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Il “dividendo” arrivato dai tassi negativi


Vale la pena perciò tirare le somme, per provare a quantificare se il gioco dei tassi negativi, imposti dalla Bce sulle riserve bancarie fin dal 2014, valga la candela. Se, vale a dire, il guadagno economico quantomeno compensi il raffreddarsi della redditività bancaria e la sostanziale tosatura dei piccoli risparmiatori, che rischiano sempre più, come già accaduto alle imprese, di vedersi imporre tassi negativi sui conti correnti.

Per provare a rispondere a questa domanda la Bce osserva innanzitutto l’effetto dei tassi negativi sulla crescita dei prestiti bancari all’economia, che beneficiano del minor costo indotto dalla politica NIRP (dei tassi negativi, ndr) che diminuendo i costi di finanziamento per le banche aumenta la loro possibile di offrire credito.

Le stime calcolano questo aumento di prestiti alle imprese in un +0,4%, una cifra “conservativa”, secondo la Bce, “non solo perché i tassi sui depositi sono in effetti diminuiti di 0,6 punti, percentuali, ma anche perché essa prescinde dalla riduzione dei premi per il rischio e dei premi a termine”.

A questo canale “convenzionale” che spiega la crescita del credito collegandola alla riduzione dei tassi per le banche, se ne affiancano altri il cui guadagno complessivo, in termini di aumento dei prestiti alle imprese, viene quotato in un ulteriore +0,3%.

Complessivamente, quindi, “le evidenze empiriche indicano un impatto positivo (pari a circa 0,7 punti percentuali l’anno) della politica di tassi di interesse negativi sulla
crescita dei prestiti”. Tanto, poco? Ognuno avrà le sue opinioni.

Dal canto suo la Bce afferma con convinzione che, aldilà della crescita dei prestiti bancari, “i tassi negativi, unitamente alle altre misure di politica monetaria, hanno
contribuito all’espansione dell’area dell’euro sostenendo le aspettative di
inflazione”. Le stime parlano di una quantità di pil reale, dal 2014 alla fine del 2019, superiore di 2,5-3 punti per l’intera eurozona ottenuto grazie alla politica NIRP. Quanto al tasso di inflazione, “si stima che il contributo fornito dalla politica monetaria al
tasso d’inflazione dell’area dell’euro sia stato compreso in media tra un terzo e metà di
punto percentuale l’anno fino al 2019”.

Ricapitoliamo. La NIRP, nei quasi cinque anni di vigenza, ha prodotto – parliamo sempre di stime – una crescita dello 0,7% l’anno dei prestiti bancari, un pil superiore complessivamente di circa il 3% e un’inflazione circa mezzo punto più elevata di quello che sarebbe stato senza. E l’inflazione, ricordiamolo, è l’unico motivo per il quale la Bce ha potuto adottare questa politica.

Questa sorta di “dividendo” ottenuto grazie alla politica monetaria ha funzionato non soltanto tramite il canale bancario, ma anche attraverso quello del settore delle imprese non finanziarie. Alcune osservazioni, riferite al mercato tedesco, sottolineano ad esempio che le imprese più dotate di liquidità, a fronte di tassi decrescenti, hanno usato queste risorse per investire sulla propria attività assai più di quanto abbiano fatto le imprese poco liquide.

Da qui la conclusione che “lo stimolo trasmesso dalla politica dei tassi di interesse negativi all’economia in generale si è rivelato efficace: ha generato un allentamento delle condizioni di finanziamento contribuendo in ultima analisi alla stabilità dei prezzi.”. “In generale” e “in ultima analisi”: è qui che si annida la pudicizia dell’oste che mesce il vino.

I tassi negativi non danneggiano le banche. Per ora


La lunga ricognizione degli effetti dei tassi negativi imposti dalle Bce sin dal 2014 contenuto nell’ultimo bollettino della banca centrale, ci consente anche di fare un primo bilancio su una delle questioni maggiormente dibattute negli ultimi anni: l’impatto di questa politica sulla redditività degli istituti.

La conclusione alla quale arrivano gli economisti della Bce è vagamente controintuitiva, almeno in prima battuta: “Sebbene alcune banche siano maggiormente esposte a un contesto caratterizzato da bassi tassi di interesse, finora non vi sono evidenze di un
impatto complessivamente negativo della politica NIRP (tassi di interesse negativi, ndr) sulla redditività delle banche tra i vari modelli di business adottati dagli istituti”. A conforto di questa tesi la Bce ha elaborato alcuni dati, arrivando al grafico sotto.

Come si può osservare l’effetto negativo intuibile, ossia il calo dei margini di interesse generato dal ribassare dell’intera curva dei tassi, è stato compensato dagli effetti Istogramma giallo) che la NIRP ha avuto sugli accantonamenti – favorendo la loro diminuzione per le perdite su crediti – e il rendimento globale dell’attività. In sostanza si ipotizza che i tassi bassi, che pure hanno generato un costo sulle riserve in eccesso, abbiano al contempo migliorato il contesto nel quale la banca opera favorendo una crescita del volume della attività, che ha spinto il rendimento complessivo.

Al saldo delle varie componenti, risulta che “tale politica (i tassi negativi, ndr) abbia avuto finora un impatto trascurabile sulla redditività delle banche”.

Questa conclusione, tuttavia, sconta un difetto di parzialità che la stessa Bce sottolinea poco dopo. E’ stata raggiunta, infatti, sulla base dei rendiconti degli ultimi cinque anni che comprendono prestiti passati che incorporano tassi di interesse molto più alti di quelli più recenti. “È probabile che l’impatto negativo sui margini netti di interesse sarà più significativo se i tassi di interesse resteranno a livelli contenuti per un periodo di tempo più lungo”, sottolinea la Banca. Questo a fronte di benefici sempre minori per le altre componenti del conto economico.

