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Perché l’inflazione peggiora la diseguaglianza


La parola che dobbiamo ricordare è divario inflazionistico. In questa forzata rilettura del processo inflazionistico, che da mesi fa patire gli osservatori, di buono c’è che si sta rispolverando la cassetta degli attrezzi che ormai giaceva abbandonata in qualche angolo della teoria economica, visto che i prezzi erano congelati da quasi un ventennio.

Sicché ci ritorna in mente una delle verità auree sull’inflazione: è una tassa odiosa che i poveri, specie se a reddito fisso, patiscono assai più dei ricchi. Da cui discende la figura teorica del divario inflazionistico, che misura, detto brutalmente, il modo diverso col quale la crescita dei prezzi colpisce le diverse classi di reddito – quelle che gli statistici chiamano quintili – che si conferma essere la misura di come l’inflazione peggiori, di fatto, la diseguaglianza fra questi quintili. Se il divario inflazionistico cresce vuol dire semplicemente che l’inflazione, pure se colpisce tutti, colpisce più duramente i meno abbienti.

Perciò osservare, come riporta la Bce nel suo bollettino, che è peggiorato drasticamente il divario inflazionistico, come si vede dal grafico sopra, significa che non solo si sta impoverendo la società, ma che i poveri si stanno impoverendo assai più velocemente dei ricchi. E se guardiamo a questo divario nelle sue componenti, non fatichiamo a capire perché.

Dover mangiare e muoversi: ecco innanzitutto la fonte del divario crescente, visto che i rincari hanno colpito più pesantemente le voci di costo legate a queste esigenze. E poiché i meno abbienti già magari tiravano la cinghia, magari acquistando prodotti al discount, adesso che i prezzi sono aumentati pure lì non possono che risparmiare meno per pagarsi gli aumenti dei prezzi, a differenza dei più abbienti che magari possono cambiare supermercato.

E’ solo un esempio, ovviamente, ma serve a capirsi: i ricchi hanno più spazio per orientare i consumi verso prodotti meno costosi, e riescono così ad “assorbire” in qualche modo gli effetti dell’inflazione. I meno abbienti quello spazio non ce l’hanno. Quindi si impoveriscono di più. Semplice e letale.

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L’irresistibile decrescita della produzione auto Ue


La pandemia, perciò, c’entra fino a un certo punto, nel robusto calo della produzione di autoveicoli a motore a combustione osservato nell’Ue. Prima ancora che il Covid apparisse fra noi, si osservava – era il 2018 – un costante regredire delle auto prodotte, che fatto 100 l’indice di quell’anno, oggi quotano poco meno di 70, che equivale a un calo del 30,4 per cento.

Di questo 30 e passa per cento, un dieci punti di calo si sono osservati a partire dal 2018. Arrivata, poi, la pandemia, è successo in Europa quello che è accaduto altrove. Quindi la produzione si è affossata. Ma a differenza di altrove, dove poi si è ripresa portandosi più o meno al livello pre pandemico, in Europa non è riuscita a recuperare. Così siamo arrivati all’oggi, quando la guerra ha dato il colpo di grazia a un’industria già provata da mille complessità.

A proposito: come mai dal 2018 la produzione ha iniziato a declinare solo da noi? La Bce, che a questa singolarità ha dedicato un approfondimento, ipotizza che molto sia dipeso da “una combinazione di fattori connessi ai più rigorosi test sulle emissioni inquinanti attuati nell’Ue a partire dal 2018, alla transizione verso autovetture più ecologiche e alle difficoltà di approvvigionamento di input produttivi”.

Si è ripetuto insomma nel settore della produzione auto quello che si osserva altrove, nella nostra regione economica: la discrepanza fra l’ottimismo della volontà e una realtà che tende a divenire pessima. Di buone intenzioni è lastricato l’inferno, dice il proverbio. Quelle europee ne lastricano più d’uno.

La scommessa contro l’inflazione europea


Il problema dell’inflazione europea, detto in numeri, è un indice dei prezzi al consumo (IAPC) che, depurato dai beni alimentari ed energetici (HICPX) è arrivato nel settembre scorso al 4,8 per cento, come nota sconsolato l’ultimo bollettino della Bce, quando invece dovrebbe stare intorno al 2 per cento, più o meno. Figuriamoci poi quando, aggiunti i prezzi dei beni energetici e dei prodotti freschi, si arriva al 10 per cento, sempre di settembre. Un livello capace di far perdere la pazienza a molti, come si può arguire osservando il dibattito scomposto che sta andando in scena nel palcoscenico europeo. L’Ue non sembra stia dando davvero il meglio di sé.

E’ quello che fa l’inflazione. Fa uscire fuori il peggio di ognuno, visto che minaccia subdolamente la prosperità, ossia il collante che finora ha tenuto insieme la costruzione europea e gran parte del nostro buonumore. In tal senso l’inflazione è una minaccia assai più pericolosa della pandemia, per l’Ue. La crisi sanitaria incoraggiava a unire gli sforzi. Quella dei prezzi a salvarsi la pelle. Non proprio l’istinto migliore per promuovere la collaborazione.

