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Perché l’inflazione Usa spaventa più di quella Ue


Osservare da vicino gli sviluppi del movimento inflazionistico che sta terremotando il mondo, e in particolare quello che non era più abituato ad averci a che fare, è un ottimo esercizio per provare a indovinare come cambieranno di conseguenza molte cose che davamo per scontate. La tolleranza delle banche centrali per un certo andamento dei prezzi, per dirne una.

Peraltro tale osservazione ravvicinata, di recente svolta dalla Bce nel suo bollettino economico, conferma quanto avevamo già intravisto in precedenti analisi, ossia la maggiore virulenza dell’accelerazione dei prezzi negli Stati Uniti rispetto all’Ue. I motivi sono diversi e già discussi, ma vale la pena tornarci sopra, forti dei nuovi dati usciti nel frattempo, che sono una semplice conferma dei trend.

Cominciamo dai primo: l’andamento inflazionistico complessivo in Europa e negli Usa. I grafici sotto sono aggiornati al secondo semestre 2021 e sono leggibili le diverse componenti.

Il 7% dell’indice dei prezzi al consumo statunitense, in crescita di 5,5 punti rispetto a gennaio 2021, si confronta col +5% europeo, in aumento del 4,1% rispetto a gennaio.

Pure al netto delle componenti energetiche, il dato è superiore ai target. Infatti la componente energetica ha pesato 2,2 punti negli Usa e 2,5 nell’area euro, dove peraltro anche a gennaio l’inflazione compessiva ha proseguito la sua accelerazione (+5,1%). I grafici sotto illustrano gli andamenti inflazionistici al netto di energia e cibo.

Come si può osservare , la componente inflazionistica che dipende dalla cosiddette strozzature negli approvvigionamenti è ancora molto elevata, specie negli Usa. Mentre in Europa ha pesato la riduzione temporanea dell’Iva in Germania.

Negli Stati Uniti, inoltre, ha influito molto l‘andamento degli affitti, che hanno una notevole importanza nel paniere inflazionistico americano, mentre le strozzatura sul lato dell’offerta hanno aumentato i prezzi delle auto, nuove e usate, le componenti delle auto, gli arredi e le attrezzature per la casa. Insomma: abitare, mangiare, muoversi (in auto) negli Usa: tutto è diventato più caro, e neanche di poco: “I prezzi di questo gruppo di articoli sono aumentati vertiginosamente durante il secondo trimestre del 2021 e, dopo un breve allentamento, hanno ripreso slancio nell’ultimo trimestre del 2021”, scrive la Bce. Per dare un’idea: solo i prezzi delle auto hanno avuto un peso di 1,6 punti sull’indice.

Questa drastica accelerazione dei prezzi, in componenti fondamenti per la vita di tutti i giorni, non poteva che generare tensioni al costo del lavoro, già surriscaldato da un ripresa del ciclo economico più avanzata di quella europea:: il pil pre-crisi in Europa è stato recuperato solo nel quarto trimestre 2021, mentre negli Usa nel secondo. Questo contribuisce a spiegare perché il costo del lavoro statunitense, al netto dei fattori istituzionali che lo distinguono dall’Ue, sia aumentato nel secondo semestre 2021 molto più che in Europa.

E spiega anche perché si guardi con maggiore preoccupazione agli sviluppi statunitensi. Se c’è un candidato alla spirale salari/prezzi, quello sta oltre Atlantico, non qui da noi. Infatti le previsioni, per quanto siano attendibili – negli ultimi trimestri sono risultate sempre sottostimate – stimano l’inflazione Usa al di sopra del 2% per un tempo assai più lungo di quanto non prevedano in Europa.

E questo spiega la conclusione. “Il grado di incertezza sulle prospettive per l’inflazione sembra essere molto più ampio per gli Stati Uniti che per l’area dell’euro”. Incertezza che è un veleno per l’economia. E per la banca centrale.

I salari “rigidi” che frenano l’inflazione in Europa


Fra le tante ansie che agitano le previsioni economiche, quella di un’inflazione che venga alimentata dalla mitica spirale prezzi-salari, comincia a manifestarsi sempre più di frequente fra gli osservatori, che molto rapidamente hanno dovuto dismettere il mindset deflazionista, alimentato da un ventennio di recessioni patrimoniali, e sostitituirlo con i vecchi modelli ormai dimenticati di interpretazione della realtà.

Questo revival degli anni ’70, però, deve fare i conti con un contesto istituzionale molto diverso da allora. E un recente approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce ce lo conferma: la possibilità che questa spirale si inneschi è remota, pure una qualche probabilità esiste. Gli anni Settanta sono lontani, ma vivono e lottano ancora con noi. O, per meglio dire, con le nostre convinzioni.

Presupposto essenziale perché le tensioni sui prezzi si trasferiscano sui salari è che la struttura della contrattazione collettiva sia predisposta in tal senso. Non basta quindi che le aspettative si disancorino – quindi che gli agenti economici si convincano che la crescita dei prezzi sarà duratura – perché le tensioni sui prezzi aggancino i salari. Serve che i lavoratori abbiano gli strumenti per trasformare le loro aspettative di inflazione in maggiori aumenti di salario. Quella che negli anni Settanta si chiamava scala mobile, e più avanti, meccanismi di indicizzazione.

Nell’eurozona le regole sono molto diverse fra i paesi. La Bce ha individuato quattro diversi regimi che spaziano dai sistemi automatici di indicizzazione dei salari a quelli che neanche formalizzano il ruolo dell’inflazione nel processo di formazione dei salari. Il grafico sotto ci dà un’idea più chiara dello stato dell’arte.

I vari regimi, inoltre, possono utilizzare una diversa definizione dell’indice di inflazione. Nel senso che si può adottare un approccio prospettico o retrospettivo e includere o escludere i prezzi dei beni energetici. “Gli indicatori retrospettivi – spiega la Bce – implicano un adeguamento ritardato dei salari all’inflazione osservata, mentre gli indicatori prospettici devono affidarsi alle previsioni”.

La Banca ha calcolato che i sistemi di indicizzazione automatica si applicano a circa il 3% dei dipendenti del settore privato, sia sui salari minimi che normali. Una quantità quindi non abbastanza robusta da innescare una spirale prezzi-salari. Per questi lavoratori, la misura del tasso è retrospettiva e include i beni energetici.

Poi ci sono i sistemi di indicizzazione che assegnano un ruolo esplicito all’andamento dei prezzi. Di solito questi meccanismi usano l’inflazione prospettica e escludono i beni energetici, e vengono applicati a circa il 18% degli occupati.

Un altro 18% di dipendenti del settore privato lavora in paesi dove solo i salari minimi vengono automaticamente indicizzati all’inflazione usando un approccio retrospettivo nella definizione del tasso e l’inclusione dei beni energetici. Ma ovviamente non tutti costoro percepiscono salari minimi. Anzi, “solo una percentuale relativamente esigua di dipendenti” ne ha diritto.

