Cartolina: Quando la crescita finisce


Il problema economico non è avere una crescita costante ma gestire la crisi. E’ quando la crescita si arresta, perché come ogni cosa prima o poi finisce, che occorre il talento economico, ossia la capacità di usare al meglio risorse scarse evitando facili illusionismi fiscali o monetari. E la storia ci ricorda che spesso l’inverno è tanto più rigido quanto più è durata la bella stagione. La più lunga espansione Usa dal dopoguerra, quella iniziata nel 1991, finì dopo 120 mesi col crollo della cosiddetta new economy, che aveva alimentato il meriggio di questa crescita fino all’inevitabile tramonto, che preparò una notte ricca di fortunali. Perciò adesso che gli Usa hanno di nuovo superato per la terza volta nella storia recente i 100 mesi di crescita consecutiva sarebbe saggio domandarsi se sono (e quindi se siamo) pronti alla fine. Se hanno (e quindi se abbiamo) lavorato come la formica d’estate in vista dell’inverno oppure se si sono (e quindi ci siamo) crogiolati come la cicala. Perché la questione non è se arriverà l’inverno. Ma quando.

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La bomba nascosta nel debito privato delle famiglie


Molto opportunamente la Bis nella sua ultima rassegna trimestrale ci ricorda gioie e dolori del debito delle famiglie, ossia la seconda metà del cielo del settore privato (l’altra sono le imprese) che così cattiva prova di sé ha dato prima dell’esplodere della grande crisi del 2007. Le famiglie si aiutano col debito per tirare avanti, le più fortunate riescono persino a fare investimenti comprando casa o pagandosi una buona istruzione. Quelle meno fortunate si indebitano per pagare le bollette. Ma entrambe usano e spesso abusano di questa opportunità che scarica rischi nel settore bancario e soprattutto le rende assai fragili quando l’economia volge al brutto. E questo basta e avanza a spiegare perché la Bis abbia deciso di occuparsene.

Per evitare generalizzazioni inutili, è bene precisare che il debito delle famiglie non è uguale dovunque. Le consuetudini e le diversità dei sistemi finanziari rendono il quadro alquanto composito, e in tal senso il lavoro della Bis è utilissimo perché ci consente di isolare quattro tipologie di paesi e osservare come si sia evoluto quest’aggregato a far data dal 2009.

Come si può osservare, nella lista nera delle famiglie per le quali il debito è cresciuto dopo la crisi ci stanno sei paesi: l’Australia, il Canada, la Svizzera, la Norvegia. La Corea del Sud e la Svezia, tutti paesi, giova ricordarlo, dove si è osservata una certa crescita dei valori immobiliari.

Non a caso: buona parte della crescita di questo indebitamento, infatti, dipende dai mutui per le abitazioni. Questa tabella consente di apprezzare la quota di mutui sul totale dei debiti e anche le diverse caratteristiche dei mercati immobiliari nei vari paesi.

Nel secondo gruppo, ossia quello dei paesi con debiti alti ma in calo, si segnalano gli Usa, dove il debito/pil delle famiglie è sceso dal 100 per cento del 2009 a circa l’80, e poi l’Olanda, la Spagna e il Regno Unito, dove il processo di deleveraging sembra essersi interrotto. Nel terzo gruppo, quello dei paesi con debito basso ma in aumento, si nota invece la Cina, dove le famiglie hanno più che raddoppiato il debito/pil in pochi anni. Nel quarto gruppo, quello dei debiti bassi e stabili ci siamo noi italiani. La crisi, quindi, non ha cambiato le situazione finanziaria delle famiglie italiane, che hanno la terza quota minore di debiti sul pil dopo India e Messico. Il che se non altro dovrebbe rassicurarci. Ma d’altronde è noto: l’instabilità finanziaria italiana dipende dal debito pubblico assai più che da quello privato.

Un modo per valutare quanto questi debiti siano sostenibili per chi li contrae è utilizzare il rapporto fra la somma di quota interessi e ammortamento sul reddito. Si ottiene un indice che si chiama debt service ratio (DSR), che misura in sostanza la capacità di servire il debito: di pagare le rate del mutuo, insomma, o degli altri debiti. Bene. Nei paesi dove il debito è cresciuto negli ultimi anni (paesi del gruppo 1 e 3) “i DSR hanno consistentemente superato le loro medie di lungo termine nel dieci anni trascorsi dalla crisi”. E tutto ciò malgrado il notevole calo dei tassi di interesse. Ciò lascia ipotizzare che molte di queste economie stiano covando rischi notevoli. Da una parte sono esposti al rischio di aumento dei tassi. Dall’altro ai rischi collegati all’assetto illiquido del mattone, che in caso di necessità è assai più difficile da vendere rispetto a un generico asset finanziario. Ciò spiega perché le famiglie molto indebitate riducano in caso di crisi i consumi assai più delle altre. “Fra il 2007 e il 2009 – ricorda lo studio – i tagli di spesa delle famiglie con debiti superiori al 400% furono dieci volte più alti di quelli delle famiglie con debt ratios sotto il 100%” e si è notato inoltre che “più è illiquido il bene, più i consumi diminuiscono”.