A ciò si aggiunga che il prolungarsi di questa politica potrebbe spingere sempre più le banche – cosa finora che non sembra sia accaduta – ad assumere comportamenti rischiosi per difendere i propri margini. Insomma, la conclusione più corretta appare questa: la politica di tassi negativi, finora, non ha prodotto danni alle banche. Ma potrebbe produrli qualora fosse ancora prolungata nel tempo. E’ evidente che, visti i tempi che corrono, è proprio questo il problema.

 

Nel cuore della globalizzazione. Anatomia dei centri finanziari


Perché mai un paese a un certo punto decide di diventare un centro finanziario? E soprattutto perché mai non tutti i paesi decidono di diventarlo, visto che è sicuramente conveniente favorire gli arbitraggi fiscali per attirare capitali esteri?

Le risposte a queste domande non sono semplici, ma si può tentare di abbozzarne una osservando come i principali centri finanziari censiti dalla Bce risiedano in terra europea. Alcuni – la maggioranza – stanno dentro l’eurozona. E altri no. Dal che si può dedurre che la storia giochi un ruolo in questa vocazione.

E giova ricordare che i centri censiti dalla Bce non esauriscono certo l’ampia panoplia dei paradisi fiscali, come potremmo chiamare con meno timidezza, anche se con meno accuratezza, questi paesi che lucrano sulla naturale predisposizione dei operatori economici ad eludere le tasse. Perché, paradossalmente la fame fiscale degli stati spinge altri stati a lucrarci sopra.

Pur rimanendo nello spazio dell’osservazione della Bce, è altrettanto utile sapere che non tutti i centri finanziari fanno la stessa cosa. L’elusione fiscale si può perseguire sia sul lato delle merci, che su quello dei servizi. Per cui è molto diversa la composizione dei saldi correnti dell’Irlanda o dell’Olanda, che guadagnano sui beni, rispetto ad esempio al Lussemburgo che lucra sulla fornitura di servizi finanziari.

Ma il punto saliente è che questo favorire l’elusione fiscale delle multinazionali conduce questi centri finanziari a rendicontare flussi finanziari che in qualche modo risultano ingannevoli e questa “rappresentazione distorta degli squilibri aggregati di conto corrente potrebbe inviare segnali errati ai responsabili delle politiche”, come nota la Bce.

Sembra una questione di lana caprina, ma a pensarci bene non è affatto così. Essere attraversati da flussi ingenti di capitali esteri genera una rappresentazione dell’economia di una nazione che può risultare molto fuorviante – la Bce parla di una “sfida per la compilazione statistica e l’analisi economica” – e nel caso dell’eurozona questo problema è particolarmente grave, vista la rilevanza quantitativa delle operazioni delle multinazionali sul suo territorio.

Senza bisogno di farla troppo lunga, basta ricordare che il conto corrente della bilancia dei pagamenti registra i saldi commerciali dei beni e dei servizi e anche dei redditi, suddivisi in primari e secondari, e le operazioni delle multinazionali vanno ad impattare sulle prime tre voci di questo conto. Ad esempio, accordi di produzione transfrontaliera possono incidere sulla componente dei beni.

Basta giusto un esempio: quello delle produzioni a contratto. In questa tipologia di transazioni una multinazionale conserva la proprietà degli input di un determinato bene la cui produzione però viene effettuata in un altro paese. Di conseguenza questi input non vengono registrati come flussi commerciali nella bilancia dei pagamenti, al contrario di quanto accade invece per la vendita finale ai paesi terzi. La discrepanza fra economia reale e finanziaria è evidente. Altrettanto lo è osservare quanto impattino nelle contabilità nazionali le operazioni delle multinazionali quando si tratti di IDE, ossia investimenti diretti esteri.

“La decisione dell’investitore diretto di reinvestire gli utili (ossia mantenerli in una filiazione estera) – spiega la Bce – viene registrata due volte nella bilancia dei pagamenti con segno opposto: una volta come reddito da IDE e una volta come reinvestimento di pari entità nel conto finanziario”. Ciò significa che in pratica le multinazionali possono utilizzare le forme societarie, complicandole parecchio, per ottimizzare il loro onere fiscale “ad esempio concentrando gli utili reinvestiti in alcune giurisdizioni e organizzando strumenti di debito infragruppo”. Anche qui, una chiara divaricazione fra l’economia reale e quella finanziaria.

Anche se sommariamente, questi brevi esempi ci aiutano a farci un’idea su come il binomio centri finanziari/multinazionali concorra a rappresentazioni statistiche potenzialmente ingannevoli. In Irlanda, tanto per ricordare uno dei casi più discussi, l’istituto di statistica è dovuto intervenire pubblicando alcuni indicatori economici capaci di normalizzare i dati di pil e reddito nazionale lordo fortemente “inquinati” dalla forte presenza di capitale estero.

Se guardiamo all’insieme dell’eurozona, si osserva che i centri finanziari ospitati nell’area hanno in comune avanzi commerciali consistenti in parte controbilanciati da disavanzi sul lato dei redditi che spesso dipendono dalla “pratica di contabilizzare gli utili nei centri finanziari”. Quindi veniamo a sapere che “la pratica di trasferire il valore aggiunto nelle giurisdizioni a bassa imposizione fiscale dell’area dell’euro può anche gonfiare i loro avanzi commerciali, mentre produce l’effetto contrario nelle economie a imposizione fiscale più elevata”. Il che fa capire quanto poco cooperativo sia all’interno di una unione monetaria mantenere certe pratiche.

Anche i dati aggregati mostrano grandi differenze. A fine 2018 l’avanzo commerciale dei centri finanziari dell’EZ era pari al 13% del loro pil combinato a fronte della media del 3% delle altri economie dell’area. Con l’aggravante che “l’avanzo registrato dai centri finanziari si è triplicato nel corso dell’ultimo decennio, rispecchiando la crescita degli IDE nel conto finanziario della bilancia dei pagamenti”.