Il punto centrale è che “per oltre la metà dei dipendenti del settore privato nell’area euro l’inflazione non svolge un ruolo esplicito nel processo di formazione dei salari, ma può essere un fattore importante nelle trattative salariali”. Per capire l’aria che tira in Europa, è bene ricordare che “a partire dalla crisi finanziaria mondiale i meccanismi di indicizzazione che prevedono un ruolo esplicito per l’inflazione nel processo di formazione dei salari sono diventati lievemente meno diffusi”.

Da qui la conclusione. “Nel complesso, nell’area dell’euro la probabilità che i meccanismi di
formazione dei salari inneschino effetti di secondo impatto basati sull’indicizzazione all’inflazione è relativamente limitata, soprattutto quando si tratta dell’inflazione dei beni energetici”. Potrebbero salire i salari minimi, insomma, ma non tutti gli altri. A meno che, ovviamente, non parta un ondata “imitativa”, visto che “gli incrementi dei salari minimi possono servire da parametro di riferimento per le strutture salariali nell’economia nel suo complesso”.

Come dire: l’indicizzazione automatica, uscita alla porta dell storia, può rientrare dalla finestra della cronaca. “Nel complesso – conclude la Banca -, a meno che lo shock all’inflazione non determini un aumento significativo dell’indicizzazione dei salari, una trasmissione generalizzata e automatica dei recenti aumenti dell’inflazione alla crescita dei salari sembra piuttosto improbabile, dati i meccanismi prevalenti”. Il problema è che i meccanismi sono notoriamente provvisori.

Il puzzle della produttività del lavoro cresciuta durante la pandemia


L’ultimo bollettino della Bce offre un’analisi ben documentata su uno dei fenomeni economici più curiosi osservati durante la crisi Covid: la circostanza che nel periodo compreso fra l’ultimo trimestre del 2019 e il primo trimestre del 2021 la produttività del lavoro nell’area euro è stata positiva, segnando anche un’accelerazione rispetto al periodo precedente alla pandemia.

Per dirla con le parole della Bce, “la crescita della produttività del lavoro nell’area dell’euro, misurata dal Pil in termini reali per ora lavorata, è aumentata all’inizio della pandemia, per poi diminuire nel corso della seguente ripresa. Ciò contraddice il concetto generale di prociclicità della produttività e riflette l’unicità di questa crisi”.

I dati ci dicono che nel periodo preso in esame la crescita media del Pil in termini reali per ora lavorata è stata dell’1,7%, “oltre il doppio del tasso medio prima della pandemia (2014-19)”. Ciò a fronte di un calo del Pil reale medio del 5,7% e delle ore lavorate del 7,4% su base annua. Il calo dell’occupazione è stato più contenuto, (-1,6% medio su base annua) grazie alle misure di sostegno. In sostanza meno persone hanno prodotto meglio in relazione alla quantità di Pil e ore lavorate perdute.

L’inverso è accaduto quando è partita la ripresa. Dal secondo trimestre 2021 le ore lavorate e l’occupazione hanno recuperato, e questo ha determinato un rallentamento della produttività, che tuttavia è rimasta “di oltre il 2% superiore rispetto al livello precedente la pandemia osservato nel quarto trimestre 2019”.

Questi, sinteticamente, i fatti. Rimane da capire cosa significhino. Seguendo lo schema proposto dalla Bce, possiamo individuare due ambiti fenomenologici che incidono sull’andamento della produttività: da una parte quelli che operano a livello di impresa, dall’altra quelli che hanno a che fare con le riallocazioni di risorse fra imprese dello stesso settore e fra i diversi settori. I primi hanno a che fare con i fattori di produzione e con le pratiche aziendali. I secondi dal quel processo di “distruzione creatrice” che agisce all’interno dei settori e fra i settori.

Quanto ai primi “la crescita della produttività a livello di singola impresa sta beneficiando dell’accelerazione nell’adozione di tecnologie digitali indotta dalla pandemia”. Quest’ultima, insomma, avrebbe favorito una sorta di transizione tecnologica, che ha fatto crescere il valore aggiunto nei settori a vocazione tecnologica, si pensi all’ICT o alla finanza, dove le persone possono facilmente lavorare da remoto.

Il problema è che “in prospettiva, tuttavia, la pandemia potrebbe anche avere un impatto negativo sulla crescita della produttività a livello di impresa”. Dipenderà molto dall’andamento dell’occupazione e quindi delle aziende che riusciranno a “sopravvivere” alla fine dei sostegni. Si rischia di perdere capitale umano prezioso che inevitabilmente logora la produttività.

Se guardiamo invece agli effetti intersettoriali, lo shock pandemico ha riallocato le risorse in modo tale da favorire la produttività “almeno nel breve periodo”. In sostanza, gli effetti penalizzanti subiti da alcuni settori – si pensi ai servizi in presenza – sono stati compensati da altri settori come il manifatturiero “che hanno persino beneficiato della maggiore domanda di soluzioni on line”. Se poi si considera che spesso questi servizi in presenza (ad esempio i parrucchieri) sono meno produttivi rispetto a quelli meno colpiti (ad esempio l’hi tech), ecco spiegato il giallo: la produttività complessiva ne è risultata aumentata.

Cosa ci riserva il futuro? “Alcuni segnali indicano che il processo di distruzione creatrice potrebbe accrescere la produttività”. Questo in teoria. In pratica “il carattere esogeno e orizzontale di questo shock (che interessa tutte le imprese di un dato settore) non ha garantito l’instaurarsi di un processo di distruzione creatrice capace di incrementare la produttività”. Pure se “le simulazioni condotte dalla Bce mostrano che le imprese con maggiori probabilità di uscire dal mercato a causa della pandemia sono meno produttive di altre”.

A far la differenza sarà non soltanto lo stato tecnologico che si andrà a consolidare a valle della pandemia, ma anche la strategia di uscita dai sostegni. La primavera della produttività, se mal gestita, potrebbe facilmente farci retrocedere verso l’inverno.

Il declino secolare delle ore lavorate


Quando Keynes scriveva un secolo fa che qualunque governo di buon senso dovrebbe preoccuparsi della quantità di tempo libero che il progresso avrebbe regalato alle popolazioni probabilmente si sarebbe stupito nell’osservare la consistenza di questa quantità.

Secondo i calcoli svolti dalla Bce infatti, contenuti nel suo ultimo bollettino, fra il 1870 e il 1973 le ore annue lavorate per occupato sono diminuite di oltre mille unità in Francia, Germania, Italia e nei Paesi Bassi. E tale andamento si è osservato anche in economie molto diverse da quelle europee, come in Australia, Canada, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Si tratta quindi di un trend di lungo periodo: secolare come si usa dire oggi. E tuttavia si è osservato che questa tendenza si è affievolita a partire dagli anni ’70, mostrando alcune disomogeneità fra i vari paesi.

Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che le ore lavorate per occupato sono una misura dell’intensità dell’occupazione la cui manovra, da parte delle aziende, viene sovente utilizzata in tempi di crisi per gestire i costi del lavoro senza incidere sui livelli occupazionali. Detto semplicemente, se un’azienda ha aspettative negative sulla propria redditività, anziché licenziare taglia le ore lavorate. Per questa ragione gli economisti osservano questo dato per avere indicazioni sia sulle possibili dinamiche salariali – difficile che ci siano spinte rialziste di fronte a un calo delle ore lavorate – e quindi dell’inflazione dei prezzi, che secondo i modelli più largamente utilizzati sono collegati in qualche modo all’andamento delle retribuzioni.

Il grande calo delle ore lavorate negli ultimi 150 anni è dovuto principalmente al progresso tecnologico, che ha spostato l’attività dalla manifattura ai servizi, mentre generava aumenti di produttività che hanno consentito non solo un incremento delle retribuzioni, ma anche il calo del costo delle attività ricreative, “modificando l’allocazione ottimale del tempo fra lavoro e tempo libero”, come spiega la Bce. L’analisi della Bce non tiene conto, evidentemente, dell’effetto che hanno avuto sulle ore lavorate le vicende più squisitamente istituzionali. La seconda metà del secolo XIX, come sanno bene gli storici, sono gli anni dei grandi scioperi e della nascita del socialismo.

L’analisi, in compenso, stringendo il fuoco dell’osservazione sugli ultimi 25 anni, ci consente di ricavare alcune informazioni interessanti su come questa variabile si sia evoluta nell’eurozona e cosa ciò abbia significato per il mercato del lavoro.

La prima cosa da sapere è che tra il 1995 e il 2019 le ore annue lavorate per occupato nell’eurozona sono diminuite di oltre cento unità. In particolare, da 38,6 ore a settimana a 36,4. La pandemia ha aggravato notevolmente questa tendenza, anche se si presume in via temporanea.

Il punto interessante, però, è che questo calo delle ore lavorate “è principalmente associato all’andamento della partecipazione alle forze di lavoro e dell’occupazione a tempo parziale”. In sostanza, “il principale fattore alla base del calo delle ore lavorate per occupato nell’area dell’euro negli ultimi 25 anni è l’incremento della quota del lavoro a tempo parziale”. La variabile, insomma, disegna una evoluzione del mercato del lavoro, più che rappresentare il risultato di miglioramenti tecnologici.

Rimane da capire se questa diminuzione delle ore lavorate sia voluta dai lavoratori – qualcuno potrebbe scegliere di lavorare di meno – o “imposta” dai datori di lavoro. Se, vale a dire, ad essere carente sia l’offerta di lavoro piuttosto che la domanda. Si è osservato ad esempio che “l’aumento della partecipazione alle forze di lavoro e della quota del lavoro a tempo parziale sono stati principalmente determinati da un più elevato tasso di partecipazione femminile alle forze di lavoro, dal momento che le donne sono coloro che più probabilmente assumono impieghi a tempo parziale”.

Al tempo stesso nell’arco di tempo osservato sono intervenuti fenomeni straordinari come la Grande Crisi finanziaria, durante la quale “il mantenimento dei livelli occupazionali attraverso la riduzione delle ore lavorate ha limitato l’aumento della disoccupazione nell’area dell’euro”. Le imprese, insomma, hanno “tesaurizzato” il lavoro.

Questi effetti, combinandosi a quelli strutturali, hanno disegnato la fisionomia di un mercato del lavoro con una percentuale più elevata di occupati nel settore dei servizi, una maggiore partecipazione femminile, un aumento della quota del lavoro a tempo parziale e un certo invecchiamento della popolazione.

Si sono verificati anche fenomeni con effetti opposti: da una parte l’aumentata partecipazione al lavoro, che incrementa le ore lavorate totali e le ore pro capite; dall’altra la circostanza che i nuovi assunti lavorano meno ore, contribuendo così a ridurre le ore pro capite. La sintesi degli economisti della Bce è che “la principale determinante del calo registrato nelle ore lavorate è la maggiore partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne, che si riflette anche in un aumento del rapporto fra occupazione e popolazione”.

Se guardiamo al dato settoriale, osserviamo che tutti i settori hanno sofferto un calo delle ore lavorate, la parte più rilevante è stato il commercio all’ingrosso e al dettaglio.

Se invece guardiamo alle differenze fra i vari paesi dell’eurozona, osserviamo che tutti i paesi dell’area hanno registrato un calo di lungo periodo.

Interessante osservare che “diminuzioni più consistenti dell’orario medio tendono a essere
associate a maggiori incrementi del rapporto tra occupazione e popolazione”. Ciò significa che è aumentata la partecipazione al lavoro, ma per meno ore. Infine, ” gran parte del calo osservato nella media delle ore lavorate nell’area dell’euro negli ultimi 25 anni (circa il 78 per cento) è ascrivibile a Francia, Germania e Italia”.

Insomma: in Europa si lavora meno ore, ma in più persone. Si potrebbe pensare che si sta realizzando uno degli slogan più gettonati del nostro passato. Se non fosse che il “lavorare meno, lavorare tutti”, in molti casi è subìto, più che richiesto. Il 10% dei lavoratori, secondo l’indagine sulla forza di lavoro nell’Ue citata dalla Bce, dice che vorrebbe lavorare di più, solo che la loro offerta non incontra una domanda. Tra i lavoratori a tempo parziale, poi, questa tipologia arriva al 20%.

Keynes aveva ragione quando diceva che qualunque governo avrebbe dovuto preoccuparsi di una popolazione con una quantità crescente di tempo libero. Specialmente se magari queste persone preferirebbero lavorare.

Perché l’inflazione sale più negli Usa che nell’Ue


Poiché l’inflazione è tornata di moda nel dibattito pubblico, e speriamo non a lungo, vale la pena sfogliare un approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino della Bce che confronta gli andamenti dei prezzi negli Usa e nell’Ue provando a rispondere a una domanda alquanto insidiosa per i presupposti che incorpora: perché negli Usa i prezzi sono saliti di più?

Verrebbe da pensare che l’accelerazione americana abbia in qualche modo a che fare con il maxi stimolo voluto prima da Trump e poi da Biden, che hanno premuto sull’acceleratore della domanda proprio mentre l’offerta veniva strozzata per le note vicende, con la Fed a gettare benzina sul fuoco per compiacere i suoi “azionisti” di riferimento, ossia il governo e soprattutto i mercati finanziari.