E questo trasforma una crisi finanziaria in una crisi economica. Una crisi del debito delle famiglie ha impatti sulla domanda aggregata. “C’è una crescente evidenza di un pattern boom&bust fra il debito delle famiglie e la crescita del pil”, osserva lo studio. A significare il fatto che la crescita dell’uno è collegato a quella dell’altro. Quindi anche una crisi del debito finisce per tramutarsi in una crisi della crescita passando per il canale del calo di domanda aggregata. La conclusione è che un debiti più elevati fanno bene alla crescita di breve termine, ma la riducono lungo un arco di tempo più lungo. Infine, c’è la questione della stabilità finanziaria, visto che questi debiti corrispondono a crediti delle banche che li hanno concessi. Banche che in alcuni casi, la Bis cita quello svedese, emettono covered bond per prestare i soldi ai debitori che genericamente vengono acquistati dalle compagnie svedesi di assicurazione, in un girotondo che può diventare molto stressante qualora le cose vadano male.   Da qualunque punto lo si osservi, insomma, il debito delle famiglie somiglia a una bomba nascosta. Il problema è che tendiamo a dimenticarlo.

Cronicario: L’alba italiana dei vivi morenti e dei morti viventi


Proverbio del 6 dicembre In tempi di carestia le patate non hanno bucce

Numero del giorno: 20,1 Crescita % occupazione nelle aziende familiari italiane in sei anni

Ora non vi offendete se i vostri amici dall’estero vi dicono che siamo un paese di poveracci. Anche perché ce lo diciamo da soli e l’Istat non si perita di ricordarcelo a ogni occasione buona elaborando statistiche meravigliose dalle quali si evince che quasi uno su tre vive praticamente in miseria.

Vedete no? Il 30% è a rischio di povertà o esclusione sociale che moltiplicato per 60 milioni e rotti..fate voi i conti. Se pure ci limitassimo alla voce Grave deprivazione, scopriremmo che riguarda il 12,1 degli italiani che, secondo le definizioni Istat hanno almeno quattro dei seguenti problemi:

1. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito;
2. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione;
3. non poter sostenere spese impreviste di 800 euro;
4. non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano;
5. non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
6. non potersi permettere un televisore a colori;
7. non potersi permettere una lavatrice;
8. non potersi permettere un’automobile;
9. non potersi permettere un telefono.

Questo nel paese che ha il record di auto per numero di abitanti e dove il 93,1% ha un cellulare, e oltre il 90% ha una tivvù. Sfido chiunque poi, a trovarne una in bianco e nero. Detto ciò mi guardo bene dal dubitare dell’accuratezza delle rilevazioni Istat: se dicono che siamo pieni di poveri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena sarà sicuramente vero. Sono i nostri fratelli più disgraziati che muoiono letteralmente di fame e stanno al freddo e non tengono da conto neanche 800 euro per le emergenze. Questi vivi morenti abitano in uno dei paesi più ricchi al mondo.

dove si annida una tremenda diseguaglianza di reddito e ricchezza,

e i redditi sono vagamente crollati nell’ultimo decennio,

anche se non per tutti nello stesso modo.

Questo per gli amanti del piagnisteo nazionale. Prima che vi strappiate i capelli e iniziate una colletta per i nostri sette milioni di probabili deprivati, ricordatevi sempre che questi dati sono frutto di indagini campionarie, svolte in questo caso su 21.325 famiglie pari a 48.316 individui. Magari siamo stati sfortunati col campione. Oppure abbiamo beccato i pochi che pagano tutte le tasse, vai a sapere.

Il guaio è che insieme a quella dei vivi morenti – deprivati a rischio esclusione o sedicenti tali – in Italia stiamo assistendo all’alba di un altro fenomeno epocale: quello dei morti viventi.

Non è uno dei miei soliti meme cazzari. La foto è autentica, a dimostrazione del fatto che ormai il vostro Cronicario fa tendenza anche nei posti altolocati, mica solo nelle bettole dove ci incontriamo noi. Il tema è serissimo peraltro: le imprese zombie. Ossia quelle che coi profitti non riescono neanche a pagare gli interessi sui debiti che hanno sul groppone. Tema horror per eccellenza. E noi italiani, che non ci facciamo mai mancare niente, siamo avanguardisti.