Questa sommaria ricognizione è sufficiente per arrivare ad alcune conclusioni. Alcuni paesi – i centri finanziari – devono molta parte dei loro attivi correnti alle multinazionali, che operano all’interno del loro territorio sfruttando le possibilità di arbitraggio fiscale offerte dalla normativa di questi stati. Ciò crea distorsioni che iniziano a livello informativo – le statistiche nazionali – e finiscono a livello economico, visto che è molto difficile capire dove inizi e dove finisca l’attività di un centro finanziario. Nell’eurozona queste problematiche sono particolarmente rilevanti, trattandosi di un’area a moneta comune. Ma il problema è globale. Si chiama globalizzazione per questa ragione.

(2/fine)

Puntata precedente: La globalizzazione che non va in crisi, quella finanziaria

 

Se Germania piange l’EZ non ride


Poiché l’economia rallenta, e le previsioni non sono incoraggianti, vale la pena scorrere un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino economico della Bce che prova a individuare le ragioni, interne ed esterne, del notevole calo della produzione industriale in Europa, che vede noi italiani nella parte alta della classifica dei paesi che hanno rallentato di più. Una volta tanto la Germania se l’è vista peggio di noi, con un calo della produzione superiore al 10% nel periodo considerato,a fronte del nostro 5,5%. Ma non c’è alcuna ragione di rallegrarsi, visto quanto e come l’economia tedesca è collegata alla nostra.

Il primo elemento da sottolineare è che “tali andamenti si sono verificati in un contesto caratterizzato da una contrazione del commercio mondiale”, come si può osservare dal grafico sotto che monitora gli ordinativi dall’estero indirizzati all’area euro nel confronto con l’andamento globale.

Le tensioni commerciali fra Usa e Cina, a quanto pare ci riguardano più che direttamente. E per testare questa ipotesi, ossia l’influenza dei fattori esterni sulla produzione nell’EZ, gli economisti della Bce hanno sviluppato un modello che usa come base dati le serie mensili della produzioni di Cina, Regno Unito, Eurozona e Usa, per un periodo dal gennaio 2007 a giugno 2019.

I risultati dell’analisi mostrano che “lo scorso anno il calo della crescita della produzione industriale nell’area dell’euro è stato determinato sia dalla maggiore debolezza della domanda estera di beni dell’area dell’euro che da shock interni avversi”. In particolare, nella prima metà del 2018 hanno pesato di più i fattori internazionali, mentre da luglio 2018 sono stati i fattori interni all’eurozona a incidere negativamente sull’andamento della produzione industriale che comunque “è stata influenzata dai recenti sviluppi negli Stati Uniti”, mentre “il contributo negativo della Cina è rimasto relativamente stabile dall’inizio del 2016”. “E’ possibile – aggiungono – che gli shock interni dell’area dell’euro riflettano l’andamento negativo del settore automobilistico tedesco”. Il grafico sotto scompone le cause dello shock produttivo subito dall’area.

In dettaglio, si osserva che i fattori legati all’interscambio mondiale “associati agli andamenti verificatisi in Cina, nel Regno Unito e negli Stati Uniti spiegano il 37 per cento del calo della crescita della produzione industriale nell’area dell’euro tra luglio 2018 e
giugno 2019, mentre i fattori interni contribuiscono per il 63 per cento, anche se
parte di questo effetto potrebbe riflettere fattori temporanei che hanno interessato il
settore automobilistico nella seconda metà del 2018”.

Di buono c’è che “la marcata debolezza dell’attività manifatturiera potrebbe riflettersi su alcune sotto-componenti dei servizi, ma nel complesso attualmente il terziario resiste allo shock negativo”. Ma rimane da vedere quanto sarà resiliente il settore dei servizi a fronte di un andamento peggiore della manifattura, che comunque rimane il settore trainante dell’area. Una cosa possiamo darla per certa, tuttavia. Le vicissitudini tedesche ci riguardano. Più di quello che pensiamo. E non solo a noi: a tutta l’eurozona.

 

La scomparsa dei premi a termine


Fra le tante singolarità che affliggono i nostri tempi una fra le meno osservate, a dispetto della sua importanza, è quella che potremmo definire la sostanziale scomparsa dei premi a termine sulle obbligazioni. Ossia del premio che un investitore riceve per la durata del suo investimento e che potremmo semplificare definendolo come la differenza fra un rendimento di breve e uno di lungo termine.

Ovviamente la cosa è un filo più complessa. Una spiegazione più tecnica circa la natura dei premi a termine la possiamo ricavare da un bollettino della Bce di un paio di anni fa dove si osservava che “il livello e la pendenza della curva dei rendimenti possono essere influenzati agendo su due componenti dei tassi di interesse a lungo termine, vale a dire le aspettative e il premio a termine”.

“La prima componente – spiegava la banca – rispecchia le aspettative del mercato sull’andamento futuro dei tassi di interesse a breve termine, che sono influenzati in maniera più diretta dai tassi di riferimento. Il premio a termine rispecchia i rendimenti aggiuntivi che un investitore riceve quale compensazione per l’esposizione al rischio di durata finanziaria, ovvero le potenziali perdite di portafoglio che potrebbero originarsi da obbligazioni con una lunga vita residua se i tassi di interesse salissero inaspettatamente”.

La Bce ricorda altresì che “acquistando obbligazioni a lunga scadenza, l’Eurosistema assorbe parte del rischio di durata finanziaria che altrimenti ricadrebbe sugli investitori privati”. In pratica la banca centrale socializza un rischio e così facendo lo riduce per i privati abbassando di conseguenza il premio di questo rischio. Questa azione, sommandosi all’effetto “annuncio” sui tassi di riferimento contenuto nelle forward guidance, deprime i tassi a lungo termine. Circostanza che le banche centrali conoscono fin troppo bene. “Comprimendo il premio a termine – scrive la Bce -, l’acquisto di titoli esercita una pressione sui tassi di interesse a più lungo termine in modo da rendere l’indebitamento a lungo termine meno oneroso e, così facendo, sostiene gli investimenti e il consumo di beni durevoli”.