Ma è davvero così? La Bce osserva innanzitutto che il grosso dell’inflazione Usa si è concentrata su “un numero relativamente esiguo di voci con tassi inflazionistici molto elevati ‒ tra cui le quotazioni dell’energia”. Questa evidenza può essere rappresenta dalle “medie troncate” dell’inflazione misurata sull’indice dei prezzi al consumo, che escludono dalla rappresentazione le voci inflazionistiche più alte e più basse.

“Nel periodo da gennaio a luglio 2021 – nota la Bce – la media troncata dell’inflazione complessiva è aumentata di circa 1,0 punti percentuali per l’IPC statunitense e di 0,8 punti percentuali per lo IAPC dell’area dell’euro. Per contro, nello stesso periodo, l’inflazione complessiva misurata sull’IPC statunitense senza applicare le medie troncate è aumentata di 4,0 punti percentuali, mentre nell’area dell’euro l’inflazione misurata sullo IAPC è aumentata di 1,3 punti percentuali”.

Un’altra differenza rilevante è che mentre nell’Ue l’inflazione misurata sull’IAPC al netto dei beni energetici e alimentari è rimasta inferiore ai livelli pre-pandemia, negli Usa è accaduto il contrario. A luglio 2021, infatti, nell’Ue tale indice segnava un aumento dello 0,7%, a fronte dell’1,2 di febbraio 2020. Negli Usa invece era del 4,3%, a fronte del 2,1%.

Non si tratta qui di discorrere della transitorietà di questo andamento, sulla quale al momento c’è un consenso pressoché unanime da parte degli osservatori internazionali, bensì di provare a intuirne le ragioni che, secondo la Bce, sono diverse. L’Ue, ad esempio, ha una capacità produttiva inutilizzata maggiore, rispetto agli Usa. Ma oltre a questo hanno pesato vari fattori circostanziali influenzati dalla pandemia.

Se guardiamo ai prezzi delle automobili e camion usati, negli Usa si è registrato un picco nel secondo trimestre 2021 provocato dalla carenza di mezzi nuovi (semiconduttori e altro) che è arrivata proprio mentre la preferenza per il trasporto si spostava dal pubblico al privato. “Infine – osserva – il reddito disponibile delle famiglie è stato supportato dagli stimoli fiscali, facendo crescere la domanda di autovetture usate”. Questo aumento ha rappresentato, con 1,5 punti percentuali, la metà circa dell’inflazione misurata sull’IPC. Stimolare la domanda, classicamente, genera inflazione quando l’offerta è scarsa. Lo sanno tutti. Quindi anche il governo. Semmai non sa in quale settore troverà sfogo questa pressione. Questa dinamica non si è osservata invece nell’Ue, dove semmai sono saliti un poco i prezzi del nuovo, mentre quelli dell’usato sono rimasti stabili.

Un altro settore che ha pesato parecchio sull’inflazione Usa è quello turistico. “I prezzi relativi ai servizi di viaggio e trasporto sono aumentati notevolmente dopo l’allentamento delle misure di contenimento, con un conseguente considerevole contributo positivo fornito negli ultimi mesi all’inflazione misurata sull’IPC”. Sul settore turistico probabilmente hanno impattato molto gli andamenti salariali, ben al di sopra delle medie nazionali.

Nella zona euro, invece, “le misure di contenimento sono state revocate in un tempo successivo, con effetti ritardati sui servizi di trasporto e viaggio rispetto agli Stati Uniti”. Al contrario gli affitti hanno pesato sull’inflazione europea assai più che negli Usa.

Gli elementi inflazionistici comuni alle due aree si sono riscontrati nel settore dei beni di consumo, con l’importante eccezione delle componenti volatili come abbigliamento, calzature e auto usate.

Possiamo a questo punto tentare una prima lettura di questi dati. Negli Usa la maggior disponibilità di reddito, garantita dal governo, ha consentito a molti cittadini di comprare un’auto usata – negli Usa sicuramente questione di vita o di morte visto la carenza endemica di trasporto pubblico – e magari di andarci pure in vacanza, approfittando del fatto che le restrizioni si sono allentate. Questo ha determinato un aumento dei prezzi, spinto sia dalle auto usate, sia, sul versante dei salari, dal settore turistico, dove le paghe orarie cresciute ad agosto 2021 di oltre il 12%. Questa ovviamente è solo una visione parziale, ma comunque utile a comprendere come gli effetti delle politiche fiscali siano sempre difficili da prevedere.

In generale, “i recenti aumenti dell’inflazione ne hanno innalzato le aspettative formulate dai
previsori professionali”, sottolinea la Banca. Le aspettative di inflazione per il 2021, rispetto a gennaio scorso, sono state riviste al rialzo per l’area dell’euro di 1,2 punti percentuali e per gli Usa di 2 punti. Sarà pure transitorio, questo effetto – per il 2022 la revisione al rialzo è stata di 0,7 punti per gli Stati Uniti e di 0,3 per l’Ue – ma comunque le pressioni sui prezzi si faranno sentire ancora. E poiché i dati mostrano come i prezzi abbiamo “sforato” più volte il livello delle aspettative, non c’è da giurarci che non succeda di nuovo. Le strozzature sono ancora profonde. E forse ne dobbiamo ancora scoprire di nuove.

Le spedizioni strozzano il commercio europeo


Le ampie osservazioni sugli andamenti dell’inflazione, sorvegliata speciale delle banche centrali da quando i prezzi hanno iniziato ad alzare la testa più di quanto fossimo abituati a vedere, hanno spinto gli economisti ad approfondire le ragioni di questi rincari. Bisogna capire – e per il momento la risposta è positiva – se siano transitori. E tuttavia non è molto chiaro quanto duri questa transitorietà, visto che le ragioni che stanno sotto la salita dei prezzi sfuggono in gran parte al controllo dei policymaker.

Le previsioni macro diffuse da Ocse di recente, indicano che la curve dei prezzi rimarrà intonata al rialzo almeno per buona parte dell’anno prossimo. I primi segnali di normalizzazione si dovrebbero vedere alla fine del 2022.

Anche la Bce, nel sul ultimo bollettino economico, fa previsioni rassicuranti. Pur osservando una certa esuberanza dell’inflazione di fondo, ossia al netto della componente energetica e dei cibi freschi, prevede che entro i prossimi due anni quest’ultima tornerà nei limiti statutari.

Fin qui nessuna sorpresa, insomma. la vulgata della transitorietà dell’inflazione ormai è consolidata abbastanza da rassicurare gli operatori economici, che ormai hanno capito che le policy fiscali e monetarie internazionali seguiranno gli andamenti di questo 2021 per buona metà dell’anno prossimo. Anche la Fed di recente ha fatto capire che inizierà a raffreddare gli acquisti di asset a partire dal 2022 mentre i tassi dovrebbero rimanere fermi per tutto l’anno prossimo. E se l’inflazione dovesse ancora scaldarsi, pazienza: rimane un fenomeno transitorio fino a quando le banche centrali non diranno il contrario.

