L’inflazione è il motore della Grande Redistribuzione


Per capire meglio le conseguenze non intenzionali dell’impennata inflazionistica in corso, basta scorrere un agile articolo pubblicato dalla Fed di S. Louis qualche tempo fa, che pur essendo dedicato all’economia statunitense dice molto anche di quello che sta succedendo nelle altre.

Si tratta di osservazioni ovvie, per chi mastichi di cose economiche, ma che vale la pena ricordare perché confermano che l’inflazione sta semplicemente proseguendo una tendenza osservabile da almeno un ventennio, che pur procedendo per vie diverse da quella odierna, ha svolto gli stessi effetti: il trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori.

L’inflazione, infatti, non si limita ad erodere il potere d’acquisto, diminuendo il valore reale di salari, pensioni e rendite, ma rende sempre più conveniente indebitarsi, specie se le aspettative si disancorano dai target delle banche centrali.

La furiosa reazione di queste ultime, con la Bce a replicare sostanzialmente il notevole irrigidimento mostrato dalla Fed, serve proprio ad evitare questo rischio, che mai come in questi mesi è sembrato concreto. Sembra appartenere a un’altra era il pensiero che i prezzi fossero congelati al ribasso, come è stato fino a prima della pandemia.

La perdita di potere d’acquisto, inoltre, non si limita all’erosione dei redditi, ma riguarda direttamente i patrimoni. Quindi gli asset finanziari – a cominciare dal conto corrente – che insieme a quelli reali compongono la ricchezza delle famiglie. Questi asset, che sono crediti dei titolari, corrispondono ad altrettanti debiti da parte di chi è obbligato a restituirli – le banche, nel caso del conto corrente – e perciò il protrarsi del movimento inflazionistico favorisce i debitori a danno dei creditori.

Per farsi un’idea di quanto pesi la “tassa” inflazione sui conti correnti, è sufficiente confrontare gli attuali tassi di inflazione con i rendimenti

Se si confronta il potere d’acquisto perduto dai depositanti con il pil del paese, scopriamo che in alcuni posti, come il Giappone, dove i depositi bancari sono 1,6 volte il valore del pil, i correntisti hanno perso il 2 per cento del loro potere d’acquisto, visto che laggiù l’inflazione è assai più bassa che nel resto del mondo. In Italia invece le perdite di potere d’acquisto per i correntisti, malgrado i depositi complessivi corrispondano a 0,8 volte il pil, la perdita ha superato il 4 per cento. In Spagna è andata ancora peggio: l’erosione del potere d’acquisto dei depositi ha superato il 10 per cento del pil.

Lo stesso ragionamento si può estendere al valore di un’obbligazione o del risparmio previdenziale.

Ovviamente alla perdita di potere d’acquisto sui depositi, quindi dei crediti, ha corrisposto un guadagno sul lato dei debiti. Le famiglie, come le imprese, sono insieme creditrici e debitrici quindi il saldo dovrebbe farsi considerando l’intera situazione patrimoniale dei soggetti economici considerati. Se poi consideriamo il debito pubblico, che viene sostenuto con le tasse, una diminuzione del valore dei bond pubblici potrebbe generare persino benefici per i contribuenti, se lo stato adotta una politica fiscale prudente. Circostanza assai poco probabile, quando si sviluppa inflazione, visto che gli stati tendono a coprire le perdite di potere d’acquisto dei cittadini con la spesa pubblica.

Il punto rimane. Dopo un decennio a tassi negativi, che implicavano rendimenti pressoché assenti per gli asset più sicuri, adesso l’inflazione provoca un aumento dei tassi, che però non compensa quello dei prezzi. I rendimenti reali, quindi rimangono negativi. Per la gioia dei debitori.