Da ciò si deduce che con la ripresa degli acquisti di asset della Bce, i premi a termine dell’eurozona sono destinati a scendere ulteriormente. Può addirittura verificarsi, come è successo negli Usa, che i rendimenti dei tassi a lungo risultino inferiori a quelli a breve. Quell’altra singolarità, che genera tanta apprensione, che viene definita inversione della curva dei rendimenti.

Su entrambi i fenomeni, la Bis ha effettuato alcune analisi molto istruttive nella sua ultima rassegna trimestrale. In particolare viene sottolineato come gli ultimi mesi abbiano confermato la sostanziale tendenza alla scomparsa dei premi a termine, che ha contribuito in maniera significativa al declino dei rendimenti delle obbligazioni sovrane di lungo termine.

Il notevole calo dei premi a termine si può osservare nel grafico centrale, che nella seconda parte del 2019 ha affossato il calo dei rendimenti. Negli Usa il decennale ha perso 80 punti base (grafico di destra) e questo è all’origine dell’inversione dello yield (grafico di sinistra) sui Treasury.

In tal senso leggere tale fenomeno come un segnale di una recessione imminente, quando invece appare come una diretta conseguenza dell’ulteriore allentamento delle politiche monetarie, può essere fuorviante. Infatti nello stesso periodo in cui calavano i rendimenti, le banche centrale di tutto il mondo, in gran parte, si intonavano ad allentare la politica monetaria.

Il ciclo di allentamento monetario partito col ribasso di 25 punti base della Fed deciso a luglio (e confermato da quello di altri 25 dei giorni scorsi) è stato seguito dalle decisioni di settembre della Bce (taglio a -0,5 dei tassi sulle riserve bancarie e ripresa del QE). Ma intanto anche molte banche centrali dei paesi emergenti si erano date da fare. Brasile, India, Corea e Messico hanno tutte abbassato i tassi di sconto con un declino medio del 10% dal tasso di partenza. La Cina ha tagliato il tasso sui requisiti di riserva di 50 punti base che sono divetati 100 punti base per le banche più piccole. Solo il 25% delle altre economie emergenti ha lasciato i tassi fermi.

Tutto ciò spiega l’aumento dell’ammontare delle obbligazioni che vengono scambiate a tassi negativi, che secondo le metriche diffuse dalla Bis sono arrivate a 17 trilioni, il 20% del pil mondiale. La scomparsa dei premi a termine sembra un’altra caratteristica del capitalismo 2.0. Quello che premia a breve termine i debitori, non più i creditori. Sul lungo termine chissà.

 

Il lavoro nell’EZ: lavorare tanto, lavorare tutti ma crescere poco


L’ultimo bollettino della Bce tratteggia un’analisi molto interessante sull’evoluzione dell’occupazione nell’eurozona che ci consente di farci un’idea della possibile fisionomia futura del mercato del lavoro. L’osservazione è condotta su un periodo molto lungo, e quindi si rivela capace di sottolineare alcune tendenze di fondo che sembrano ormai incardinate stabilmente nella nostra economia.

La prima di queste tendenze è quella degli andamenti dei redditi reali e della produttività.

Come si può osservare, entrambe questa grandezze esibiscono tassi di crescita molto bassi. Vale la pena ricordare che i salari reali sono definiti come reddito reale per dipendente per l’economia totale, mentre la produttività del lavoro viene definita come il prodotto interno lordo reale per occupato.

Ebbene, quanto ai primi, si nota il progressivo azzeramento dei tassi di crescita dei salari reali nel corso degli anni ’70, quando l’inflazione a due cifre erodeva stabilmente i redditi malgrado (o proprio a causa) dei meccanismi di adeguamento automatico delle retribuzioni presenti in diversi paesi. I redditi tornano a crescere negli anni ’80, ma assai meno di prima. Negli anni ’90 la curva dei redditi si schiaccia verso lo zero, con episodici momenti di ripresa, similmente a quanto accade adesso.

Quanto alla produttività, nei vari periodi considerati risulta quasi sempre superiore al reddito reale, ma il suo rallentamento è stato altrettanto rilevante. Se prendiamo l’ultimo periodo espansivo registrato, quello fra il 2014 e il 2018, osserviamo che i salari reali sono cresciuti dello 0,3% l’anno, che risulta inferiore allo 0,5% osservato nella fase espansiva precedente. La produttività è cresciuta dello 0,7% l’anno, a fronte dell’1,1% nella fase precedente.

Quindi la nuova occupazione creata dal 2013 in poi, circa 11 milioni di posti di lavoro, si caratterizza per essere meno produttiva e con un andamento dei salari reali molto lento, risultando al contempo assai più elastica rispetto agli andamenti del pil.

Questa caratteristica si può osservare analizzando il grafico sopra che mette in relazione gli andamenti reali di pil e occupazione in diversi periodi. Come si vede nel periodo 2014-2018 è stata sufficiente una crescita media del pil del 2% per avere un’occupazione di poco superiore della metà. Negli anni passati serviva molto più pil per fare assai meno occupazione. O, per dirla diversamente, si faceva molto più prodotto con meno occupazione. Ciò significa che “l’attuale fase espansiva è caratterizzata da un
particolare aumento dell’occupazione rispetto alle fasi precedenti”, come riporta il bollettino che però, in virtù della scarsa produttività, conduce a una crescita molto lenta. Quindi, mentre il tasso di crescita del pil recente risulta fra i più bassi del periodo considerato, la crescita relativa dell’occupazione risulta fra le più alte. Se sommiamo questa caratteristica agli andamenti di salari reali e produttività, l’identikit della nostra occupazione si raffina ancor di più: abbiamo creato molto lavoro “low cost”, intensivo ma scarsamente produttivo. Probabilmente anche a causa delle sua caratteristiche istituzionali (parti time, contratti a termine, eccetera).