Il problema però è che sul versante dell’economia reale, ossia le questioni che ogni giorno gli operatori devono affrontare, il clima non è ancora dei migliori. La molla della ripresa è scattata, e non si capisce quanto restituirà in termini di maggior crescita strutturale una volta che si sarà esaurita la spinta del rimbalzo. Spinta che peraltro è all’origine di buona parte di queste tensioni inflazionistiche.

Sempre sfogliando l’ultimo rapporto Ocse notiamo infatti alcune tendenze di fondo sulla cui durata è difficile fare previsioni. La prima è il costo delle spedizioni internazionali marittime, quasi quintuplicato da febbraio 2020, a dimostrazione di una strozzatura nelle catene di approvvigionamento.

Questo andamento si apprezza meglio se si inquadra nel più ampio movimenti di rincari che sta coinvolgendo il mercato delle commodity provocando diverse ricadute sull’inflazione e sugli scambi internazionali.

Sempre Ocse calcola che i prezzi globali delle commodity fra luglio e agosto scorsi fossero circa il 55% più elevati rispetto a un anno prima. Questo, unito al rincaro del trasporto, avrebbe aggiunto una notevole spinta inflattiva al costo delle importazioni che si è trasferita ai prezzi al consumo (vedi grafico sopra).

Gli scenari elaborati da Ocse sono fortemente condizionati dagli andamenti di queste tensioni che si immagina rimarranno lungo tutto quest’anno mentre non è affatto chiaro su cosa succederà il prossimo. Mentre è evidente che questi effetti genereranno un certo “trascinamento” lungo tutte le catene globali, che richiederà un certo periodo di tempo ad essere riassorbito, la questione è capire cosa succederà nel frattempo al commercio internazionale, che con queste strozzature logistiche, e il rincaro che provoca, deve fare i conti.

La questione è analizzata dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico che si propone proprio di studiare l’impatto di queste strozzature sul lato dell’offerta sul commercio internazionale. Le vicende collegate alla pandemia hanno generato notevoli squilibri fra domanda e offerta che si osserva nella dilatazione dei tempi di consegna “senza precedenti”, come nota la banca. Ciò è risultato maggiormente evidente nei settori che dipendono proprio dai trasporti e da input afflitti da problemi di scarsità, come computer e beni elettronici, ma anche attrezzature, prodotti in legno, sostanze chimiche e autoveicoli. “A giugno – scrive la Banca – l’indice PMI mondiale relativo ai tempi di consegna dei fornitori ha raggiunto un minimo storico (cioé tempi di consegna più lunghi) dall’inizio delle rilevazioni nel 1999”.

A questo esito hanno concorso vari fattori, non ultimo il grave incidente di Suez della scorsa primavera. Adesso la situazione è in via di miglioramento, ma è ben lungi dall’essere normalizzata.

E questo è chiaramente osservabile se si osservano i tempi di consegna, particolarmente penalizzanti per l’Europa, che paga la sua lontananza geografica dai centri produttivi asiatici.

Situazione difficile anche per il mercato americano, pure se “le capacità di trasporto sulla rotta fra Asia e America settentrionale hanno segnato un recupero dalla pandemia più marcato rispetto alla rotta fra Asia ed Europa in parte in ragione dell’aumento di capacità derivante dal sostenuto andamento della ripresa osservato negli Stati Uniti”.

Questa osservazione ci riporta all’inizio del post, ossia agli andamenti dell’inflazione. Dal primo grafico si vede che l’andamento dell’inflazione negli Usa è particolarmente pronunciato nella prima metà di quest’anno. E’ chiaro che molto di questa accelerazione è dovuta proprio ai costi di trasporto. L’offerta della capacità di carico dei container, infatti, è abbastanza inelastica e poiché le tariffe spot dei container in uscita dall’Asia verso l’America settentrionale hanno toccato livelli record, gli operatori hanno trovato conveniente concentrarsi su questa rotta a scapito di altre. Una parte di questi prezzi si è evidentemente trasferita sui prezzi al consumo.

L’Europa, quindi, ha patito la “concorrenza” degli Usa. E in particolare l’hanno pagata i settori orientati all’esportazione “che hanno registrato la ripresa più veloce”, ma “sono interessati dalle carenze più gravi dal lato dell’offerta”.

Questi ritardi nelle forniture hanno strozzato la capacità europea di esportare, con un impatto variabile a seconda della vocazione dei singoli paesi. Ovviamente “l’impatto è maggiore per i paesi con esposizioni più consistenti nei confronti dei settori interessati alle strozzature”.

La Bce stima che “le carenze totali relative al livello di esportazioni di beni ammontano al 6,7% per l’area dell’euro e al 2,3% nel mondo intero”. Significa che l’export, in assenza di strozzature, sarebbe stato il 6,7% in più per l’aerea euro e del 2,3% in più per il mondo.

Ma aldilà di ciò che è accaduto, è ciò che può succedere che solleva molti dubbi. Il Covid sta tornando ad agitare l’Asia e quindi il trasporto marittimo. Significa che queste tensioni logistiche possono continuare molto più di quanto si preveda, rilasciando ulteriori spinte inflazionistiche nei prezzi alle importazioni. Nulla che si possa aggiustare manovrando i tassi di interesse. In queste circostanze, la fantasia creativa dei banchieri centrali, è costretta a fare i conti con la dura realtà.

La crisi dei chip affossa la produzione di auto in Italia


Molto si è scritto della crisi nella produzione di microchip che ha generato una carenza globale dei preziosi componenti di molta della nostra quotidianità. E il fatto che anche la Bce ne abbia fatto oggetto di una interessante ricognizione pubblicata nel suo ultimo Bollettino economico è la prova che le conseguenze economiche di questa carenza sono state profonde, e lo saranno ancor più in futuro.

D’altronde sarebbe strano il contrario. I chip sono alla base di molte produzioni, a cominciare ovviamente da computer e smartphone, fra le quali merita di essere segnalata quella di automobili, che ha la (s)gradevole caratteristica di essere una delle architravi del prodotto in molte economie europee, compresa la nostra. E purtroppo si vede.

Il grafico sopra mostra l’andamento della produzione di auto nel primo trimestre 2021 rispetto all’ultimo quarto 2020 e colloca il nostro paese al vertice del calo, peggio persino della Germania, che pure è un forte produttore. Quest’ultima d’altronde si segnala per le notevoli difficoltà che la scarsità di chip sta determinando nella sua economia, assai più gravi che per la nostra.