Il punto però, se limitiamo la nostra osservazione al dato economico, è la composizione dell’HICPX, che ci comunica un’informazione molto interessante. La somma delle componenti che hanno provocato inflazione sul lato dell’offerta, ossia quelle determinate dalle strozzature delle catene di fornitura, e di quelle che hanno provocato inflazione sul lato della domanda, ossia il boom di domanda intervenuto dopo la fine delle restrizioni, supera la metà dell’indice HICPX. Notate che i due effetti combinandosi hanno iniziato a manifestare i loro effetti sull’HICPX dopo l’estate del 2021.

Quindi tale spinta inflazionistica dovrebbe attenuarsi una volta che le conseguenze della pandemia cesseranno di svolgere i propri effetti. Le previsioni più condivise ipotizzano che queste effetto dovrebbe terminare nel corso del 2023. L’effetto “molla” generato dalle riapertura dopo le restrizioni dovrebbe finire di scaricarsi nel corso dei prossimi mesi.

Se le previsioni avranno visto giusto, a mantenere alto l’IACP rimarrà solo la pressione dei beni energetici e dei prodotti freschi, questi ultimi in gran parte anche a causa dei primi, visto che sulla loro quotazione pesano molto i costi dell’energia (si pensi ai trasporti). E qui entra in gioco la seconda disgrazia che ha fatto impennare i prezzi: la guerra.

Se nel corso del 2023 la crisi Ucraina terminasse, è assai probabile che si andrebbe verso un raffreddamento dei prodotti energetici, pur nella difficoltà di approvvigionamento determinata dal taglio delle forniture russe, che però sarebbe compensato da aspettative migliori. E questo, sommandosi alla fine delle conseguenza della pandemia, porterebbe rapidamente l’inflazione, nel frattempo addomestica dai rialzi di tassi, sotto controllo.

In sostanza, questa è la scommessa sulla quale si basano gran parte delle previsioni. Che sia vinta, ovviamente, è tutto da vedersi.

Gli infaticabili lavoratori europei


Pochi si sono accorti di uno storico sorpasso avvenuto insieme alla pandemia, che però si stava preparando da tempo. Il tasso di partecipazione dei lavoratori in età avanzata in Europa ha staccato di diversi punti quello degli lavoratori statunitensi. Detto semplicemente: in Europa, a una certa età, si lavora di più che negli Usa.

Chi l’avrebbe detto? E neanche finisce qua. Secondo la Commissione europea, che ne ha scritto in un rapporto del 2021, questo tasso di partecipazione continuerà a salire fino al 2040, stabilizzandosi intorno al 72 per cento per i lavoratori fra i 55 e i 64 anni e al 20 per cento, che significa uno su cinque, per quelli fra i 65 e i 74 anni. Negli Usa invece chissà. Dopo il boom di pensionamenti osservato durante la pandemia, alcuni credono che il tasso di partecipazione, prima abbastanza stabile, si sia orientato al ribasso in maniera permanente, anche se forse è prematuro parlare di trend.

In Europa si è osservato al contrario. Il lavoratore europeo si è scoperto infaticabile, anche in età avanzata. Forse certe riforme pensionistiche hanno contribuito a persuadere alcuni che sia meglio lavorare qualche anno in più per raggranellare una pensione dignitosa. Oppure i lavoratori europei hanno capito prima degli americani che l’avanzata dell’età media più lunga implica per forza una vita professionale più lunga. Rimane il fatto. Forse anche la pensione. Ancora per un po’.

Perché l’inflazione Usa spaventa più di quella Ue


Osservare da vicino gli sviluppi del movimento inflazionistico che sta terremotando il mondo, e in particolare quello che non era più abituato ad averci a che fare, è un ottimo esercizio per provare a indovinare come cambieranno di conseguenza molte cose che davamo per scontate. La tolleranza delle banche centrali per un certo andamento dei prezzi, per dirne una.

Peraltro tale osservazione ravvicinata, di recente svolta dalla Bce nel suo bollettino economico, conferma quanto avevamo già intravisto in precedenti analisi, ossia la maggiore virulenza dell’accelerazione dei prezzi negli Stati Uniti rispetto all’Ue. I motivi sono diversi e già discussi, ma vale la pena tornarci sopra, forti dei nuovi dati usciti nel frattempo, che sono una semplice conferma dei trend.

Cominciamo dai primo: l’andamento inflazionistico complessivo in Europa e negli Usa. I grafici sotto sono aggiornati al secondo semestre 2021 e sono leggibili le diverse componenti.

Il 7% dell’indice dei prezzi al consumo statunitense, in crescita di 5,5 punti rispetto a gennaio 2021, si confronta col +5% europeo, in aumento del 4,1% rispetto a gennaio.

Pure al netto delle componenti energetiche, il dato è superiore ai target. Infatti la componente energetica ha pesato 2,2 punti negli Usa e 2,5 nell’area euro, dove peraltro anche a gennaio l’inflazione compessiva ha proseguito la sua accelerazione (+5,1%). I grafici sotto illustrano gli andamenti inflazionistici al netto di energia e cibo.

Come si può osservare , la componente inflazionistica che dipende dalla cosiddette strozzature negli approvvigionamenti è ancora molto elevata, specie negli Usa. Mentre in Europa ha pesato la riduzione temporanea dell’Iva in Germania.