Il fatto che l’elasticità della crescita dell’occupazione risulti in aumento lascia supporre che anche in futuro ritroveremo questa caratteristica nel mercato del lavoro dell’eurozona. Rimane da capire se il tasso di disoccupazione, sceso molto velocemente dal 2013 in poi, tornerà ai livelli precedenti agli anni ’80 oppure no. Al momento si può ipotizzare che la disoccupazione dell’eurozona tornerà al livello pre-crisi l’anno prossimo.

Ma aldilà del dato sulla disoccupazione è sulla qualità di questa occupazione che rimangono in sospeso molti interrogativi. Un’occupazione “low cost” e a bassa produttività è capace di sostenere una crescita stabile dell’area, o dovremo rassegnarci a tassi di crescita stabilmente al lumicino? “Il rallentamento della produttività nei 12 paesi del campione – scrive la Bce – si è esteso agli ultimi quarant’anni ed è stato accompagnato da un rallentamento della crescita dei salari reali”, spiega la Bce. Come se non bastasse, “la decelerazione della crescita dei salari reali è stata particolarmente marcata rispetto al rallentamento nella crescita della produttività negli anni ’80, determinando un calo netto della quota del lavoro in quel periodo, poiché i salari reali erano diventati meno reattivi agli andamenti della produttività del lavoro”.

Tendenze che non sembra siano destinate a invertirsi rapidamente, anche considerando la composizione demografica delle società europee in pieno invecchiamento. Caratteristica quest’ultima, che alcuni studi recenti associano con una crescita del settore dei servizi, come in effetti è accaduto anche da noi. “La relazione fra la crescita dell’occupazione e quella del PIL – conclude il bollettino – potrebbe essere stata influenzata da diversi fattori, comprese le  riforme strutturali mirate ad aumentare la flessibilità dei mercati del lavoro e di beni e servizi, o i cambiamenti a lungo termine nella composizione settoriale dell’occupazione e l’aumento dell’occupazione nel settore dei servizi”. E in effetti, a guardare i dati si osserva un aumento della partecipazione al lavoro cui ha corrisposto una diminuzione degli inattivi.

inattivi-ez

Detto altrimenti: il lavoro è stato creato, ma sulla qualità di questa occupazione permangono molti interrogativi. Nella migliore delle ipotesi, si può prevedere che l’occupazione continuerà ad aumentare, magari nei settori meno produttivi, senza che ciò serva in maniera sostanziale ad alimentare in modo robusto la crescita. Lavoreremo tutti, e probabilmente pure tanto. Ma cresceremo poco.

Nell’eurozona ormai si vive per lavorare


C’è un prima e c’è un dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, con il 2008 a far da spartiacque per la semplice ragione che in quel momento si è verificata una crisi internazionale, che però, a ben vedere, è solo un utile pretesto. Il prima e dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, dipende almeno altrettanto sostanzialmente dal tempo che è trascorso fra il 1999 e il 2008, ossia il prima, e il 2013 e il 2018, che rappresenta il dopo. Un arco di vent’anni nei quali si è verificato un sostanziale invecchiamento della popolazione, ossia della forza lavoro.

Questo prima e dopo non riguarda ovviamente solo la componente demografica, ma anche quella settoriale e, soprattutto, quella professionale, che ad essa in qualche modo è collegata. La crisi, se davvero ha funzionato da spartiacque, è servita a focalizzare le preferenze del mercato su una tipologia precisa di lavoratori: quelli con un livello di istruzione più elevato e una forte vocazione verso i servizi di mercato. Ed ecco che si delinea l’identikit del lavoratore che in qualche modo è uscito vincitore dalla crisi: ultra55enne, molto istruito con vocazione verso attività di servizio.

C’è anche un altro prima e dopo, nel mercato del lavoro europeo, che una bella analisi pubblicata nell’ultimo bollettino della Bce ci consente di visualizzare con chiarezza.

Nel primo periodo fra il 1999 e il 2008 era la Spagna ad attirare lavoro e quindi flussi migratori. Oltre 6 milioni di lavoratori, che pesavano il 35% del totale dei posti di lavoro creati nel periodo nella zona euro, avevano trovato occupazione in Spagna, molti dei quali grazie al settore delle costruzioni, che pesava oltre il 10% dei posti di lavoro creati, per un totale di 1,9 milioni di persone. Nel dopo, ossia il periodo fra il 2013 e il 2018, è la Germania a far da calamita alla nuova occupazione, con quasi il 30% dei posti creati per circa 2,6 milioni di posizione a fronte di poco più del 10% del periodo precedente. Sola, fra le economia principali dell’area, a veder crescere la sua quota relativa di espansione dell’occupazione. Oltre alla Spagna, infatti, perdono quota la Francia e l’Italia. La metamorfosi del mercato del lavoro dell’eurozona non ha premiato solo gli anziani istruiti, ma anche le economie meglio attrezzate.

Vale la pena tornare un attivo sulla composizione della forza lavoro per osservare concretamente come sia mutata.

Il grafico ci consente di trarre alcuni spunti di riflessione. I lavoratori con titolo di studio medio, che nel primo periodo esprimevano ancora il 60% dell’espansione dell’occupazione cumulata, nel secondo solo crollati a circa la metà. Al contrario, i lavoratori con titolo di studio più elevato, che erano allo stesso livello di quelli medi nel primo periodo, hanno visto aumentare al quota all’80%. In calo le occupazione con basso titolo di studio sia nel primo che nel secondo periodo. Da ciò possiamo dedurre che il mercato del lavoro europeo richiede qualifiche sempre più elevate e questo dovrebbe essere una indicazione utile per le famiglie e gli stati, che dovrebbero investire massicciamente sull’istruzione.