La cosa più notevole di questa proliferazione di zombie è che quelli italiani sono raddoppiati in un decennio. Peraltro in queste aziende morte viventi ci sta bloccato il 20% del nostro capitale produttivo e il 10% dei nostri lavoratori occupati. Poi dice che uno è deprivato. Devitalizzato direi.

A lunedì.

 

I consigli del Maître: Gli italiani emigrano, i cinesi studiano da scienziati


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

L’emigrazione italiana non si ferma, anzi aumenta. Istat ha pubblicato i dati delle migrazioni dei nostri residenti che confermano un trend crescente di questo fenomeno che peraltro interessa sempre più i giovani laureati. Il numero degli emigrati italiani, infatti, si è più che triplicato rispetto a dieci anni prima passando dai 36mila del 2007 ai 115mila del 2016. Le immigrazioni, d’altro canto, ossia gli ingressi di persone nel nostro paese, interessano i nostri connazionali solo nel 13% dei casi (38mila). I due flussi danno origine così a un saldo migratorio dei soli cittadini italiani di -77mila unità.

Si nota che nell’anno le emigrazioni verso l’UK sono passate da 17 mila a 25 mila. Istat ipotizza che ciò sia motivato dalla Brexit: può dipendere dalla necessità di registrarsi in AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) per poter dimostrare di essere residenti nel territorio britannico prima che vengano resi esecutivi i negoziati di uscita dall’Ue. È presumibilmente una “regolarizzazione” di italiani che già si trovano nel Regno Unito e che potrebbero quindi non essersi necessariamente trasferiti nel corso del 2016. Gli altri Paesi di destinazione degli emigrati di cittadinanza italiana sono prevalentemente dell’Europa occidentale: Germania (19mila emigrati), Svizzera e Francia (circa 11 mila), Spagna (6 mila). La fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni: circa 38 mila unità in meno, con un’incidenza di laureati del 28,5%. Gli immigrati italiani, invece, provengono più frequentemente da Germania (5mila immigrati), Brasile (5 mila), Regno Unito e Svizzera con oltre 3mila immigrati. Infine, sono 81mila gli emigrati italiani con più di 24 anni nel corso del 2016, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi 25mila posseggono la laurea (31%). Per converso, gli immigrati italiani con più di 24 anni sono 27mila (+6mila sull’anno precedente). Di essi, oltre 10mila posseggono la laurea (37%), circa 17mila hanno un titolo di studio medio-basso (63%) e provengono prevalentemente da Germania, Brasile e Svizzera.

Effetto Brexit sull’immigrazione in Uk. Il dato italiano che fotografa un aumento delle domande di trasferimento nel Regno Unito nel 2016 sembra in controtendenza rispetto a quello generale rilevato dall’istituto di statistica britannico, che ha notato un notevole calo degli ingressi nel paese di persone in cerca di lavoro. Nei dodici mesi terminati a giugno di quest’anno, quindi a un anno esatto dal referendum sulla Brexit, sono stati 261.000, 51 mila in meno rispetto all’anno precedente. Buona parte del calo è stato provocato dai cittadini dell’EZ, diminuiti da 47 mila a 35 mila. Gli europei sono usciti dall’Uk, non il contrario.

I tagli delle tasse di Trump. La riforma fiscale Usa che prevede 1,4 trilioni di tasse ha suscitato diverse preoccupazioni durante il dibattito in Senato, dove era in discussione e infine è stata approvata, relativamente al fatto che alcuni repubblicani paventavano il rischio di un aumento rilevante del deficit pubblico come conseguenza immediata di questa riduzione. Alcuni esponenti repubblicani hanno pure provato a creare delle specie di clausola di salvaguardia, tali che i tagli alle tasse sarebbero stati rimossi qualora la ripresa economica non avesse generato entrate fiscali sufficienti a compensare il calo di gettito derivante dai tagli, ma la proposta non ha avuto successo. Preoccuparsi dell’incremento del deficit, peraltro, pare anche sensato considerando che il debito pubblico Usa è ormai stabilmente sopra il 100% del pil ed è visto in crescita.

Questo mentre gli oppositori sottolineano il paradosso che questi tagli favoriscono i ricchi a danno dei poveri. Un argomento che, plausibile o meno che sia, è fatto apposta per infiammare il dibattito e la polemica. Che però non hanno impedito chela riforma venisse approvata. E’ stato scritto che questo è il taglio fiscale più rilevante dai tempi di Reagan. E ciò dimostra ancora una volta un’evidenza poco osservata: gli anni ’80 non finiscono mai.