Negli Stati Uniti, inoltre, ha influito molto l‘andamento degli affitti, che hanno una notevole importanza nel paniere inflazionistico americano, mentre le strozzatura sul lato dell’offerta hanno aumentato i prezzi delle auto, nuove e usate, le componenti delle auto, gli arredi e le attrezzature per la casa. Insomma: abitare, mangiare, muoversi (in auto) negli Usa: tutto è diventato più caro, e neanche di poco: “I prezzi di questo gruppo di articoli sono aumentati vertiginosamente durante il secondo trimestre del 2021 e, dopo un breve allentamento, hanno ripreso slancio nell’ultimo trimestre del 2021”, scrive la Bce. Per dare un’idea: solo i prezzi delle auto hanno avuto un peso di 1,6 punti sull’indice.

Questa drastica accelerazione dei prezzi, in componenti fondamenti per la vita di tutti i giorni, non poteva che generare tensioni al costo del lavoro, già surriscaldato da un ripresa del ciclo economico più avanzata di quella europea:: il pil pre-crisi in Europa è stato recuperato solo nel quarto trimestre 2021, mentre negli Usa nel secondo. Questo contribuisce a spiegare perché il costo del lavoro statunitense, al netto dei fattori istituzionali che lo distinguono dall’Ue, sia aumentato nel secondo semestre 2021 molto più che in Europa.

E spiega anche perché si guardi con maggiore preoccupazione agli sviluppi statunitensi. Se c’è un candidato alla spirale salari/prezzi, quello sta oltre Atlantico, non qui da noi. Infatti le previsioni, per quanto siano attendibili – negli ultimi trimestri sono risultate sempre sottostimate – stimano l’inflazione Usa al di sopra del 2% per un tempo assai più lungo di quanto non prevedano in Europa.

E questo spiega la conclusione. “Il grado di incertezza sulle prospettive per l’inflazione sembra essere molto più ampio per gli Stati Uniti che per l’area dell’euro”. Incertezza che è un veleno per l’economia. E per la banca centrale.

I salari “rigidi” che frenano l’inflazione in Europa


Fra le tante ansie che agitano le previsioni economiche, quella di un’inflazione che venga alimentata dalla mitica spirale prezzi-salari, comincia a manifestarsi sempre più di frequente fra gli osservatori, che molto rapidamente hanno dovuto dismettere il mindset deflazionista, alimentato da un ventennio di recessioni patrimoniali, e sostitituirlo con i vecchi modelli ormai dimenticati di interpretazione della realtà.

Questo revival degli anni ’70, però, deve fare i conti con un contesto istituzionale molto diverso da allora. E un recente approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce ce lo conferma: la possibilità che questa spirale si inneschi è remota, pure una qualche probabilità esiste. Gli anni Settanta sono lontani, ma vivono e lottano ancora con noi. O, per meglio dire, con le nostre convinzioni.

Presupposto essenziale perché le tensioni sui prezzi si trasferiscano sui salari è che la struttura della contrattazione collettiva sia predisposta in tal senso. Non basta quindi che le aspettative si disancorino – quindi che gli agenti economici si convincano che la crescita dei prezzi sarà duratura – perché le tensioni sui prezzi aggancino i salari. Serve che i lavoratori abbiano gli strumenti per trasformare le loro aspettative di inflazione in maggiori aumenti di salario. Quella che negli anni Settanta si chiamava scala mobile, e più avanti, meccanismi di indicizzazione.

Nell’eurozona le regole sono molto diverse fra i paesi. La Bce ha individuato quattro diversi regimi che spaziano dai sistemi automatici di indicizzazione dei salari a quelli che neanche formalizzano il ruolo dell’inflazione nel processo di formazione dei salari. Il grafico sotto ci dà un’idea più chiara dello stato dell’arte.

I vari regimi, inoltre, possono utilizzare una diversa definizione dell’indice di inflazione. Nel senso che si può adottare un approccio prospettico o retrospettivo e includere o escludere i prezzi dei beni energetici. “Gli indicatori retrospettivi – spiega la Bce – implicano un adeguamento ritardato dei salari all’inflazione osservata, mentre gli indicatori prospettici devono affidarsi alle previsioni”.

La Banca ha calcolato che i sistemi di indicizzazione automatica si applicano a circa il 3% dei dipendenti del settore privato, sia sui salari minimi che normali. Una quantità quindi non abbastanza robusta da innescare una spirale prezzi-salari. Per questi lavoratori, la misura del tasso è retrospettiva e include i beni energetici.

Poi ci sono i sistemi di indicizzazione che assegnano un ruolo esplicito all’andamento dei prezzi. Di solito questi meccanismi usano l’inflazione prospettica e escludono i beni energetici, e vengono applicati a circa il 18% degli occupati.

Un altro 18% di dipendenti del settore privato lavora in paesi dove solo i salari minimi vengono automaticamente indicizzati all’inflazione usando un approccio retrospettivo nella definizione del tasso e l’inclusione dei beni energetici. Ma ovviamente non tutti costoro percepiscono salari minimi. Anzi, “solo una percentuale relativamente esigua di dipendenti” ne ha diritto.