Il quadro si complica se si ricorda che “nel breve periodo ci si attende che la carenza di semiconduttori continui”, come scrive la Banca. E questo malgrado “le principali imprese manifatturiere di chip a livello mondiale prevedono di
ampliare la capacità produttiva e di incrementare la spesa in conto capitale quasi del 74 per cento”.

La buona notizia, che poi è quella che più di tutte interessa alla Bce, è che al momento la mancanza di chip non sta creando troppe tensioni sui prezzi. Nell’eurozona, infatti, “l’inflazione alla produzione sia per i componenti elettronici sia per i circuiti stampati, per i quali i semiconduttori sono fondamentali, si mantiene negativa”. Ciò che non toglie che si osservi una certa tensione sui prezzi “agli stadi successivi della catena di formazione dei prezzi”. In particolare proprio per i computer e i veicoli a motore.

C’è poi la questione geografica, o geopolitica se preferite, che deriva dalla preponderanza asiatica nella produzione e nel consumo di chip. Nel tempo infatti la produzione si è sempre più concentrata a Oriente, con effetti evidenti anche sulla capacità dell’Europa di importare questi prodotti.

Come si può osservare nel tempo la quota di importazioni dell’Ue è diminuita nel decennio e questa tendenza è stata amplificata dalla pandemia.

Dal grafico sopra, infatti, si osserva che la ripresa delle importazioni dell’Europa seguita al dopo lockdown non si è accoppiata con l’aumento dell’import di chip, già in crisi di produzione. Questo in conseguenza del fatto che “nel frattempo l’offerta era stata reindirizzata altrove”. La conseguenza visibile è stato un aumento notevole dei tempi di consegna.

E così arriviamo alle conseguenze economiche: “Secondo l’ultima indagine trimestrale della Commissione europea presso le imprese, il 23 per cento delle imprese manifatturiere dell’area dell’euro ha segnalato la mancanza di materiali
e/o attrezzature come un fattore chiave di limitazione della produzione”. Un problema che, come abbiamo già visto, è particolarmente grave in Germania.

Tutto ciò solleva molti interrogativi sulla tenuta della ripresa, che molto dipende da settori trainanti come l’automotive e l’hi tech. Con l’avvertenza che la crisi dei chip non sarà breve. Sarebbe saggio tenerne conto.

La tendenza disinflazionaria della globalizzazione


Ora che l’inflazione sembra voler tornare di moda, dopo essere scomparsa dai radar degli osservatori da un ventennio abbondante, vale la pena approfondire – sperando che sia robusto – il legame che molti economisti ipotizzano esista fra l’andamento dei prezzi e la globalizzazione che sempre da un ventennio, ossia da quanto l’internazionalizzazione ha mostrato di accelerare sempre di più, sembra abbia influito significativamente proprio sull’inflazione.

Il grafico sopra, pubblicato dalla Bce nel suo ultimo bollettino, sembra fatto apposta per nutrire il sospetto che ci sia una profonda correlazione – che magari transita attraverso i prezzi delle importazioni – fra andamento crescente della globalizzazione e trend decrescente dei prezzi. Ma come è noto, i sospetti di correlazione non sono mai una prova. Perciò è assai più sensato parlare, semmai, di bias, come dicono gli economisti. Ossia di una tendenza che potrebbe spiegare l’andamento di variabili così diverse. E sperare magari che esista davvero, questa tendenza, visto che l’azioni delle banche centrale e dei governi, che pompano senza sosta risorse finanziarie nel circuito economico, sembrano fatte apposta per disancorare le aspettative di inflazione e regalarci una qualche fiammata dei prezzi.

Circostanza nefasta, visto l’attuale livello di debito raggiunto, perché potrebbe costringere le banche ad alzare i tassi di interesse, ben sapendo che l’alternativa – ossia il mantenere una politica monetaria accomodante – sarebbe peggio.

Per valutare l’effetto della globalizzazione sull’inflazione la Bce ha preso in esame tre elementi che per le loro caratteristiche potrebbero essere collegati a un calo persistente della globalizzazione. Ossia l’integrazione commerciale, la globalizzazione dell’informazione e la partecipazione alle catene globali del valore. L’analisi tuttavia mostra che il contributo di queste grandezze agli andamenti inflazionari rimane modesto. Quindi da questo punto di vista non sembra che l’andamento dei prezzi ne sia influenzato.

DI conseguenza rimarrebbe valido il vecchio schema interpretativo che collega l’inflazione alle pressioni (monetarie) sul lato della domanda – classicamente rappresentate dalla curva di Phillips che correla graficamente il livello di occupazione all’andamento dei prezzi – e sul lato dell’offerta, che molto dipende dalle politiche monetarie della banca centrale.

C’è però un punto che bisogna ricordare. Le economie avanzate, oggetto dell’analisi della Bce, hanno mostrato andamenti inflazionari sorprendentemente simili nel quindicennio fra l’inizio dei ’70 e la metà degli ’80 del XX secolo, quando i prezzi salivano – con la significativa eccezione della Germania e della Svizzera – a ritmi del 10%.

Il punto teorico interessante è che “la crescente sincronizzazione dei tassi di inflazione tra paesi riflette l’influenza di fattori comuni, come ampiamente documentato in letteratura”, come scrive la Banca. Perciò è naturale chiedersi quali possano essere questi fattori comuni se quelli analizzati dalla Bce non si sono dimostrati quelli giusti. Alcuni autori hanno stimato che l’inflazione “globale” pesi addirittura circa il 70% sulla varianza dell’inflazione fra paesi.

Questo scenario, perciò , disegna un mondo molto interconnesso, anche se, secondo altri economisti, l’importanza dei fattori globali sarebbe diminuita a partire dalla fine degli anni ’70. Rimane il fatto che questi co-movimenti devono essere compresi e spiegati. Una di queste spiegazioni mette in cima ai fattori che attivano l’inflazione globale gli shock comuni, come quelli vissuti nei ’70 a causa del petrolio, o quelli uguali e contrari perché deflazionistici che abbiamo visto all’opera dopo la crisi del 2008.

Un’altra causa di co-movimento viene individuata nell’evoluzione del regime della politica monetaria e nei cambiamenti strutturali. Ha a che fare, quindi, con il contesto istituzionale nel quale si trovano ad agire i responsabili delle politiche monetarie che – lo abbiamo visto anche in occasione del Covid – tendono a muoversi in maniera coordinata.

Quella che abbiamo chiamato l’internazionale del central banking, insomma, può rappresentare un fattore istituzionale rilevante. La dimostrazione più chiara di questo “potere” la si può ricavare osservando come la convergenza sui target di inflazione fra le principali banche centrali nel tempo ha effettivamente favorito il loro raggiungimento nell’età della Grande Moderazione.