La Cina sogna un futuro di grande potenza, anche scientifica. La scienza ormai, con le sue applicazioni tecnologiche, detta le linee del progresso di una società. E quindi è comprensibile che le grandi potenza facciano grandi sforzi per mantenere la supremazia nella ricerca. E anche in questo campo la Cina ormai ha manifestato con chiarezza l’intenzione di insidiare il primato statunitense, visto che ormai la sua spesa equivale al 20% del totale globale.

Ciò mostra i suoi effetti anche sulla quantità di pubblicazioni scientifiche. Il numero di quelle cinesi ormai è secondo solo a quello statunitense, e in particolare quelle dedicate ai computer  e all’ingegneria. Questa sfida si vede anche nel versante dell’istruzione scientifica.

E questo è solo l’inizio.

Cronicario: Lettera a un bambino mai pensionato


Proverbio del 5 dicembre Baci avuti facilmente si dimenticano facilmente

Numero del giorno: 17 Paradisi fiscali individuati da Ecofin

Caro bambino,

c’era una volta una cosa che si chiamava pensione che ti consentiva, una volta che ci arrivavi, di goderti la vita esattamente come succede a te adesso, che sei coccolato e nutrito grazie a mamma e papà, solo che nel caso della pensione c’era un monogenitore che si chiamava Inps. Oggi l’Inps c’è ancora, ma sta per cambiare nome.

Ancora non si sa in giro, ma te lo posso anticipare: presto si chiamerà Istituto nazionale pensione sociale. Un’evoluzione dettata dai tempi. Provo a spiegartelo. Una volta c’erano tanti bambini e pochi vecchi. Oggi ci sono tanti vecchi e pochi bambini. E siccome insieme ai bambini sono diminuiti anche quelli che lavorano, che poi sono quelli che pagano da mangiare a vecchi e bambini, piano piano la pensione ha iniziato a liquefarsi.

Prima hanno detto che la pensione era troppo generosa. Poi che si prendeva troppo presto. Poi che era troppo generosa e si prendeva troppo presto. Hanno spiegato che si doveva lavorare di più, mentre il lavoro diventava mitico come gli unicorni e veniva retribuito con le paghette. E sai così successo? Aspetta te lo faccio dire da uno più intelligente di me che si chiama OCSE. Tu non lo conosci ma è una specie di superscuola di cervelloni dove sanno tutto e non combinano niente. Ecco che dice l’OCSE sulle pensioni italiane (scusa se parlo un po’ difficile, ma si fa così’ quando si vuole spaventare qualcuno senza fargli capire niente):

1) L’età normale di pensionamento per la generazione nata nel 1996 è prevista aumenti ulteriormente a 71,2 anni. Solo la Danimarca avrà un’età pensionabile più elevata rispetto all’Italia. Quindi tu che sei nato poco fa o giù di lì inizia a figurarti questa cosa della pensione verso i 75 anni, che non sbagli


2) A seguito dell’elevata età di pensionamento, il tasso di sostituzione lordo futuro per un lavoratore a piena carriera sarà al 83% rispetto alle media OCSE del 53%. Che sarebbe una buona notizia se nel frattempo non fosse diventato vagamente utopico avere una piena carriera. Anzi sempre OCSE dice che “fra i più giovani una carriera completa potrebbe non essere molto comune in futuro”.


Per farti capire cosa ci stiamo perdendo è bene tu sappia che il reddito medio delle persone oltre 65 anni di età al momento è quasi lo stesso dell’intera popolazione in Italia. Allo stesso tempo, l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è di circa 3 anni inferiore alla media OCSE. Come dire: ci trattiamo bene. Anzi: ci trattavamo bene. E infatti i nostri pensionati erano talmente felici che non ci pensavano proprio a tornare a lavorare come alcuni loro coetanei all’estero: meno di un terzo di cittadini di età superiore ai 64 anni lavorano part-time contro circa la metà nei paesi OCSE.

Purtroppo, caro bambino, su questa bellissima pratica è intervenuto il progresso, che l’ha fatta talmente progredire che adesso le pensioni si sono praticamente estinte. Ci toccherà lavorare fino allo sfinimento, e pure a poco.

Ora siccome sei piccolo non ti devi dispiacere. Vedrai che per quando sarai vecchio ci saremo inventati qualcos’altro per farti stare in panciolle come ci stai adesso. Ci stiamo già lavorando. Abbiamo già trovato il trucco: insieme ai bambini, che sono sempre meno, aboliremo anche i vecchi, che sono sempre più. Saremo tutti come Peter Pan.

A domani.