Il punto centrale è che “per oltre la metà dei dipendenti del settore privato nell’area euro l’inflazione non svolge un ruolo esplicito nel processo di formazione dei salari, ma può essere un fattore importante nelle trattative salariali”. Per capire l’aria che tira in Europa, è bene ricordare che “a partire dalla crisi finanziaria mondiale i meccanismi di indicizzazione che prevedono un ruolo esplicito per l’inflazione nel processo di formazione dei salari sono diventati lievemente meno diffusi”.

Da qui la conclusione. “Nel complesso, nell’area dell’euro la probabilità che i meccanismi di
formazione dei salari inneschino effetti di secondo impatto basati sull’indicizzazione all’inflazione è relativamente limitata, soprattutto quando si tratta dell’inflazione dei beni energetici”. Potrebbero salire i salari minimi, insomma, ma non tutti gli altri. A meno che, ovviamente, non parta un ondata “imitativa”, visto che “gli incrementi dei salari minimi possono servire da parametro di riferimento per le strutture salariali nell’economia nel suo complesso”.

Come dire: l’indicizzazione automatica, uscita alla porta dell storia, può rientrare dalla finestra della cronaca. “Nel complesso – conclude la Banca -, a meno che lo shock all’inflazione non determini un aumento significativo dell’indicizzazione dei salari, una trasmissione generalizzata e automatica dei recenti aumenti dell’inflazione alla crescita dei salari sembra piuttosto improbabile, dati i meccanismi prevalenti”. Il problema è che i meccanismi sono notoriamente provvisori.

Il puzzle della produttività del lavoro cresciuta durante la pandemia


L’ultimo bollettino della Bce offre un’analisi ben documentata su uno dei fenomeni economici più curiosi osservati durante la crisi Covid: la circostanza che nel periodo compreso fra l’ultimo trimestre del 2019 e il primo trimestre del 2021 la produttività del lavoro nell’area euro è stata positiva, segnando anche un’accelerazione rispetto al periodo precedente alla pandemia.

Per dirla con le parole della Bce, “la crescita della produttività del lavoro nell’area dell’euro, misurata dal Pil in termini reali per ora lavorata, è aumentata all’inizio della pandemia, per poi diminuire nel corso della seguente ripresa. Ciò contraddice il concetto generale di prociclicità della produttività e riflette l’unicità di questa crisi”.

I dati ci dicono che nel periodo preso in esame la crescita media del Pil in termini reali per ora lavorata è stata dell’1,7%, “oltre il doppio del tasso medio prima della pandemia (2014-19)”. Ciò a fronte di un calo del Pil reale medio del 5,7% e delle ore lavorate del 7,4% su base annua. Il calo dell’occupazione è stato più contenuto, (-1,6% medio su base annua) grazie alle misure di sostegno. In sostanza meno persone hanno prodotto meglio in relazione alla quantità di Pil e ore lavorate perdute.

L’inverso è accaduto quando è partita la ripresa. Dal secondo trimestre 2021 le ore lavorate e l’occupazione hanno recuperato, e questo ha determinato un rallentamento della produttività, che tuttavia è rimasta “di oltre il 2% superiore rispetto al livello precedente la pandemia osservato nel quarto trimestre 2019”.

Questi, sinteticamente, i fatti. Rimane da capire cosa significhino. Seguendo lo schema proposto dalla Bce, possiamo individuare due ambiti fenomenologici che incidono sull’andamento della produttività: da una parte quelli che operano a livello di impresa, dall’altra quelli che hanno a che fare con le riallocazioni di risorse fra imprese dello stesso settore e fra i diversi settori. I primi hanno a che fare con i fattori di produzione e con le pratiche aziendali. I secondi dal quel processo di “distruzione creatrice” che agisce all’interno dei settori e fra i settori.

Quanto ai primi “la crescita della produttività a livello di singola impresa sta beneficiando dell’accelerazione nell’adozione di tecnologie digitali indotta dalla pandemia”. Quest’ultima, insomma, avrebbe favorito una sorta di transizione tecnologica, che ha fatto crescere il valore aggiunto nei settori a vocazione tecnologica, si pensi all’ICT o alla finanza, dove le persone possono facilmente lavorare da remoto.

Il problema è che “in prospettiva, tuttavia, la pandemia potrebbe anche avere un impatto negativo sulla crescita della produttività a livello di impresa”. Dipenderà molto dall’andamento dell’occupazione e quindi delle aziende che riusciranno a “sopravvivere” alla fine dei sostegni. Si rischia di perdere capitale umano prezioso che inevitabilmente logora la produttività.

Se guardiamo invece agli effetti intersettoriali, lo shock pandemico ha riallocato le risorse in modo tale da favorire la produttività “almeno nel breve periodo”. In sostanza, gli effetti penalizzanti subiti da alcuni settori – si pensi ai servizi in presenza – sono stati compensati da altri settori come il manifatturiero “che hanno persino beneficiato della maggiore domanda di soluzioni on line”. Se poi si considera che spesso questi servizi in presenza (ad esempio i parrucchieri) sono meno produttivi rispetto a quelli meno colpiti (ad esempio l’hi tech), ecco spiegato il giallo: la produttività complessiva ne è risultata aumentata.

