la cosa migliore che ci poteva capitare visti i campioni bancari con cui abbiamo a che fare.

Mentre scorrevo questa delizia, mi è cascata fra capo e collo un’altra notizia sul conto corrente, ma non quello bancario degli italiani, ma quello della bilancia dei pagamenti dei tedeschi. I soliti bene informati raccontano che i capoccioni berlinesi siano alla prese con un documento nel quale si difende l’attuale livello record di surplus delle partite correnti – arrivato all’8,3% del pil tedesco – sottolineando che la Germania non è protezionista come certuni. E’ soltanto brava. Semmai si decidesse il Mago di Ez ad alzare i tassi, perché così “un euro forte ridurrebbe automaticamente il surplus commerciale”. Manco l’euro fosse oro.

Siccome questo è il livello del dibattito europeo, decido di emigrare in Cina, trainato da un’altra buona notizia che sono certo allieterà le vostre giornate tristi: in Cina lo shadow banking è tornato a macinare in grande spolvero, o almeno così giura Bloomberg, secondo cui le ultime mosse della banca centrale cinese, che cerca senza troppo successo di frenare un boom incipiente del credito, hanno finito col ridare ossigeno al sistema bancario ombra. Un po’ come spegnere il fuoco col fuoco. E questa notizia me ne ha fatto venire in mente un’altra: le elezioni britanniche, che la May ha preteso e ottenuto, e la Brexit. Guardate questa perla, sempre pubblicata da Bloomberg.

Dove vanno a finire i banchieri? Secondo quanto ci raccontano loro, molti avrebbero già deciso, ma sarà vero? Se vi chiedete ancora se una notizia sia vera o falsa nell’epoca del cronicario globale, significa che avete ancora tanto da imparare. Ma non preoccupatevi: siamo qui apposta.

A domani.

La Chat di Crusoe con @FabioGhironi: Il rischio del protezionismo “strisciante”


Questa settimana Crusoe (C) si è piacevolmente intrattenuto con Fabio Ghironi (F) @FabioGhironi.

C Buongiorno Fabio. I problemi del commercio internazionale hanno rubato la scena agli squilibri finanziari nel dibattito pubblico da quando è stato eletto Trump. Hai notato cambiamenti anche nell’ambiente accademico o tutto è rimasto confinato nelle pagine di cronaca dei giornali?

F Mi sembra ci sia fermento anche in ambito accademico.  In parte, questo risponde all’interesse di istituzioni come IMF, OECD e WTO; in parte è una risposta del mondo della ricerca agli eventi recenti o in corso.  Molti lavori hanno evidenziato il rallentamento del commercio internazionale avvenuto negli anni recenti.  L’IMF ha dedicato all’argomento un capitolo del World Economic Outlook dello scorso ottobre. Da più parti, si è sollevata preoccupazione per protezionismo “strisciante” ancora prima che Trump venisse eletto (per esempio, questa VoxEU column di Simon Evenett e Johannes Fritz e altre. Tra rallentamento del commercio per una varietà di ragioni, protezionismo già esistente e la minaccia che il medesimo possa salire drasticamente, l’attenzione del mondo della ricerca è ovviamente in crescita.  E questo vale sia per la ricerca fatta da accademici sia per la ricerca di tipo accademico (quella che viene pubblicata nelle riviste specializzate) fatta da ricercatori in istituzioni come IMF, OECD, eccetera.  Per esempio, l’IMF sta co-organizzando con la Banca Centrale della Malesia una conferenza sulle minacce alla globalizzazione che si terrà a Kuala Lumpur in luglio.  I problemi del commercio internazionale e la minaccia del protezionismo saranno uno degli argomenti principali, e i partecipanti includeranno alcuni dei migliori specialisti che stanno lavorando su questi argomenti, alcuni dei quali sono basati in istituzioni accademiche e altri in policy institution.

Il resto della Chat è disponibile su  Crusoe, una newsletter che si può leggere solo abbonandosi. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: L’economia ha smesso di far disastri. Ora tocca alla politica


Proverbio del 18 aprile Quando c’è una mèta anche il deserto diventa strada

Numero del giorno: 1 Incremento % annuo occupati nel manifatturiero tedesco

Come diceva quel tale, siamo fatti per soffrire. E infatti ci riusciamo benissimo. Mi stavo giusto curando la depressione da crisi del settimo anno, nel senso di settimo anno di vacche magre, piluccando con avidità le (rare) buone notizie economiche che arrivano da mezzo mondo, quando ecco farsi strada i disastri della politica. Anzi, dei politici. In un trimestre abbiamo avuto Trump che minaccia sfracelli, lo svitato nordcoreano che lancia missili, il turco che diventa imperatore d’oriente, il russo che fa il russo.

E noi europei non è che ci facciamo mancare niente. Siccome non ci bastavano le elezioni in Francia, che già sono quello che sono, e quelle tedesche di settembre, che saranno quello che saranno, ecco la vispa Theresa, tirare fuori l’annuncio di elezioni anticipate per l’UK a giugno, giusto in mezzo fra la Francia e la Germania, come sempre è stata l’UK.

Sicché capite bene perché gli aruspici del FMI, nel loro ultimo World economic outlook, accanto alla constatazione che “l’economia prende slancio”, si spertichino a parlare dei rischi che arrivano dalla politica per la timida ripresa economica che si prevede per quest’anno e il prossimo. A proposito: beccatevi questo.

Notate che le previsioni sono buone persino per il commercio internazionale, che ogni giorno si becca una sberla da Mister T. L’ultima è la firma dell’ordine esecutivo per rivedere sistematicamente  le leggi che determinano le policy con le quali gli Usa disciplinano gli acquisti di merci, e le esenzioni esistenti per i partner commerciali, oltre che rivedere gli accordi che disciplinano l’ingresso di lavoratori stranieri. Insomma, il solito simpaticone.

Giusto per ricordarvi chi passa i guai se Trump fa Trump, guardate questo specchietto messo a disposizione dal WEF.

Dopodiché guardate quest’altro grafico che vi fa capire quanto sia peloso il “protezionismo” Usa.

Quella che vedete, è la produzione di shale Usa cresciuta di circa 76 mila barili in un mese arrivando a al record di 2,36 milioni. Notate come la produzione si impenna sul finire del 2016, probabilmente a causa dell’accordo Opec del 30 novembre che ha condotto al taglio della produzione Opec e Russa. Non certo di quella Usa, che anzi è stata stimolata dal rialzo dei prezzi seguito all’intesa.

Vi saluto con una notizia che arriva dal paese della Grandi Speranze – quello col pil del primo trimestre al 6,9% – che mi ha provocato un certo prurito.

I prezzi delle case in Cina sono cresciuti dell’11,8% su base annuale a febbraio 2017. Ma non chiamatela bolla. E’ ben altro.

A domani.