Le banche centrali tirano le redini ma il freno non funziona


Le banche centrali, a cominciare dalla Fed, hanno da tempo iniziato a “tirare” le redini della politica monetaria – la Fed ha ripetutamente alzato i tassi e di recente ha annunciato anche la normalizzazione del suo bilancio – ma tutto ciò non sembra abbia generato quegli effetti che ci poteva aspettare. Il freno praticamente non funziona. E’ un paradosso secondo gli economisti della Bis, che pochi giorni fa ha pubblicato la sua Quarterly review, che constatano come le condizioni finanziarie rimangano insolitamente accomodanti. Gli indici trasmettono una sensazione di allentamento piuttosto che di restrizione. Per colmo di paradosso, il dollaro “si è effettivamente deprezzato dall’avvio dell’inasprimento avvenuto a fine 2015, quando la Fed ha alzato per la prima volta il tasso ufficiale”, nota Claudio Borio, capo del Dipartimento monetario ed economico della banca. Come si spiega tutto ciò?

“In realtà – sottolinea Borio – questa situazione paradossale non è completamente nuova. Essa ricorda le misure di inasprimento della Fed negli anni Duemila,
che avevano generato l’oramai noto “enigma di Greenspan”. Allora le condizioni finanziarie complessive erano rimaste pressoché stabili, e per certi versi si erano allentate, mano a mano che la Federal Reserve aumentava i tassi”. Paradossi ed enigmi, che si aggiungono a un’altra categoria di recente evocata dalla Fed, quella del mistero, riferito alla scomparsa dell’inflazione. E certo non è molto rassicurante l’idea di vivere un’economia popolata da enigmi, misteri e paradossi.

Oltre alla Fed, anche altre banche centrali hanno annunciato, con molta morbidezza, restrizioni monetarie. La BoE ha alzato i tassi di mezzo punto dopo dieci anni di immobilità, ma mantenendo inalterati gli acquisti di asset. La Bce ha annunciato che dimezzerà dall’anno prossimo gli acquisti di asset, ma che lascerà inalterati i tassi. Sicché anche per la Bce si potrebbe replicare quanto affermato dagli analisti per la BoE, che hanno parlato di “rialzo accomodante”. Solo la BoJ ha tenuto la politica monetaria ferma. Il paradosso si osserva nella circostanza che “persino nel contesto di graduale rimozione dello stimolo monetario da parte della Federal Reserve, le condizioni finanziarie si sono allentate ulteriormente negli Stati Uniti e a livello mondiale”, come spiega la Rassegna Bis. Solo le valute sembra ne abbiano risentito, arrestandosi e in parte invertendosi la tendenza al deprezzamento del dollaro che si osservava da un anno. I rendimenti a lungo termine, invece, sono rimasti molto bassi, portando in alto di conseguenza le valutazioni degli asset. La volatilità, infine, è rimasta ai minimi storici. “In definitiva, le sorti di quasi tutte le classi di attività sono parse legate all’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato”, commenta la Bis.

E queste sorti sono state più che buone. “Agli inizi di settembre le borse sono sembrate acquisire ulteriore slancio”. A fine novembre l’S&P 500 era salito del 14% da inizio anno e del 5% da settembre. Le borse dei mercati emergenti sono crescite di quasi il 30% da inizio anno e quelle giapponesi del 15%. Meno di tutte le azioni europee, con il 7%, concentrato nel quarto trimestre. Queste performance sono state alimentate da dati economici positivi che arrivavano un po’ da tutto il mondo. La fiducia dei consumatori ha raggiunto i massimi in Germania, Giappone e Stati Uniti, stabilizzandosi nel Regno Unito. I consumi sono aumentati e con la loro anche la spesa per investimenti, grande assente in queste anni di crisi. C’è stata persino una ripresa del commercio e dei mercati del lavoro. Un quadro roseo nel quale spuntano come spine i dati sul livello dei prezzi: “Le spinte inflazionistiche sono rimaste
eccezionalmente modeste nella maggior parte delle economie avanzate”, nota la Bis. Fanno eccezione l’UK, dove i prezzi hanno superato l’obiettivo “sulla scia del notevole deprezzamento valutario” e il Giappone, dove si è intravisto un lieve rialzo. Il mistero dell’inflazione mancante che si sposa col paradosso della restrizione accomodante. L’analisi degli andamenti del spread societari e del mercato dei CDS (credit default swap) conduce alla conclusione che “le condizioni finanziarie internazionali si sono paradossalmente allentate nonostante il persistente, ancorché cauto, inasprimento della Fed”.