La globalizzazione, quindi, non riguarda solo i traffici commerciali di beni, servizi o persone, ma ha a che fare con fenomeni assai più complessi che includono anche le policy. Si pensi ad esempio alla regolamentazione bancaria. Ma questa definizione “allargata” della globalizzazione non viene contemplata dalla Bce, che si limita ad osservarla nel suo aspetto più squisitamente economico, e perciò scrive, ad esempio, che “la globalizzazione si è arrestata dopo la grande crisi finanziaria”. Che è vero se ci si riferisce ai traffici internazionali, ma assai meno vero se si guarda alle policy. Basta pensare agli swap attivati fra le banche centrali proprio in conseguenza della crisi finanziaria, o alle politiche coordinate che hanno condotto a un graduale cale dei tassi di interessi ed all’allargamento dei bilanci della banche centrali.

A limitare la capacità di osservazione dell’effetto della globalizzazione sull’inflazione della Bce è proprio la definizione scelta per la parola globalizzazione. Il fenomeno, infatti, viene osservato nella sua più evidente ricaduta economica e se ne ha un chiaro esempio quando si analizza l’andamento delle catene commerciali del valore, controprova dell’accresciuta intensità degli scambi internazionali.

Questi ultimi sono aumentati passando dal 30% (importazione di beni e servizi sul pil) nel 1980 a oltre il 50% nel 2008 grazie al calo delle tariffe e al progresso tecnologico che ha favorito la delocalizzazione.

E’ chiaro che una maggiore globalizzazione del commercio può avere effetti disinflazionari, agendo sul meccanismo di fissazione dei prezzi e dei salari. Ma stiamo sempre parlando di un aspetto della globalizzazione, non del fenomeno che nella sua interezza è assai più complesso. Così come se può essere vero che “la globalizzazione ha anche avuto effetti pervasivi sui mercati del lavoro, erodendo il potere contrattuale dei lavoratori negli EA e riducendo ulteriormente i costi di produzione”, è vero altresì che gli stessi meccanismi, agendo sui prezzi, hanno aumentato il potere d’acquisto dei lavoratori.

L’analisi della Bce, insomma, per quanto accurata, considera solo alcuni dei fattori che determinano una globalizzazione e focalizzandosi su quelli squisitamente economici rischia di peccare di aderenza alla realtà, che non è fatta solo di economia. E la Bce ne è perfettamente consapevole. ” I movimenti più bruschi dell’inflazione complessiva, verificatisi negli anni ’90 e poi di nuovo dopo il GFC, – scrive – sono probabilmente collegati ad altri fattori, come i cambiamenti nei regimi di politica monetaria, il calo delle aspettative di inflazione e la minore indicizzazione dei salari”.

Solo il tempo ci dirà se la crescente globalizzazione, destinata a intensificarsi proprio in ragione del Covid, avrà effetti deflattivi, confermandosi così il bias che abbiamo ipotizzato all’inizio, o se le decisioni “generose” di alcuni governi, in primis quello Usa, che stanno iperstimolando la propria economia con la compiacenza della banca centrale, finirà con l’infiammare i prezzi. Ma anche in questo caso avremo la conferma che la globalizzazione ha effetto sui prezzi internazionali. Solo che li ha anche al rialzo.

Prezzi in crescita per il mattone, ma fuori dalle grandi città


L‘ultimo bollettino della Bce conferma una tendenza che avevamo già osservato nel nostro paese ma che si conferma essere comune alla zona euro: i prezzi del mattone sono in crescita, ma soprattutto nelle zone esterne alla grande città, dove la crescita dei prezzi è inferiore a quella media.

Si tratta ovviamente di un’osservazione parziale, perché limitata a pochi trimestri, ma comunque interessante da sottolineare perché conferma una certa uniformità di tendenze che lascia sospettare esigenze molto comuni fra regioni parecchio diverse fra loro. La “fuga” dalla grande città, ad esempio.

A livello aggregato la crescita su base annua dei prezzi delle abitazioni è passata dal +4,3% di fine 2019 al +5,8% dell’ultimo trimestre 2020, a ulteriore conferma del fatto che la pandemia ha spinto al rialzo la domanda di mattone. Evidentemente per molti l’esperienza del lockdown è stata uno stimolo per riconsiderare le proprie scelte abitative e, per chi ne ha avuto la possibilità, l’occasione per trasformare il maggior afflusso di risparmio indotto dalle limitazioni sanitarie in un sovrappiù di investimento immobiliare. Detto diversamente, chi ha aumentato il proprio gruzzoletto deve aver pensato di impiegarlo in una casa nuova, magari più spaziosa e confortevole lontano dalla grande città.

La cosa interessante è che questa espansione dei prezzi è stata condivisa da tutti paesi dell’area, anche se la parte preponderante dell’aumento dei prezzi – oltre il 70% – è dipeso da Germania, Francia e Paesi Bassi.

In Germania, poi, la crescita dei prezzi è iniziata addirittura nel 2010, compensando un lungo periodo di prezzi sottotono.

La crescita dei prezzi si è associata a un calo robusto delle compravendite, determinato dal lockdown, che però ha trovato nel credito a buon mercato un potente incentivo, visto che il tasso è arrivato al minimo storico dell’1,3%.

Un altro aspetto interessante da osservare è che la domanda di immobili, e quindi la pressione sui prezzi, si è soprattutto indirizzo verso gli immobili esistenti, anche perché le nuove costruzioni, anche a causa del lockdown, hanno rallentato notevolmente. E poiché questi ultimi hanno un peso relativo importante sugli indici dei prezzi, ecco spiegata una parte della loro impennata.

In sostanza, scrive la Bce, “la contrazione degli investimenti immobiliari nell’area dell’euro osservata nel 2020 (superiore al 5% in termini annui) potrebbe aver pesato sull’offerta di nuove costruzioni, esercitando così un’ulteriore pressione al rialzo sui prezzi delle abitazioni esistenti. La contrazione dei permessi di costruzione osservata nel corso del 2020 potrebbe prolungare questo fenomeno, continuando così a sostenere i prezzi delle abitazioni”.

L’ultimo punto osservato dagli economisti della banca riguarda il confronto dei prezzi fra le capitali e il resto del paese. L’analisi parte dalla premessa che i diversi andamenti dei prezzi potrebbero essere spiegati anche alcuni fattori fondamentali, come le differenze di reddito regionale. Rimane il fatto che “nel corso del 2020 i prezzi delle abitazioni nell’area dell’euro in determinate capitali sono aumentati di 0,7 punti percentuali in meno, anno su anno, rispetto all’aggregato dell’area dell’euro”.