Cosa ci riserva il futuro? “Alcuni segnali indicano che il processo di distruzione creatrice potrebbe accrescere la produttività”. Questo in teoria. In pratica “il carattere esogeno e orizzontale di questo shock (che interessa tutte le imprese di un dato settore) non ha garantito l’instaurarsi di un processo di distruzione creatrice capace di incrementare la produttività”. Pure se “le simulazioni condotte dalla Bce mostrano che le imprese con maggiori probabilità di uscire dal mercato a causa della pandemia sono meno produttive di altre”.

A far la differenza sarà non soltanto lo stato tecnologico che si andrà a consolidare a valle della pandemia, ma anche la strategia di uscita dai sostegni. La primavera della produttività, se mal gestita, potrebbe facilmente farci retrocedere verso l’inverno.

Il declino secolare delle ore lavorate


Quando Keynes scriveva un secolo fa che qualunque governo di buon senso dovrebbe preoccuparsi della quantità di tempo libero che il progresso avrebbe regalato alle popolazioni probabilmente si sarebbe stupito nell’osservare la consistenza di questa quantità.

Secondo i calcoli svolti dalla Bce infatti, contenuti nel suo ultimo bollettino, fra il 1870 e il 1973 le ore annue lavorate per occupato sono diminuite di oltre mille unità in Francia, Germania, Italia e nei Paesi Bassi. E tale andamento si è osservato anche in economie molto diverse da quelle europee, come in Australia, Canada, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Si tratta quindi di un trend di lungo periodo: secolare come si usa dire oggi. E tuttavia si è osservato che questa tendenza si è affievolita a partire dagli anni ’70, mostrando alcune disomogeneità fra i vari paesi.

Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che le ore lavorate per occupato sono una misura dell’intensità dell’occupazione la cui manovra, da parte delle aziende, viene sovente utilizzata in tempi di crisi per gestire i costi del lavoro senza incidere sui livelli occupazionali. Detto semplicemente, se un’azienda ha aspettative negative sulla propria redditività, anziché licenziare taglia le ore lavorate. Per questa ragione gli economisti osservano questo dato per avere indicazioni sia sulle possibili dinamiche salariali – difficile che ci siano spinte rialziste di fronte a un calo delle ore lavorate – e quindi dell’inflazione dei prezzi, che secondo i modelli più largamente utilizzati sono collegati in qualche modo all’andamento delle retribuzioni.

Il grande calo delle ore lavorate negli ultimi 150 anni è dovuto principalmente al progresso tecnologico, che ha spostato l’attività dalla manifattura ai servizi, mentre generava aumenti di produttività che hanno consentito non solo un incremento delle retribuzioni, ma anche il calo del costo delle attività ricreative, “modificando l’allocazione ottimale del tempo fra lavoro e tempo libero”, come spiega la Bce. L’analisi della Bce non tiene conto, evidentemente, dell’effetto che hanno avuto sulle ore lavorate le vicende più squisitamente istituzionali. La seconda metà del secolo XIX, come sanno bene gli storici, sono gli anni dei grandi scioperi e della nascita del socialismo.

L’analisi, in compenso, stringendo il fuoco dell’osservazione sugli ultimi 25 anni, ci consente di ricavare alcune informazioni interessanti su come questa variabile si sia evoluta nell’eurozona e cosa ciò abbia significato per il mercato del lavoro.

La prima cosa da sapere è che tra il 1995 e il 2019 le ore annue lavorate per occupato nell’eurozona sono diminuite di oltre cento unità. In particolare, da 38,6 ore a settimana a 36,4. La pandemia ha aggravato notevolmente questa tendenza, anche se si presume in via temporanea.

Il punto interessante, però, è che questo calo delle ore lavorate “è principalmente associato all’andamento della partecipazione alle forze di lavoro e dell’occupazione a tempo parziale”. In sostanza, “il principale fattore alla base del calo delle ore lavorate per occupato nell’area dell’euro negli ultimi 25 anni è l’incremento della quota del lavoro a tempo parziale”. La variabile, insomma, disegna una evoluzione del mercato del lavoro, più che rappresentare il risultato di miglioramenti tecnologici.

Rimane da capire se questa diminuzione delle ore lavorate sia voluta dai lavoratori – qualcuno potrebbe scegliere di lavorare di meno – o “imposta” dai datori di lavoro. Se, vale a dire, ad essere carente sia l’offerta di lavoro piuttosto che la domanda. Si è osservato ad esempio che “l’aumento della partecipazione alle forze di lavoro e della quota del lavoro a tempo parziale sono stati principalmente determinati da un più elevato tasso di partecipazione femminile alle forze di lavoro, dal momento che le donne sono coloro che più probabilmente assumono impieghi a tempo parziale”.

Al tempo stesso nell’arco di tempo osservato sono intervenuti fenomeni straordinari come la Grande Crisi finanziaria, durante la quale “il mantenimento dei livelli occupazionali attraverso la riduzione delle ore lavorate ha limitato l’aumento della disoccupazione nell’area dell’euro”. Le imprese, insomma, hanno “tesaurizzato” il lavoro.