Se questi sono gli esiti, quali sono le ragioni? Come abbiamo detto, tali condizioni ricordano il ciclo di rialzo dei tassi iniziato a metà degli anni Duemila. Anche allora “i mercati azionari avevano segnato un rialzo, mentre i rendimenti dei titoli del Tesoro a lungo termine e gli spread creditizi erano diminuiti nonostante un’azione leggermente più decisa da parte della Fed”, dice la Bis, anche se all’epoca e a differenza di adesso il National Financial Conditions Index (NFCI) della Fed di Chicago, indicatore che misura il livello delle condizioni finanziarie, aveva mostrato un inasprimento. Secondo gli analisti della Bis una delle chiavi della spiegazione è l’evoluzione dei premi a termine, calati notevolmente, che ha spinto al ribasso i tassi attuali.

Vale la pena approfondire la natura e il significato dei premi a termine. Nel suo ultimo Bollettino, la Bce ci ricorda che “il livello e la pendenza della curva dei rendimenti possono essere influenzati agendo su due componenti dei tassi di interesse a lungo termine, vale a dire le aspettative e il premio a termine. La prima componente rispecchia le aspettative del mercato sull’andamento futuro dei tassi di interesse a breve termine, che sono influenzati in maniera più diretta dai tassi di riferimento. Il premio a termine rispecchia i rendimenti aggiuntivi che un investitore riceve quale compensazione per l’esposizione al rischio di durata finanziaria, ovvero le potenziali perdite di portafoglio che potrebbero originarsi da obbligazioni con una lunga vita residua se i tassi di interesse salissero inaspettatamente”. La Bce ricorda altresì che “acquistando obbligazioni a lunga scadenza, l’Eurosistema assorbe parte del rischio di durata finanziaria che altrimenti ricadrebbe sugli investitori privati”. In pratica la banca centrale socializza un rischio e così facendo lo abbassa per i privati abbassando di conseguenza il premio di questo rischio. Questo sommandosi all’effetto “annuncio” sui tassi di riferimento contenuto nelle forward guidance, genera l’effetto che deprime i tassi a lungo che, checché ne dicano i modelli macroeconomici, dipendono perciò significativamente dall’azione delle banche centrali. E le banche centrali lo sanno bene: “Comprimendo il premio a termine,  l’acquisto di titoli esercita una pressione sui tassi di interesse a più lungo termine in modo da rendere l’indebitamento a lungo
termine meno oneroso e, così facendo, sostiene gli investimenti e il consumo di beni
durevoli”.

Chiudiamo la parentesi e torniamo alla rassegna Bis. Sia nell’episodio di metà anni Duemila che in quello contemporaneo, “la riduzione dei premi a termine stimati ha più che compensato la revisione al rialzo delle aspettative sul futuro andamento dei tassi di interesse a breve termine”. Ma “il recente calo dei premi a termine è persino più sorprendente adesso rispetto al 2005, in quanto l’attuale processo di progressiva
riduzione del bilancio è specificamente volto ad allentare la pressione sui premi a
termine, compressi dagli acquisti di attività su larga scala”. Insomma: i premi si sono ridotti malgrado l’annuncio che sarebbero diminuiti gli acquisti di titoli da parte della BC. Qualcosa insomma, sembra esser sfuggito al controllo degli apprendisti stregoni monetari. E ciò potrebbe essere la diretta conseguenza del fatto che hanno comunicato fin troppo esaurientemente ai mercato i propri intendimenti, insistendo sulla loro gradualità, sia relativamente al livello dei tassi che a quello dell’alleggerimento dei bilanci della banche centrali L’azione di restrizione ha perso di credibilità, ossia non ha funzionato, perché le banche centrali hanno credibilità: ecco il nostro squisito paradosso. Il paradosso delle restrizioni accomodanti, che sono tali perché immaginate e realizzate lungo il sottile crinale di un debito comunque in crescita che deve essere servito e che minaccia sfracelli qualora la sottile patina di ghiaccio sulla quale pattinano felici i trader dovesse crinarsi. “Ci troviamo ancora di fronte ad alti livelli di debito – avvisa Borio-, nelle valute sia locali sia straniere, e a valutazioni spumeggianti, sostenute a loro volta dai bassi rendimenti dei titoli di Stato, il benchmark per la valutazione di tutte le attività. Inoltre, più si protrarrà la fase di assunzione di rischio, più potrebbero crescere le esposizioni in bilancio. La quiete sul breve periodo si ottiene a scapito di possibili turbolenze nel lungo periodo”. Gli abissi del caos finanziario non sono spariti. Sono sotto quella patina sottile di ghiaccio. E laggiù fa molto freddo.

