Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi


Quando vi dicono, perciò, che basta cancellare i debiti del governo dal bilancio della banca centrale per liberarsene vi stanno dicendo che puntano sull’insolvenza della banca per generare una crisi di fiducia sulla valuta nella quale questi debiti sono denominati e preludere a una riforma monetaria.

Poiché certe affermazioni sono state fatte avendo in mente il bilancio della Bce, a meno di non pensare che chi le ha fatte non avesse la minima idea di quel che diceva, cosa assai plausibile ai giorni nostri, bisogna dedurne che il piano fosse quello di mettere in crisi la Bce per far naufragare l’unione monetaria, avendoci persino guadagnato un bel taglio di debiti, e così arrivare a una riforma monetaria ovviamente con un nuovo conio. Una bella favoletta.

Ma aldilà delle favolette, che rimangono nella testa di chi le racconta e di chi ci crede, bisogna capire che ci sono modi assai meno traumatici di cancellare i debiti, dei quali esistono diverse testimonianze storiche. Il più collaudato dei quali è senza dubbio l’inflazione.

L’inflazione distruggendo il valore della moneta, distrugge al tempo stesso il valore reale dei debiti che in quella moneta sono denominati. I governi lo sanno bene e la storia lo testimonia.

Perciò, prima di chiederci quanto sia fondata analiticamente la possibilità di ricorrere intenzionalmente (e in maniera alquanto spregiudicata) all’inflazione per abbattere i debiti, vale la pena concedersi un breve excursus storico ricordando l’ultima grave ondata inflazionistica che si abbatté sul nostro paese nel secondo dopoguerra. Argomento dibattutissimo sui quali sono stati versati i canonici fiumi di inchiostro.

Qui ci limitiamo a ricordare due testimonianze, quella di Guido Carli, affidata al suo memoriale “Cinquant’anni di vita italiana”, pubblicato da Laterza, e poi quella di Luigi Einaudi, che fu governatore della Banca d’Italia in quel 1946 quando la fiammata inflazionistica si manifestò in tutta la sua virulenza.

Dice Carli, dopo aver ricordato che “nella primavera del ’46 stava muovendo i primi passi quell’ondata inflazionistica che avrebbe bruciato in nove mesi quasi metà del valore della lira”: “La convinzione che Menichella (Donato Menichella, Dg di Bankitalia nel 1946 e successivamente governatore, ndr) aveva maturato è che Einaudi, prima dell’agosto del 1947, avesse lasciato deliberatamente correre il credito bancario, che andava a finanziare accaparramenti di merci, importazioni di beni di consumo e, ovviamente, aumento di prezzi. Contemporaneamente, Einaudi consentì che il Tesoro utilizzasse a piene mani lo strumento della monetizzazione del disavanzo, giustificata pubblicamente nelle Considerazioni finali del maggio 1947, nella quali fece il gioco delle domande retoriche, “avrebbe potuto il Governatore…?”. Einaudi favorì la galoppata dell’inflazione, perché era impossibile attuare una politica di spesa pubblica (non vi erano i fondi di Tesoreria) e perché egli non condivideva politiche keynesiane. Un’ondata di liquidità sospinse una ripresa economica, inflazionistica, e forse contribuì ad evitare la rivoluzione armata comunista. Einaudi sapeva di giocare col fuoco. Attuò quella politica per pochi mesi (..). L’inflazione fu lo strumento per far accendere gli spiriti vitali dell’economia (..). Questa situazione di caos primigenio consentì di polverizzare l’indebitamento che lo stato italiano si portava dietro. Poi all’improvviso Einaudi promosse un’azione di segno opposto, con strumenti distribuiti a tutti i livelli normativi (..). La fiammata inflazionistica si spense in pochi mesi, manifestando così la sua origine strettamente monetaria. Einaudi aveva fatto sfogare l’inflazione repressa per poi stroncarla con uno strumento di controllo quantitativo della moneta che avrebbe dovuto tenerla a bada per sempre”.

Alcune osservazioni e una precisazione. Le Considerazioni finali citate da Carli non sono del 1947 – quelle furono tenute da Menichella, visto che Einaudi era già stato nominato ministro del IV governo De Gasperi, pur conservando il ruolo di governatore di Bankitalia fino all’11 maggio del 1948. Le “domande retoriche” di cui parla Carli sono contenute nelle Considerazioni del 1946, le ultime tenute da Einaudi, che ancora oggi sono un documento storico di notevole interesse. Chiunque abbia dimestichezza con gli scritti di Einaudi, riconoscerà il piglio e la visione dell’economista piemontese.