Merita di essere sottolineato anche lo scivolamento verso l’età anziana dell’espansione dei posti di lavoro. Nel primo periodo i 25-54enni rappresentavano oltre il 60% di queste espansione, dopo appena il 20. Certo, molti sono invecchiati, passando nella coorte dei 55-74enni, allargata anche grazie alle riforme pensionistiche che hanno aumentato l’età pensionabile in molti paesi europei. Ma l’effetto demografico, che porta necessariamente con sé anche una maggiore stabilità contrattuale, spiega solo una parte di questa evoluzione. E soprattutto lascia aperto un enorme problema. Se il lavoro si concentra sulle fasce più attempate e istruite della popolazione, cosa ne sarà di quelle più giovani e meno istruite? Questo ovviamente la Bce non può saperlo. Però possiamo fare un’ultima riflessione osservando un altro grafico, quello relativo alla scomposizione dell’aumento del lavoro guardando alla forma contrattuale.

“L’espansione dell’occupazione nell’area dell’euro nel corso della recente ripresa – spiega la Bce – è stata trainata da tipologie di contratti a tempo pieno e prevalentemente indeterminato, con circa l’80 per cento dell’intera crescita derivante da un aumento dell’occupazione a tempo pieno”. Ma al tempo stesso “mentre l’espansione
dell’occupazione si concentra ancora nelle posizioni a tempo indeterminato, l’occupazione a tempo determinato adesso rappresenta una percentuale più ampia della crescita dell’occupazione, mentre il lavoro autonomo è in diminuzione”. Ed ecco che si delinea l’identikit del nostro lavoratore europeo prossimo venturo: più anziano, più istruito, disposto a spostarsi verso le economie dinamiche e a lavorare con contratti a tempo determinato con la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, ma per una vita lavorativa più lunga, che probabilmente richiederà una formazione permanente, e prospettive pensionistiche assai meno generose di prima. Significa vivere, pianificando bene le scelte fin da giovani, per lavorare.

Perché fa più paura una crisi dei paesi emergenti


Con un fine 2018 sottotono e un 2019 pieno di punti interrogativi per l’economia internazionale, si capisce bene perché la Bce nel suo ultimo bollettino abbia ritenuto necessario offrire un approfondimento sullo stato di salute delle economie emergenti. C’è anche un terzo motivo, a ben vedere. “Rispetto a un ventennio fa – recita il Bollettino -, le economie emergenti svolgono, a livello aggregato, un ruolo significativamente più importante nell’economia internazionale, rappresentando oltre la metà del PIL (a parità di potere di acquisto) e dei flussi di capitali lordi a livello mondiale”. Se il blocco Emergente si ammala, insomma, anche le ricche economie avanzate, che con gli Emergenti hanno fatto ricchi affari prima e dopo la crisi, rischiano di rimetterci la salute. “Gli andamenti di tali economie (emergenti, ndr) possono produrre un considerevole impatto sugli altri paesi attraverso una serie di canali, tra cui quello commerciale, quello finanziario e quello della fiducia”.

Certo, oggi è molto diverso da ieri. Dai tempi delle varie crisi che spiravano da questi lidi lontani – si pensi alle crisi asiatiche di fine anni ’90 – questi paesi hanno imparato a costituire riserve e a diminuire i rischi di fragilità. Ma questo non vale per tutti. Quindi è saggio andare vedere i conti dei principali paesi osservando innanzitutto l’equilibrio dei loro conti con l’estero partendo magari dall’andamento dei saldi correnti, che misurano gli scambi dei singoli paesi con l’estero.

Come si può osservare dal grafico alcune situazioni, peraltro di paesi dove nei scorsi ci sono state parecchie turbolenze, sono difficili. E sono gli stessi paesi, Argentina, Sudafrica e Turchia, dove anche le riserve valutarie sono diminuite.

A ciò si aggiunga che molte di queste economie, a cominciare dalla Cina, hanno fatto un notevole ricorso all’indebitamento in dollari e questo “potrebbe rappresentare un rischio per la stabilità finanziaria nel caso di un ulteriore rafforzamento del dollaro statunitense”. Una situazione non certo nuova. “Alla fine degli anni ’90 del Novecento, le condizioni finanziarie più tese negli Stati Uniti tendevano a trasmettersi con maggior vigore alle economie emergenti; tuttavia tale sensibilità si è ridotta alla vigilia della crisi asiatica per poi tornare ad aumentare negli ultimi anni”.

A ciò si aggiunga che “in alcune economie emergenti gli squilibri interni sembrano aver subito un peggioramento, come indicato dalla crescita delle emissioni di debito in valuta locale e dalla riduzione dei margini di manovra”. Questo vale per tutti i settori di queste economie, e in particolare per il settore corporate, dove il debito cinese ormai alle stelle ha un peso specifico rilevante.

Sulla base di queste considerazioni la Bce ha svolto una simulazione per confrontare lo stato macroeconomico attuale degli Emergenti con quello del ’97 ricavandone la conclusione che mentre le economie asiatiche hanno migliorato la loro posizione complessiva “a dimostrazione del fatto che gli insegnamenti della crisi del 1997 sono
stati recepiti”, Argentina e Turchia appaiono più vulnerabili.

Il caso cinese è controverso. Sebbene “si caratterizzi per un avanzo di conto corrente moderato, bassa inflazione, crescita vigorosa, riserve valutarie ampie e livelli ridotti di debito estero”, al tempo stesso “nell’ultimo decennio in Cina si è osservato un rapido aumento della leva finanziaria, fattore che il modello potrebbe non rilevare in modo soddisfacente”. L’esito cinese, insomma, rimane ampiamente incerto. E considerando la dimensione globale nella quale si agita Pechino ciò non può che turbare gli investitori. Che però intanto investono.