 

Cronicario: Ci siamo bevuti 130 miliardi e si vede


Proverbio del 4 dicembre Un vecchio seduto vede più lontano di un giovane in piedi

Numero del giorno: 2,5 Inflazione % annua prezzi alla produzione EZ in ottobre

Ora non fate della facile ironia collegando il rinnovato entusiasmo economico di queste ultime settimane, con gli indici di fiducia che volano in alto come i vostri scoperti bancari, semplicemente perché Eurostat si è premurata di farci sapere che nel 2016 ci siamo bevuti, come europei e al netto di ristoranti e hotel, 130 miliardi di euro di cicchetti.

Sarebbe una roba ai confini della fake news. Nel senso che i nostri consumi alcolici – peraltro la spesa delle famiglie italiane è fra le più basse d’Europa –

sono stabili abbastanza da far sospettare che il nostro entusiasmo economico dipenda da altre ragioni.

E’ interessante tuttavia osservare che questa cifra equivale approssimativamente a ciò che le famiglie europee spendono per prodotti e attrezzature mediche e persino leggermente superiore alla spesa per protezione sociale o istruzione nel 2016.

Il senso di questa perla di saggezza m’appare in tutto il suo lucore non appena leggo sul Wall street journal che il contagio da Bitcoin, versione monetaria della dipendenza, potrebbe contagiare anche la Fed, come noto già pesantemente compromessa da quella droga rettangolare e verdona che viene spacciata nei mercati internazionali sotto il nome il codice di dollaro.

Di quest’ultimo si conoscono da tempo gli effetti collaterali, e tuttavia nessuno riesce a contrastarli. Anzi, sono stati osservati evidenti casi di esagerazione che dalla banca centrale sono percolati, per il tramite del sistema bancario, verso le famiglie. Americane, ma non solo.

Di fronte alla dipendenza valutaria, quella alcolica mi sembra persino innocua, visto che fra l’altro ci costa meno di quello che spendiamo per istruirci, altra pratica perniciosa che per fortuna il progresso tecnico sta degradando in quella dell’autoadorazione.

Quindi alzate i calici senza troppi sensi di colpa e ricordatevi che bere serve pure a dimenticare che gira una legge di bilancio che minaccia di svegliarvi bruscamente, per via fiscale, dal torpore etilico. Vi do giusto un paio di dati. Il passaggio al Senato della manovra finanziaria ha prosciugato il cosiddetto fondo esigenze indifferibili

e così ai camerieri, ossia gli onorevoli che abitano la Camera, rimangono appena 64,5 milioni per il 2018, 197,3 milioni per il 2019 e 347,0 milioni per il 2020. Quest’ultimo importo è stato rimpinguato grazie alla web tax, che è tutto dire. Sicché se i camerati, sempre quelli che stanno alla Camera, vorranno spendere di più per esigenze altrettanto indifferibili, dovranno trovare nuove risorse. E secondo voi dove le trovano?

Ecco appunto.

A domani.

L’alba del secolo americano dell’energia


Figurarsi il futuro è esercizio prediletto delle persone dotate di grande immaginazione che, insospettabilmente, si annidano anche all’interno di blasonatissime organizzazioni tutt’altro che frivole. La complessità della nostra realtà, d’altronde, sembra sia fatta apposta per fornire alimento alle visioni di costoro, pudicamente definiti analisti, che con grande sussiego tentano l’impossibile: osservare il futuro a uso del presente. Ci sarebbe da sorridere di questo sforzo estenuante, se non fosse tremendamente serio. E lo dimostra il fatto che queste previsioni si aggiornano ogni anno generando grandi suggestioni che fluttuano aeree su grandi masse concrete di dati. E sono queste ultime a suscitare l’interesse maggiore degli osservatori come noi. Il futuro germina dal presente, ma è quest’ultimo che ha dignità di cronaca, appartenendo il resto al variopinto mondo delle opinioni, la cui maggiore o minore fondatezza dipende proprio dall’accuratezza della base dei dati a cui vengono riferite. In tal senso la lettura dell’ultimo World energy outlook dell’IEA è sicuramente fonte di grande ispirazione, visto che l’Agenzia raccoglie e ordina con grande accuratezza i dati del mercato energetico mondiale. Giocoforza le sue osservazioni sulle possibili evoluzioni del settore energetico diventano degne di attenzione elevandosi quasi al rango di previsioni fondate. Tanto più come quando, in occasione della recente edizione 2017, si individuano trend globali che l’Agenzia è convinta caratterizzeranno sempre più il futuro per la semplice circostanza che stanno già caratterizzando il presente, uno dei quali riguarda la crescente importanza della produzione statunitense nel mercato del petrolio e del gas. Gli Usa sono diventati da un pezzo i maggiori produttori del mondo e solo la nostra costante distrazione ci impedisce di cogliere la portata straordinaria di questa rivoluzione.