Reglobalisation: winter is coming


La nuova stagione del nostro blog, l’undicesima, comincia coi peggiori auspici e lascia davvero poco spazio all’ottimismo. Inutile riepilogare qui quello che sappiamo tutti: la pandemia, la guerra in Ucraina e adesso la crisi energetica riportano l’Europa nei suoi tempi bui che stavamo attraversando quando abbiamo iniziato a scrivere questo blog. Era la fine del 2012 e stavamo districandoci in una difficile crisi che aveva colpito la moneta unica, mettendo a dura prova le economie più fragili. A cominciare dalla nostra.

Oggi il contesto è ancora più complicato. La crisi dell’euro del 2010-11 era conseguenza di quella subprime. Parliamo quindi di una crisi finanziaria che impattava sull’economia reale. Oggi invece abbiamo una crisi dell’economia reale – e sorvoliamo su quella geopolitica -, determinata dal caro energia, che sta impattando sul sistema finanziario, come stanno dimostrando i vari interventi di salvataggio preventivo dei governi di mezza europa per le aziende energetiche nazionali, schiacciate da un repentino e profondo aumento dei margini per i loro contratti quotati sulle forniture energetiche.

Si parla di soldi, quindi. Molti soldi. E se non bastasse questo, la capienza fiscale viene limitata dalle crescenti ristrettezze delle politiche monetarie che le banche centrali, americana ed europea in testa, stanno praticando senza troppi riguardi per le conseguenze strutturali, avendo come target l’inflazione, che alla crisi energetica si abbevera generosamente. Piove sempre sul bagnato, com’è noto.

A far la differenza stavolta non sono tanto le conseguenza nefaste, ma il livello dello scontro. Stavolta non è una turbolenza che genera il panico, ma un conflitto geografico e politico. Noi, mandatari più o meno consapevoli della potenza laterale atlantica, e loro, i russi. Che ci tagliano il gas perché ci sanno fragili, paurosi, attaccati al nostro benessere e incapaci di rinunciarvi. Una scelta che prelude a chiari cambiamenti nelle linee della globalizzazione che difficilmente tornerà ad essere come prima, ma si configurerà seguendo nuove linee di penetrazione. A questa osservazione – che abbiamo chiamato Reglobalisation – è dedicata questa stagione del blog.

Ma prima ancora dobbiamo fissare il nostro punto di partenza. Un punto zero. Se a qualcuno fosse sfuggita, segnalo la dichiarazione di qualche giorno alla Tass del ministro russo dell’energia Nikolay Shulginov nella quale, osservando che fino al 2027 sarà molto difficile per l’Europa rendersi indipendente dal gas russo, concludeva con una pregevole considerazione che mostra l’opinione che i russi hanno di noi: “Penso che il prossimo inverno dimostrerà agli europei quanto sia reale o meno la loro fiducia nella possibilità di rifiutare il gas russo. Farlo porterà all’arresto della loro industria e della loro produzione di energia elettrica tramite gas. Sarà una vita totalmente nuova per gli europei: assolutamente insostenibile per loro”.

Non so voi, ma in questa dichiarazione io leggo la convinzione che siamo una popolazione debole, divisa, incapace di sacrifici e pronti a piegare la testa al primo tiranno che ci fa patire il freddo e magari anche la fame. Talmente attaccata ai nostri robusti patrimoni che neanche contempliamo la possibilità di usarli per qualcosa di più elevato delle nostre bassezze.

Siamo così? I russi chiaramente lo pensano. Per fortuna non conta quello che pensano loro. Conta quello che pensiamo noi. E, soprattutto, quello che facciamo.

Winter is coming, recitava una celebre serie tv di qualche anno fa. Nessuna espressione illustra meglio quello che ci aspetta. Speriamo di essere all’altezza. Diciamo che dobbiamo esserlo.

Buona fortuna a tutti.

Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: Reglobalisation


Il Reboot, al quale è stato dedicata la stagione del nostro blog che si conclude oggi, c’è stato e prometteva anche benino fino a quando la guerra ucraina ha reso chiaro ciò che non si poteva dire: ossia che galleggiavamo sopra a un mare instabile di liquidità incendiaria che ha finito col prendere fuoco. L’incendio, appiccato dal rincaro dell’energia, si esteso a tutta la filiera dei prezzi riportandoci a un tempo nel quale molti di noi erano bambini o neanche erano nati: l’età dell’inflazione.

Il Reboot, insomma, c’è stato, ma ha finito col consegnarci uno scenario che minaccia di trasformare la ripartenza in un palude fatta di bassa crescita, o addirittura decrescita – è di questi giorni la notizia della prima recessione tecnica degli Usa – e inflazione.

Sulle ragioni di quest’esito sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro e altri se ne verseranno, specie adesso che andiamo incontro a una campagna elettorale che, come ormai di consueto, si connota come l’ennesima lotta del bene contro il male. E ognuno scelga quale sia l’uno e l’altro. Un contesto che è inflazionario per definizione, se per inflazione si intende non solo il fenomeno monetario, ma un certo atteggiamento nei confronti del futuro.

La guerra ucraina, alla quale si aggiungono le recenti tensioni fra Cina e Usa osservate su Taiwan, ha fatto tornare attuale anche certi ragionamenti sul futuro della globalizzazione, che oscillano fra i vaneggiamenti – tipici di quelli che pensano che la globalizzazione si possa fermare – o le scorciatoie vagamente furbette di chi promette una globalizzazione solo fra “amici”, ossia paesi in qualche modo conformi dal punto di vista valoriale. Che sarebbe possibile se la geografia economica non cospirasse contro certe pretese.

Il paese autoritario che ieri era un fornitore di energia affidabile proprio di recente si è dimostrato tutt’altro, e non si capisce perché dovrebbe essere diverso per altri. Il fatto, puro e semplice, è che è difficile fare affari con chi non dà importanza alla vita delle persone per chi invece mette il rispetto della vita dei cittadini al centro della propria azione politica. E’ difficile se hai un’opinione pubblica alla quale dover dare conto. Ma in fondo finora gli affari con i “cattivi” li abbiamo fatti comunque e anche domani continueremo a farli. Il progetto di una globalizzazione fra amici odora vagamente di ipocrisia.

Ciò non vuol dire che non ci saranno sommovimenti. La nuova stagione del blog, perciò, si incaricherà di osservare questi tentativi di ridefinire gli equilibri della globalizzazione, con la consapevolezza che qualcosa si è rotto definitivamente, col conflitto ucraino, e che questa polarizzazione dovrà necessariamente condurre a una forma rinnovata di ordine internazionale.

La Russia, con la sua guerra incomprensibile, si è definitivamente messa fuori dall’Europa, che vuol dire fuori dal mondo Occidentale, seguendo la sua chiara vocazione asiatica, peraltro avendo una lunga consuetudine in tal senso alle spalle. Oggi Mosca si siede ai tavoli con l’Iran e la Turchia, che fa quello che le riesce meglio: tenere il piede in due staffe sfruttando il suo essere una delle porte d’ingresso dell’Europa in Asia e un membro della Nato.

E questo ci riporta al problema europeo, del quale si osserva il livello crescente di complessità al quale contribuiscono in maniera determinante alcune scelte miopi del passato. L’Europa, assecondando il suo desiderio di espansione, ha puntato sul concetto novecentesco di prossimità geografica anziché su quello contemporaneo della prossimità culturale, e così incorporando paesi – l’Ungheria è solo uno degli esempi – che subiscono la seduzione asiatica verso la tirannide assai più di quella occidentale verso la società aperta.

E’ stato, col senno di poi, un errore di prospettiva che sconta l’età avanzata delle nostre élite, che guardano al planisfero fisico invece che allo spazio dell’immaginazione. Oggi, piuttosto che inseguire vaghe prospettive di autonomia strategica l’Europa dovrebbe chiedersi come costruire un’alleanza più profonda con chi condivide i propri valori, pure se si trova dall’altra parte degli oceani. Questo è molto più “europeo” che continuare a “ingurgitare” territori che di europeo, quanto a spirito e vocazioni, hanno ben poco e che manifestano le proprie pulsioni profonde ogni volta che si sviluppa una crisi, rendendo la risposta europea inevitabilmente debole.