Questi effetti, combinandosi a quelli strutturali, hanno disegnato la fisionomia di un mercato del lavoro con una percentuale più elevata di occupati nel settore dei servizi, una maggiore partecipazione femminile, un aumento della quota del lavoro a tempo parziale e un certo invecchiamento della popolazione.

Si sono verificati anche fenomeni con effetti opposti: da una parte l’aumentata partecipazione al lavoro, che incrementa le ore lavorate totali e le ore pro capite; dall’altra la circostanza che i nuovi assunti lavorano meno ore, contribuendo così a ridurre le ore pro capite. La sintesi degli economisti della Bce è che “la principale determinante del calo registrato nelle ore lavorate è la maggiore partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne, che si riflette anche in un aumento del rapporto fra occupazione e popolazione”.

Se guardiamo al dato settoriale, osserviamo che tutti i settori hanno sofferto un calo delle ore lavorate, la parte più rilevante è stato il commercio all’ingrosso e al dettaglio.

Se invece guardiamo alle differenze fra i vari paesi dell’eurozona, osserviamo che tutti i paesi dell’area hanno registrato un calo di lungo periodo.

Interessante osservare che “diminuzioni più consistenti dell’orario medio tendono a essere
associate a maggiori incrementi del rapporto tra occupazione e popolazione”. Ciò significa che è aumentata la partecipazione al lavoro, ma per meno ore. Infine, ” gran parte del calo osservato nella media delle ore lavorate nell’area dell’euro negli ultimi 25 anni (circa il 78 per cento) è ascrivibile a Francia, Germania e Italia”.

Insomma: in Europa si lavora meno ore, ma in più persone. Si potrebbe pensare che si sta realizzando uno degli slogan più gettonati del nostro passato. Se non fosse che il “lavorare meno, lavorare tutti”, in molti casi è subìto, più che richiesto. Il 10% dei lavoratori, secondo l’indagine sulla forza di lavoro nell’Ue citata dalla Bce, dice che vorrebbe lavorare di più, solo che la loro offerta non incontra una domanda. Tra i lavoratori a tempo parziale, poi, questa tipologia arriva al 20%.

Keynes aveva ragione quando diceva che qualunque governo avrebbe dovuto preoccuparsi di una popolazione con una quantità crescente di tempo libero. Specialmente se magari queste persone preferirebbero lavorare.

Perché l’inflazione sale più negli Usa che nell’Ue


Poiché l’inflazione è tornata di moda nel dibattito pubblico, e speriamo non a lungo, vale la pena sfogliare un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce che confronta gli andamenti dei prezzi negli Usa e nell’Ue provando a rispondere a una domanda alquanto insidiosa per i presupposti che incorpora: perché negli Usa i prezzi sono saliti di più?

Verrebbe da pensare che l’accelerazione americana abbia in qualche modo a che fare con il maxi stimolo voluto prima da Trump e poi da Biden, che hanno premuto sull’acceleratore della domanda proprio mentre l’offerta veniva strozzata per le note vicende, con la Fed a gettare benzina sul fuoco per compiacere i suoi “azionisti” di riferimento, ossia il governo e soprattutto i mercati finanziari.

Ma è davvero così? La Bce osserva innanzitutto che il grosso dell’inflazione Usa si è concentrata su “un numero relativamente esiguo di voci con tassi inflazionistici molto elevati ‒ tra cui le quotazioni dell’energia”. Questa evidenza può essere rappresenta dalle “medie troncate” dell’inflazione misurata sull’indice dei prezzi al consumo, che escludono dalla rappresentazione le voci inflazionistiche più alte e più basse.

“Nel periodo da gennaio a luglio 2021 – nota la Bce – la media troncata dell’inflazione complessiva è aumentata di circa 1,0 punti percentuali per l’IPC statunitense e di 0,8 punti percentuali per lo IAPC dell’area dell’euro. Per contro, nello stesso periodo, l’inflazione complessiva misurata sull’IPC statunitense senza applicare le medie troncate è aumentata di 4,0 punti percentuali, mentre nell’area dell’euro l’inflazione misurata sullo IAPC è aumentata di 1,3 punti percentuali”.

Un’altra differenza rilevante è che mentre nell’Ue l’inflazione misurata sull’IAPC al netto dei beni energetici e alimentari è rimasta inferiore ai livelli pre-pandemia, negli Usa è accaduto il contrario. A luglio 2021, infatti, nell’Ue tale indice segnava un aumento dello 0,7%, a fronte dell’1,2 di febbraio 2020. Negli Usa invece era del 4,3%, a fronte del 2,1%.

Non si tratta qui di discorrere della transitorietà di questo andamento, sulla quale al momento c’è un consenso pressoché unanime da parte degli osservatori internazionali, bensì di provare a intuirne le ragioni che, secondo la Bce, sono diverse. L’Ue, ad esempio, ha una capacità produttiva inutilizzata maggiore, rispetto agli Usa. Ma oltre a questo hanno pesato vari fattori circostanziali influenzati dalla pandemia.