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Cronicario: L’Istat pilucca un pilino di pil


Proverbio del 1 dicembre Chi spreca tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 0,8 Accelerazione % inflazione in Giappone ad ottobre

Vinceremo, altroché, tuona stentorea e anonina sulle agenzie di stampa la voce del MEF poco dopo che l’Istat rivede al ribasso la stima del pil per il terzo trimestre e il suo omologo annuale. L’occhiuta micragnosità dell’Istituto, evidentemente non ancora consono alle semplificazioni dei tempi moderni, atterra col fragore dell’elefante ubriaco nel negozio di bicchieri e scatena le notifiche dei telefonini di giornalisti e politici.

Stiamo parlando di un misero 0,1 per cento in meno, in pratica l’equivalente dell’errore statistico, che riduce a +0,4% il dato trimestrale e a 1,7 quello annuale, ma che nel paese dello zeroqualcosa scatena immancabilmente scene isteriche. Anche perché quelli che si spingono a leggere oltre il numero, e persino capendoci qualcosa, sono rari come fenicotteri gialli.

Panico che diventa orrore e raccapriccio quando i più istruiti leggono che la crescita acquisita per il 2017 è pari all’1,4% dopo che si è detto dovunque e da chiunque, a cominciare dal governo, che quest’anno ci aspetta almeno l’1,5%.

Insomma, l’Istat pilucca un filino di pil – un pilino diciamo – ed ecco che succede: week end rovinato. Capirete che il governo doveva intervenire. E perciò al fuoco di mezzogiorno arriva la fonte MEF che rassicura: i dati sul pil resi noti oggi dall’Istat confermano la tendenza al rafforzamento della crescita economica nel Paese. Capito? Nessun pilino di pil ci fermerà: avremo il nostro +1,5% di pil reale per il 2015.

Purtroppo è meno sicuro che vinceremo un po’ di inflazione in più, che sarebbe un toccasana per la nostra contabilità pubblica. Il pil nominale, infatti, che poi è quel numero che si ottiene sommando al pil reale il deflatore del pil, è arrivato al 2,4% e sarebbe molto bello se magari arrivasse al 3,6%, quale sarebbe se l’inflazione fosse al 2%. Ecco perché il beneamato Padoan si lamenta: “Il governo può forse (forse, ndr), sostenere la crescita reale ma non può fare quasi nulla sull’inflazione e oggi ci manca l’1% medio di inflazione”.

Ora dovete sapere che il pil nominale è quel numeretto che serve a stimare la sostenibilità del nostro debito pubblico e il denominatore dei vari debiti/pil coi quali ci affliggono e perciò l’inflazione bassa….. Oh, ma qui stiamo scivolando rischiosamente sul palloso, quindi emigro e vi porto altrove con me. Dove? A Chicago.

Non a caso laggiù prospera il CME, che sta per Chicago mercantile exchange che è il Mercatone di varie cose, fra i quali i derivati. Un ricettacolo di amanti del rischio col grilletto facile. Ebbene, le autorità americane, che poi sono le stesse che insieme con altre stigmatizzano i rischi che arrivano da Bitcoin, hanno autorizzato la borsa di Chicago a contrattare future sui Bitcoin dal prossimo 18 dicembre. Giusto in tempo per le feste.

That’s all folks.

Buon week end

Cartolina: Little (debt) Italy


Il debito pubblico totale degli Stati Uniti, nota la Fed, è ormai stabilmente sopra il 100 per cento del pil dalla fine del 2012, dopo una lunga corsa in salita iniziata col nuovo secolo, quando i guasti della cosiddetta new economy, lo condussero dal 54 al 60 per cento in un paio d’anni. Fu un’anteprima del grande spettacolo andato in scena dal 2007 in poi, quando la consapevolezza di dover salvare da se stesso il sistema finanziario Usa, e quindi quello globale, condusse il governo a non risparmiarsi, e quindi non risparmiare. Sicché dal sonnacchioso 65 per cento di fine 2007 si arrivò all’80 per cento di fine 2009 e da lì, gradino dopo gradino ben oltre il tetto del 100 per cento del pil, che noi italiani frequentiamo da un ventennio abbondante. Eravamo più o meno da quelle parti prima del 2008. Ma mentre gli Usa arrivavano, noi stavamo già ritornando da dove venivamo: lassù e sempre più in alto, ormai a circa il 130 per cento del pil, prosciugando il nostro avanzo primario per servire le nostre mille prebende. La Little Italy (dal grande debito) fa tendenza negli Usa, tuttavia. E d’altronde è sempre stato così.