Perciò: reglobalisation. Ossia l’osservazione di nuovi percorsi, speriamo migliori e più fantasiosi di quelli che abbiamo osservato finora, pure se le prospettive non incoraggiano all’ottimismo. Anzi, proprio per questo.

Buone vacanze a chi le fa.

Ci rivediamo a settembre.

Cartolina. (s)Fondi pensione


E’ ovvio che quando i mercati vanno male i fondi pensione vanno peggio del Tfr. Lo diciamo per evitare l’accusa di voler maramaldeggiare contro uno strumento che piace a tanti, ma non convince tutti. E non tanto perché diffidino dei mercati finanziari, che notoriamente sono brutti e cattivi finché non ci danno ragione. Ma perché c’è una notevole differenza fra la previdenza e un investimento finanziario. Quest’ultimo ha un orizzonte di tempo variabile, anche breve. La previdenza no: bisogna posizionarsi in un’ottica di lungo periodo. Anzi lunghissimo, vista l’aria che tira sulle pensioni. Perciò non guardate la colonna a sinistra della tabella, ma la prima a destra, che riepiloga i rendimenti dei fondi con quelli del Tfr nell’arco di dieci anni e mezzo. Poi fatevi due conti, ricordando sempre la legge aurea della finanza, che associa rischio e rendimento. Per gli investimenti. Per la previdenza no.

Doccia gelata sul mattone italiano


La primavera del mattone italiano, con compravendite in aumento e prezzi in ripresa, rischia di sfiorire molto rapidamente in un anticipo d’autunno ora che la Bce sembra aver intrapreso con decisione un percorso di normalizzazione dei tassi di interesse.

Primavera freddina tra l’altro, visto che il mercato nostrano non ha mai raggiunto i livelli esuberanti osservati nel resto dell’eurozona, come nota l’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia.

Ancora nel primo trimestre 2022, prima quindi che arrivassero i segnali di restrizione monetaria, le compravendite erano cresciute dello 0,9 per cento, proseguendo la tendenza espansiva inziata nella metà del 2020. I prezzi hanno osservato una crescita del 4,6 per cento, in termini tendenziali, in aumento rispetto al 4 per cento del trimestre precedente, con corsi in crescita sia per il nuovo che per l’usato. Un rialzo ben al di sotto – circa dieci punti – rispetto a quello osservato in Europa, ma comunque ragguardevole, visto che proveniamo da un lungo periodo di prezzi stagnanti.

Adesso le prospettive sembrano meno rosee. Già per il secondo trimestre gli agenti che hanno partecipato al sondaggio congiunturale di Bankitalia sul settore immobiliare erano meno ottimisti. Vuoi per i rincari osservati nel mattone, che iniziano ad essere giudicati eccessivi, vuoi per la crisi indotta dalla guerra, la domanda inizia a freddarsi e adesso, con la politica monetaria divenuta guardinga, i tassi dei mutui sono destinati a crescere e con essi il costo per l’acquisto di una abitazione. E’ stato bello finché è durato, si potrebbe dire. Ma forse neanche così bello.

L’India supera la Cina nei pagamenti digitali retail


Distratti come siamo dal flusso turbinoso degli eventi di casa nostra e del nostro condominio, ci accorgiamo appena delle innovazioni che silenziosamente procedono altrove, e specificamente in quelle ampie comunità che chiamiamo paesi emergenti e che di sicuro lo sono, nel senso che contano miliardi di persone che con grande fatica e molta creatività stanno faticosamente emergendo dagli abissi della povertà.