Se guardiamo ai prezzi delle automobili e camion usati, negli Usa si è registrato un picco nel secondo trimestre 2021 provocato dalla carenza di mezzi nuovi (semiconduttori e altro) che è arrivata proprio mentre la preferenza per il trasporto si spostava dal pubblico al privato. “Infine – osserva – il reddito disponibile delle famiglie è stato supportato dagli stimoli fiscali, facendo crescere la domanda di autovetture usate”. Questo aumento ha rappresentato, con 1,5 punti percentuali, la metà circa dell’inflazione misurata sull’IPC. Stimolare la domanda, classicamente, genera inflazione quando l’offerta è scarsa. Lo sanno tutti. Quindi anche il governo. Semmai non sa in quale settore troverà sfogo questa pressione. Questa dinamica non si è osservata invece nell’Ue, dove semmai sono saliti un poco i prezzi del nuovo, mentre quelli dell’usato sono rimasti stabili.

Un altro settore che ha pesato parecchio sull’inflazione Usa è quello turistico. “I prezzi relativi ai servizi di viaggio e trasporto sono aumentati notevolmente dopo l’allentamento delle misure di contenimento, con un conseguente considerevole contributo positivo fornito negli ultimi mesi all’inflazione misurata sull’IPC”. Sul settore turistico probabilmente hanno impattato molto gli andamenti salariali, ben al di sopra delle medie nazionali.

Nella zona euro, invece, “le misure di contenimento sono state revocate in un tempo successivo, con effetti ritardati sui servizi di trasporto e viaggio rispetto agli Stati Uniti”. Al contrario gli affitti hanno pesato sull’inflazione europea assai più che negli Usa.

Gli elementi inflazionistici comuni alle due aree si sono riscontrati nel settore dei beni di consumo, con l’importante eccezione delle componenti volatili come abbigliamento, calzature e auto usate.

Possiamo a questo punto tentare una prima lettura di questi dati. Negli Usa la maggior disponibilità di reddito, garantita dal governo, ha consentito a molti cittadini di comprare un’auto usata – negli Usa sicuramente questione di vita o di morte visto la carenza endemica di trasporto pubblico – e magari di andarci pure in vacanza, approfittando del fatto che le restrizioni si sono allentate. Questo ha determinato un aumento dei prezzi, spinto sia dalle auto usate, sia, sul versante dei salari, dal settore turistico, dove le paghe orarie cresciute ad agosto 2021 di oltre il 12%. Questa ovviamente è solo una visione parziale, ma comunque utile a comprendere come gli effetti delle politiche fiscali siano sempre difficili da prevedere.

In generale, “i recenti aumenti dell’inflazione ne hanno innalzato le aspettative formulate dai
previsori professionali”, sottolinea la Banca. Le aspettative di inflazione per il 2021, rispetto a gennaio scorso, sono state riviste al rialzo per l’area dell’euro di 1,2 punti percentuali e per gli Usa di 2 punti. Sarà pure transitorio, questo effetto – per il 2022 la revisione al rialzo è stata di 0,7 punti per gli Stati Uniti e di 0,3 per l’Ue – ma comunque le pressioni sui prezzi si faranno sentire ancora. E poiché i dati mostrano come i prezzi abbiamo “sforato” più volte il livello delle aspettative, non c’è da giurarci che non succeda di nuovo. Le strozzature sono ancora profonde. E forse ne dobbiamo ancora scoprire di nuove.

Le spedizioni strozzano il commercio europeo


Le ampie osservazioni sugli andamenti dell’inflazione, sorvegliata speciale delle banche centrali da quando i prezzi hanno iniziato ad alzare la testa più di quanto fossimo abituati a vedere, hanno spinto gli economisti ad approfondire le ragioni di questi rincari. Bisogna capire – e per il momento la risposta è positiva – se siano transitori. E tuttavia non è molto chiaro quanto duri questa transitorietà, visto che le ragioni che stanno sotto la salita dei prezzi sfuggono in gran parte al controllo dei policymaker.

Le previsioni macro diffuse da Ocse di recente, indicano che la curve dei prezzi rimarrà intonata al rialzo almeno per buona parte dell’anno prossimo. I primi segnali di normalizzazione si dovrebbero vedere alla fine del 2022.

Anche la Bce, nel sul ultimo bollettino economico, fa previsioni rassicuranti. Pur osservando una certa esuberanza dell’inflazione di fondo, ossia al netto della componente energetica e dei cibi freschi, prevede che entro i prossimi due anni quest’ultima tornerà nei limiti statutari.

Fin qui nessuna sorpresa, insomma. la vulgata della transitorietà dell’inflazione ormai è consolidata abbastanza da rassicurare gli operatori economici, che ormai hanno capito che le policy fiscali e monetarie internazionali seguiranno gli andamenti di questo 2021 per buona metà dell’anno prossimo. Anche la Fed di recente ha fatto capire che inizierà a raffreddare gli acquisti di asset a partire dal 2022 mentre i tassi dovrebbero rimanere fermi per tutto l’anno prossimo. E se l’inflazione dovesse ancora scaldarsi, pazienza: rimane un fenomeno transitorio fino a quando le banche centrali non diranno il contrario.