Questo andamento potrebbe “riflettere una certa decelerazione naturale della dinamica dei prezzi, dati i forti aumenti dei prezzi delle case nelle capitali negli anni precedenti e il fatto che i livelli elevati dei prezzi raggiunti in alcune giurisdizioni hanno innescato ricadute di prezzo o spostamenti della domanda verso aree al di fuori delle capitali”. Ma esiste anche la possibilità che “l’aumento osservato dei prezzi delle case al di fuori delle capitali può anche riflettere uno spostamento delle preferenze associato a maggiori possibilità di lavorare da casa”.

Insomma, è presto per trarre conclusioni. Forse ha ragione chi dice che nulla sarà più come prima. Ma per adesso l’unica evidenza è che i prezzi salgono. E questo somiglia molto al passato più recente.

Brexit, conto salato per il commercio Ue


Come sempre molto attenti agli epifenomeni – la marina francese e quella inglese a litigare per le aree di pesca – tendiamo a distrarci quando si tratti di osservare in profondità la trama ormai spezzata delle relazioni fra l’UE e l’UK, formalmente separati e tuttavia prossimi.

Per fortuna c’è la Bce, viene da dire, che nel suo ultimo Bollettino dedica un lungo approfondimento a queste relazioni che proprio nel commercio trovarono un potente acceleratore e che oggi, a Brexit compiuto, potrebbe trasformarsi in deceleratore dei flussi attivi dell’UE, cominciando dai redditi primari della bilancia dei pagamenti, che soffriranno la scomparsa del contributo UK, a finire da quelli commerciali, che per l’UE erano a dir poco rilevanti.

Poiché il discorso è lungo, meglio procedere con calma partendo da un’evidenza alquanto chiara: prima del Brexit l’UK era uno dei paesi più dinamici del G7. Dopo uno dei più lenti. Questo è un fatto che si può osservare dal grafico sotto, che illustra anche il peso delle varie componenti del Pil britannico negli ultimi dieci anni.

Questo non basta ovviamente per dire che sia stato a causa del Brexit. Se si osserva bene la curva del prodotto, infatti, si può notare come il trend di rallentamento fosse iniziato anche prima del 2016. Ma che il referendum abbia favorito questa tendenza sembra abbastanza chiaro. Se guardiamo ad esempio i consumi privati, una delle voci più rilevanti della crescita inglese prima del Brexit, osserviamo che si sono contratti a partire dal 2016, probabilmente a causa della notevole svalutazione della sterlina che ha fatto crescere i prezzi interni e frenato la domanda.

Altresì notevole è il calo degli investimenti, cui certo deve aver contribuito il clima di incertezza che ha iniziato a spirare in UK dopo il 2016, che ha finito con l’avere effetti anche sull’interscambio, in particolare con quello nei confronti dell’UE.

E qui arriviamo al punto dolente. Il commercio estero per l’UE è la punta di diamante della sua penetrazione economica globale – a cominciare dall’uso dell’euro – che è anche l’unico successo politico visibile al momento – sempre l’euro – nonché la principale voce di attivo della sua bilancia dei pagamenti. La defezione britannica dal Grande Progetto rischia di minare alla radice il principale successo europeo per la semplice ragione che nessuno può immaginare che sorte avrà l’interscambio con gli ex europei.

Sappiamo però cosa è successo negli ultimi anni. E, in particolare, dopo il Brexit, sappiamo che la domanda inglese verso le merci europee si è raffreddata, come si può leggere dai grafici sotto.

Il grafico misura l’andamento delle importazioni globali del Regno Unito negli ultimi settant’anni che negli anni Dieci del XXI secolo si può dire abbia toccato il fondo, malgrado nel tempo l’apertura commerciale dell’UK sia aumentata.

Notate che dal voto referendario del 2016 si è allargata la forbice fra le importazioni dall’UE e dall’EZ. Un andamento più chiaramente visibile se lo osserviamo più da vicino.

Per dirla con le parole della Bce, “a partire dalla metà del 2015, la crescita delle importazioni del Regno Unito di beni provenienti dall’UE e dall’area dell’euro ha registrato una flessione costante, in netto contrasto con gli andamenti più volatili che hanno contraddistinto le importazioni dal resto del mondo, cioè dai paesi non appartenenti all’UE”.

Ovviamente i fattori che influenzano questi andamenti sono diversi e sarebbe quantomeno superficiale associarli all’addio all’UE. Ma rimane il fatto che l’addio c’è stato. E pure se è prevedibile che i legami economici tessuti in mezzo secolo tenderanno a permanere, è altresì ovvio che si verranno a formare nuovi equilibri che inevitabilmente cambieranno la fisionomia del commercio fra UK e UE.

Per il momento sappiamo solo che “le stime interne della Bce individuano i primi segnali di un calo della propensione all’importazione del Regno Unito dopo il referendum”. Sappiamo inoltre che a livello settoriale “i veicoli e i prodotti farmaceutici hanno determinato in gran parte il rallentamento della crescita delle importazioni del Regno Unito, in particolare dai partner commerciali dell’UE e dell’area dell’euro”. Si tratta di cali notevoli, peraltro. I due settori, infatti, ” sono passati da una crescita positiva stabile a due cifre a una crescita negativa a due cifre”.

“I veicoli e i prodotti chimici sono da tempo considerati particolarmente vulnerabili alla Brexit”, spiega la Banca. Quindi i paesi che hanno un peso specifico rilevante su queste forniture – la Germania e i paesi dell’Europa centrale per le auto, Irlanda, Danimarca e Slovenia per i prodotti chimici – potrebbero essere quelli a pagare il prezzo più elevato qualora le catene del valore che tenevano avvinte l’UE all’UK finissero col collassare dopo la fine del periodo di transizione.

Un buon punto di osservazione per provare a capire l’evoluzione futura dei rapporti commerciali bilaterali può essere notare come negli ultimi anni l’UK sia sempre stata deficitaria nei confronti dell’Ue ed eccedentaria nei confronti del resto del mondo.

Il futuro di questo interscambio dipenderà da molte cose, ovviamente. Ma soprattutto dobbiamo ricordare che UE e UK hanno scambiato in gran parte merci, in maggioranza di provenienza europea, per servizi, in gran parte di provenienza britannica. E questo ci consente di apprezzare la conclusione della Bce: “L’impatto sulla domanda estera dell’area dell’euro e sulla crescita in termini più ampi sarà anche commensurato alla capacità del Regno Unito di svincolarsi dai rapporti con i fornitori dell’area dell’euro in un’ottica di più lungo periodo e alla possibilità, per l’area dell’euro, di istituire reti commerciali alternative (e forse interne) presso cui procurarsi i servizi offerti, in passato,
principalmente dal Regno Unito”.

Detto più semplicemente, per mantenere l’equilibrio commerciale, britannici ed europei dovranno imparare a fare a meno gli uni degli altri. I primi rivolgendosi innanzitutto al resto del mondo. I secondi guardando un po’ a se stessi. D’altronde è quello che succede quando si divorzia.