Fra queste immense comunità si segnala l’India, che forse più della Cina, esperimento autocratico chissà quanto riuscito, merita di essere osservata nel suo percorso per la ricerca e la costruzione della prosperità. Pratica che, purtroppo, si osserva poco. Perciò ho letto con notevole interesse un’analisi prodotta dalla Banca di Francia che racconta della straordinaria epopea vissuta in questi ultimi anni dai pagamenti digitali retail in questo paese, che ha superato anche la Cina nell’indifferenza generale.

Se pensate che sia un tema esotico, ricordate che l’India ospita una enorme quota di persone non “bancate”, ossia prive dei tradizioni mezzi di pagamento. Perciò osservare lo sviluppo a dir poco frizzante di questi strumenti di pagamento alternativi, che inseriscono nel circuito dei pagamenti chissà quanti milioni di persone, è sicuramente un ottimo modo per farsi un’idea di quello che sta accadendo laggiù.

Il grafico sopra non ha bisogno di molti commenti. Nello spazio di pochi anni, ossia da quando è stata attivata la Unified Payments Interface (UPI), un sistema di pagamento in tempo reale, il numero delle transazioni è arrivato a sei miliardi, a maggio 2022, con un flusso di pagamenti giornalieri che nello stesso mese quotava circa 200 milioni di dollari al giorno. Su base annua, il valore di queste transazioni, riferito al 2021, è arrivato a 940 miliardi di dollari, che equivalgono al 31 per cento del pil indiano. I capofila di queste transazioni sono la banca centrale, Reserve Bank of India (RBI) e il National Payments Corporation on India (NPCI) che reggono l’infrastruttura, grazie anche al supporto operativo delle banche commerciali e del vasto ecosistema fintech nato in India.

Il risultato è che oggi l’India è al primo posto per transazioni digitali. Sempre nel 2021, questo tipo di pagamenti pesavano circa il 40 per cento del totale, ben oltre la Cina. L’evoluzione è stata favorita anche dalla diffusione degli smartphone: dal 2011 al 2020 la percentuale della popolazione in possesso di questi strumenti è più che decuplicato, passando dal 4,7 al 54,2%. Non solo. Anche il varo di un sistema di identità digitale su base biometrica – il sistema Aadhaar – e la demonetizzazione delle banconte di grosso taglio da 500 e 1.000 rupie decisa nel 2016, hanno finito con l’incentivare l’utilizzo di questa tecnologia.

Sempre nel 2016, inoltre, fu attivata la UPI, un sistema di pagamento utilizzabile col telefono che da quest’anno non richiede più un conto corrente per essere utilizzabile: basta un semplice cellulare anche non connesso a internet. Quindi è facile prevedere che l’utilizzo della piattaforma sarà ancora più intenso.

Il fatto che in India sia possibile fare pagamenti digitali senza avere un conto corrente e qui da noi ancora no, dovrebbe farci riflettere su chi sia davvero il paese emergente. Almeno se l’orizzonte di riferimento è il futuro.

La diseguaglianza del capitale umano


I nostri eroici combattenti, impegnati sul fronte della guerra alla diseguaglianza, dovranno hanno un’altra gatta da pelare, come ci ricorda un bel post della Fed di s.Louis. Già. Perché la diseguaglianza non si esaurisce nella contabilità che alcuni voyer di successo riducono a una questione di redditi e patrimonio – e già non tutti conoscono la differenza – ma incorpora tali e tante variabili delle quali, a pensarci bene, redditi e patrimonio sono solo una risultante. La diseguaglianza, si potrebbe dire, non è determinata dalle notevoli differenze osservati nella distribuzione di redditi e patrimoni, ma la precede. E’ proprio la diseguaglianza a genere tali differenze.

E la diseguaglianza è composta di molte cose che i nostri voyer tendono a trascurare. La Fed ne ricorda una che viene chiamata “capitale umano”. Espressione economicistica, quindi notoriamente triste per non dire infelice, che però vuole rappresentare quell’insieme di qualità che compongono la capacità di una persone di creare ricchezza. L’istruzione, ad esempio, o magari il talento. Le relazioni, ovviamente. E tanto altro.