 

 

 

 

 

 

La ripresa del mattone nell’EZ ormai è matura, ma in Italia non s’è vista


Per una serie di ragioni che non serve riepilogare qui (ma chi volesse conoscerle può leggere l’ultimo bollettino della Bce) è molto importante monitorare lo stato del mercato immobiliare per avere contezza dello stato di salute di un’economia. E questo spiega perché le banche centrali dedichino costanti approfondimenti a questa tematica che vale sempre la pena leggere. Tanto più considerando che da noi il mercato immobiliare sta vivendo una fase che, a voler essere buoni, potremmo definire di stagnazione, a fronte di una ripresa che nell’EZ, intesa come un tutto, va avanti da quattro anni.

Il grafico serve a dare un’idea del livello dei prezzi e degli investimenti residenziali nei vari paesi dell’area fra il 2007 e il 2018, considerando come spartiacque il primo trimestre 2014 quando finalmente il mercato ha iniziato a dare segnali di miglioramento. Come si può osservare però, questo miglioramento ha riguardato tutti tranne noi e la Grecia. In Italia l’unico progresso è stato che i tassi di crescita degli investimenti residenziali, che prima erano negativi, si sono azzerati, quindi in sostanza hanno smesso di decrescere. Al contrario di quanto è accaduto per i prezzi, che sono risultati in calo in entrambi i periodi considerati. Peggio di noi sta solo la Grecia. Mentre il balzo più visibile l’ha compiuto l’Irlanda (IE) passata da un estremo all’altro del grafico, quindi da dati estremamente negativi a risultati estremamente positivi, nello spazio di un decennio.

Il punto saliente però è un altro. “Emergono alcuni interrogativi circa la durata del protrarsi dell’attuale ripresa del mercato dell’edilizia residenziale rispetto alle regolarità storiche e circa le aspettative riguardanti le fasi successive”, riporta il Bollettino. Ossia, quanto c’è da aspettarsi che duri la ripresa, se si guarda all’esperienza passata? “Un’analisi dei punti di svolta suggerisce che la ripresa del mercato delle abitazioni si trova in una fase relativamente avanzata rispetto alla durata media di tali periodi di miglioramento”, sottolinea la Bce. E poiché “la durata dell’attuale ripresa, che si protrae da 4 anni, corrisponde alla durata media storica delle fasi di ripresa nel settore degli investimenti residenziali e alla metà della durata storica delle fasi di ripresa dei prezzi delle abitazioni”, c’è da concluderne che ormai il ciclo sia maturo. Ossia che gli spazi per i miglioramenti si sono ridotti e che nel migliore dei casi si vada verso una stabilizzazione dei prezzi.

Alla maturità di questo ciclo concorrono vari fattori, sia dal lato della domanda che dell’offerta. Dal lato della domanda, ad esempio, si osserva che “per l’intera area dell’euro, a metà del 2018, l’intenzione di effettuare ristrutturazioni alle abitazioni esistenti si è avvicinata al massimo storico, mentre quella di acquistare o costruire un’abitazione è aumentata in misura più contenuta ed è rimasta ben al di sotto dei massimi pre-crisi”. Quindi esistono spazi perché “si verifichi un aumento della domanda di immobili residenziali”, ma non c’è da aspettarsi faville. L’aumento della domanda di case è stato sostenuto dagli andamenti del reddito e dalle condizioni di finanziamento. Basti considerare che i tassi compositi sui prestiti sono diminuiti di più di 130 punti base dal 2013. Ma ormai gli spazi per la contrazione del costo dei mutui sono praticamente finiti, tanto più che “l’erogazione dei prestiti è attualmente ai massimi storici in Germania e in Francia e prossima alla sua media storica in Italia, mentre si mantiene modesta in Spagna”. Quanto agli aumenti di reddito, la debolezza che si è registrata nel nostro paese può essere uno dei motivi determinanti della decrescita dei prezzi. Le compravendite hanno trovato di che alimentarsi nel ridotto costo dei finanziamenti, ma questo evidentemente non è stato sufficiente per sostenere la domanda di abitazioni.

Al ciclo della domanda concorrono anche fattori demografici. “A partire dal 1995 il calo nel tasso di crescita della popolazione nella fascia di età compresa tra i 20 e i 49 anni, importante segmento in termini di domanda immobiliare, può contribuire a spiegare la diminuzione della quota di investimenti in edilizia residenziale in percentuale del PIL nell’area dell’euro e può aver accentuato il netto calo ciclico di tali investimenti a seguito dell’inizio della crisi”. In prospettiva, tuttavia, le previsioni sugli andamenti della classe dei 20-49enni, che sono quelle che più di altre influenzano l’andamento del ciclo immobiliare, dovrebbero restituire un po’ di linfa vitale al settore.

Sul lato dell’offerta bisogna tener conto di alcuni dati, come ad esempio il numero delle abitazioni completate, che “nell’area dell’euro è rimasto significativamente al di sotto del livello medio registrato dall’avvio dell’unione
monetaria”. Si tratta di un indicatore che può servire come misura del flusso di nuove abitazioni offerte sul mercato.

Come si può osservare, in alcuni mercati, fra cui il nostro, l’offerta sembra abbastanza “tirata”. Ma questo non vuol dire che ciò generi automaticamente nuovi investimenti. Bisogna fare i conti non solo con la disponibilità di terreni edificabili, ma anche con le preferenze degli investitori, che magari preferiscono costruire immobili non residenziali, e le strozzature burocratiche, che nel nostro paese sono particolarmente rilevanti.

E’ interessante inoltre osservare che con il procedere della ripresa il contributo delle abitazioni esistenti alla formazione dei prezzi è cresciuto notevolmente. Il che conferma l’ipotesi che si siano creati vincoli sul lato dell’offerta.