Il problema però è che sul versante dell’economia reale, ossia le questioni che ogni giorno gli operatori devono affrontare, il clima non è ancora dei migliori. La molla della ripresa è scattata, e non si capisce quanto restituirà in termini di maggior crescita strutturale una volta che si sarà esaurita la spinta del rimbalzo. Spinta che peraltro è all’origine di buona parte di queste tensioni inflazionistiche.

Sempre sfogliando l’ultimo rapporto Ocse notiamo infatti alcune tendenze di fondo sulla cui durata è difficile fare previsioni. La prima è il costo delle spedizioni internazionali marittime, quasi quintuplicato da febbraio 2020, a dimostrazione di una strozzatura nelle catene di approvvigionamento.

Questo andamento si apprezza meglio se si inquadra nel più ampio movimenti di rincari che sta coinvolgendo il mercato delle commodity provocando diverse ricadute sull’inflazione e sugli scambi internazionali.

Sempre Ocse calcola che i prezzi globali delle commodity fra luglio e agosto scorsi fossero circa il 55% più elevati rispetto a un anno prima. Questo, unito al rincaro del trasporto, avrebbe aggiunto una notevole spinta inflattiva al costo delle importazioni che si è trasferita ai prezzi al consumo (vedi grafico sopra).

Gli scenari elaborati da Ocse sono fortemente condizionati dagli andamenti di queste tensioni che si immagina rimarranno lungo tutto quest’anno mentre non è affatto chiaro su cosa succederà il prossimo. Mentre è evidente che questi effetti genereranno un certo “trascinamento” lungo tutte le catene globali, che richiederà un certo periodo di tempo ad essere riassorbito, la questione è capire cosa succederà nel frattempo al commercio internazionale, che con queste strozzature logistiche, e il rincaro che provoca, deve fare i conti.

La questione è analizzata dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico che si propone proprio di studiare l’impatto di queste strozzature sul lato dell’offerta sul commercio internazionale. Le vicende collegate alla pandemia hanno generato notevoli squilibri fra domanda e offerta che si osserva nella dilatazione dei tempi di consegna “senza precedenti”, come nota la banca. Ciò è risultato maggiormente evidente nei settori che dipendono proprio dai trasporti e da input afflitti da problemi di scarsità, come computer e beni elettronici, ma anche attrezzature, prodotti in legno, sostanze chimiche e autoveicoli. “A giugno – scrive la Banca – l’indice PMI mondiale relativo ai tempi di consegna dei fornitori ha raggiunto un minimo storico (cioé tempi di consegna più lunghi) dall’inizio delle rilevazioni nel 1999”.

A questo esito hanno concorso vari fattori, non ultimo il grave incidente di Suez della scorsa primavera. Adesso la situazione è in via di miglioramento, ma è ben lungi dall’essere normalizzata.

E questo è chiaramente osservabile se si osservano i tempi di consegna, particolarmente penalizzanti per l’Europa, che paga la sua lontananza geografica dai centri produttivi asiatici.

Situazione difficile anche per il mercato americano, pure se “le capacità di trasporto sulla rotta fra Asia e America settentrionale hanno segnato un recupero dalla pandemia più marcato rispetto alla rotta fra Asia ed Europa in parte in ragione dell’aumento di capacità derivante dal sostenuto andamento della ripresa osservato negli Stati Uniti”.

Questa osservazione ci riporta all’inizio del post, ossia agli andamenti dell’inflazione. Dal primo grafico si vede che l’andamento dell’inflazione negli Usa è particolarmente pronunciato nella prima metà di quest’anno. E’ chiaro che molto di questa accelerazione è dovuta proprio ai costi di trasporto. L’offerta della capacità di carico dei container, infatti, è abbastanza inelastica e poiché le tariffe spot dei container in uscita dall’Asia verso l’America settentrionale hanno toccato livelli record, gli operatori hanno trovato conveniente concentrarsi su questa rotta a scapito di altre. Una parte di questi prezzi si è evidentemente trasferita sui prezzi al consumo.

L’Europa, quindi, ha patito la “concorrenza” degli Usa. E in particolare l’hanno pagata i settori orientati all’esportazione “che hanno registrato la ripresa più veloce”, ma “sono interessati dalle carenze più gravi dal lato dell’offerta”.

Questi ritardi nelle forniture hanno strozzato la capacità europea di esportare, con un impatto variabile a seconda della vocazione dei singoli paesi. Ovviamente “l’impatto è maggiore per i paesi con esposizioni più consistenti nei confronti dei settori interessati alle strozzature”.

La Bce stima che “le carenze totali relative al livello di esportazioni di beni ammontano al 6,7% per l’area dell’euro e al 2,3% nel mondo intero”. Significa che l’export, in assenza di strozzature, sarebbe stato il 6,7% in più per l’aerea euro e del 2,3% in più per il mondo.

Ma aldilà di ciò che è accaduto, è ciò che può succedere che solleva molti dubbi. Il Covid sta tornando ad agitare l’Asia e quindi il trasporto marittimo. Significa che queste tensioni logistiche possono continuare molto più di quanto si preveda, rilasciando ulteriori spinte inflazionistiche nei prezzi alle importazioni. Nulla che si possa aggiustare manovrando i tassi di interesse. In queste circostanze, la fantasia creativa dei banchieri centrali, è costretta a fare i conti con la dura realtà.