Si tratta di qualità difficilmente producibili, e ancor meno riproducibili. Tolta l’istruzione che teoricamente si può fornire a tutti e quindi migliorare, il resto è questione di buona sorte. Il talento uno ce l’ha o non ce l’ha. Quanto alle relazioni, chi nasce figlio di principe è sicuramente più facilitato di un figlio di ciabattino, anche se per fortuna la nostra società democratica ha messo ognuno di noi nella condizione di poter migliorare le proprie opportunità. Ma certo i natali illustri aiutano.

Rimane il fatto. “Il capitale umano è una delle più importanti fonti di ricchezza per le persone nella parte alta della distribuzione della ricchezza, perché conoscenza, istruzione e capacità determinano tipicamente il reddito di una persone”. Il grafico sotto illustra questo concetto.

Notate il “tipicamente”. Perché, come dicevo prima, anche altre qualità aiutano. E il contesto nel quale una persona si trova ad operare fa il resto. Chi vive in una società estrattiva, ossia a vocazione tirannica, può essere bravissimo e pieno di talento, ma se non bacia la pantofola del principe non diventerà più ricco per questo. E anche all’interno della società cosiddette democratiche ci sono molte differenze.

Che fare quindi? I famosi voyer di reddito e patrimoni si accontenteranno di illustrare le sperequazioni, ma chi governa, e volesse far qualcosa per diminuire queste differenze non ha molta scelta. Poiché non si possono tassare il talento e le amicizie, si possono solo aumentare le tasse su reddito e patrimoni. E in effetti già succede. Ci sono profonde differenze fra le diseguaglianza di reddito prima delle tasse e dopo. Ma questa circostanza tende ad essere trascurata. Specie da chi chiede più tasse.

Cartolina. Heavy metal


Sta a vedere che avevano ragione i metallari degli anni ’80, che si (ci) stordivano col chiasso dei loro amplificatori per ricordarci l’importanza del metallo. Perché non appena ci saremo ripresi dalla crisi del petrolio – ci lavoriamo da cinquant’anni abbiate pazienza – e avremo superato quella del gas, per la quale stiamo facendo le prove generali, arriverà la crisi dei metalli, già osservabile ma non ancora conclamata. Giusto il tempo di farvi comprare l’auto elettrica, dopo aver dismesso quella a gas. E poi vedremo il litio, il nickel e chissà cos’altro arrivare alle stelle. Heavy metal. But metal.

Cartolina. C’ero medio


Nel centro c’è la virtù, dicevano gli antichi. E la virtù è sicuramente una bella cosa, ma notoriamente non paga. O, quantomeno, paga poco, almeno ai tempi nostri. La centralità nella distribuzione statistica della ricchezza sembra sia diventata una colpa. O quantomeno una disgrazia. Non sei povero, ma neanche ricco. Perciò stai antipatico ai poveri, perché hai più di loro, e pure ai ricchi, perché non lo sei abbastanza. Il governo fa il resto. E i risultati si vedono. Negli ultimi cinque anni ricchi e poveri hanno visto crescere la loro ricchezza netta, i primi ovviamente assai più dei secondi, mentre chi sta in mezzo no. Anzi, per i “mediani” è persino diminuita. Piano piano il vecchio ceto medio si assottiglia. E così si consuma il cuscinetto che ammortizza gli sfridi fra gli estremi della distribuzione. Che prima c’era. Domani chissà.

Avete voluto più domanda aggregata? Tenetevela


Qualche giorno fa mi è arrivata dagli Stati Uniti una simpatica fotografia che ritraeva in primo piano una pompa di gasolio, dove accanto al prezzo, che sfiorava i sei dollari al gallone, qualche buontempone aveva attaccato l’adesivo di un arzillo Joe Biden, con l’indice puntato sul prezzo mentre esclama “I did it”.