La narrazione che fa Carli del fenomeno inflazionistico pilotato dalla banca centrale per favorire la riattivazione degli “animal spirits” e insieme la distruzione del debito, per quanto suggestiva lascia diversi punti interrogativi. Così come anche attribuire ad Einaudi non solo la capacità di creare inflazione, ma poi di domarla con atti legislativi di vario livello. Einaudi non avrebbe potuto fare questi atti legislativi nel 1946 perché non era al governo. Al governo arriverà solo nel maggio del 1947. Quindi non avrebbe potuto prima fare quello che fece dopo, e che ci racconta sommariamente questa cronologia pubblicata da Bankitalia.

Per farla semplice, fu nell’estate del ’47 che si mise mano al meccanismo della riserva obbligatoria, imponendo quindi limiti all’espansione creditizia. Già questo bastò a raffreddare l’inflazione. Quindi si agì sul versante fiscale imponendo limiti al finanziamento monetario dello stato che, nel maggio del ’48, fu limitato al 15% delle spese previste nel bilancio dello stato. Tutto ciò mentre si inseriva l’Italia nella comunità internazionale. Il famoso “vincolo esterno” tanto auspicato dallo stesso Carli.

La rappresentazione che fa Einaudi delle ragioni dell’inflazione del ’46 è molto diversa da quella che ne fa Carli. Non una deliberata volontà dell’istituto di emissione, ma il dover farsi carico, la Banca, di una serie di obblighi legati alle politiche economiche seguite dal governo in quel periodo, prime fra tutti il prezzo politico del pane, che portava con se il finanziamento delle scorte di materie prime (gli “ammassi”, nel linguaggio del tempo). Proprio il dover garantire prezzi politici, invece che economici, insieme ovviamente agli altri obblighi monetari imposti per legge alla banca (finanziamento del deficit del Tesoro, dell’ufficio cambi, degli obblighi con gli alleati), avrebbe condotto al notevole aumento della circolazione e quindi all’aumento dei prezzi.

Non a caso Einaudi traccia in chiusura di intervento il parallelo con un’altro grande periodo di difficoltà, di deficit del Tesoro e di inflazione: quello del primo dopoguerra. Il debito del Tesoro del 1919 era ingente quanto quello del 1946. E in entrambi i casi l’inflazione giocò a favore del governo e a sfavore dei creditori, compresi quelli che avevano riserve previdenziali. Visto che anche oggi non scherziamo, quanto a debiti, cosa impedisce che possa succedere di nuovo?

Per rispondere dobbiamo andare un po’ più a fondo.

(4/segue)

Puntata precedente: Cosa succede se la banca centrale cancella i debiti del governo?

Ultima puntata: L’inflazione mancante e la cancellazione dei debiti

  1. Gior

    Gli eventi del dopoguerra nascono nel contesto del dopo la guerra, appunto, potendo beneficiare delle deprecabili condizioni post-belliche e dei successivi boom produttivo, boom immobiliare, boom finanziario. Oggi ci troviamo nella situazione opposta, eccesso produttivo, saturazione immobiliare e enormi quantità’ di moneta disponibile che genera ondate speculative. Piccolo dettaglio, nel frattempo lo stato e’ stato spennato, ha ridotto drasticamente la presenza nell’economia e gli investimenti, e di conseguenza non puo’ incrementare la spesa a debito (a parte il coronaV). Il debito incombe e controlla ogni mossa. La redistribuzione salariale si e’ fermata. Al sud, il cameriere viene pagato 10 euro a giornata. Le restrizioni di bilancio imposte dall’Europa, che dovevano curare il debito, hanno determinato recrudescenza della malattia, assomigliando più’ ad una tortura che ad una panacea. Gli stessi capitalisti italiani si guardano bene dal lanciarsi in avventure economiche. Lo farebbero: con garanzie dello stato a copertura del proprio capitale. In vari paesi europei forti, gli stati sono ben presenti nell’economia e spendono avendo margini. Nella situazione italiana, fomentare finanziariamente investimenti produttivi senza sbocchi potrebbe generare sconquassi. Vista la condizione dell’economia reale, mi sembra impossibile che si generi inflazione, al di la’ di meccanismi finanziari gestiti dalle banche centrali.
    E’ cosi’? Tu cosa proponi?

    Approfitto per una seconda questione: come commenti il fatto che Il reddito medio dichiarato dagli italiani sia pari a 21600 euro e circa il 6% dei contribuenti dichiari più di 50mila euro? Forse hai gia’ commentato qui e me lo sono perso.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      io di proposte non ne ho, potrei dirle riecheggiando un vecchio motivetto. Al limite una suggestione, che riecheggia stavolta un vecchio slogan: ognuno faccia secondo le sue capacità, ognuno abbia secondo il suo merito.
      Sulle dichiarazioni dei redditi vale invece un antico detto: è la domanda che crea l’offerta.
      Grazie per il commento.

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