Per noi italiani questa è una ulteriore complicazione. I dati Istat sui prezzi delle abitazioni, infatti, mostrano con chiarezza che il grosso del calo dei prezzi nel nostro paese si è concentrato proprio sulle abitazioni esistenti, a fronte per giunta di un aumento delle compravendite. Al contrario, negli altri grandi paesi europei i prezzi sono saliti nonostante il trasferimento della domanda verso le abitazioni esistenti.

La situazione italiana quindi ha diverse specificità che conducono alla conclusione che “in Italia, l’analisi del punto di svolta formale non sembra ancora indicare un fase di rialzo dei prezzi delle abitazioni. La maturità della ripresa può anche essere collegata alla sua solidità: i cicli più maturi mostrano in genere tassi di crescita inferiori rispetto a quelli registrati in una fase iniziale del ciclo”. Detto in altre parole, malgrado il crollo del costo dei mutui abbiamo perso la ripresa dell’immobiliare. I prezzi hanno continuato a scendere, appesantiti dal crollo di quelli delle abitazioni esistenti,  e gli investimenti sono migliorati di poco. “La ripresa del mercato dovrebbe proseguire ma a un ritmo più moderato”, conclude la Bce. Quindi che qualche vento positivo inizia a spirare pure da noi è probabile. E siccome esistono vincoli crescenti sul lato dell’offerta, persistendo la domanda, si potrebbe vedere ancora qualche tensione al rialzo sui prezzi. Ammesso che “catturiamo” qualche trimestre positivo in futuro, sarà difficile che riusciamo a recuperare lo slancio che alcuni paesi hanno visto all’inizio della ripresa. Quindi, nel migliore dei casi, ci attende una stagnazione con deboli tendenze al rialzo.  Nel peggiore dei casi, ossia se il ciclo maturo dovesse generare una nuova crisi, rimpiangeremo la stagnazione.

La guerra commerciale mette a rischio gli investimenti internazionali


Poiché viviamo un tempo nel quale una fantasia vagamente sconclusionata governa al posto del principio di realtà, non dovrebbe sorprenderci che molti stiano lavorando al sabotaggio del commercio internazionale. Costoro peraltro trascurano di osservare che tale attivismo minaccia seriamente di sabotare lo strumento principale della globalizzazione, ossia gli investimenti diretti esteri (IDE) che i paesi fanno l’uno l’altro per una pluralità di ragioni che riepiloga bene la Bce nel suo ultimo bollettino. Per evitare fraintendimenti, è meglio illustrare subito che gli IDE sono definiti tali quando “un’impresa possiede almeno il 10 per cento di una società situata in un altro paese”. Generalmente “questi investimenti sono condotti da multinazionali che investono all’estero mediante impieghi in nuovi progetti (greenfield investments), ossia l’apertura di
sussidiarie all’estero, o mediante attività di fusione e acquisizione”. Sulla utilità degli IDE la Bce non ha dubbi: “Gli IDE sono in grado di apportare numerosi benefici al paese ricevente”, per una serie di ragioni che vanno dalla promozione della concorrenza all’aumento della produttività e alla diffusione dell’innovazione tecnologica. In particolare, e questo ci riguarda più da vicino, “l’evidenza empirica conferma l’impatto positivo degli IDE sui paesi dell’UE”.

Vale la pena arrivare subito a una delle conclusioni riportate nell’articolo perché è la plastica rappresentazione di come il principio di realtà contrasti ormai sempre più vistosamente con le nostre fantasie o le nostre percezioni. Un’analisi econometrica svolta dalla Bce mostra che “in media, l’ingresso nell’UE ha aumentato del 43,9 per cento i flussi di IDE in entrata provenienti da altri paesi dell’UE, mentre non ha avuto impatti significativi sulla capacità di attrarre IDE provenienti da paesi non appartenenti all’UE”. Se poi guardiamo all’area euro, il risultato è ancora più rilevante: “L’adozione
dell’euro ha aumentato del 73,7 per cento gli IDE provenienti da altri paesi dell’area dell’euro. L’effetto ulteriore ascrivibile all’appartenenza all’area valutaria comune è stimato pertanto al 20 per cento circa”. In sostanza, partecipare a un’area comune, specie se integrata a livello valutario, stimola l’internazionalizzazione del capitale per una serie di ragioni legate all’eliminazione di rischio di cambio o di liquidità. E di conseguenza contribuisce a diffondere quei benefici che gli IDE portano con sé. Non è certo un caso che l’espansione della crescita nell’ultimo ventennio abbia generato anche quella degli IDE che sempre più si rivolgono verso le economie emergenti.

Altrettanto interessante è osservare che gli stessi paesi emergenti sono diventati una fonte crescente di investimenti diretti, col che completandosi quel processo di internazionalizzazione del capitale che ha cambiato le regole del gioco dell’economia: si pensi alle complesse catene di valore che oggi stanno dietro a una merce, o agli intrecci finanziari che stanno dietro i flussi commerciali di beni e servizi.

L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo e gli investimenti esteri che ne conseguono è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.

Prima di rispondere però può essere utile proporre un’altra osservazione, ossia quanto siano permeabili i principali paesi del mondo agli IDE. “All’interno dell’Ue – spiega la Bce – le restrizioni agli IDE in entrata sono, al netto di due eccezioni, minori rispetto alla
media dell’OCSE”. Ai tanti che temono le invasioni di capitali stranieri in Italia, farà piacere che facciamo parte di queste eccezioni.

L’Italia infatti è abbondantemente sopra la media Ue e appena sotto quella Ocse per il numero delle restrizione agli investimenti diretti esteri. Peggio di noi, all’interno dell’eurozona fa solo l’Austria. Dovremmo interrogarci se aprirci maggiormente al capitale straniero possa contribuire alla salute della nostra economia. Ma a quanto pare è una domanda difficile, di questi tempi.