Mi hanno spiegato poi che negli Usa ci sono un sacco di questi buontemponi, che hanno investito un po’ di dollari – e con questi prezzi neanche così pochi – per farsi stampare questi adesivi che attaccano sulle pompe ogni volta che fanno rifornimento. Una delle tante dimostrazioni del genio americano che dovrebbe insegnarci qualcosa. Almeno a ridere delle nostre disgrazie.

Invece niente. Qui da noi si sentono urla disperate perché il carburante ha superato in alcuni momenti i due euro al litro. Ricordo a tutti noi che prima della guerra russa in Ucraina, il diesel quotava circa 1,60 al litro e la benzina circa 1,72. Se non ci fossero i trenta centesimi di sconto fiscale per la benzina e gasolio, alle quotazioni di adesso, arriveremmo intorno ai 2,30 euro a litro per l’una e per l’altro, quindi con un aumento di 70 centesimi per il gasolio, quindi più o meno il 40 per cento, e di una sessantina per la benzina, ossia il 35%. Ma siccome abbiamo ancora lo sconto fiscale, l’aumento reale è stato circa della metà. Detto in soldoni, il costo dei carburanti da noi è aumentato più o meno del 25 per cento. Ancor meno se teniamo conto degli ultimi ribassi. Guardate adesso cosa è successo negli Usa.

Ho preso in esame il costo del diesel, ma quello della benzina non è così diverso. Notate che fra il 2020 e il 2021 il costo del gallone oscillava fra i due e i tre dollari. Adesso, ed è pure diminuito, sta oltre i cinque. In sostanza è raddoppiato. Se fosse successo qui da noi, altro che adesivi.

E tuttavia la trovata del nostro misterioso buontempone mi è tornata in mente leggendo l’ultimo rapporto che il Fmi ha sottoposto all’attenzione del G20 dove, fra i tanti e ormai consueti allarmi, leggo una frase molto chiara circa le responsabilità di questa ondata inflazionistica, che si sta diffondendo più velocemente del Covid: “L’inflazione globale ha continuato a salire. I driver chiave rimangono la persistente interruzione delle catene di fornitura, la continua forte domanda aggregata e un sostenuto incremento dei prezzi del cibo e dell’energia”.

Ed ecco qua il punto. Il povero Biden poteva fare ben poco per le catene di forniture. In compenso ha fatto molto, e Trump ha fatto altrettanto prima di lui, per la domanda aggregata. E mica solo Biden. L’Occidente ha reagito alla pandemia aumentando la domanda aggregata, in miriadi di modi. Forse non poteva fare diversamente. Ma sembra che non facciamo altro da decenni. C’è un problema? Aumentiamo la domanda aggregata. L’offerta seguirà. E invece no. Non questa volta.

Sicché il nostro misterioso buontempone, che magari è lo stesso che ha usato gli stimoli elargiti dal buon Biden per comprarsi l’auto usata – quelle nuove non si trovavano – contribuendo non poco a far salire l’indice dei prezzi, oggi attacca adesivi, dovendo fare i conti con un’inflazione che ha mille ragioni e un solo esito: la distruzione del suo reddito. Almeno se è fisso. Se invece non lo è, potrà aggiustarlo ritoccando i listini, come ha fatto di recente Amazon col suo abbonamento Prime rincarato del 30 per cento, o nei mille modi in cui si industriano gli agenti economici quando l’indice dei prezzi impazzisce. Ma aggiustare non significa migliorare.

E il governo? Poiché non può aumentare l’offerta, né controlla i prezzi energetici, o almeno non completamente, farà l’unica cosa che gli riesce meglio: aumentare la domanda aggregata. Già il popolo lo chiede. E l’inflazione? Pazienza, se la vedrà la Banca centrale. E in ogni caso, l’avete voluta la domanda? Tenetevela.